Rocco Guaragnone
Abstract:
Inhabiting Migratory Space: Configurations of Identity and Memory in “The Memory of the Dragonflies” by Marica Bodrožić
This article examines the novel Das Gedächtnis der Libellen (“The Memory of the Dragonflies”) by Marica Bodrožić as a reflection on uprootedness and the reconfiguration of identity within migratory space. Through the figure of Nadežda, the narrative stages the loss of the Yugoslav “plural” — familial, cultural, and linguistic — and the ensuing process of reconstructing the self. The study investigates three principal dimensions: physical and lived space, reinterpreted considering the theories of Martin Heidegger and Henri Lefebvre; linguistic space, understood as a site of plural and dynamic belonging; and the space of memory, in which the past persists as a constitutive element of identity. Bodrožić’s writing, marked by a strong lyrical and introspective quality, articulates the condition of the contemporary subject who lives “between” multiple places and languages, transforming the loss of roots into a possibility for existential redefinition.
Sradicarsi: la perdita del plurale
Il romanzo Das Gedächtnis der Libellen di Bodrožić (“Memoria delle libellule”, 2012), pubblicato nel 2010 da btb Verlag, racconta l’indagine introspettiva di Nadežda che, durante un viaggio in treno, prende coscienza delle proprie vulnerabilità, legate alla costruzione identitaria, alla memoria di eventi traumatici del passato e alla duplice perdita dell’amore e delle proprie radici. Il processo di formazione identitaria che ne consegue svela dettagli della storia personale e familiare della protagonista, con particolare riferimento alla figura paterna. Sul piano strutturale, la narrazione, prossima al monologo interiore e connotata da una marcata liricità, restituisce il senso di sradicamento di chi, per svariate ragioni, perde il suolo d’origine.

Nelle pagine iniziali del romanzo, di Nadežda si conosce poco, se non ciò che emerge attraverso il legame con l’amato Ilja. La sua vicenda personale, segnata da abbandoni e migrazioni, viene progressivamente disvelata attraverso ricordi che ripercorrono le molteplici forme di perdita che hanno attraversato la sua esistenza: la prima è quella del plurale familiare, del Noi, a causa dell’emigrazione dei genitori negli Stati Uniti; la seconda è relativa allo spazio jugoslavo e alla conseguente disgregazione della pluralità identitaria di un popolo che, un tempo unito, si ritrova a combattere contro i propri fratelli. Perdere il plurale, concetto strettamente legato alla collettività jugoslava, significa perdere una parte di sé. Infine, nel percorso di Nadežda, la migrazione introduce una terza perdita, quella del suolo d’origine. Ella lascia la Dalmazia e sua zia Filomena, l’unica figura dell’infanzia ancora presente, per traferirsi prima a Parigi, per studiare e diventare una fisica, e poi a Berlino, per affermare la sua personalità da scrittrice.
