Marijana Puljić
“Per capire il mio dilemma, devi sapere che nella mia professione la morte è intesa come la cessazione unica e definitiva, irreversibile, della vita e di tutti i processi vitali dell’intero organismo di un individuo.” (p. 310)
Avevo le mie ragioni (in sloveno Leninov Park, 2018) segna il ritorno del controverso ispettore Taras Birsa, e della sua squadra composta da Tina Lanc, Brajc e Osterc della Sezione Crimini di sangue, nelle librerie italiane. La traduzione di questo secondo romanzo della tetralogia poliziesca creata dello scrittore, giornalista e alpinista sloveno Tadej Golob nel 2016, è firmata da Patrizia Raveggi per la collana ATTRAVèRSO, diretta e curata da Luisa Maistrello, per la casa editrice Ronzani Editore.
Link al libro: https://ronzanieditore.it/acquista/mie-ragioni/ .

I lettori italiani hanno familiarizzato con la penna di Golob nel 2022, quando è stato pubblicato, nella traduzione di Patrizia Raveggi, Dove nuotano i pesci gatto (in sloveno Jezero, 2016), romanzo che ha trasportato i lettori nell’inverno sloveno nonché nella prima indagine della serie quando, rientrando verso Lubiana dopo una giornata sugli sci con la moglie Alenka, l’ispettore Birsa – Taras Birsa, capo della Sezione Crimini di sangue e reati sessuali della Polizia di Lubiana – si imbatte in una pattuglia ferma sul ciglio della strada. Raggiunti i due giovani agenti che sorvegliano la scena del crimine, l’ispettore viene a conoscenza del ritrovamento di un cadavere decapitato di una giovane donna affiorato dai fondali ghiacciati del lago di Bohinj, nel cuore del parco nazionale del Triglav, la notte di Capodanno. Ha così inizio l’indagine che, tra le procedure forensi, svela anche i segreti dell’alta borghesia lubianese.
“«Beh, in questo parco hanno trovato una donna morta. Brajc è già sul posto, quindi presumo anche la Scientifica e l’Istituto di medicina legale. Manca solo il capo dell’indagine.»
«Ma questa donna morta», chiese Tina, «è forse la senzatetto che dormiva in quel parco su una panchina?»
«Sì», confermò Drvarič. «La conosci?» Sorrise e guardò Taras. «Non preoccuparti, tanto il collega ti aiuterà».” (p. 24)
L’intreccio prende avvio quando, in un martedì rovente e afoso di metà giugno, la venticinquenne maestra d’asilo Sabina si avvia verso il parco giochi noto con il nome di Parco Lenin (o Parco Ajdovščina, Parco Argentino, oppure Parco della Riforma Slovena,) insieme al suo gruppetto di cinque alunni composto dalle bimbe Maja e Lina e dai bimbi Jaka, Tilen e Jan, il più vivace. Mentre i primi tre giocano rintanati nella casetta, Jan e Tilen sono occupati a bersagliare, probabilmente con delle vecchie castagne, una donna che, coperta da sacchi, dorme immobile sulla panchina. Pochi istanti dopo, avvicinatasi per controllare che la donna stia bene, la maestra intuisce l’orrore della scena che si presenta ai suoi occhi – la donna è stata assassinata con un colpo di pistola alla testa. Poche ore più tardi, sul luogo del delitto compare la scritta razzista Sieg heil! che sembra suggerire una matrice ideologica dell’omicidio. La pista investigativa conduce a un vecchio edificio plurifamiliare ai margini del parco, all’incrocio tra le vie Župančićeva e Puharjeva (un elemento interessante riguarda anche lo spazio narrativo che si restringe a poche vie del centro di Lubiana e che favoriscono una costruzione mentale vivida e precisa dello spazio urbano). Fissando i nomi degli inquilini accanto ai campanelli, Tina si accorge che non vi è alcun cognome con la terminazione in -ić, la desinenza tipica dei cognomi degli immigrati delle Repubbliche del sud dell’ex Jugoslavia, così come, in continuazione con la sua riflessione, non compaiono nemmeno nel suo isolato e in analoghi isolati borghesi del centro città. Nei giorni successivi, durante una festa di raccolta fondi per la Pride Parade nei club Monokel e Tiffany, qualcuno spara attraverso la finestra del primo locale, ferendo alla gamba una ragazza, e a pochi metri di distanza, su un edificio attiguo, compare la stessa scritta Sieg heil!. Indagando l’indicente, Brajc e Osterc rinvengono il corpo privo di vita di un uomo assassinato con modalità analoghe alla donna del parco, aprendo nuove possibilità all’indagine perché, sebbene l’Ispettore non avesse mai creduto alle coincidenze, “tutto ciò avrebbe dovuto dirgli qualcosa” (p. 6)?
