Arianna Vaccari
“dove sei?
l’acqua
è proprio davanti agli occhi
ma
oltre la visione
il mondo è finito
e noi invece no
noi – no”
(p. 308)
È da questi versi della poetessa Vol’ha Zlotnikava, tradotti in italiano da Maya Halavanava, che è tratto il titolo di Il mondo è finito e noi invece no. Antologia di poesia bielorussa del XXI secolo, a cura di Alessandro Achilli, Giulia De Florio, Maya Halavanava, Massimo Maurizio e Dmitrij Strocev. Il volume, pubblicato nel 2024 da WriteUp Books, è il primo della collana CONTestO – Voci dall’Est ed è disponibile sia in formato cartaceo che open access.
Link al libro: https://www.writeupbooks.com/product/il-mondo-e-finito-e-noi-invece-no-antologia-della-poesia-bielorussa-del-xxi-secolo/

Come scrive Ulyana Veryna nella prefazione, quella della Belarus è una storia che sembra passare “da un’estinzione all’altra, da una catastrofe a quella successiva” (p. 17), segno di un’esistenza in cui vivere equivale a sopravvivere. La straordinaria resilienza dimostrata dal suo popolo nel corso dei secoli, attraverso un susseguirsi di occupazioni, spartizioni, guerre, regimi e repressioni, ha contribuito a consolidare nell’immaginario collettivo l’idea fuorviante secondo cui i bielorussi siano inclini a sopportare in silenzio, senza mai opporre attivamente resistenza. In realtà, nel percorso della nazione non mancano manifestazioni coraggiose di ribellione.
In un certo senso, l’antologia nasce proprio in seguito alle reazioni scatenate dalla più recente “catastrofe” che ha scosso il Paese: le proteste di massa contro i brogli alle elezioni presidenziali del 2020. Oltre alle piazze, che hanno visto la mobilitazione di centinaia di migliaia di cittadini, i social network sono diventati il terreno privilegiato sul quale le poetesse e i poeti bielorussi hanno condiviso la rabbia e il dolore provocati dalla situazione politica, attirando l’attenzione del resto del mondo. Di conseguenza, non solo la nazione si è improvvisamente trovata sotto i riflettori mediatici globali, ma gli editori internazionali hanno saputo cogliere la curiosità per le poesie di denuncia che circolavano sul web, promuovendole a un pubblico più ampio tramite la diffusione di traduzioni. Tuttavia, la scelta di concentrarsi esclusivamente sulla poesia di protesta contemporanea, trascurando la tradizione precedente, rischia di portare inevitabilmente alla politicizzazione della poesia bielorussa, riconducendo ancora una volta a una narrazione incentrata sull’oppressione e sulla sofferenza.
Sebbene la pubblicazione dell’antologia si inserisca nell’ondata di interesse scaturita dagli eventi del 2020, va specificato che non è il primo volume di traduzioni a essere comparso sul mercato italiano. Rispetto ad altri Paesi, l’Italia ha dimostrato un’attenzione più continuativa per la poesia bielorussa, come testimoniano l’uscita, tra il 2019 e il 2021, di un’antologia sulla produzione del Novecento (Il carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa del XX secolo, CartaCanta Editore, 2020) e di svariate raccolte dedicate a singole autrici e autori, tra cui Aksana Danilčyk (Il canto del ghiaccio, Edizioni Controluce, 2019) e Dmitrij Strocev (Terra sorella, Valigie Rosse, 2021), per citarne alcuni. Dunque, nel panorama italiano, Il mondo è finito e noi invece no si configura come un nuovo tassello nello sfaccettato mosaico della poesia bielorussa, che si sta man mano cercando di ricostruire per i lettori. Inoltre, i componimenti selezionati coprono un arco temporale che va dal 2000 al 2024, a prova del fatto che la sua portata non si limita alle vicende politiche attuali.
Detto ciò, è comunque innegabile che le tensioni del 2020 e le loro conseguenze abbiano segnato l’opera di molteplici autrici e autori, determinando talvolta una cesura. È il caso di Nasta Kudasava, che ha sperimentato una vera e propria svolta politica, come è evidente dal contrasto tematico tra il primo dei suoi testi scelti, risalente al 2012, e l’ultimo, datato ottobre 2020, in cui esprime l’amarezza per gli arresti dei manifestanti. La repressione delle rivolte e il successivo inasprimento del clima politico hanno costretto tanti cittadini, poetesse e poeti inclusi, a lasciare la Belarus per sfuggire alla detenzione: di emigrazione parlano le due liriche di Hanna Komar, che riportano testimonianze reali, mentre in Vse uechali, daže te, kto ostalsja (“Sono partiti tutti, anche chi è rimasto”, pp. 132-133), Vladimir Glazov descrive uno spostamento che non è soltanto geografico. Un segno indelebile ha poi lasciato l’invasione su larga scala dell’Ucraina del 2022, ricostruita in versi da Siarhiej Prylucki, in qualità di testimone oculare, e soggetto ricorrente nelle poesie selezionate di Dmitrij Strocev, che riecheggia anche in Ty nikoli ne byŭ takim bezdapamožnym, nikoli (“Non sei mai stato così impotente, mai”, p. 283), di Tatiana Svetashova.
