Traduzione a cura di Martina Mecco
Klára Černá (*1999) è nata a Cheb, nella Boemia occidentale. Si occupa principalmente di scrittura e fotografia. Ha pubblicato poesia, prosa, articoli, fotografie e testi accademici su Psí víno, A2, Foesie, Tvar, Divadelní revue, H70 e Veronika. Sta completando un master in comparatistica e nuovi media presso la Karlova Univerzita. È membro del collettivo sonoro údk, precedentemente údk: progetto IRMA. Insieme a Jakub Vaněk e Jan Musil ha preso parte a un’intervista pubblicata su Andergraund dedicata al progetto IRMA.
La poesia di Černá è caratterizzata principalmente da due procedimenti: l’episodicità intima e la dimensione proiettiva dell’immagine. Per quanto riguarda il primo aspetto, nella sua produzione si osserva una costante tendenza a cogliere episodi della quotidianità e a trasfigurarli in una struttura lirica che conferisce loro una dimensione ulteriore rispetto alla semplice registrazione del reale. Sebbene tali episodi siano presentati secondo un principio di apparente sincronicità, essi risultano spesso traslati in una cornice retrospettiva, a significare il fatto che il tempo si è improvvisamente arrestato oppure, al contrario, che il soggetto lirico si trova costretto a confrontarsi con il suo inesorabile scorrere. Il termine episodicità non deve tuttavia essere sovrapposto a quello di frammentarietà. Quest’ultima non riguarda infatti il piano rappresentativo dei versi di Černá, che rimane invece saldamente ancorato a un principio di concretezza visiva. A chiarire tale aspetto è la stessa lingua ceca: il termine zobrazení (“rappresentazione”) contiene infatti il sostantivo obraz (“immagine”), evidenziando il legame intrinseco tra rappresentazione e visualità. Le poesie dell’autrice si configurano dunque come il prodotto di una rappresentazione visuale nel senso più stretto del termine: la realtà vi assume una consistenza tangibile, concreta, quasi materica. La frammentarietà emerge piuttosto sul piano linguistico e sintattico. Il ritmo poetico tradizionale viene costantemente perturbato; i versi eccedono i confini formali del genere fino ad assumere talvolta l’aspetto di elenchi o accumulazioni. La sintassi si indebolisce, le strutture frasali si disarticolano e possono ridursi a singole preposizioni o particelle, nelle quali si concentra un nucleo semantico capace di riverberare il significato dei versi precedenti. In parole come jen (“solamente”) si condensa così un intero discorso esistenziale, che restituisce al lettore la postura stessa dell’io lirico. In conclusione, si potrebbe sintetizzare la produzione Černá in termini dell’evoluzione di una poetica dell’immagine, una fotopoetica, che mira a contornare il realtà e a fissarne la processualità in contorni instabili ma pur sempre circoscritti.
Dimenticare le chiavi – le chiavi Dimenticare
Mi scivoli via.
L’ombra chiude
i suoi occhi al ritmo
di orologi d’asfalto
Il buio chiude
i suoi occhi sul pavimento
sui catenacci.
Anche le finestre di vetro sono liquide:
è questo l’ordine
è questo il dono, anche solo
vestito-svestito.
Le parole sono gabbie d’oro
ci tengo le cose più preziose. Il chiavistello al buio
io ho ingoiato la chiave.
Sfuggire al tuo cerchio
è purificazione
è serratura.
La notte sta chiudendo. Sarà mattino.
Quando l’acqua ci eroderà
promettimelo.

***
Gli orologi hanno mani insaziabili, insonni.
Domani
intorno alle tre del mattino la sera di ieri
inizierà a dispiegarsi, intorno
alle tre del mattino la sera di ieri
inizierà a dispiegarsi intorno
all’alba.
Le mie mani
si sono posate sull’orizzonte.
Non sa che verrà spiato con la musica.
Nel tempo si raccoglie il mattino.
Semplicemente aspetto, tutto qui.

