Traduzione a cura di Martina Mecco
vanjek è lo pseudonimo di Jakub Vaněk, poeta e critico letterario che si dedica alla poesia e alla musica. È inoltre redattore della rivista PLAV e membro dell’associazione vánek (messa in musica di testi di Richard L. Kramár). Su Andergraund Rivista è stata pubblicata l’intervista con il collettivo sonoro údk a cui ha partecipato con Jan Musil e Klára Černá. Per l’intervista si clicchi qui.
La poesia di vanjek è caratterizzata dal fatto di essere, forse quasi paradossalmente, estremamente visiva e materiale e, al tempo stesso, densa di significati celati che necessitano di essere dischiusi dal lettore. Tra il testo e chi legge si interpone dunque un filtro che esige uno sforzo interpretativo volto a mettere in relazione immagini e concetti. In questa sfera visiva, quasi fotografica, sono spesso elementi naturali a dominare la scena, in particolare piante, funghi e insetti. La dimensione naturale emerge in diversi momenti del discorso poetico: sia quando il soggetto – o i soggetti – entrano in contatto con essa, sia quando il mondo naturale diviene contrappunto di quello artificiale, identificato nelle poesie qui proposte con la dimensione urbana. Il discorso naturale assume inoltre una valenza ecologica: il poeta ricorre spesso a riflessioni sul clima o sulla condizione del corpo umano in una contemporaneità decadente, intesa in senso organico: “marciscono in noi intere famiglie. / Siamo il compost dei nostri figli”.
In hřebíčky (chiodini) la lettera intrattiene un rapporto ambiguo con il poeta: gli appartiene e gli è al contempo illegittima. Essa sfugge, ma non chiede di essere trovata; piuttosto, di essere accolta. Si cela e si mostra, rimanendo tuttavia innominabile. Questa dimensione conflittuale, alla quale l’io lirico partecipa con tutte le parti che ne compongono il corpo, sembra costituire il sistema su cui si fonda il fare poetico stesso. Il rivelarsi della parola non è un atto risolutivo del conflitto, ma – se compreso in senso ritmico – una variazione del tema. Tuttavia, l’atto della scrittura sembra esercitare un effetto sulla dimensione cosmica: “la terra si / apre con l’inchiostro”. A questo dischiudersi corrisponde un atto uguale e opposto di chiusura: “non io, aperto / poi chiuso”.
Nella raccolta successiva, Při pohledu ze Země má podhoubí tvar vody (Visto dalla Terra il micelio ha la forma dell’acqua), vanjek si concentra maggiormente sul rapporto tra le parole e il reale, mettendo in sordina la questione della loro origine. Le parole si materializzano e diventano parte integrante della dimensione urbana in cui si muove l’io lirico: “nella città le parole si ammassano / in nicchie e ingressi murati”. Malgrado questa concretizzazione, permane la dimensione conflittuale a cui si accennava poc’anzi: esse sono “abiti di seconda mano che non calzano”. Ancora una volta viene enfatizzato come esse non appartengano pienamente al loro destinatario e rechino i segni del proprio passato, risultando tanto fragili da sgretolarsi al tatto: “si sbriciolano larve secche d’insetti”. Questo discorso di carattere linguistico si intreccia costantemente con altre sfere di indagine che compongono la struttura stratificata dei testi, in cui fa capolino, per l’appunto, la dimensione naturale. Essa emerge come materia prima – “le dita impastano l’argilla” – oppure nella figura del micelio, che si erge a metafora dominante della raccolta. Centrale è anche il tema della corporeità, che assume tratti ecocritici: i corpi della contemporaneità appaiono irrespirabili, artificiali, fatti di plastica.