La perdita delle radici costituisce il filo conduttore che unisce i principali personaggi del romanzo: le traiettorie esistenziali di Nadežda, Arjeta e Ilja, provenienti dai territori dell’ex-Jugoslavia sconvolti dai conflitti della fine del XX secolo, sono accomunate dallo sradicamento. Durante il suo migrare, Nadežda incontra Ilja, scrittore dalmata, con cui cerca di ricostruire lo spazio balcanico perduto in cui il loro amore possa realizzarsi. Tuttavia, questo spazio fatica a consolidarsi: sin dal primo incontro, Ilja, che attraversa diverse città europee prima di stabilirsi negli Stati Uniti, dichiara di non voler lasciare la moglie per Nadežda. Lo spaesamento di Nadežda si estende così anche alla sfera amorosa perché il legame con Ilja, contraddittorio e impossibile, è solo momentaneo. Di quell’amore, tuttavia, permangono le emozioni, vissute e immaginate, e il figlio nato dalla relazione. Lo spazio balcanico invece viene recuperato a Parigi grazie all’incontro salvifico con Arjeta, un’ascoltatrice empatica e attenta, che cerca, spesso invano, di insegnarle ad accettare la perdita e analizzare la natura di Ilja. Durante le conversazioni con lei, Nadežda rivive l’atmosfera jugoslava che si infiltra nella quotidianità della nuova vita attraverso ricordi e gestualità, come bere il caffè amaro preparato dall’amica che assume il valore di una una petite madeleine proustiana. Quale miglior figura per raggiungere la metamorfosi se non proprio attraverso Arjeta, una bosniaca, figlia di una croata e di un serbo-kosovaro, che ha vissuto l’assedio di Sarajevo durante la guerra di Bosnia. Ella simboleggia la resilienza di chi ha perso tutto durante la guerra, compreso il plurale jugoslavo:
“Il singolare di Arjeta è di per sé un grande plurale: lei è uno di quei bambini jugoslavi che, dopo la guerra, impararono a volare come passerotti in un’aria senza radici. […] Il vecchio plurale aveva fatto il suo tempo, ora il nuovo passaporto valeva più di qualsiasi vecchio Noi.” (Bodrožić 2012: 27)
Costretta a emigrare a causa della guerra serbo-bosniaca, Arjeta aveva lasciato una Sarajevo devastata. La guerra le aveva portato via il padre e due fratelli, uno dei quali era morto tra le sue braccia dopo aver perso le gambe a causa dello scoppio di una granata. Ripensando alla vecchia Sarajevo, Arjeta restituisce con intensità il trauma europeo di un territorio martoriato dalla guerra e di un popolo costretto al viaggio. La sua identità affonda le radici proprio nella Sarajevo assediata, con la quale sviluppa nel tempo un rapporto profondo ma conflittuale, segnato da appartenenza e distanza, memoria e dolore. Infatti, Arjeta parla con difficoltà della sua città, anzi “il suo modo di raccontare di Sarajevo è tacere di Sarajevo” (Bodrožić 2012: 39). Malgrado quest’attitudine reticente, Arjeta è la porta d’accesso al passato balcanico che, sebbene mutato dalla guerra, vive nella dimensione interiore del soggetto. Nonostante lo sradicamento, per Nadežda il racconto della propria storia e di quella di Arjeta resta l’unico modo di comprendere e sopportare il peso del mondo.
“Dovunque andassi per quelle strade immaginate, raccolte qua e là, messe insieme, dovunque bevessi un caffè o vedessi il film del momento, una cosa mi accompagnava sempre: il mio passato. Non potevo scrollarmelo di dosso. […] Il Paese in cui sono nata e che in quella forma non esiste più, anche quel Paese mi veniva appresso, il vecchio passaporto rosso, la vecchia canzone della Jugoslavia unita. A volte mi consolo pensando alla Dalmazia, lì parlano ancora la lingua che ho imparato anch’io. […] Sono ancora pur sempre una di loro. Lì mi riconoscono ancora. L’inizio di tutto è pur sempre lì.” (Bodrožić 2012: 208)
Bodrožić affronta la perdita dello spazio attraverso personaggi che, pur tra difficoltà, sono chiamati a ricostruire la propria presenza in un altrove. Perciò, la letteratura permette di non ridursi a semplici nomadi, ma di diventare abitanti del mondo, capaci di ridefinire nuovi confini nella consapevolezza di quelli perduti.
(Ri)vivere tra gli spazi
La scrittura di Bodrožić, segnata dalla migrazione dalla Dalmazia alla Germania, esprime una condizione intermedia tra diversi spazi culturali. In Das Gedächtnis der Libellen, questa posizione emerge nella rappresentazione di un contesto i cui confini si fanno sempre più dinamici, fino a perdere la rigidità nazionalista. In questo orizzonte, le metropoli europee si configurano come luoghi in cui la protagonista non solo si radica, ma vive la propria interiorità: è questa la nuova prospettiva dell’abitare proposta da Bodrožić, secondo cui, da Parigi a Berlino, Nadežda cerca non semplicemente di abitare, ma di esistere.
