Silvia Girotto
Ombre folli. Lettere 1927-1938 è il titolo della raccolta della corrispondenza tra gli austriaci Joseph Roth, dotato autore originario della periferia dell’allora impero austro-ungarico, capace di sentimentali ma profonde descrizioni del proprio tempo, e Stefan Zweig, uno scrittore borghese, benestante e riconosciuto già in vita in tutta Europa. I due artisti, seppur molto diversi tra loro, intrattennero una fitta corrispondenza e si considerarono legati da una profonda amicizia, seppure gli incontri tra i due siano stati radi. Questa raccolta, edita in Italia da Adelphi nel 2026, era stata inizialmente pubblicata in lingua originale nel 2011 per la casa editrice Wallenstein con il titolo “Jede Freundschaft mit mir ist verderblich.” Joseph Roth und Stefan Zweig. Briefwechsel 1927-1938 (“‘Ogni mia amicizia è dannosa.’ Joseph Roth e Stefan Zweig. Scambio epistolare 1927-1938”). Il ricco volume, curato da Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel, contiene una postfazione di Heinz Luzner ed è tradotto da Ada Vigliani, autrice anche della prefazione.
Link al libro: https://www.adelphi.it/libro/9788845940576

Il carteggio, e l’appurata amicizia tra di due autori, è un’importante testimonianza della vita sia privata che sociale e lavorativa di Zweig e Roth. Infatti, anche se la grande maggioranza delle lettere giunte fino ad oggi e raccolte nel testo siano state scritte da Roth, sono presenti numerosi e continui riferimenti al lavoro di Zweig, con alcune lettere indirizzate anche alla prima moglie di quest’ultimo, la quale come il marito stimava lo scrittore dalla periferia. Questi era ancora poco conosciuto rispetto ad altri colossi della letteratura a lui contemporanea, un autore tra l’altro dipendente dagli alcolici e sempre in cerca di soldi, che mai bastavano a sopperire alle sue necessità, fossero queste il suo bisogno di bere o il mantenimento della famiglia.
Diversi sono i temi presentati in quest’opera, da quelli più privati come le richieste di denaro alle considerazioni politiche rispetto all’avanzata delle destre estreme in Germania, passando per la situazione della popolazione di religione ebraica e ai rapporti con gli editori.
Nelle prime lettere appare subito chiaro come la situazione lavorativa di Roth sia uno dei temi più ricorrenti, ripresi dall’autore per cercare conforto in Zweig, che al contrario non ha difficoltà in ambito economico ed è infatti riconosciuto a livello europeo grazie alle sue opere. Roth, al contrario, si barcamena come può tra la scrittura per vocazione – quella narrativa – e quella di sopravvivenza, ovvero la stesura di articoli. Le lettere a Zweig appaiono come una sorta di valvola di sfogo, la possibilità di condividere pensieri e problemi con chi comprende quanto sia difficile scrivere per arrivare a fine mese anziché per ispirazione. Emergono chiaramente anche le problematiche che Roth deve affrontare dal punto di vista economico: oltre alla sua riconosciuta incapacità di gestire il denaro, come si può evincere anche da alcune lettere tra Stefan Zweig e altri interlocutori in una sezione conclusiva di Ombre folli, la situazione si complicò per lo scrittore con la malattia mentale della moglie, che lo portò a doverle trovare un posto in una casa di cura. In questo venne aiutato da Zweig stesso, che intercedette per concedere alla donna, Friderike (Friedl) di vedersi assicurate le cure necessarie. Al fine di provvedere alla moglie e alla di lei famiglia, oltre alle altre donne con cui Roth intesserà relazioni nel corso di questi anni, l’autore è costretto a stipulare continui contratti con testate giornalistiche e case editrici per ottenere anticipi, essendo però successivamente sommerso da una gran mole di lavoro. Scrive il 22 settembre 1930 dall’hotel Englischer Hof di Frankfurt am Main:
“Ho negoziato con Kiepenheuer […], ma anche il denaro di Horovitz non arriverebbe prima di dieci giorni, e se poi il contratto nascondesse qualche imbroglio e io non lo potessi firmare? Quest’anno, oltre a ‘Giobbe’, ho scritto un romanzo veloce, cinquanta pagine di duro lavoro per la ‘Kölnische’ e circa ottanta articoli, e adesso sono qui disorientato, e sarebbe stato meglio non lavorare e non rovinarsi la salute, come me la sono rovinata io. Non posso stare in attesa del successo di ‘Giobbe’. Se ne parlerà non prima di gennaio, e mancano ancora tre mesi.” (p. 53)

Segue la scia di problemi privati anche una serie di difficoltà dovute al clima politico e sociale dell’epoca. Non sono infatti poche le rimostranze da parte sia di Roth che di Zweig di fronte alle affermazioni dei nazionalsocialisti e alla relativa affiliazione dei rappresentanti delle varie case editrici, anche pubblicatrici dei loro testi, che presuppongono una ulteriore difficoltà futura da parte dei due autori nel pubblicare a causa dell’appartenenza religiosa. Si riscontra infatti spesso anche un rimando alla possibilità di far pubblicare all’estero, in traduzione, le proprie opere. In questo Zweig era avvantaggiato, avendo già dei contatti, ma egli si adoperò perché anche l’amico potesse approfittare di questa possibilità. In particolare Roth ottenne successo all’estero con Hiob. Roman eines einfachen Mannes (“Giobbe. Romanzo di un uomo semplice”, 1930), forse il suo più grande successo a livello sia nazionale che internazionale.
L’appartenenza dei due scrittori a famiglie di religione ebraica portò Zweig a vedere le proprie opere messe all’indice dei libri proibiti e condusse anche Roth a vedersi rifiutare diverse possibilità di pubblicazione. Lui stesso sarebbe in ogni caso stato in disaccordo con editori che parteggiavano per le destre estreme e criticò infatti aspramente in questo carteggio con Zweig la situazione della politica tedesca nel periodo degli anni Venti e Trenta. Entrambi gli autori erano in disaccordo con le politiche nazionalsocialiste, pur avendo idee politiche differenti tra loro, ma Roth era molto più consapevole del pericolo che rappresentavano queste posizioni. Spesso nelle sue lettere criticò infatti la semplicità e ingenuità con cui l’amico affrontava tali questioni, una tendenza che gli riconoscerà anche nella scrittura: “Non si faccia illusioni. L’inferno governa” (p. 90), afferma Roth a metà febbraio 1933, mentre il 17 marzo si esprime a riguardo definendo il mondo come “letteralmente impazzito” (p. 90). La consapevolezza del continuo peggioramento della situazione editoriale degli scrittori di religione ebraica è chiara in Roth ed egli ritiene sia doveroso mettersi all’opera per contrastare questa deriva. Con queste parole rammenta a Zweig la loro appartenenza, pur sottolineando le modalità differenti con cui i due amici si stavano opponendo alle barbarie da cui erano circondati: “[B]isogna sempre ricordare che l’essere ebreo non esonera chi ha una coscienza del dovere di accorrere in prima linea, proprio come qualsiasi non ebreo dotato di coscienza. […] Lei come ebreo si è opposto alla guerra e io, come ebreo, sono andato in guerra. Siamo entrambi in numerosa compagnia. Non siamo rimasti nelle retrovie.” (p. 96, lettera del 26 marzo 1933) Con il passare del tempo, inoltre, Roth si lasciò andare a più diretti consigli e richieste, affermando come la Germania rappresentasse il contrario dell’umanità e come la situazione richiedesse che anche Zweig combattesse con tutto sé stesso la condizione di ingiustizia che si stava manifestando: “Preferirei che lei combattesse con tutto il peso del suo nome. Ma se non se la sente di farlo, resti almeno in silenzio.” (p. 121, lettera del 7 novembre 1933)
