Giusi Sipala
“Se avessi potuto utilizzare il vocabolario degli adulti avrei detto che avevo scoperto un mistero […]. Potevo evocare in qualunque momento questa magia verde. Restavo immobile, non osando quasi più respirare e così ritrovavo la beatitudine di allora, rivivevo con la stessa intensità l’istante della mia irruzione nel paradiso di quella luce incomparabile.”
Con queste parole Mircea Eliade spiega al suo pubblico e ai suoi lettori la tendenza a percepire e raccontare il reale sotto l’angolatura del favoloso; lo stesso Eliade ammette l’interdipendenza tra i suoi scritti teorici e quelli letterari. Proprio per questo motivo, nonostante in Italia sia conosciuto e apprezzato quasi esclusivamente per i suoi saggi di filosofia e di storia delle religioni, è la narrativa dei romanzi brevi e dei racconti che l’editore Castelvecchi decide di offrire al pubblico italiano per far scoprire il lato artistico e letterario dello studioso romeno.
Link al libro: https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/racconti-fantastici/ e https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/racconti-fantastici-ii/


Nato a Bucarest nel 1907, Eliade è stato antropologo e filosofo, narratore e drammaturgo, ma è stato soprattutto uno dei più grandi storici delle religioni del XX secolo. A seguito della sua permanenza in India, dove ha potuto studiare da vicino la religiosità indù, ha pubblicato importanti monografie sull’alchimia, sullo sciamanesimo e sullo yoga, affiancando sempre alla produzione saggistica anche una intensa attività narrativa. Ha insegnato filosofia all’università di Bucarest e alla Sorbona di Parigi, ma dopo il suo coinvolgimento con il movimento politico ultranazionalista della Guardia di Ferro, Eliade ha abbandonato la Romania spostandosi in Inghilterra e poi in Portogallo, prima della lunga docenza all’Università di Chicago, dove dal 1957 scelse di vivere.
Il corpus integrale della letteratura fantastica di Eliade è stato disponibile, fino ad oggi, solo in lingua romena: tra il 2023 e il 2024 l’editore romano Castelvecchi ha deciso di pubblicarlo in italiano raccogliendo in due volumi, di circa seicento pagine ciascuno, i due romanzi brevi e i ventidue racconti che lo costituiscono.
L’opera è curata da Horia Corneliu Cicortas, membro della Società italiana di storia delle religioni e dell’Associazione Italiana di Romenistica, e Igor Tavilla, studioso e saggista di formazione filosofica, membro dell’Istituto Søren Kierkegaad del Centro-Europa e della Società italiana di storia delle religioni. Per arricchire ulteriormente l’offerta, Castelvecchi sceglie di aprire i volumi con due saggi introduttivi firmati da Sorin Alexandrescu, storico e critico letterario romeno nonché nipote per parte di madre dello stesso Eliade.
Cicortas e Tavilla hanno curato anche la traduzione delle opere, diverse delle quali ancora inedite in Italia, mentre alcune sono state tradotte ex novo appositamente per questa edizione.
Il primo volume raccoglie dodici narrazioni – due brevi romanzi e dieci racconti, sei dei quali mai pubblicati in Italia – ordinate cronologicamente in base all’anno della loro composizione.
Alcuni dei racconti del primo volume appartengono interamente al mondo spirituale, arcaico e mitologico romeno: già nel testo di apertura, La signorina Christina, Eliade riprende la figura mitologica dello strigoi (il “non-morto” precursore del ben più noto vampiro a cui il lettore è abituato) declinandolo al femminile e dando vita a un testo straniante, ancora indebitato col fantastico ottocentesco, in cui l’ordine dell’irreale si affianca a quello del reale e le convenzioni spazio-temporali vengono sospese.
I testi raccolti in questo primo volume sono stati composti tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento. Grazie alla disposizione cronologica dei testi, il lettore più attento potrà notare l’evoluzione del modo in cui lo scrittore percepisce e veicola l’elemento fantastico delle narrazioni: nei testi antebellici, per esempio, il fantastico è inteso come rottura dei sistemi logico-causali del mondo ed è provocato dall’intervento attivo di forze esteriori al mondo, con cui il narratore o l’eroe della storia deve fare i conti, dando vita a un conflitto che diventa un’esperienza spirituale totalizzante. Nei racconti postbellici, invece, il fantastico non è più provocato da alcuna forza esteriore identificabile e il reale e l’irreale si trovano in perfetta coincidenza: l’irreale non irrompe più violentemente nel reale ma, piuttosto i due mondi si sovrappongono, perturbando ogni meccanismo logico e la buona coscienza degli uomini. Il fantastico non è più il dialogo tra due mondi, bensì la presenza sconosciuta dell’uno nell’altro. In questi testi, alla dialettica letteraria reale-irreale corrisponde adesso la dialettica sacro-profano.