“Se non avessi capito la differenza tra l’essere solo e l’essere solitario non mi sarebbe mai passato per la testa di lasciare la nostra terra e di andare a New York, a Parigi, a Berlino. Neppure il socialismo poté impedirmelo, ma questo dipendeva anche dalla Jugoslavia. Il nostro socialismo, come Arjeta amava sempre dire, lasciava ancora spazio a chi aveva voglia di viaggiare.” (Bodrožić 2012: 85)

Il saggio Bauen Wohnen Denken del 1951 di Martin Heidegger (“Costruire Abitare Pensare”, in edizione italiana nel volume Saggi e discorsi edita da Ugo Mursia Editore, 1976) offre una prospettiva per indagare il senso dell’abitare nella sua definizione più profonda. Heidegger mette in discussione l’idea di spazio come semplice estensione geometrica a favore di una concezione che privilegi gli effetti prodotti sull’individuo. Ogni spazio, pur non essendo propriamente abitabile, contribuisce a strutturare l’esperienza; infatti, Nadežda esiste negli arrondissement, nei bar parigini e nel Café Gottlob dove era solita bere caffè nero o cappuccino con Arjeta. Allora, si abita non per riempire un vuoto preesistente ma per esistere nel mondo; per dirla in termini heideggeriani, gli spazi albergano l’essere umano. Abitare non implica soltanto il trovarsi fisicamente in un luogo, ma il prendersene cura — in tedesco schonen — immergendosi in esso. Nadežda segue questa logica in quanto, abitando i vicoli della quotidianità parigina e le strade di Berlino, costruisce una nuova forma dell’essere, secondo cui gli spazi vissuti si configurano come elementi costitutivi della sua identità.
“Assenza. La conosci per filo e per segno. Vai a passeggio per boulevard Raspail, in continuazione, in rue de Rennes, vai su e giù per rue de Rennes, dopo neanche una settimana la conosci a memoria quella via, tanto spesso la percorri avanti e indietro, ogni singolo albero, le vecchie signore che alle sette di sera si affacciano in strada, anche loro conosci; la gente ti conosce come la ragazza che passeggia da quelle parti tutti i giorni.” (Bodrožić 2012: 210)
Vivere tra i confini, in quella dimensione intermedia definita in tedesco con il termine Dazwischen, mette in luce come lo spazio migrante sia discontinuo e dinamico. Infatti, l’identità di Nadežda è sospesa tra lo spazio dell’infanzia, dell’amore e della maturità, che coincidono rispettivamente con le città in cui ha vissuto: la calda terra rossa è la Dalmazia in cui è cresciuta; Berlino, Amsterdam e Parigi sono testimoni dell’amore per Ilja, della rielaborazione dei traumi passati e della ridefinizione identitaria. L’intreccio di questi luoghi contribuisce così alla costruzione dello spazio vissuto, arricchito dalla consapevolezza che gli elementi jugoslavi continueranno a manifestarsi ovunque ella si trovi.
“Mi ricorda i campi familiari dove un tempo cresceva il mais e il trifoglio, la calda terra rossa nella quale da piccola affondavo le mani nude per scoprire il segreto delle piante, e dove trovavo invece solo radici e lombrichi, senza mai imbattermi in alcun segreto […] Il caso non è né più né meno che è una sorta di matematica jugoslava, dannata e dannatamente precisa, che ovunque all’estero ci fa incontrare come amici intimi, ovunque, sui boulevard francesi, sugli autobus romani, in qualunque sala cinematografica europea di periferia, nella capitale Svizzera, nei più minuscoli aeroporti del mondo, a Chicago – anche se a volte solo nella fantasia – e poi anche nella provincia tedesca da qualche parte ai margini.” (Bodrožić 2012: 213)
Il rapporto tra spazio fisico e spazio vissuto può essere efficacemente letto alla luce della teoria di Henri Lefebvre secondo cui gli spazi attraversati e narrati – luoghi geografici segnati dalla migrazione, dalla frattura storica e dall’esperienza dell’esilio – non si esauriscono nella loro dimensione materiale, ma vengono costantemente rielaborati sul piano della memoria e dell’esperienza soggettiva. Lo spazio fisico, pur ancorato a coordinate reali, si carica di stratificazioni simboliche e affettive, trasformandosi in spazio vissuto, risultato dell’intreccio tra ricordo, identità e narrazione (Lefebvre 2018: 55). In questa prospettiva, la condizione di Dazwischen, intesa come permanenza tra spazi e appartenenze, contribuisce a definire una soggettività sospesa che prende forma nell’attraversamento dei confini. Nadežda plasma così il suo nuovo spazio tra la Dalmazia, la Germania e la Francia, costruendo un’identità transculturale fondata sull’inclusione, intesa come mantenimento delle proprie caratteristiche originarie e non come assimilazione o assorbimento nella cultura ospitante.
