Un’intervista a Vera Gheno, traduttrice brutalista

Intervista di Richárd Janczer

Vera Gheno (1975), sociolinguista e traduttrice dall’ungherese, è oggi una delle voci più note e discusse della linguistica italiana. Dal 2018, dopo aver collaborato per 19 anni con l’Accademia della Crusca, lavora per Zanichelli. È inoltre docente all’Università degli Studi di Firenze.

Nel 2016 ha pubblicato il suo primo libro, per i tipi di Franco Cesati Editore, Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi), seguito poi da altri cinque contributi alla sociolinguista, o linguistica tout court, nell’arco dei tre anni successivi: Social-linguistica (Franco Cesati Editore, 2017), assieme a Bruno Mastroianni Tienilo acceso (Longanesi, 2018),

Potere alle parole (Einaudi, 2019), La tesi di laurea (Zanichelli, 2019), Prima l’italiano (Newton Compton Editori, 2019).

Le opere di Gheno godono oggi di un discreto successo, grazie anche a una coinvolgente esposizione dei contenuti che propone, che diventano così facilmente fruibili, e al carisma magnetico con cui li comunica, sia attraverso le pagine dei suoi testi che su piattaforme social o multimediali (TED, televisione, radio ecc.). È oggi al centro di un ampio dibattito attorno al suo ultimo libro, Femminili singolari (effequ, 2019), alimentato ogni giorno da nuovi interventi e contributi (non sempre cordiali o scientificamente motivati).

Con questa intervista vogliamo riportare all’attenzione l’importante apporto che ha dato alla letteratura ungherese, attraverso le sue traduzioni, di cui riportiamo solo i titoli più significativi: Tentazione di Székely János (Adelphi, 2009), Settembre 1972 di Oravecz Imre (Anfora, 2004; 2019), Chiodi di Kristóf Ágota (Casagrande, 2018) e cinque opere di Szabó Magda, tutte pubblicate da Edizioni Anfora: Affresco, Per Elisa, Lolò, il principe delle fate (uscito il 2 dicembre in una bellissima nuova veste grafica e recensito da Andergraund: https://www.andergraundrivista.com/2020/11/18/lolo-o-linsostenibile-pesantezza-di-essere-una-fata/), Il momento (Creusaide) e Abigail.

Vera Gheno, che ringrazio per la cordialità, già dimostrata nei molti consigli forniti durante le mie traduzioni per Anfora, si è resa disponibile per un’intervista via Zoom, domenica 1 novembre.


Vera forse non tutti sanno che sei nata a Gyöngyös, in Ungheria, e che sei per metà ungherese. Come molti bilingui, hai mai sognato la tua vita oltralpe, quella vita parallela che sempre attira verso di sé ma che rimane sempre preclusa?

No, francamente no. Per vari motivi sono una persona che pensa molto al futuro ma non tende moltissimo a pensare al passato, nel bene e nel male, per cui commetto anche ciclicamente gli stessi errori.

Mi mancano moltissimo le estati in Ungheria, con i nonni, con mia cugina, che ovviamente vedo poco adesso. Quando ero piccolina, i miei mi portavano in Ungheria alla fine della scuola e rimanevo lì per tutte le vacanze, per cui c’era quella dimensione parallela di quei due mesi e mezzo, quasi tre, in cui cambiava tutto, le abitudini, gli orari, era una full immersion. I miei genitori ogni tanto stavano anche loro a Gyöngyös ma fondamentalmente vivevo in simbiosi con i nonni e mia cugina, che è sua volta figlia unica e quindi siamo un po’ cresciute come sorelle. Non sono mai arrivata al “cosa sarebbe successo se”, non ho questi momenti “sliding doors”. Le mie radici ungheresi sono qualcosa di molto profondo, non del tutto cosciente; non mi sento del tutto ungherese quando sono in Ungheria però c’è un legame molto intimo, molto “carne e sangue”. Tutte le volte che ci vado, vedo come belle delle cose che per uno che sarebbe turista non lo sarebbero, come l’odore delle stufe a carbone in inverno. In un certo senso è casa.

 

Come penso che nessun ungherese direbbe “che bella l’architettura brutalista!”

Io invece sono un’amante del brutalismo, mi sono anche comprata il calendario brutalista per il 2021, davvero! È della “Brutalism Appreciation Society”, che io seguo su Facebook. Un paio d’anni fa, per la Settimana della lingua italiana nel mondo, sono stata a Skopje, e lì i locali lo odiano, il brutalismo, per cui le autorità hanno coperto diversi edifici brutalisti con colonnati neoclassici e ai locali è piaciuto, ma erano belli già prima, con tutto quel cemento a vista.

 

Sei cresciuta con una madre ungherese e un padre italiano, Danilo Gheno, docente universitario che ha formato generazioni di studenti di ungherese con i suoi interventi filologici -e non solo: in che modo i tuoi genitori ti hanno aiutata ad essere la traduttrice e sociolinguista che sei oggi?

Io ho avuto la classica adolescenza tormentata, volevo fare tutto fuorché quello che faceva mio papà, ma anche mia mamma, è un po’ “del settore”, laureata com’è in italiano. I miei spesso dissertavano di argomenti linguistici e io all’epoca non li sopportavo, mentre la matematica, l’analisi, la geometria analitica mi affascinavano. Di conseguenza mi sono prima iscritta a ingegneria, poi effettivamente la mia inclinazione non andava in quella direzione lì, quindi sono tornata sui miei passi e mi sono iscritta a Lettere. Devo riconoscere loro che mi hanno sempre lasciata libera di scegliere e di sbagliare e, adesso che sono genitrice a mia volta, capisco quant’è difficile fare un passo indietro e permettere ai figli di sbagliare, cioè di correre a tutta velocità contro un muro di cemento. A volte deve succedere, non puoi preservarli.

 

Una domanda che interesserà molto le/i giovani aspiranti traduttrici/ori: com’è iniziata la tua attività di traduttrice?

Mio padre mi disse un giorno “guarda, mi hanno chiesto di indicare qualcuno per tradurre una fiaba/un fantasy dall’ungherese, perché non provi tu?” Io non mi ero mai occupata di traduzione, cioè non ho mai studiato traduttologia, e mi stupì che mio padre avesse avuto questo moto di fiducia nei miei confronti. Mi fece quindi assegnare questo lavoro, che era Il mago maldestro di Pál Békés (Anfora, 2003) ed effettivamente è stata una prova interessante e mi sono divertita tanto, il “prodotto” poi è piaciuto. Ed è da lì che è iniziata la mia collaborazione con Anfora.

Non ho mai investito sulla traduzione, nel senso di farmi conoscere, non ho mai fatto podcast al riguardo o cose simili, la vita mi ha sempre portato a concentrarmi di più sulla sociolinguistica; non faccio parte di quella gilda di traduttori o traduttrici dall’ungherese che le case editrici chiamano, sono più una riserva, una panchinara. In generale, siccome non vivo di quello, ho il grande lusso di poter scegliere con chi lavorare in questo momento e allora preferisco fare piccole cose artigianali con Edizioni Anfora che non infilarmi in una grande casa editrice che ha delle dinamiche più difficili da seguire.

 

La traduzione come ha cambiato il tuo modo di vedere il mondo? Ti ha aiutata nello sviluppo delle tue riflessioni sociolinguistiche?

Quando ho iniziato a tradurre dall’ungherese, ho applicato delle competenze traduttive che avevo già, sia con le lingue antiche – ho fatto il classico – sia con l’inglese. Ho anche vissuto in Finlandia tre anni. Questi salti fra le lingue fanno parte da sempre della mia vita. La cosa interessante è che non avevo mai pensato di farne un mestiere, cioè per me era normale interagire in un contesto in cui le persone mediamente parlavano tre lingue diverse. Quando ero a Turku, nel mio milieu parlavano o italiano o finnico o svedese, ed era normale; lo svedese non lo conosco, ma lo ascoltavo; sono sempre cresciuta in un contesto in cui le altre lingue erano normali, per cui al di là del farne una tecnica, e quindi calarmi in un testo e sentire come renderlo, credo di aver avuto una sorta di hardwiring, di programmazione celebrale, sulle relazioni fra le lingue. Dopodiché, quando mi sono seduta per la prima volta davanti a un testo per tradurlo, mi sono resa conto di conoscere l’ungherese molto meglio di quanto non pensassi. Non credo che abbia cambiato il mio lavoro di sociolinguista, direi piuttosto che la riflessione metalinguistica e quella traduttologica hanno beneficiato l’una dell’altra. La prospettiva monolingue però per me è sempre stata molto riduttiva, quindi ho provato a mantenere sempre una prospettiva plurilingue, anche nei miei lavori di sociolinguista.

