La letteratura come memoria e salvezza: “Una giornata a passo leggero” di Jelena Lengold

Federica Florio

Tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo chiesti quale fosse la funzione della letteratura, il suo scopo. Per quale motivo qualcuno decide di scrivere, di lasciare le proprie parole nero su bianco alla mercé di un pubblico che nemmeno conosce? Qual è il vero ruolo di uno scrittore? È un visionario, un cantastorie o nessuno dei due?

In tanti hanno provato a rispondere a questi quesiti. Questa volta, è il turno di Jelena Lengold con Una giornata a passo leggero (“Lakonogi dan”), il suo terzo romanzo. Pubblicato in Serbia nel 2022, è stato tradotto da Elisa Copetti per Voland Edizioni e ha visto la luce nelle librerie italiane lo scorso febbraio.

Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862436236


Se ne La resa, edito sempre da Voland nel 2022, Lengold aveva scelto come protagonista una donna capace di rappresentare i tre atti della vita umana, in Una giornata a passo leggero il personaggio principale, nonché narratore, è un uomo di mezza età, Isidor Kraus. Il romanzo si dipana a partire dalla sua casa di famiglia, dove fino a poco prima viveva con il padre anziano affetto da demenza senile. È uno scrittore di successo, e la stesura del suo nuovo romanzo occupa le sue giornate, tutte pressoché uguali… almeno fino a quando non riceve una e-mail da Marko, ribattezzato “il minuscolista”: uno sconosciuto che si presenta a Isidor come un suo grande ammiratore e che, tramite messaggi stranamente singolari, riesce a catturarne l’attenzione. Quando Marko cita la propria madre, Irma, sostenendo che in passato lei e Isidor si conoscessero, la mente dello scrittore si imbarca in un viaggio nei ricordi che lo riportano all’estate dei suoi diciotto anni, al lutto per la morte improvvisa della madre e all’incontro con la donna, fino alla sua scomparsa improvvisa e incomprensibile. Dal quartiere di Belgrado, il lettore segue le memorie di Isidor prima in Italia, poi in Austria, fino ad attraversare l’Europa centrale e il Mare del Nord, approdando in Norvegia. Un viaggio che, per un ragazzo degli anni Ottanta, non è che un’avventura alla ricerca di se stesso.

La struttura dell’opera risulta subito complessa: mano a mano che i ricordi del protagonista si intrecciano alla vita quotidiana a Belgrado, il lettore comprende che l’ultimo romanzo che Isidor ha pubblicato si intitola proprio Una giornata a passo leggero e che esso non è che la rievocazione del proprio rapporto con Irma. Si crea così una struttura circolare, un’opera dentro un’opera, in cui i flashback e la vita attuale si mischiano e si accavallano, ed è proprio grazie a questo continuo alternarsi che si delinea l’identità del protagonista.

Scandagliando il proprio passato, Isidor rivive il trauma della morte della madre, la conseguente trasformazione del padre in un uomo logorato dal lutto e incapace di agire, la necessità di dover prendere in mano a diciotto anni le redini della propria vita – necessità che lo costringerà a crescere molto velocemente, ma che al tempo stesso non lo renderà mai pienamente adulto.  Il rapporto con i genitori è una delle colonne portanti del romanzo. Lengold riflette a lungo sul fatto che spesso i figli ignorino le vere identità di coloro che li crescono e non sentano il bisogno di conoscerli davvero:

Noi non conosciamo i nostri genitori. Soprattutto perché siamo troppo concentrati sulla nostra giovinezza e dopo sulla nostra vita, e tutto ciò che li riguarda ci sembra scontato. Non abbiamo il benché minimo desiderio di approfondire chi siano veramente. E poi, anche loro ci nascondono molto. Ci sono aspetti che credono debbano restare segreti. Non so chi proteggano esattamente in quel modo, se loro stessi da noi o il contrario.” (pp. 92-93)

Isidor manifesta una certa sofferenza al riguardo: il desiderio di conoscere davvero suo padre, con il quale ha vissuto gran parte della sua vita adulta, divampa soprattutto quando quest’ultimo non è più in grado di soddisfare la sua curiosità.