Cronaca, nome proprio: Via
Zdislava Murová
L’angolo della strada è il mio altare,
ci vado a pregare il tempo,
perché resti com’è.
Riconosco sempre quando accade.
Allora comincio ad avere freddo, si fa buio,
oppure mi ricordo una canzone
che ho ficcata in testa.
A volte la prego di fermarsi,
fa finta di niente. Se ne va. Non posso chiederle tanto.
Non è nella sua natura.
—
Il mio tempo mi aspetta in un marciapiede rotto.
Fa smorfie, ma ci piace abbracciarci.
Camminiamo mano nella mano. Nel parco e nell’acqua. Ovunque insieme.
A volte non ci vediamo per un po’, si siede dietro di me a teatro,
scappa a parlare con qualcuno
che conoscevo da bambina.
Non ci rimproveriamo nulla, ma sappiamo compatirci a vicenda.
Di certo, è stato necessario abituarsi,
ogni relazione va coltivata.
Questo mi ripeto per la strada
che mi conosce meglio di chiunque, già non ci salutiamo più,
come se fossi qui da sempre.
I luoghi del mio tempo sono un film.
Un film molto personale, nei titoli di coda alla fine ci sono:
– elenco degli appartamenti
– elenco dei nomi delle persone che amo
– elenco dei nomi delle persone che non ho imparato ad amare
– elenco dei nomi delle persone che non hanno imparato ad amarmi
– elenco dei miei oggetti preferiti
– una foto del mio orologio rotto.
—
Il tempo mi è colato nella borsa. È tutta sporca,
devo tirar fuori tutto e pulire, ci vogliono ore.
Mi si ingrandiscono sopra la testa, scoppiano nelle cuciture.
Io non riesco a staccare gli occhi
e faccio finta di non vedere.

Gli occhi che ho ereditato
Il buio costruisce mobili in vapori di nebbia.
Passi sul bordo del sogno, dove l’eclissi
perdura. Nel sonno non si entra,
nell’armadio ci sono i fantasmi,
con la camera vuota misuro la portata.
Dentro c’è un večerníček sfocato,
funziona solo il pulsante attendere.
Le diottrie dissolvono la luce residua,
rimasta al sole quando è andato a dormire,
un occhio scollato come una spugna sulla lavagna.
Il giorno lo riconosco dalla visione nitida.
Di notte sotto acqua senza occhialini da nuoto,
occhi di vetro, rosati dal cloro,
mi premono dietro l’udito, la stanza si appanna.
Se devo essere sincera – l’immagine è un’eco,
sono infatti sulla stessa lettera.
La notte è tatto, brancolo nella stanza
(si è trasformata),
interruttore, urto contro il comodino,
calze alla cieca passi alla cieca occhi alla cieca,
(qui il taccuino diventa quaderno,
qui l’ago diventa filo,
qui il niente diventa qualcos’altro),
l’unica cosa funzionante è il pulsante attendere.
Lo specchio di notte riposa (anche lui vede male),
al mattino ci fissiamo, ogni sei mesi ci vado
per controlli regolari.

amplitudine
conta i verbi
e quando già più non sai,
si fa giorno: si arrotonda e si stratifica –
i punti fissi su una superficie formano una curva,
e da quella volta sogno i tram.
aspettiamo la metro,
costanza, la senti contro il vento,
oggetti e suoni cominciano ad accumularsi in un unico punto.
poi nasce il linguaggio:
il risultato è una distorsione,
alcune cose si possono pesare con cura,
quattro volte al giorno,
alcuni cose decidiamo di seppellirle.
il tempo è limitato e la saggezza è necessaria,
il dubbio accarezza il viso e sputa sui capelli
sono dubbiosa
sono saggia
————————————————————————>
sono saggia
sono dubbiosa
il dubbio accarezza il viso e sputa sui capelli
il tempo è limitato e la saggezza è necessaria,
alcuni cose decidiamo di seppellirle.
quattro volte al giorno,
alcune cose si possono pesare con cura,
il risultato è una distorsione,
poi nasce il linguaggio:
gli oggetti e i suoni cominciano ad accumularsi in un unico punto,
senti la costanza contro il vento,
aspettiamo la metro,
e da allora sogno i tram.
i punti fissi su una superficie formano una curva,
si fa giorno: si arrotonda e si stratifica –
e quando già più non sai,
conta i verbi.

riscrittura
la realizzazione di tutte le connessioni deittiche infrange la parola
mentre rallento il passo poco prima dell’erba alta
la vista sulla città da qui è la più bella lo è sempre stata ma
gli occhi gli occhi sono altri le vecchie connessioni sono più che la parola
mi apro un varco verso di essa nell’erba alta l’attuo ma
la città resiste alla memoria ciò che non è più bello soltanto è
l’erba ancora più alta la memoria più di quanto ce ne fosse ce n’è così tanta
che comincia a sparire dai nastri delle cassette dai video
che sono sempre stati in soggiorno
le operazioni trasmesse sullo sfondo, in primo piano il fondo lascia filtrare
cose ben note: l’odore della casa, il motivo della tenda, la terra dopo la pioggia
elemento non trovato e invece nessuno ha parlato
di scarpe sinistre, tronchi secchi, una presa allentata
ripeto le istruzioni mi auguro di parlare in strilli
che è quasi come scrivere una poesia