Quali sono le principali difficoltà di una traduzione da una lingua così diversa dall’italiano come quella ungherese?

Quelle lessicali, cioè quando tu capisci una parola, ma non ti viene in mente il traducente, che è diverso dal non capire una parola. La fatica maggiore della traduzione, per me, non è rendere la struttura frasale, perché ho un’impostazione in questo molto matematica, cioè scindo quello che sto traducendo in pezzi comprensibili, finché non arrivo a un “mattoncino” che riesco a comprendere, poi riparto da lì. Penso che l’analisi matematica a ingegneria mi abbia aiutato per in questo: non c’è mai un problema così grande che non si possa affrontare spezzettandolo, questo è il suo insegnamento. Non c’è nulla di insormontabile, qualcuno quel testo l’ha scritto, gli ha dato di un senso, quindi ho sempre tradotto con moltissima pace interiore; non è una questione di bravura o di competenza, ma di metodo. Si deve semplicemente entrare nel testo, cercare di intercettare quale possa essere il senso voluto dall’autore.

 

Con Szabó Magda penso che l’operazione ti sia riuscita in pieno. In un’intervista del 2017, con la professoressa Cinzia Franchi (http://www.insulaeuropea.eu/2017/10/12/cinzia-franchi-intervista-vera-gheno/), hai detto di averla tradotta aggiungendo un pezzettino di te, che tradurre è anche la sfida di “diventare” chi si traduce. Secondo te, quanto un lavoro di traduzione può o deve emanciparsi dalla versione originale?

Magda Szabó poi ha una lingua molto ricca e anche molto mobile fra passato e presente. Se penso ai libri che ho tradotto, uno dei problemi – ma in questo internet aiuta – è quando hai a che fare con parole di contesti particolari che nel dizionario non ci sono.

Il problema maggiore è mantenere la precisione semantica al massimo, senza farlo diventare un testo del National Geographic, cioè senza corrompere la natura narrativa del testo facendone un testo folkloristico-etnografico, cercando quell’equilibrio che è anche il segreto della divulgazione: uno sforzo traduttivo tra concetti complessi e il tentativo di farlo capire a persone che non hanno una competenza specifica.

Il problema che vedo in tanti traduttori, non ho in mente nessuno di preciso, è che molti ancora tendono a concepire la traduzione come performativa, “guarda quanto so’ bravə a trovare quella parola…!”, ossia trovare soluzioni complicate a problemi semplici. Essere traduttori vuol dire essere un setaccio che trattiene il meno possibile, non riscrivere un testo per delle velleità scrittorie oppure semplificare perché “i poveri italiani non capirebbero”. Quando tu leggi, fai comunque uno sforzo attivo, per cui per esempio sono rigidissima nella lunghezza delle frasi, nella punteggiatura. Se trovo una frase da 25 righe lascio una frase da 25 righe, casomai ci metto dei punti e virgola però non stravolgo la punteggiatura, perché secondo me tradurre vuol dire essere anche molto rispettosi del testo di partenza.

 

Per fortuna hai mantenuto intatte le frasi-pagina di Oravecz Imre, autore di Settembre 1972, libro che ha riscosso molto successo l’anno scorso.
Lungo la tua carriera hai tradotto molti libri dall’ungherese, ce n’è una alla quale sei particolarmente legata?

