Lo spazio della metropoli come caos creativo: la Berlino “fin de siècle” vista dagli occhi di Stanisław Przybyszewski

Viviana Santovito

Abstract:

The Space of the Metropolis as Creative Chaos: “Fin-de-siècle” Berlin Seen through the Eyes of Stanisław Przybyszewski

This essay examines the relationship between Stanisław Przybyszewski and fin-de-siècle Berlin, drawing on his autobiographical work Memories of Literary Berlin (Erinnerungen an das literarische Berlin”). The Polish author is a valuable and extraordinary witness to a very brief yet fruitful and vibrant phase of German-language literature. He has left behind a valuable source not only for understanding the interpersonal relationships that bound the young artists of the period, but also for grasping the lives of writers in the great modern metropolis, an experience described by Marshall Berman in his All That Is Solid Melts in the Air: The Experience of Modernity, an essay used here as a theoretical framework. Ultimately, the real star of the story is the Prussian capital itself, with all its difficulties and problems, but also its immense creativity.


“Ti ricordi, amico mio?” Una frase, questa, detta più e più volte da coloro che hanno oltrepassato una certa soglia d’età e rivolgono indietro lo sguardo, con un misto di nostalgia ed imbarazzo, pensando ai tempi che furono. La mente va verso le feste, le bevute, ma anche gli amori, i pianti e gli incontri improbabili concordati all’ultimo momento. Spesso, poi, il ricordo è legato ad una città: quella degli studi, o dell’Erasmus, nel mondo contemporaneo. Allora le immagini mentali si fondono ai dedali di strade, ma anche alle case più o meno fatiscenti dei fuorisede, agli interni squattrinati ed in perenne soqquadro, ma anche ai nomi dei bar e dei caffè, punti di ritrovo di tante serate che avrebbero fatto la storia. Certo, quasi sempre si tratta di storia individuale, relegata alle gesta tramandate nella ristretta cerchia di amici e nulla più. Ma per qualcuno, quegli aneddoti sono la testimonianza di un mondo che cambia ed entra, veramente, negli annali, se non di storia, quantomeno di storia della letteratura.

Il protagonista di questo articolo è un nome difficile da approcciare, in tutti i sensi: nato nella Polonia spartita dell’Ottocento, cresciuto con un’educazione germanofona, chiamato “il russo” dal genio tormentato August Strindberg nel suo capolavoro Inferno (“Inferno”, 1897), questo autore, dalla personalità poliedrica, controversa, egocentrica ed autoreferenziale all’estremo, non si lascia definire, ma nemmeno nominare, con facilità. Stanisław Przybyszewski è stato grande protagonista di quella fase, brevissima ma vivacissima, della storia culturale della Berlino fin de siècle, del quale ha lasciato un memoriale nel suo volume dal titolo, in polacco, che recita così: Moi współcześni – Wśród obcych (“I miei contemporanei – Tra gli stranieri”), pubblicato nel 1926. Per quest’articolo, però, è stata scelta la versione in traduzione tedesca a cura di Klaus Staemmler pubblicata nel 1965 per l’editore Winkler di Monaco col titolo di Erinnerungen an das literarische Berlin (“Ricordi della Berlino letteraria), con un’introduzione di Willy Haas.

È difficile definire l’opera lasciataci come memoriale da Stanisław Przybyszewski: autobiografia, autodifesa o agiografia? Nonostante il titolo in traduzione focalizzi la parte più interessante, quantomeno per un pubblico germanofono ed interessato alla Fin de siècle, il libro comincia dall’infanzia dell’autore. Il lettore ne osserva la nascita e crescita in quella Polonia che politicamente non esiste più (Przybyszewski nasce il 7 maggio 1868 a Łojewo), ma che persiste nella resistenza linguistica e culturale alla dominante Prussia. Il giovane Stanisław si confronta con le differenze etniche tra polacchi e tedeschi, con gli studi e con la morte, sulla quale comincerà precocemente a riflettere. In ogni caso, porta avanti i suoi studi e decide di dedicarsi all’architettura, approdando per tale motivo a Berlino nel 1889.

L’arrivo nella capitale tedesca dà il via a degli anni pieni di avventure, esperienze ma anche tribolazioni e stratagemmi: pur appassionandosi alla materia, lo studente polacco perde subito interesse, migrando dopo un anno di studi verso la medicina. L’aspirante medico, tuttavia, si dimostrerà più interessato alla letteratura e all’attivismo politico. Przybyszewski si barcamena tra un lavoretto e l’altro, arrivando addirittura a lavorare, oggi si direbbe, come ghost writer per un’agenzia illegale che vendeva tesi universitarie già pronte a studenti pigri e facoltosi. Contemporaneamente collabora con il giornale Gazeta Robotnicza, organo di stampa in lingua polacca vicino alla SPD, fondato nel 1891 ed incentrato sulle questioni del proletariato slavo nei territori prussiani, schierandosi per la difesa dei diritti dei lavoratori polacchi, azione a causa della quale verrà espulso dall’università nel 1893. Soprattutto, il ribelle polacco comincia a farsi un nome tra la giovane schiera di letterati di Berlino, nella quale, col passare del tempo, la sua presenza diventerà sempre più irrinunciabile.