La scrittura di Bodrožić, segnata da transito, migrazione e sradicamento, esprime in questo senso l’attitudine dell’essere umano moderno che, segnato dalla perdita della casa, accoglie la condizione del “vivere tra” come reazione esistenziale. Se per Nadežda la cura non può più esercitarsi sulla terra natale, ormai perduta o trasfigurata dal conflitto, essa si orienta verso nuovi orizzonti; si manifesta allora quello che potremmo definire uno spostamento dell’abitare. In questo modo Nadežda riesce a (r)esistere: ella abita perché riesce a mantenere in vita, attraverso le parole, il mondo della sua infanzia e, al contempo, immergersi nei nuovi luoghi.
Abitare lo spazio linguistico
In Das Gedächtnis der Libellen, Bodrožić conduce una riflessione sul rapporto tra lingua e migrazione, mostrando come lo spazio linguistico di Nadežda si costituisce di una pluralità idiomatica capace di aprire a nuove — e potenzialmente infinite — modalità espressive. Il linguaggio della protagonista si nutre di una duplice prospettiva: quella scientifica, legata allo studio della fisica e alla comprensione strutturale del reale, e quella letteraria, espressione della sua vocazione alla scrittura, attraverso cui le parole si fanno generatrici di molteplici spazi. Queste due dimensioni si realizzano nel tedesco, nel serbocroato, nell’inglese e nel francese, lingue attraverso cui Nadežda si costituisce e si definisce. La pluralità linguistica contribuisce così a ridefinire lo spazio, non più inteso come entità statica, ma come costrutto dinamico e relazionale. In tale contesto, mentre i confini culturali si rinegoziano, il soggetto in transito attraversa molteplici orizzonti linguistici, confrontandosi con la propria condizione di estraneità. È proprio in questa direzione che Bodrožić individua nel plurilinguismo una possibile forma di attraversamento e di negoziazione di tale esperienza.
“Non fa differenza che scrivano, leggano, vivano nella loro prima o seconda lingua materna. Mi piacciono tutti quelli che diventano estranei a sé stessi parlando lingue straniere, fino a quando quelle lingue straniere diventano le loro lingue, fino a quando tutto diventa estraneo, in ogni suo dettaglio, perché è la natura umana di per sé, nel suo insieme e in ogni suo dettaglio, l’estraneo.” (Bodrožić 2012: 14)
In particolare, il serbocroato e il tedesco rappresentano due alfabeti e due modalità distinte di concepire e denominare il mondo, che coesistono in Nadežda senza mai giungere a una completa fusione. Per Bodrožić le lingue non si dispongono gerarchicamente, ma si pongono sullo stesso piano di esistenza. Il tedesco assume così la funzione di uno spazio espressivo aggiuntivo, capace di aprire le stanze della memoria e di articolare frammenti di esperienza che, altrimenti, rischierebbero di restare inespressi.
La lingua materna si configura come la casa dell’infanzia, uno spazio simbolico in cui sostantivi e verbi diventano per Nadežda le mura entro cui il passato è custodito. Dopo la perdita dello spazio fisico jugoslavo, la prima lingua madre rimane infatti ancora abitabile: quando ogni altro elemento viene meno, il linguaggio — che non è un semplice strumento comunicativo — si trasforma in un luogo sicuro in cui continuare a esistere. Per questo Nadežda attribuisce un rilievo particolare a ciò che viene espresso nella prima lingua, conferendole un valore quasi sacro.