Fin dalle prime pagine viene evidenziata una delle qualità più evidenti della scrittura di Golob, ovvero la costruzione dell’indagine come un processo stratificato, fatto di accumuli di dettagli successivi, deviazioni e piste che si aprono e si richiudono senza mai spezzare la tensione narrativa. Inoltre, si delinea la natura stessa del romanzo che predilige la complessità sociale rispetto all’enigma, ed ecco che in Avevo le mie ragioni la linearità del giallo classico lascia spazio a un’architettura ben costruita in una rete di relazioni della Slovenia contemporanea che attraversa diversi livelli della società urbana – attorno al caso si muovono infatti gli abitanti dei palazzi che si affacciano sul parco, i senzatetto, gli attivisti, i funzionari pubblici, gli ambienti dell’estrema destra e gli stessi membri della polizia, componendo un mosaico corale in cui nessuno può essere ridotto a una funzione puramente narrativa né, tantomeno, a una posizione moralmente univoca. Per di più, l’omicidio della senzatetto assume fin dall’inizio una dimensione simbolica in quanto la vittima appartiene a una categoria sociale invisibile, marginalizzata e facilmente sacrificabile. Infatti nell’undicesimo capitolo, dedicato allo stato delle persone senzatetto in Slovenia, viene rimarcato che “ci sono molte persone che nessuno sa chi siano o da dove vengano, persone che vanno in giro senza identità, senza documenti, e di cui nessuno sentirebbe la mancanza” (p. 109). Sullo sfondo dell’indagine si intravedono anche le tensioni legate ai flussi migratori e la crescente diffusione di sentimenti xenofobi e nazionalisti. La politica non penetra il romanzo come elemento esterno, bensì come componente organica della quotidianità dei personaggi. Le scritte razziste, i commenti ostili nei confronti degli stranieri e il linguaggio dell’intolleranza e poca inclusione non vengono rappresentati come fenomeni eccezionali, ma come sintomi di una normalizzazione della violenza simbolica che precede e accompagna quella fisica. “Qualcuno ha sparato a una donna senza nome, che forse non è nemmeno morta a causa di quello sparo. Motivo? Perché gli dava sui nervi. Se questo in futuro sarà un motivo sufficiente per uccidere il prossimo, tanto vale prepararsi agli straordinari.” (p. 118)
In quest’ottica, il crimine diventa una lente d’ingrandimento sulle contraddizioni di una società apparentemente ordinata. Lubiana non viene descritta come una capitale spettacolare o esotica, ma come uno spazio urbano concreto, attraversato da tensioni economiche, culturali e identitarie. La città emerge come un organismo vivo, soffocato dall’afa estiva (presente e marcata soprattutto nelle prime fasi dell’inchiesta per affievolirsi con l’avvicinarsi progressivo allo scioglimento dell’indagine) e percorso da conflitti sotterranei che la cronaca quotidiana tende spesso a occultare.

Al centro della narrazione si colloca naturalmente, come nel primo romanzo della serie, Taras Birsa, che, lontano dagli stereotipi dell’investigatore infallibile, è un personaggio segnato da fragilità personali, insofferenza verso le gerarchie e una costante difficoltà nel conciliare la vita professionale e quella privata. La sua umanità rappresenta il perno della narrazione in quanto rappresentato come il protagonista eroe credibile proprio perché imperfetto. L’ispettore Taras Birsa infatti è ostinato, talvolta impulsivo, spesso incapace di adattarsi alle logiche burocratiche che regolano il lavoro della polizia. La sua riluttanza nei confronti dell’autorità genera inoltre uno dei filoni narrativi più interessanti del romanzo, soprattutto quando il superiore Drvarič decide di affidare la guida delle indagini alla giovane Tina Lanc, introducendo tensioni interne alla squadra investigativa. Sebbene Birsa resti il punto di riferimento della narrazione, Golob dedica ampio spazio ai personaggi secondari, evitando di relegarli al ruolo di semplici comparse funzionali all’intreccio – l’incapacità di Alenka di affrontare le problematiche maritali, Brajc che si rifugia nel cibo e nell’alcool per mascherare la propria solitudine e delusione nei confronti del prossimo, nonché la mancanza della quotidianità familiare e che, grazie allo stile di vita poco salutare che conduce, vive un incontro ravvicinato con la morte, la passione di Osterc per quasi null’altro eccetto i tagliaerba e macchinari vari, e Tina Lanc, divorata dall’insicurezza circa le proprie capacità professionali e relazionali. Le loro storie individuali contribuiscono a delineare un quadro sociale complesso e sfaccettato, all’interno del quale ogni attore si porta addosso un frammento della verità. Questa scelta narrativa conferisce al romanzo una densità che supera i confini del genere poliziesco e lo avvicina al filone della narrativa sociale.
Avevo le mie ragioni racchiude la maestria narrativa del suo scrittore, contornata dall’umorismo nonché dialoghi brillanti, la precisone forense e le sottili incursioni nelle profondità dell’animo umano, ma rappresenta anche la sintesi della dimensione etica dibattuta tra la responsabilità individuale e quella collettiva in una società il cui imperativo categorico dovrebbe essere un interrogatorio sulle proprie dinamiche d’esclusione, d’intolleranza e di responsabilità morale.
Apparato iconografico:
Immagine 2 e di copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Tadej_Golob_(2019).jpg