Difficile… [Ride] perché secondo me è sempre l’ultima, cioè ci sono quelle che ho odiato, ce ne sono alcune ma non lo dirò, – ogni scarrafone è bello a mamma sua. In generale a me piace molto Magda Szabó, se dovessi tradurre la lista della spesa di Magda Szabó sarei felice lo stesso. Dovendo scegliere direi forse Creusaide, cioè Il momento (Anfora), perché anzi, ora che ho una nuova coscienza femminista, è un testo sul quale vorrei tornare, lo rivedrei anche con occhi diversi ma tradurlo è stato un piacere, lo stesso che Szabó deve aver provato a scriverlo. A pari merito forse, le poesie di Ágota Kristóf, poche parole e poi dietro c’è un mondo, e nel momento in cui tu becchi il filo rosso della poesia puoi fare veramente qualcosa di figo. Per tradurre serve anche essere in linea col tema. E poi Tentazione, perché non è neanche ungherese, è un feuilleton americano dalle tinte forti, con un po’ di erotismo. Tre lavori completamente diversi: la grande voce, applicata però alla Grecia antica, l’ungherese emigrata che ripesca la lingua madre dai ricordi, dato che Kristóf aveva perso le poesie quand’era scappata dall’Ungheria e le riscrisse quando già viveva da 20-30 anni in Svizzera, per cui il suo è un “broken Hungarian” in cui mi sono ritrovata molto; e se ci pensi nemmeno Székely ha scritto il suo romanzo da ungherese in Ungheria. Il trait d’union è che sono tre ungheresi che scrivono o stando all’estero o di qualcosa che non è del tutto ungherese: sono tutti e tre un po’ borderline.

 

Prima di salutarci, vorrei farti una domanda per Andergraund. Che consiglio senti di darci per diffondere culture di nicchia, tanto belle quanto, perdonami il gergale, “snobbate”?

Sono una frana a dare consigli ma una cosa interessante, secondo me, potrebbe essere far vedere quanto è pop quest’area; cioè normalmente le culture dell’Europa centro-orientale sono viste in una prospettiva sempre un po’ cupa, “noi risentiamo del comunismo”, alle prese con questi cascami dell’impero sovietico. Potrebbe essere interessante far vedere che la cultura giovanile c’è di là come c’era di qua, per esempio i writer, i graffitari, far vedere che anche gli edifici popolari, i panelház, sono cultura. Bisognerebbe rendere meno seria la percezione della cultura del centro-Europa, perché altrimenti ci sono solo tutti questi scrittori che rielaborano il dramma della Shoah, dell’Olocausto, dell’Unione sovietica, della cultura sovietica, della militarizzazione e dell’ateismo… però c’erano anche i cazzoni, bisogna rivalutare il “cazzonesimo”. Che cosa sappiamo del clubbing dei ragazzi ungheresi, della vita underground di Praga o del fatto che negli anni ’80 i ragazzi si drogassero con la colla? È tragico però è il segnale che anche al di là della cortina di ferro i giovani avevano vite simili. I ragazzi si drogavano, scopavano, andavano ai concerti esattamente come di qua e non è che siamo cresciuti in una sorta di üvegbúra [campana di vetro]. C’erano le versioni rivisitate delle canzonette (Kisdobos e Úttörő), esattamente come noi prendiamo in giro l’inno nazionale. Bisognerebbe far emergere di più la cultura pop. Un’altra cosa interessante da fare sarebbe, ok il gulyás, il paprikás… ma i ragazzi fuorisede cosa mangiano? Mica fanno il gulyás! Potrebbe essere un’inchiesta interessante o anche vedere le contaminazioni, come la pizza con la panna acida, i broccoli e il pollo, che può stomacare le orecchie italiane però è buona. Il cibo poi è una lingua universale.

 

Alla faccia del non riuscire a dare ottimi consigli!

Ho pensato a cosa piacerebbe a me.

[Segue una discussione sulla musica pop e sulla dark wave ungheresi. Vera Gheno consiglia di ascoltare i “Beatles ungheresi”, gli Illés, e i “Depeche Mode ungheresi”, i Bonanza Banzai con la loro “Induljon a Banzáj” (https://www.youtube.com/watch?v=QeCjLl7jtfY) per il ritornello “Hát induljon a banzáj/Essen szét a ház” (Cominci dunque la festa/cada a pezzi la casa!)]

1 novembre 2020

 

L’intervista contiene una seconda parte, con una maggiore attenzione all’aspetto sociolinguistico e femminista del suo lavoro, al seguente link: https://richardjanczer.wordpress.com/2020/12/08/intervista-a-vera-gheno-sociolinguista-brutalista/

 

Apparato iconografico:
Immagine in evidenza: collage di due schermate catturate durante l’intervista.
1. Panelház a Gyöngyös, 1974
https://en.wikipedia.org/wiki/File:Gy%C3%B6ngy%C3%B6s_1974.jpg

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