“Quando parlavo della mia prima, seconda e terza lingua, lui sosteneva che questa faccenda delle lingue fosse una questione che riguardava solo me […] Ognuno di noi è legato alle lingue che parla e che gli vibrano dentro. Io ho la fortuna o la sfortuna, comunque la si voglia vedere, di comprendere il mondo con le parole. La mia prima lingua è la lingua dei primi sentimenti. Ilja non ha idea di quale porta lui abbia aperto dentro di me. Non può saperlo, non immagina neanche alla lontana di non essere soltanto una persona ma un mondo intero, di essere ogni frase che sia mai stata detta in quella prima lingua, i prati dell’infanzia, il verde, il giallo, il blu, le navi della Dalmazia, di essere per me i gabbiani, le montagne, il mare.” (Bodrožić 2012: 195)
Inoltre, Nadežda vive tra le lingue, in uno spazio intermedio dove i ricordi croati abitano la lingua tedesca, che diviene una seconda casa, la seconda madre lingua. Diversamente da Arjeta che sente la differenza tra “noi” e gli “altri”, Nadežda non si sente di contrapporsi ai luoghi in cui ha vissuto, né tanto meno ai parlanti nativi. A proposito Bodrožić scrive:
“Con gli altri intendeva i francesi e in seguito i tedeschi. Io però non ero d’accordo con questo suo tracciar i confini fra le menti, non volevo che parlasse così degli altri, dopotutto ero una di loro, avevo imparato a riflettere in entrambi i modi: a pensare nel linguaggio e a sentire nelle parole.” (Bodrožić 2012: 31)
Nadežda si sente appartenere al tedesco e proprio grazie a esso riscopre l’ibridismo identitario che caratterizzava la lingua nativa:
“Nella nostra prima lingua materna – che nel frattempo si era rivelata una curiosa creatura ibrida e uno strumento di ricatto sorprendentemente utile nel plasmare la strategia di guerra di tre uomini di Stato – non conoscevo il pensiero nel linguaggio. In questa prima lingua parlavo così, senza riflettere, e in ogni cosa che dicevo era ingenua, avventata, una sorta di difesa di me stessa.” (Bodrožić 2012: 31)
Bodrožić restituisce l’idea di pluralità propria della complessa storia linguistica dell’ex-Jugoslavia, segnata da una profonda eterogeneità culturale e idiomatica. Invero, le politiche linguistiche emerse durante le guerre jugoslave degli anni Novanta contribuirono a costruire, in modo conflittuale, identità nazionali e confini linguistici. Al contrario, per Nadežda la lingua rappresenta la vera casa, lo spazio in cui passato e presente, Jugoslavia e Germania, coesistono. Tutto diventa dicibile, anche la propria identità. Questa dinamica si manifesta nella scelta della protagonista di attribuirsi il nome Nadežda in onore della scrittrice Mandel’štam, interpretabile come un atto di rinegoziazione identitaria:
“In ogni caso Nadežda è un bel nome a prescindere da me, comunque lo si consideri, un bel nome russo, un nome variabile, così russo e variabile quanto lo può essere un nome. Nadja, Nadia, Nadina, Nadine, Nadjeschda, Nadire, Nadjeda […] Tutto questo mi appartiene, mi può appartenere se lo voglio, anche se i nomi non cambiano niente della mia storia. E tuttavia non ho altro luogo, non ho altra via attraverso cui gli altri possano riconoscermi per quella che sono. Devo trovare una collocazione tra le lettere e trovare la mia vita, affrontarla, rintracciarla nel grande alfabeto, senza naufragare nella scrittura.” (Bodrožić 2012: 84)
In definitiva, Bodrožić configura lo spazio linguistico come un’architettura fondata sull’esperienza vissuta, in cui le componenti culturali coesistono e si influenzano reciprocamente. Pur nella trasformazione delle parole, esso resta lo spazio interiore in cui Nadežda si sente a casa.