Tornando alla prefazione, Ulyana Veryna sottolinea come questa antologia si differenzi dalle precedenti, poiché rappresenta uno dei rarissimi casi in cui, all’estero, la letteratura bielorussa è stata “presentata nella sua multiformità linguistica” (p. 23). La coesistenza di diverse culture all’interno del territorio bielorusso ha dato origine a un contesto linguistico eterogeneo, in cui, oltre al bielorusso, si parlano anche il russo, il polacco, lo yiddish e l’ucraino. Non tutte le lingue sono però riconosciute allo stesso modo, compreso in ambito letterario. Invero, per quanto la letteratura bielorussa in bielorusso sia sempre esistita, per decenni la lingua privilegiata dell’espressione artistica è stata il russo, che tuttora mantiene un ruolo dominante. Se le traduzioni italiane pubblicate in passato hanno avuto il merito di includere, accanto alle poesie scritte in russo, anche testi in bielorusso, Il mondo è finito e noi invece no è al momento l’unica antologia in Italia, nonché una delle poche a livello internazionale, a contare anche componimenti in yiddish e ucraino, riflettendo più fedelmente il multilinguismo del Paese, fatta eccezione per il polacco.
Un filo conduttore che unisce numerose poesie dell’antologia è la questione del bilinguismo russo-bielorusso, che costituisce “un tema, un problema e allo stesso tempo una modalità espressiva” (p. 24). Emblematici dell’asimmetria che caratterizza il rapporto tra le due lingue sono i versi mova maja ne maja (“lingua mia non mia”, p. 148), di Nadzeya Kakhnovich, indirizzati alla lingua bielorussa stessa: nonostante la poetessa componga prevalentemente in russo, non rinuncia al bielorusso, chiedendogli di farle spazio tra i suoi parlanti, consapevole del fatto che tale inclusione equivale alla marginalizzazione. Negli ultimi anni, il rafforzamento delle posizioni filorusse del governo e l’impatto del conflitto in Ucraina hanno reso sempre più difficile mantenere un bilinguismo eticamente equilibrato, spingendo molte persone a prendere le distanze dalla lingua russa. Tra queste c’è Vol’ha Zlotnikava, che in una delle sue poesie si rivolge direttamente al russo, dicendo: “ti restituisco la tua lingua, / che avevo preso in prestito” (ja vjartaju tabe tvaju movu, / jakuju pazyčala, p. 309).
A ben vedere, la complessità linguistica della Belarus non risiede solamente nel suo plurilinguismo, ma anche nel bielorusso stesso. A testimonianza di ciò, tutte le liriche scelte di Ihar Kulikoŭ e di Valzhyna Mort, nonché altri testi, quali ad esempio Maljuski (“I molluschi”, pp. 46-49), di Kryścina Banduryna, e Var’jacyja (“Variazioni”, pp. 119-119), di Halina Dubianieckaja, seguono le regole della taraškevica, ossia il sistema ortografico redatto da Branislaŭ Taraškevič, che rimase in vigore dal 1918 al 1933, quando furono apportati dei cambiamenti per avvicinare la scrittura del bielorusso a quella del russo. In aggiunta, la poesia Supraciŭ (“Resistenza”, pp. 40-43), di Alhierd Bacharevič, è composta nella variante orografica della łacinka, che fu vietata durante il periodo sovietico perché utilizza l’alfabeto latino anziché il cirillico.
Quelle citate finora sono solo alcune delle oltre cento poesie e delle quaranta autrici e autori che fanno parte dell’antologia, nella quale non mancano liriche svincolate dalle contingenze politiche, ispirate invece a temi più classici, come l’amore, la natura e la religione. Dietro Il mondo è finito e noi invece no c’è, infatti, la volontà concreta di proporre al pubblico italiano la poesia bielorussa contemporanea in tutta la sua ricchezza linguistica e tematica. Per concludere, si auspica che in futuro non sia più necessario il verificarsi di avvenimenti drammatici per mantenere vivo l’interesse e che, anzi, cresca l’attenzione generale verso una letteratura che ha ancora tanto da offrire e che merita di recuperare il riconoscimento a lungo negato.
Apparato iconografico:
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