Di primo acchito, l’ultima raccolta inedita anarχtektura (anarχtettura) sembra proseguire il discorso sul linguaggio, approfondendo in particolare la tematizzazione della dimensione sonora. D’altra parte, essa si presenta come strutturalmente differente rispetto alle precedenti. Riemerge il rapporto conflittuale tra l’io e la parola, ma con una significativa variazione: il soggetto appare maggiormente attivo, non solo attraversato dal linguaggio ma impegnato nel plasmarlo e nel forzarne i limiti. Si è chiamati alla parola: “Dimmi a voce alta / come se ti si strofinasse / la sabbia tra i denti” o ancora “ed emetti / un suono a voce alta”. vanjek gioca con il costrutto poetico stesso, con l’ordine delle parole, “sfigurandole” – indaga dunque le loro possibilità di significato nel combinarsi, come del caso della poesia 1.0 in cui “uomo”, “figlia”, “albero” vengono disposte secondo ordini differenti, suggellando interazioni sintattiche naturali e innaturali. Questo rovesciamento, d’altra parte, è forse già accennato nella prima raccolta, in cui vanjek definisce la parola “irrevocabile e longitudinale”. La poesia menzionata presenta una struttura dunque intercambiabile e, se la si legge ripetutamente, assume un ritmo ciclico: afferrando il senso del susseguirsi delle parole, il primo verso è la continuazione naturale dell’ultimo. In questo campo di maggiore sperimentazione stilistica permangono elementi già presenti in raccolte precedenti e caratteristici della sfera tematica del poeta, ovvero la presenza di insetti, l’importanza della dimensione musicale, la questione urbanistica e la tematizzazione del corpo. Si ha a che fare con un corpo che è “luogo / avvolto da correnti”, cappi che si stringono intorno a “gole assenti”. La gola, in particolare, come parte in cui si sviluppa il suono, un suono a sua volta corporeo: “l’eco restituisce a cascun suono il suo vero corpo”.
La silloge qui proposta è composta da testi scelti tratti dalle tre raccolte poetiche pubblicate da vanjek a partire dal 2023. La prima, hřebíčky (chiodini) raccoglie testi scritti tra il 2010 e il 2019. La seconda Při pohledu ze Země má podhoubí tvar vody (Visto dalla Terra il micelio ha la forma dell’acqua) è stata pubblicata dalla casa editrice di Brno Větrné mlýny nella collana Edice Mlat nel 2024 in collaborazione con la piattaforma digitale Psí víno. La terza raccolta anarχtektura (anarχtettura) è ancora inedita e verrà pubblicata nella primavera del 2026 dalla casa editrice Adolescent. La scelta di pubblicare questa silloge permette al lettore italiano di avere una visione ampia della produzione del poeta, tuttavia, nell’operare questa selezione ci si imbatte nella perdita della funzione del testo all’interno della raccolta in cui è originariamente pubblicato. Come si è detto in precedenza, l’opera di vanjek è caratterizzata da una sostrato organico che permea gran parte della sua poesia. Si potrebbe definire, a tal proposito, la struttura stessa delle raccolte organica. Ciascuno dei testi che compone una raccolta – ciò si palesa in modo ancora più evidente nell’ultima raccolta anarχtektura – assume un significato completo solo all’interno della dimensione strutturale in cui è inserito. Nel selezionare una silloge si perde, dunque, questa componente fondamentale della testualità del poeta. La selezione e la traduzione sono avvenute in collaborazione con l’autore.
Per ascoltare registrazioni e sperimentazioni sonore di vanjek si clicchi qui.

Da chiodini (2023)
Eco e foliante
La silenziosa ha preceduto il mio nero, incidendovi
un cratere, senza che la superficie chiara
tremasse. Ha circondato, d’un tratto sonora, la lettera
che, mia illegittima, in essa è per distanza
più rapida della voce.
Essa che sola
torna, innominabile, ha accolto il mio
udito sconosciuto: un suono, neonato,
è uscito dalla gola della sua sorella perduta. Tra
loro forse anche l’occhio ha guardato nell’occhio
attraverso la palpebra, non io, aperto
poi chiuso.
*
Le dita impastano l’argilla con la carne formando una corda,
è un ramo dai frutti maturi e caduti.
Musica udita all’orecchio. È qualcosa
che avvolge la pelle della nebbia, che i serpenti
mutano, serpenti versati.
Il sogno è una cloaca navigabile
e occhi volatili. Vedono, gli occhi, cercano
dove il vento dalla fronte rovescia il suo riso.
Resta una mano, una mano doppia. Pelle e ossa.
Cascanti
La fame cicatrizzò con un vano avvolgersi della lingua
il tamburo tremolante dei cadaveri nella bocca.
La fiamma incollò l’argilla del canto
adagiata nel profondo. Tra loro, vestigia di legno
tendeva il tono di un’unica corda. La terra si
apre con l’inchiostro, appesantita dall’eloquenza
del crollo nel pozzo, col sonoro dell’origine del riso.
Audiatur et altera pars
La lingua succhia dal palmo il suono
di pareti vive, come sangue
udibile nelle cavità
come un’abito o la pelle.
L’occhio fissato alla guancia
inumidisce labbra assetate di parola
irrevocabile e longitudinale
tra consonanze. La bocca
ha pronunciato un solco d’aria
pulisco il coltello come il ricordo
del viaggio sotterraneo del fiume.
La voce che si è rivolta
a ciò che tace per dare un nome
allo spazio, parlerà il rovescio delle cose.

Da Visto dalla terra il micelio ha la forma dell’acqua (2024)
Poesie scelte della raccolta in ceco.
Nella città le parole si ammassano
in nicchie e ingressi murati.
Alcune si adagiano a terra
e nessuno le nota.
Le parole sono abiti di seconda mano che non calzano
da cui si sbriciolano larve secche d’insetti.
Ricordano gite che abbiamo perso nel sonno.
Le indossiamo come le nostre orme.
Le frasi come boe tengono le parole a galla.
Meglio non parlarne.
Nasconderle.
Impariamo di nascosto dal micelio
e intrecciamo i nostri passi
come i capillari dei polmoni.
Senza mai entrare. Questo corpo
per noi è irrespirabile.
¤
Il corpo, lo abbiamo messo ammollo,
lo abbiamo strofinato via da piatti e posate,
svuotato le tazze e scrollato dalle mani,
finché la sua massa
non ci ha otturato lo scarico.
Si è disteso nelle tubature come una gazzella nella pelle di un serpente
e riceve acqua a sorsi.
Vecchie radici annerite e incise
nell’intonaco come una lite inesplosa.
Migliaia di spore espirate.
Marciscono in noi intere famiglie.
Siamo il compost dei nostri figli.
Divento un corpo trattenuto nello scarico,
rete di capelli, granelli e scarti.
Penso al corpo di un coleottero intrappolato in casa
che mi cade d’improvviso in testa.
Poco dopo vedo il corpo cadere di nuovo dalla cornice della finestra.
Poi dalla parete. Emana un fruscio scricchiolante.
Lo trovo intrappolato in una coperta di cotone sul pavimento.
Penso al corpo che si dimena
e in uno spazio estraneo si mutila da solo.
Appartengo a un immenso corpo di plastica.
¤
Le parole corrono veloci
coi topi in un grattacielo arrugginito.
È pieno di aperture, le parole si infilano ovunque.
Le incrocio anche sulla via per la tana
assegnatami col denaro interstatale.
Una giaceva lì morta da diversi giorni,
secca e aperta.

Da anarχtektura (2026)
0.1
Dimmi a voce alta
come se ti si strofinasse
la sabbia tra i denti.
0.2
Pensa a parole orribili,
abusate, scavate,
parole corrotte
in frasi che ti
riguardano
ed emetti
un suono a voce alta.
1.0
L’uomo è la figlia dell’albero
e l’albero è la figlia dell’uomo.
La figlia è l’albero dell’uomo
e l’uomo è l’albero della figlia.
L’albero è l’uomo della figlia
e la figlia è l’uomo dell’albero.