Abitare il ricordo: spazio, intimità e memoria
La riflessione di Nadežda si inscrive in uno spazio della memoria stratificato e non lineare, in cui esperienza, identità e linguaggio si intrecciano. In questa prospettiva, Das Gedächtnis der Libellen si configura come una narrazione frammentaria e meditativa, costruita da Bodrožić attraverso ricordi che spaziano dai momenti condivisi con Ilja, segnati da sensualità e dal senso della fine, ai dialoghi con Arjeta, fino al passato familiare e al paesaggio balcanico.
Il racconto dell’infanzia emerge attraverso una memoria frammentaria che ricostruisce il passato svelandone gradualmente i dettagli. I primi elementi che affiorano sono naturalistici. In particolare, i riferimenti al paesaggio balcanico si legano a un immaginario vegetale ricorrente: la terra rossa rappresenta il luogo d’origine di Nadežda, la cui polvere resta sempre sulla pelle; l’albero di gelso bianco si fa immagine della presenza paterna, sotto la cui ombra egli era solito sostare nelle giornate estive; l’albero di fico richiama la figura della zia Filomena; infine, il grande ulivo dietro casa, sotto cui Nadežda pianse dopo l’emigrazione dei genitori, diventa il luogo in cui apprende il valore della solitudine.
“Ogni albero divenne per me un compagno con cui condividere la mia memoria; come negli alberi si aggiunge di anno in anno un nuovo anello, anche in me si andavano accumulando dei cerchi concentrici, i cerchi del ricordo.” (Bodrožić 2012: 256)
Dunque, la natura è un album dei ricordi grazie alla quale Nadežda riesce a creare una cartografia dell’infanzia:
“Gli alberi erano carichi di fiori, li avevo visti così solo nella mia prima infanzia; anche gli uccelli cantavano, in cortile ce n’erano molti e di diverse specie, dalle cime degli alberi cinguettavano le loro melodie all’aria aperta. Forte e nitido come non mai il loro canto mi fece notare l’assenza degli uomini e delle loro memorie. […] Tutti i pensieri che erano stati messi al bando e gettati via tornarono in me. Fu il melo cotogno, quel rifugio di centinaia di frutti luminosi, a renderlo possibile.” (Bodrožić 2012: 144)
Tra i ricordi di Nadežda affiora anche lo spazio domestico dell’infanzia, visibile prima nella casa familiare, segnata da ricordi dolorosi legati ai maltrattamenti e ai segreti del padre, e poi nella casa della zia Filomena, dove si trasferisce dopo la partenza dei genitori e acquisisce maggiore consapevolezza. All’analisi di questo spazio intimo risulta utile lo studio di Bachelard in La poétique de l’espace del 1957 (“La poetica dello spazio”) in cui l’autore esplora lo spazio vissuto e immaginato, piuttosto che quello oggettivo e scientificamente misurabile. Bachelard, infatti, privilegia l’esperienza soggettiva del luogo e definisce la casa d’infanzia il primo universo dove si sviluppa la capacità di sognare; ogni stanza richiama ricordi e sensazioni intime. Inoltre, questo spazio si distingue per oggetti simbolici, che assumono un forte valore significativo e restano impressi nella memoria. In tal senso, Bodrožić introduce l’album delle libellule del padre, che diventa un elemento metaforico nella vita di Nadežda. Esso racchiude segreti indicibili: da un lato rivela la pratica del padre di uccidere e collezionare libellule durante l’adolescenza; dall’altro esso simboleggia i suoi crimini, tra cui l’uccisione di bambini durante la guerra. Nel capitolo Le tiroir. Les coffres et les armoires (“Il cassetto, le cassapanche e gli armadi”) di La poétique de l’espace, Bachelard riflette sugli oggetti dell’intimità nascosta, come scrigni, cassetti e armadi, definiti come contenitori di memoria e custodi di segreti. L’album delle libellule del padre di Nadežda è un perfetto scrigno bachelardiano che racchiude il suo segreto passato infanticida.