L’occasione fornita da Przybyszewski con il suo volume è ghiotta per chi si occupa di sociologia della letteratura, ma non solo: nella parte centrale della sua opera, il lettore è calato in quei circoli, in quelle stanze misere dove il pane manca ma l’alcol scorre a fiumi. Quella che viene colta con gli occhi del giovane polacco è la nascita dell’avanguardia letteraria berlinese in un nuovo spazio geografico e culturale. Attraverso di lui, si è testimoni privilegiati di quei discorsi, ma anche di quegli aneddoti che hanno legato, ma anche disunito, una generazione letteraria intera all’interno di uno spazio cittadino nuovo. Stanisław stesso presenta i nomi appartenenti a tale gruppo: Ola Hansson, lo svedese che, insieme a Georg Brandes, ha fatto scoprire Nietzsche ai tedeschi e che a Friedrichshagen aveva trovato una casa disposta ad accoglierlo dopo essere stato, di fatto, cacciato via dalla Svezia; sua moglie Laura Marholm, tedesca del Baltico, traduttrice, critica letteraria e madre, insieme a Lou Andreas Salomé ed Ellen Key, del femminismo della differenza; i fratelli Heinrich e Julius Hart, coloro che avevano portato il Naturalismo a Berlino tramite il loro giornale Kritische Waffengänge. E ancora, Arno Holz e Johannes Schlaf, altri protagonisti della scena naturalista berlinese; John Henry Mackay, intellettuale anarchico e primo biografo di Max Stirner; Hermann Bahr, critico letterario austriaco che porterà a Vienna il pensiero di Ola Hansson; infine, ultimi ma non meno importanti, soprattutto dal punto di vista biografico, lo scrittore svedese August Strindberg e i due norvegesi, Dagny Juel, che diventerà la moglie di Przybyszewski, ed il grande pittore Edvard Munch, che sarà coinvolto in un triangolo amoroso proprio con la coppia che ispirò il quadro Sjalusi (“Gelosia”, 1895).

La testimonianza di Przybyszewski mette in luce la complessità del mondo culturale berlinese del tempo, un contesto vivo e stimolante, uno spazio dove la caoticità della metropoli e la razionalizzazione del mondo industriale si incontrano e scontrano, dando origine a fenomeni complementari e dissonanti al tempo stesso, dove i palazzi della nobiltà prussiana convivono con le stamberghe degli operai e degli studenti, spesso slavi, e dove tram, carrozze e, di lì a poco, le prime automobili si contendono la strada, rubando spazio al cittadino alienato così nella figura, sacrificabile sull’altare della velocità urbana, del pedone. Non bisogna dimenticare, infatti, che il protagonista di questa storia si muove nella Berlino guglielmina, in una Prussia contesa tra i movimenti operai, il populismo völkisch, l’alta cultura ostaggio dei Bildungsphilister (“Filistei della cultura”) di nietzschiana memoria e la cappa dell’ipernazionalismo prussiano aleggiante sugli usi e costumi del tempo. In questo contesto, i nuovi movimenti letterari, che stanno scuotendo già da vent’anni la Francia e la Scandinavia, faticano ad emergere. Non a caso, il Naturalismo arriverà quando a Parigi si sta già sperimentando con le dimensioni altre della psiche e del simbolo. Przybyszewski capita proprio in un momento nel quale la Berlino alternativa diventa terreno di contesa e scontro tra chi introduce, con estremo ritardo, i modelli di Zola ed il primo Ibsen dei drammi borghesi e chi, invece, vede già oltre e parla di intuizione, misticismo ed inconscio.

Przybyszewski sceglie bene da che parte stare. L’autore entra nella cerchia che si riunisce in un punto ben preciso: Friedrichshagen, al tempo sobborgo pittoresco, oggi quartiere inglobato nella metropoli tedesca. L’autore polacco descrive questa zona come una colonia artistica, un luogo dove diversi letterati e creativi hanno trovato una casa dove risiedere, lontani dalla confusione (e dagli affitti alti) della grande città. Qui ci si riunisce e si discute di letteratura e politica soprattutto a casa di Ola Hansson e Laura Marholm, grandi animatori culturali del periodo e fautori del superamento del Naturalismo, come Hermann Bahr definirà questo movimento. Memorabili le serate durante le quali Przybyszewski, inebriato da una buona dose di alcol in corpo, dava spettacolo interpretando, malamente ma con una certa verve da artista bello e dannato, pezzi del povero conterraneo Chopin, andando ad alimentare il mito di sé stesso che lo vedrà come fautore del Satanismo e dell’amore libero.

Quest’atmosfera gaudente, povera e spensierata, avrà, tuttavia, vita breve: l’arrivo di August Strindberg metterà in crisi un equilibrio precario, andando a creare fratture, inimicizie, tensioni ed allontanamenti, culminati con la fuga di Hansson e Marholm da Berlino verso la Baviera ed il trasferimento della nuova scena letteraria da Friedrichshagen al locale Zum Schwarzen Ferkel, epicentro del protagonismo di Strindberg e di chi gli girava attorno, Stanisław, Dagny ed Edvard compresi.

È doveroso, analizzando la vicenda raccontata da Przybyszewski, trarre due osservazioni. Innanzitutto, bisogna riflettere su un punto molto importante: il gruppo di Friedrichshagen era composto, per la maggior parte, da non-tedeschi. Perché rimarcare ciò? Ebbene, in un’epoca di ipernazionalismo, di chauvinismo prussiano e di spasmodica definizione del canone nazionale letterario, il gruppo di Friedrichshagen costituisce una felice smentita del concetto di lingue e letterature nazionali. Infatti, ciò che legava questi giovani autori era il tedesco: una lingua usata, qui, come mezzo di comunicazione e veicolo di divulgazione di una letteratura transnazionale ed innovativa.

Questo porta alla seconda osservazione, ma per svilupparla è giusto chiamare in causa un intellettuale contemporaneo: Marshall Berman. Il pensatore statunitense, nella sua opera più famosa dal titolo All That Is Solid Melts into Air: The Experience of Modernity (“Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria. L’esperienza della modernità”, 2012) riflette su quell’entità che più di ogni altra è artefice del moderno e di tutte le sue manifestazioni: la metropoli. È in questo agglomerato di vita caotica, affollata e a tratti violenta che nasce il terreno fertile per le innovazioni del pensiero e della cultura. È vero, è sempre stato così, fin dai tempi più antichi, ma le accelerazioni figlie della Rivoluzione industriale hanno intensificato il ruolo della grande città come facilitatrice dello scambio creativo ed intellettuale, democratizzando l’esperienza intellettuale ed aprendola superando quelli che erano gli angusti confini di ceto sociale. In effetti, le esperienze vissute da Stanisław Przybyszewski rientrano esattamente nel canovaccio dei fenomeni descritti da Berman: Berlino, una città che in meno di un secolo passa da provincia del mondo germanico a fulcro industriale ed economico, attraendo nei suoi quartieri schiere di prussiani, tedeschi, polacchi, boemi in cerca di fortuna nelle sue fabbriche, facendo moltiplicare le aree-dormitorio della città, riesce ad accumulare così tanta ricchezza e prestigio da generare interesse nei figli della nuova classe borghese del Centro-Nord Europa, giovani di talento che vorrebbero dedicarsi all’arte e alla letteratura, e che per questo migrano verso la grande città, ritrovandosi, però, piuttosto che in una rete collaudata gestita da mecenati e protettori, in un’arena spietata, dove il libero mercato, di cui essi sono alla mercé, si concretizza nella corsa alla produzione di articoli pagati al ribasso e alla caccia all’appartamento più economico e meno diroccato possibile, cercando di sopravvivere alla fame. Luoghi come il soggiorno della coppia Hansson – Marholm o il bar Zum Schwarzen Ferkel diventano centri letterari proprio in conseguenza dell’emarginazione sociale ed economica degli intellettuali, allontanati dalla società che produce in quanto non all’altezza del capitale necessario per stare al gioco. Ma è in ciò che consiste la grandezza della metropoli: come un Giano bifronte, la città che tortura e punisce concede anche spazio per lo sviluppo umano.

In fin dei conti, la vera protagonista del lungo racconto di Przybyszewski è proprio lei, la Berlino della fin de siècle, che con le sue contraddizioni, spigolosità ed illusioni ha creato le condizioni giuste affinché una nuova letteratura ed una nuova arte nascessero, regalando ai coevi uno dei momenti più floridi della cultura in lingua tedesca e ai posteri la soddisfazione di poter ammirare i quadri di Munch e leggere le bellissime pagine di Ola Hansson, August Strindberg e Stanisław Przybyszewski.

 

 

Bibliografia:

Marshall Berman, Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria. L’esperienza della modernità, Bologna, Il Mulino, 2012. Traduzione di Valeria Lalli.

Stanisław Przybyszewski, Erinnerungen an das literarische Berlin, Monaco, Winkler-Verlag, 1965. Traduzione di Klaus Staemmler.

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/70/Stanis%C5%82awprzybyszewski.jpg

Immagine 2: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/0/03/Edvard_Munch_-_Jealousy_1895.jpg/1280px-Edvard_Munch_-_Jealousy_1895.jpg