Parlare dello scomodo essenziale: “Le cose di cui non parliamo” di Slavenka Drakulić

Eleonora Smania

Una delle scrittrici di cui si è maggiormente parlato nelle pubblicazioni di Andergraund Rivista è, senza ombra di dubbio, Slavenka Drakulić. Nell’ultimo numero tematico rilasciato dalla rivista, si è discusso del fondamentale contributo da parte della giornalista e scrittrice croata nel raccontare le atrocità delle guerre jugoslave vissute in prima persona dalle donne.

Diverse sono state le occasioni in cui parte del prolifico repertorio narrativo di Drakulić è stato recensito, basti pensare al romanzo Dora i Minotaur (“Dora e il Minotauro. La mia vita con Picasso”, 2021) e la raccolta di racconti Nevidljiva žena i druge priče (“La donna invisibile”, 2022) entrambi pubblicati dalla casa editrice Bottega Errante.

L’ultima opera narrativa recentemente pubblicata dalla scrittrice è Nije o tome riječ (“Le cose di cui non parliamo”, 2026), disponibile in Italia nella collana Estensioni di Bottega Errante con la traduzione di Elvira Mujčić.

Link al libro: https://www.bottegaerranteedizioni.it/le-cose-di-cui-non-parliamo/


Le cose di cui non parliamo costituisce un’antologia di racconti legati l’un l’altro dal fil rouge tematico della malattia: in ciascun racconto viene esplorato come questione, introducendosi nel contesto quotidiano, stravolga e metta in discussioni i punti saldi che avevano guidato le protagoniste fino a quel momento.

La sfera tematica presente in questa raccolta presenta dei punti di contatto con la precedente opera La donna invisibile. In alcune sezioni della precedente antologia era possibile individuare un rapporto stretto di causa-effetto tra la vecchiaia e la malattia e come tale rapporto influisse conseguentemente nel graduale processo di auto-estraneamento dell’essere umano dalla realtà: il lento processo di invecchiamento esponeva i corpi delle donne protagoniste dei racconti ai malesseri sia di natura fisica che mentale (ad esempio tumori, malattie degenerative come la demenza senile o l’Alzheimer). Tale processo risultava tanto inevitabile quanto ripudiato dalla frenetica società contemporanea. In una quotidianità vissuta di corsa e assoggettata alle regole del modello economico tardo-capitalista più sfrenato, non c’era niente di più spaventoso di un corpo soggetto alla vecchiaia e – conseguentemente – alla sofferenza. Le protagoniste femminili in La donna invisibile si ritrovano gradualmente relegate in una situazione di isolamento e di incomunicabilità, i loro corpi diventano dei veri e propri tabù viventi. Le persone care che circondano queste donne faticano a rapportarsi con le madri, le mogli e le amiche, non riuscendo a connettersi con loro e finendo per allontanarsi sia a livello fisico che emotivo.

Basandosi sulle posizioni precedenti, non sarebbe errato considerare Le cose di cui non parliamo come un’evoluzione quasi naturale del discorso narrativo introdotto da Drakulic in La donna invisibile. Tuttavia, nell’ultima antologia la scrittrice alza l’asticella, approfondendo sempre con il suo stile crudo ed essenziale temi a lei da sempre cari (come il conflitto e trauma generazionale tra madri e figlie, la solitudine e l’isolamento) tramite una lente d’osservazione inedita. L’esperienza della malattia viene percepita maggiormente come condizione universale, in quanto può manifestarsi in qualsiasi fascia d’età e in qualsiasi forme. Ciò permette all’autrice di narrare le diverse dinamiche relazionali che si sviluppano quando il corpo di una persona inizia a non funzionare e ad ammalarsi. Nel primo racconto – “La paura della bambina di entrare in mare” – viene narrato il complicato rapporto tra la madre e la figlia, reso tale dall’incapacità da parte della prima di riconoscere i primi segnali di miopia nella bambina e dall’impossibilità da parte dell’ultima nel raccontare la situazione di disagio.

Se sapesse spiegare cosa prova, direbbe alla mamma che d’un tratto la vista s’annebbia e lei smarrisce le bande bianche dei sandali e i sassolini sul fondo. Immobile nell’acqua che le arriva alla vita, non è più sulla terraferma, ma nemmeno nuota nel mare, è da qualche parte in mezzo.” (p. 8)

La miopia alimenta le difficoltà di comunicazione tra le due parti: la figlia si sente goffa e insicura a causa della sua vista limitata, mentre la madre non si accorge del problema finché non la fa visitare dal dottore su suggerimento di una conoscente insospettita dall’espressione costantemente corrucciata della bimba. La condizione di salute vissute da bambina andranno a delineare anche i rapporti che la stessa figlia instaurerà con la sua stessa prole. In uno strano gioco del destino, la donna – ormai diventata madre a sua volta – si accorge con stupore che anche la sua bambina soffriva di miopia da piccola, in quanto riconosce nelle vecchie foto d’infanzia le stesse espressioni smarrite e confuse, come se fosse arrabbiata o stupita” (p. 16). Nell’esempio precedentemente esposto, la malattia appare come principale causa della situazione di incomunicabilità esperita dai due personaggi e costituisce la principale causa alla base della reiterazione del ciclo di trauma generazionale tra madre e figlia.

Slavenka Drakulic
*14-11-2016

La malattia non modella solo le relazioni, ma incide anche sulla percezione del tempo. Un esempio lampante è costituito da “Breve note sull’attesa”. In questo racconto, la protagonista è costretta a permanere in ospedale per ultimare dei controlli medici. La stanza d’ospedale – nella quale le giornate trascorrono lente e inesorabili– si trasforma in una vera e propria realtà a sé stante, dove l’attesa “è il primo e fondamentale principio” (p. 21).  In questo piccolo spazio, la narratrice entra in contatto con l’aspetto più crudo e spietato dell’esistenza umana: durante il suo periodo di indigenza, condivide la stanza con una signora in fin di vita. La triste condizione della compagna di stanza colpisce profondamente la protagonista.

Terzo giorno: mentre due delle donne nella stanza hanno la mia età, una mi sembra molto più vecchia di noi, ma è impossibile scoprire se è così. Non posso chiederle nulla. Non è cosciente, anche se di tanto in tanto apre gli occhi e pare che capisca cosa succede intorno a lei, però non parla. È immobile, con il pannolone, la nutrono con la sonda, ha un catetere alla vescica ed è del tutto assente, tranne per il fatto che geme ed emette suoni disarticolati. Non è un pianto, nemmeno un singhiozzo, neppure un grido. Quei rumori non possono essere definiti se non come ‘note del dolore’. Perché il dolore ha una sua lingua propria, del tutto indipendente dalle parole.” (p. 22)

La protagonista riconosce con i suoi stessi occhi come la signora sia stata completamente spogliata della propria autonomia e autoconsapevolezza. L’unico elemento atto a mostrare la sua presenza è il dolore che ella stessa prova ed esprime tramite gemiti e mugugni.

Nonostante l’immagine forte e sconsolante fornita dall’ultimo racconto citato, Drakulić non si limita a proporre una descrizione univoca della malattia. molteplice del ruolo della malattia all’interno della vita umana. Essa non viene associata esclusivamente a situazioni di natura prettamente negativa, bensì rappresenta eventi spartiacque per i personaggi: la malattia aiuta a raggiungere importanti realizzazioni, offre nuovi punti di vista e sprona i personaggi a reinventare la propria vita. Basti prendere come esempio “La neve, così meravigliosamente soffice”, dove la natura ambivalente della malattia appare in maniera chiara: Una residente di una casa di riposo stringe un improbabile legame con una giovane conoscente, l’unica persona che viene a visitarla. La quotidianità dell’anziana signora è scandita dalla solitudine e da un graduale isolamento, dovuto all’avanzare della vecchiaia e delle infermità.

All’epoca aveva più di ottant’anni e viveva nella residenza per anziani da molto tempo; inizialmente, fintanto che era vivo suo marito, in un appartamento con lui. Dopo la sua morte, l’avevano trasferita in una cameretta in cui a stento avevano ficcato un letto, un armadio, un comodino e un tavolo con una sedia. Visite da parte di più persone non erano previste. Però ho il balcone, mi diceva, cercando di nascondere la tristezza per tutto ciò di cui era stata privata col passare degli anni, l’aridità di una vita sospesa e la solitudine che emanava da quello che la circondava da quando era rimasta sola. La realtà intorno a me si sta restringendo, cade e si sfalda strato dopo strato, come se la mia vita fosse una cipolla, diceva.” (p. 41)

Tuttavia, questa condizione le permette di guardare al passato e venire a patti con i veri sentimenti che provava nei confronti del marito Boris, verso il quale l’amore era scemato con il passare degli anni. Ella confessa alla sua visitatrice che, durante i mesi prima della morte del coniuge, si innamorò di Filip (amico di vecchia data che l’aveva supportata durante il peggioramento della salute fisica di Boris). L’iniziale senso di colpa e di vergogna provati dalla donna in seguito al primo bacio lasciarono man mano spazio alla passione e al desiderio.

Entrambi eravamo sorpresi dall’irruzione del mio desiderio, ma non potevamo più tornare indietro. No, non era un innamoramento, anche se ti ho detto che mi ero innamorata, perché si dice così, bensì era un’attrazione fisica che non potevo gestire in nessun modo se non arrendendomi.” (p. 46)

Il nuovo soggiorno presso la casa di riposo le permette di fare un resoconto della propria vita, aprendosi e confidandosi liberamente, senza più alcuna remora.

Oltre all’inconfondibile stile diretto e tagliente dell’autrice, il grande pregio di questa raccolta consiste nello sfruttamento del nucleo tematico della malattia quasi come espediente narrativo per ritrarre la natura multisfaccettata dell’esistenza: è attraverso i momenti di sofferenza fisica, mentale ed emotiva che l’essenza umana emerge in tutta la sua complessità, includendone sia le bellezze che le brutture ed escludendo qualsiasi forma di edulcorazione. In Le cose di cui non parliamo l’obiettivo è ben chiaro, ossia raccontare ciò di cui non si osa parlare ancora oggi.

 

Apparato iconografico:

Immagine 2 e di copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Slavenka_Drakuli%C4%87_(2016).jpg