La sua condanna è forte e assai moderna, di uomo che pur affermando con convinzione le proprie origini si sente cittadino come gli altri, senza pregi o difetti in più. Ma se il sentimento di appartenenza di Zweig era quella di cittadino europeo, anelante una condizione di pace, Roth si sentiva austro-ungarico, non avendo mai abbandonato il mito della famiglia imperiale degli Asburgo e del suo momento di massimo splendore, un sentimento che lo scrittore espresse perfettamente nei suoi romanzi Radetzkymarsch (“La marcia di Radetzky”, 1932) e Kapuzinergruft (“La Cripta dei Cappuccini”, 1938), testi che contribuiranno alla sua riscoperta a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. Proprio per questo suo sentimento di ammirazione per un passato ormai concluso ben prima che iniziasse la sua capacità di creare ricordi (Roth era nato nel 1894, quando l’impero austroungarico aveva ormai iniziato il suo declino), lo scrittore si sentiva deluso dalla condizione dell’Austria degli anni Trenta e invocava e sosteneva un ritorno degli Asburgo: “Voglio la Monarchia e voglio dirlo.” (p. 100, lettera del 28 aprile 1933) Lungi da lui identificare la bontà nell’ebraismo, Roth esprime nel carteggio la sua fiducia in una entità terrena, concreta, vedendo la religione per sé stesso come una tradizione, a lui cara ma i cui insegnamenti non sono fatti per essere seguiti pedissequamente. Ad esempio, egli si schierò apertamente in contrasto con il sionismo, scrivendo che “[u]n sionista è un nazionalsocialista, un nazista è un sionista”. (p. 210,14 agosto 1935)
Dal canto suo, Zweig si mostrava molto meno forte nelle azioni e manifestava invece la propria critica attraverso i suoi testi, sia quelli che pubblicò in vita che quelli che uscirono postumi, come la sua opera storico-autobiografica Die Welt von gestern. Erinnerungen eines Europäers (“Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”, 1942). Nel 1937, quindi diversi anni dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler, utilizzava nelle sue lettere ancora il tono controllato e soppesato che mostrava nei primi mesi della corrispondenza con Roth, una caratteristica che lo identificherà anche nella scrittura narrativa. Nella lettera del 26 novembre 1937, verso la fine del carteggio, non mostrò tanto ferma condanna quanto delusione e preoccupazione per la situazione in cui rischiava di versare anche la sua terra natale, alla quale rimase attaccato apparentemente molto più di Roth, il quale era abituato a spostarsi di hotel in hotel, senza una fissa dimora. Zweig identificava invece la propria patria con i luoghi a lui cari come Vienna e Salisburgo: “Che ne sarà di noi? […] se cadrà anche l’Austria, saremo tutti spacciati. Nessun nostro libro uscirà più in tedesco e i beni che – per stupido decoro e leale patriottismo – ho mantenuto laggiù si volatilizzeranno, proprio adesso che devo provvedere al sostentamento di una decina di persone.” (p. 315)
Quelli qui citati sono solo alcuni dei temi che è possibile trovare in questa raccolta di corrispondenze e la presentazione fatta non estingue l’analisi che si può svolgere a riguardo. Il volume Ombre folli, ampio testo corredato da ulteriore materiale utile alla comprensione dei due scrittori e amici, permette infatti di addentrarsi all’interno di due vite esplorandone sia gli aspetti per cui essi intendevano essere conosciuti sia per le più nascoste questioni che riguardano loro. La raccolta presenta due personaggi complessi, “grigi”, con qualità e difetti dal punto di vista intimo, relazionale, lavorativo. Si può comprendere molto di questi due uomini leggendone le opere, curate con attenzione, ma le epistole e i telegrammi qui contenuti offrono uno sguardo più attento e umano sugli autori, permettendo a chi legge di comprendere davvero come la vita di ora acclamati e ammirati scrittori si intrecci in modo tragicamente forte alla vita di chiunque altro. Roth e Zweig vengono forse tolti da un piedistallo su cui possono essere stati precedentemente posizionati, ma non per distruggerli, bensì perché essi siano illuminati da una nuova luce di consapevolezza.
Apparato iconografico:
