“Dead man walking”: Ciao, Saša! di Dmitrij Danilov

Michela Romano

 

Sergej Petrovič, filologo e professore universitario stimato, percorre ogni mattina un corridoio lungo una linea rossa. Alle sue spalle c’è Saša, una mitragliatrice. Se sparerà, e quando lo farà, è la domanda che accompagna il lettore per tutta la durata di Ciao, Saša, ultimo romanzo di Dmitrij Danilov, pubblicato in originale con il titolo Saša, privet! (AST, 2021) e uscito in Italia per Voland nel 2025 nella traduzione di Valentina Colafati.

Dmitrij Alekseevič Danilov, nato a Mosca nel 1969, è scrittore, poeta e drammaturgo, oggi tra le voci più riconoscibili della letteratura russa contemporanea. Ha lavorato come giornalista ed è stato membro di gruppi letterari contemporanei, con testi pubblicati in riviste letterarie come Novyj mir e Russkaja proza. Tra le opere più note si trovano romanzi come Gorizontal’noe položenie (2010), “Posizione orizzontale” nella versione italiana uscita per Cartacanta nel 2015, Opisanie goroda (“Descrizione della città”, 2012) e Est’ veŝi považnee futbola (“Ci sono cose più importanti del Calcio”, 2015), raccolte di racconti, poesie come Imagine (2025) e numerose pagine teatrali come Čelovek iz Podol’ska (“L’uomo di Padolsk”, 2016).

Danilov ha ricevuto riconoscimenti, tra cui i premi russi “Zolotaya Maska” per il teatro e “Jasnaja Poljana” per la prosa russa contemporanea.  Ciao, Saša! è diventato anche uno spettacolo teatrale, messo in scena per la prima volta al Teatro delle Nazioni a Mosca nel 2022.

Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862436120


Il romanzo si inserisce nel filone della narrativa distopica che immagina una Repubblica Russia di un futuro non troppo lontano, regolata da valori e norme peculiari, in un contesto in cui il confine tra legalità e arbitrio si è fatto sottilissimo, come scritto in quarta di copertina. Il genere non è certamente nuovo per la letteratura russa, che di frequente ha visto la scrittura di romanzi che descrivono una riconfigurazione dei valori della società, delle relazioni umane e delle forme di potere dello stato e degli individui. Sergej, detto anche Serëža, professore universitario di filologia e stimato da tutti, viene condannato alla pena di morte per aver avuto una relazione con una studentessa minorenne, seppur consenziente.  Nella società russa che abita il protagonista, infatti, è stato avviato già da tempo un regime di Umanizzazione Totale […] nella cui ottica è stata ripristinata la pena di morte […] per i reati di natura morale ed economica.” (p. 31)

Il termine “umanizzazione” appare immediatamente paradossale in questa prospettiva legislativa secondo la quale il crimine del protagonista è capitale mentre reati come omicidio e stupro non rientrano tra le fattispecie capitali. Ebbene, al protagonista viene spiegato presso il Kombinat, il suo futuro luogo di detenzione, che lo accoglierà una camera d’albergo, un servizio in camera completo, la possibilità di connettersi per continuare a tenere lezioni all’università ed utilizzare i social network.

L’unico obbligo quotidiano è una passeggiata mattutina lungo una linea rossa, sotto la sorveglianza delle guardie e con la mitragliatrice Saša alle spalle. È tutto umano, niente a che vedere con quel genere di esecuzioni, non sentirà nulla. Nuovi tempi, nuovi sviluppi” (p. 15), spiega il direttore del Kombinat.

La condanna appare eccessiva non solo al protagonista, ma anche a molti suoi colleghi. Il capo del dipartimento universitario non lo esclude dal corpo docente, anzi gli garantisce un trattamento economico privilegiato.

Tuttavia, naturalmente, il capo del kombinat ed il web, sul quale da principio Sergej si espone per descrivere la situazione in cui si trova, è particolarmente diviso tra condanna e supporto. La sanzione legale e quella sociale si sovrappongono costantemente.

La realizzazione teatrale di Ciao, Saša!.

Sergej vive ormai in una zona liminale, un confine tra vita e morte e per molti è già un Dead man walking (“morto che cammina”).  Tra i personaggi che lo circondano, per lo più alienati e anaffettivi, la moglie Sveta, anch’essa professoressa nella stessa università, non capisce lo stato d’animo del protagonista: Tra poco ti ammazzeranno, verrai giustiziato da una mitragliatrice, il tuo corpo verrà fatto a brandelli. Che differenza fa se ti amo oppure no? Di fatto, tu già non esisti più. Non esisti più, Serëža. Lo capisci?” (p. 53)

L’autore, come un regista, ci dà indicazioni da copione: nella suddivisione del racconto in ottantadue scene, nel fare appunti alle situazioni descritte, nel rivolgersi direttamente al lettore, facendosi mediatore tra la narrazione e i pensieri del protagonista: Qui, Serëža perde il filo dei suoi pensieri, si ritrova in un vicolo cieco. Forse è il riflesso della situazione senza uscita che si trova nella sua vita […] Si accorge di una certa limitatezza, di un pensiero senza via d’uscita.” (p. 43)

La mancanza di una via d’uscita, il soffocamento della libertà e le forme pervasive di controllo del potere sono temi strutturali della letteratura russa, passata e presente. Come ricorda Francesca Legittimo in La Russia incatenata (Edizioni Intra, 2023), la prigione risulta sempre presente nell’immaginario collettivo, sia come luogo concreto sia come allegoria dell’impossibilità a priori della libertà” (p. 139). Lo spazio urbano è anch’esso un luogo seppur percorribile esistenzialmente chiuso, come nel romanzo Descrizione di una città dello stesso Danilov. La città di Mosca, che il protagonista guarda con nostalgia, appare già come una prigione, una parte di quella realtà che lo sta uccidendo (che l’ha già ucciso).” (p. 44)

Come sottolinea la traduttrice Valentina Colafati, il romanzo è costellato di riferimenti letterari, come a L’ultimo giorno di un condannato a morte (“Le Dernier Jour d’un condamné”, 1829) di Victor Hugo, o il racconto I sette impiccati (“Rasskaz o semi povešennych”, 1908) di Leonid Andreev o come Dostoevskij nella celebre lettera al fratello del 1849, scritta nel giorno della condanna al patibolo, poi commutata, come ben noto.

A questi riferimenti si aggiungono quelli a Majakovskij, Charms, Pasternak, Pil’njak, Puškin, oltre a figure storiche come Maria Antonietta. Il confronto tra Sergej e i grandi condannati della letteratura emerge esplicitamente in un dialogo con Sveta: Quando ti ho sposato, pensavo fossi uno come Charms, Vvedenskij, Druskin, Lipavskij, Mandel’štam, quanto meno. E invece? Chi sei tu eh?” (p. 54)

Tra le passeggiate, quella sulla linea rossa e quella nel cortile, si muove un carosello di personalità religiose e non, previste a supporto dei condannati, che passano dall’ortodossia all’ebraismo, dall’islamismo al buddismo. Questi personaggi, con la loro supposta funzione di conforto e/o conversione per i condannati prevista dalla nuova burocrazia statale, non sono altro che ombre sullo sfondo di un dramma dal quale non esiste una vera salvazione per il protagonista.


In un mondo in cui il comfort è surreale ma la libertà assente, Sergej tenta la fuga.  Le regole del sistema contemplano persino la possibilità di scappare, purché all’interno della cornice dell’“umanizzazione”. La libertà, tuttavia, non può compiersi. Il Kombinat assume sempre più la forma di un labirinto di vicoli ciechi; la voce del protagonista si affievolisce fino quasi a scomparire. In questo senso emblematico l’incontro con un uomo vestito di nero, anch’egli condannato, che lo ammonisce: qui non si parla, non si spiegano le ragioni della condanna, perché nessuno di noi è davvero più qui […] siamo già tutti morti” (p. 63).

Sono forse silenzio e sparizione le vere condanne inflitte al protagonista?

Nell’immaginario di una trasformazione della Russia in un futuro distopico, anche in un regime apparentemente “umanizzato”, la detenzione resta assurda, il silenzio è incoraggiato, il terrore invariato:

Potrebbero fucilarmi da un giorno all’altro.

Potrebbero fucilarmi da un giorno all’altro.

Potrebbero fucilarmi da un giorno all’altro.” (p. 92)

 

 

Bibliografia

Andreev, Leonid Nikolaevič, I sette impiccati, Milano, Lucarini, 1988. Traduzione di Francesco Fantasia.

Danilov, Dmitrij Alekseevič, Opisanie goroda, Moskva, AST, 2012.

Hugo, Victor Marie, L’ultimo giorno di un condannato a morte, Roma, Santelli Editore, 2024. Traduzione di Gilbert Montaine.

Legittimo, Francesca, Russia incatenata. Viaggio tra le prigioni della letteratura e della realtà, Torino, Intra Edizioni, 2023.

 

Apparato iconografico:

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