1.1
La scrittrice vivente entra nella sua statua
la statua vivente entra nella sua scrittrice.
Questo movimento si svolge in una piccola città
durante il peggioramento della situazione del clima.
La città si svolge nel peggioramento della statua
nella situazione del clima vivente della piccola scrittrice.
2.4
Il corpo è altare e tenda. Un privilegio come il nome o la morte. Il corpo, luogo avvolto da correnti.
Le correnti mi trasportano verso un’isola; mi dissolvono. Altrimenti: sono acqua che permea un continente scomparso.
4
Stracci, frammenti, brandelli,
fili, spaghi, nastri,
colletti, fodere, cerniere
sono tra gli alberi
intrecciati tra i rami,
dove li ha sospinti il vento,
li ha attiratti un canto,
li ha richiamati una voce, un grido.
A pezzi li porto giù
come feriti di una battaglia.
Sono più del necessario
per rattoppare i vestiti.
Cerco allora di inventare
uno strumento musicale di stoffe.
6.1
Impatti longitudinali
come nell’accatastarsi di travi.
Il fruscio delle auto
le loro onde che si sollevano.
Il canto degli uccelli risuona dall’interno.
6.2
Un’immagine sonora emerge all’improvviso: ci immerge. Ascoltando attentamente si può
però distinguere come si compenetrano le voci. Come il cappio si stringe intorno
a gole assenti. Il silenzio è una pietra: solo quando infrange la superfice del suono
appaiono bocche estranee.
6.3
Verso mattina mi ha svegliato
un suono sordo risonante.
Solo dopo un momento vi ho riconosciuto
l’immagine di un insetto allungato e nero
con un disegno chiaro sul corpo
che mi correva sul polso
proprio come prima del risveglio.
6.4
Il dolore insistente del suono
lo scorrere di una lunga lama
un coltello che attraversa una conchiglia.
6.5
In sogno passeggiavo con diversi strumenti a tastiera, sui quali mi sono
sempre esercitato con la stessa nota.
Di nuovo: in sogno ero davanti a diversi strumenti a tastiera e ho suonato
sempre la stessa nota.
Di nuovo: del sogno ricordo frammenti in cui si figura sempre uno concreto
strumento a tastiera, che faccio risuonare con una sola nota.
Nelle esibizioni dal vivo non amo suonare da solo.
7
L’eco restituisce a ciascun suono il suo vero corpo.
V
è un mondo fittizio inestricabilmente
fattuale e fittizio il modo in cui si muove
riscrivendo piani urbanistici
e ricostruendo edifici e strade secondo
flussi climatici planetari
tutto si trasforma e smette di sostenere
le vecchie idee di stabilità e solidità
cambia l’aspetto delle città e delle case
sotto i piedi emergono nuove
opportunità per raggiungere il luogo
che ha cambiato il suo stato ancor
prima che gli fosse stato imposto
il possesso privato, anch’esso è cambiato
rappresenta un modo alternativo di scambiare
nutrienti per convertire l’immaginazione in archxtettura
e, al contrario, la finestra attraversa la pioggia
VI
Non lodare la crescita prima del collasso.
Solo il crollo è il compimento,
il vuoto è il mezzo della realizzazione.
X
Nelle lunghe giornate mosse dallo smog lucente
in condotti che alimentano guerre, ospedali, scuole, corporazioni
impariamo a memoria i canti del suolo, della terra e dell’argilla,
che le nostre stesse lingue, girando col vento,
lavorano pazienti alle trasformazioni delle infrastrutture
penetrando senza sosta nelle nostre città esitanti,
da cui deportati non ritorniamo, come se in essa
migliaia di reietti desiderassero essere ospitati, dove
diamo forma alle viscere dei luoghi, con il tremito
e la certezza di intrecci comuni e, per ogni nostra
mano, di percorsi solitari
dell’arnarchxtektura.

Apparato iconografico:
La versione originale della copertina è una fotografia di ©David Konečný.