Se le due versioni di Isidor, il disilluso scrittore di mezz’età e il giovane diciottenne, guidano il lettore tra presente e passato, la forza motrice del romanzo sono le donne che egli incontra. Non solo Irma, la donna di cui si era innamorato poco dopo la morte della madre, ma anche la giovane giornalista Maja, l’amica Olga, sua sostenitrice e confidente, Beatrice e Trine, che per lui rimarranno sempre legate a quel lungo viaggio dall’Italia alla Norvegia. Il ruolo delle donne è di fondamentale rilevanza, così come accade nel romanzo La resa. Allo stesso modo, anche il lutto si rivela strumento perfetto per analizzare e affrontare i traumi del passato. Per fronteggiare i suoi fantasmi, Isidor trova sollievo nell’arte, in particolare nella musica e nella scrittura. La musica è una forza estraniante, che lo rapisce e lo allontana dal mondo reale; è una forza onnipresente, che accompagna il romanzo come una vera e propria colonna sonora, cambiando assieme al protagonista e assumendo importanza nei momenti di svolta e di crescita personale. La scrittura, invece, riordina e purifica, attraversa la vita di Isidor e la plasma. In questo modo, egli diventa sia artista che opera d’arte: crea un’immagine pubblica di se stesso che possa nascondere la sua vera identità da occhi esterni. La letteratura diviene un’ancora di salvezza e accompagna il protagonista – o forse, a questo punto, Lengold stessa – in un percorso di introspezione e di guarigione. Il processo creativo viene raccontato con lucidità e, paradossalmente, con profonda tenerezza:

Le nostre notti noiose, le nostre passeggiate solitarie, i nostri incontri e i nostri addii così banali, tutto improvvisamente sembra importante e singolare. Ecco perché, tra l’altro, la letteratura è una cosa buona. Fa sì che le vite ordinarie, assolutamente insignificanti per la natura, sembrino qualcosa di speciale. Soltanto l’amore e l’arte sanno ingannarvi a questo modo. Nient’altro.” (p. 158 )

Nonostante il contributo dell’arte nel processo di riscoperta e analisi del proprio Io, per il protagonista l’esatta ricostruzione del proprio vissuto e della propria identità rimane un’illusione. È impossibile rimanere integri e fedeli a se stessi, perché il nostro essere viene costantemente influenzato da coloro che intersecano il nostro percorso di vita. La visione di Isidor è piuttosto negativa, e le sue parole sottolineano una certa avversione, nonché una visione pessimista e negativa dei rapporti umani e del modo in cui essi, in qualche modo, possano danneggiarci:

A una certa età, tutti noi, volenti o nolenti, diventiamo una discarica di altrui storie umane. Esse conducono una vita propria dentro di noi […]. A causa loro, a causa di tutte quelle storie, non possiamo più vivere in modo puro, ingenuo e spensierato. […] Quelle storie hanno inquinato ogni cosa in maniera irreversibile […].” (p. 19)

La profondità e la schiettezza con cui Lengold riesce a scandagliare il carattere e i pensieri del suo protagonista la rendono una delle voci narranti più importanti della sua generazione. Alla fine della lettura del romanzo, il lettore ha l’impressione di aver chiacchierato a lungo con un amico di vecchia data, di averne conosciuto gli aspetti più reconditi e intimi. Con uno stile pulito, lineare ed elegante, Lengold riesce a riempire le sue pagine di una struggente malinconia, senza però esagerare. La trattazione di temi quali il lutto e la perdita di una persona amata non tocca mai il pietismo, anzi, culla il lettore con delicatezza e sensibilità, ricordandoci che la vita è inafferrabile e che proprio questa sua sfuggente natura la rende davvero significativa.

 

Apparato iconografico:

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