“Mio padre uccideva le libellule deliberatamente e con strategie. Le collezionava. In un album. Prima di mettersi a uccidere i bambini, era questa la sua occupazione preferita, disse zia Filomena. L’ha detto come se uccidere le libellule fosse un passatempo come gli altri. Fra quanti hanno conosciuto mio padre i miei nonni, alcuni danno la colpa al momento storico, all’impero versare del fascismo […]. Il fascismo non è mica un miracolo, anche se molti ci hanno creduto come si crede ai miracoli. Sono gli uomini che fanno il fascismo, non il fascismo gli uomini.” (Bodrožić 2012: 164)
Inoltre, lo spazio della memoria di Nadežda, anche grazie all’amore per Ilja, viene continuamente indagato così da scoprire aspetti nascosti:
“La memoria somiglia a una casa chiusa da tempo. Al suo interno ci sono stanze sconosciute, chiavi mai usate. A quanto pare Ilja è stata la prima persona a possedere la chiave per accedere alle polverose stanze del mio archivio dei ricordi. Poi me l’ha resa, quella chiave, l’ha consegnata a me, forse senza nemmeno rendersene conto […] tutto ciò che è accaduto continua a vivere in noi, tutto, anche mio padre è in me, anche tutte le sue libellule morte. Ora sono in possesso di quell’album, esso racchiude il mio vero albero genealogico.” (Bodrožić 2012: 255)
A differenza dell’individuo moderno che non riesce più ad abitare lo spazio, in quanto lo considera come pura tecnica, Bodrožić ricerca invece un legame poetico con la realtà. Non senza lacune, il montaggio cognitivo di Nadežda restituisce il proprio paesaggio interiore, ricostruendo luoghi mentali e affettivi nello spazio straniero. Bodrožić descrive il passato come una presenza viva e costante: non dietro di noi, ma intorno a noi. Allora, l’album delle libellule diventa un oggetto simbolico che riflette e custodisce la memoria, condensando significati nascosti e contribuendo alla rielaborazione del passato.
Conclusioni
L’analisi del romanzo evidenzia come il percorso di Nadežda non si configuri come una semplice ricerca di appartenenza, ma come un complesso processo di rinegoziazione identitaria che attraversa spazi, lingue e memorie. La perdita del plurale jugoslavo segna una frattura irreversibile, ma al tempo stesso apre alla possibilità di nuove forme dell’abitare, non più fondate su un’unica radice, bensì su una pluralità di esperienze. Bodrožić propone una concezione dell’abitare come pratica dinamica e relazionale, in cui lo spazio non è dato una volta per tutte, ma continuamente costruito dall’esperienza soggettiva. La lingua e la memoria diventano così i veri luoghi dell’appartenenza: spazi interiori capaci di custodire il passato e, al contempo, di generare nuove possibilità di senso. In definitiva, Das Gedächtnis der Libellen restituisce l’immagine del soggetto che, pur segnato dalla perdita, riesce a (ri)esistere nel mondo attraverso la narrazione, trasformando lo sradicamento in una nuova opportunità di esistere nel mondo.
Bibliografia:
Aleida Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale, Bologna, Il Mulino, 2002. Traduzione di Filippo Ferrari.
Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 2009. Traduzione di Dominique Rolland.
Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Bari, Dedalo, 2006. Traduzione di Ettore Catalano.
Gaston Bachelard, La poétique de l’espace, Paris, Presses Universitaires de France, 1957.
Homi K. Bhabha, The Location of Culture, London, Routledge, 1994.
Marica Bodrožić, Das Gedächtnis der Libellen, München, btb Verlag, 2010.
Marica Bodrožić, Memorie delle libellule, Milano, Garzanti, 2012. Traduzione di Giovanna Agabio.
Carmine Chiellino, “Literatur und Migration in Deutschland”, in Germanica, Vol. 38, No. 1, 2006, pp. 15-28.