Nel racconto Una fotografia di quattordici anni, composto nel 1959, partendo dalle premesse del fantastico Eliade si dirige anche verso il miracolo, cioè verso la capacità di una convinzione di creare il suo stesso oggetto. Nei racconti Il segreto del dottor Honigberger e Notti a Serampore (gli unici due scritti del corpus incentrati sull’India) si trova poi sia il conflitto reale-irreale, nella dialettica sacro-profano, sia quello tra le dimensioni dell’esperienza, cioè quella scientista e quella del miracolo.
A partire dalla metà degli anni Sessanta, Eliade comincia a comporre una serie di narrazioni che hanno in comune il tema dello spettacolo quale strumento di risveglio spirituale accessibile all’uomo moderno, privo dei legami tradizionali con il sacro. A introdurre questa tematica anche nelle narrazioni brevi di Eliade è il testo che chiude il volume, Addio!…, un racconto meta-teatrale realizzato nel 1964, a cui seguono altri due testi raccolti invece nel secondo volume.
Il vero spartiacque nella materia raccolta dai curatori dell’edizione è rappresentato, però, da Strada Mantuleasa, collocato per questo all’inizio del secondo volume. Il racconto descrive l’interrogatorio di un uomo condotto da alcuni agenti della Securitate comunista romena, che lo scambiano per un agente nemico, e da cui l’uomo riesce a salvarsi raccontando storie fantastiche e intricate che confondono gli interrogatori, mescolando realtà e leggenda e dimostrando la sua abilità di narratore, in un classico esempio di “storie nella storia” tipico di Eliade, dove il sacro e il mito si infiltrano nella quotidianità. A metà strada fra un intrigo da giallo e una fiaba, in questi racconti Eliade sviluppa una tecnica narrativa più semplice ed efficace dove, al posto di interventi esterni alla vita quotidiana, ora si ha a che fare con una ambiguità permanente del mondo quotidiano stesso. Il sacro, dunque, secondo Eliade, è sempre nascosto nel quotidiano e anche gli oggetti più banali possiedono un valore simbolico per il cui tramite l’individuo che lo scopre comprende d’un tratto il senso fondamentale della sua esistenza.
I racconti I fossi e Ivan sono le uniche due narrazioni che si riferiscono alla Seconda Guerra Mondiale: il primo riguarda un militare tedesco filoromeno, visto con simpatia dagli abitanti romeni di un villaggio, sebbene in quel frangente i romeni combattano proprio contro i tedeschi; il secondo, invece, riguarda un soldato russo ferito che viene soccorso dai romeni, nonostante in quel momento fosse loro avversario in guerra. In questi racconti Eliade ignora completamente l’aspetto politico dei conflitti: la guerra sembra una catastrofe naturale, il popolo romeno viene raccontato nella sua etica umana eterna.
Il testamento letterario di Mircea Eliade può essere considerato il racconto All’ombra di un giglio…, che chiude infatti il secondo volume dell’opera: è l’unico racconto postbellico a non essere collocato in Romania ma interamente in Francia, in un ambiente popolato da romeni ma anche da francesi che parlano romeno e che si interessano dei problemi romeni. Esattamente come l’ambiente in cui viveva di fatto lo stesso Eliade negli anni di insegnamento a Chicago.
Gli storici delle religioni e gli studiosi di campi affini a quelli di Mircea Eliade non si sono mostrati particolarmente attratti o incuriositi dalla componente letteraria della sua opera e forse anche per questo gli scritti fantastici, fino ad ora, sono stati tradotti in maniera lacunosa e non sistematica. Solo recentemente sembra essersi avviata un’inversione di tendenza grazie soprattutto al nuovo interesse di letterati e drammaturghi per le nuove possibilità espressive, sul piano filosofico, spirituale e artistico, stimolate dai contributi di Eliade.
“I racconti di Eliade narrano di insuccessi presenti e di successi passati. Il narratore non segue lo scienziato in questo sforzo universale di sapere, essi occupano piuttosto i campi diversi degli sconfitti e dei vincitori. Il narratore cerca la verità trovata dallo scienziato, ma resta inghiottito nel suo mondo intermedio tra il sacro e il profano, sulla soglia di un significato presentito ma per sempre inaccessibile e incomunicabile. Egli racconta la sventura di non poter dire il sapere. Il narratore è due volte più infelice dello scienziato, è la sua immagine notturna, è la fictionalizzazione dei suoi dubbi, delle angosce del suo lavoro, l’immagine umanamente lacerata della sua serenità.”
Apparato iconografico:
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