La rappresentazione dello spazio in “Lo sterro” di Andrej Platonov

 Guy Etienne Rivier

Abstract:

The Representation of Space in “The Foundation Pit” by Andrej Platonov

This article discusses the representation of space in Kotlovan (“The Foundation Pit”, 1929–1930) by Andrej Platonov. The diegetic space is centred on two key sites: the excavation pit, a synecdoche for urban space, and the organizacionnyj dvor (organizational yard), representing the rural sphere. Both occupy liminal positions at the margins of city and village, mediating between human meaning— perceived as the drive toward a future socialist happiness—and the boundless, indifferent realm of nature. While Platonov provides detailed descriptions of built environments, natural space is rendered through vague, indefinite language, emphasising its immensity and existential opacity. This contrast constructs a dichotomy between cultural and natural spaces, problematising the Soviet project of industrialisation and collectivisation as engines of progress. The pit and the yard become sites where humans attempt to impose meaning on reality through communist ideology, carving order out of primordial chaos. These chronotopes spatialise time, intertwining the revolutionary Future with the traditional Past, yet their realisation in the present fails, leading to the collapse of both.


“Tutti quei fiumi che noi studiavamo nel manuale di geografia, come il Voronež, il Bitjug, il Choper, la Tichaja Sosna, non esistono più. Sono stati inghiottiti dalle canne. Se ci apre un varco tra gli steli, allora si vede dell’acqua alla loro base. Platonov risana i fiumi.”

(Šklovskij 1926: 125)

 

Se si volesse comporre un trittico delle opere più significative di Andrej Platonov (1899-1951) a fianco di Čevengur (1988) e Džan (“Ricerca di una terra felice”, 1966) andrebbe senza alcun dubbio Kotlovan (“Lo sterro”, 1969), povest’ scritta tra il dicembre del 1929 e l’aprile del 1930, pubblicata postumo. Nonostante Platonov sia stato uno dei massimi scrittori sovietici del Novecento, è tutt’ora un autore poco conosciuto rispetto ad altri suoi famosi contemporanei, come Michail Bulgakov (1891-1940) o Boris Pasternak (1890-1960). Negli ultimi dieci anni, tuttavia, l’editoria italiana ha rivolto nuovamente attenzione alla sua produzione letteraria: Einaudi ha infatti ripubblicato Čevengur (2015), a cui sono seguiti Chleb i čtenie (“Pane e lettura”, 2021; 2023) per LINEA Edizioni, Takyr (2021) per Lemma Press, Lo sterro (2022) per Minimum Fax ed infine Meždu životnymi i rastenijami (“Tra animali e piante”, 2025) di nuovo per Einaudi.

Andrej Platonov

Kotlovan è ambientato in una non ben specificata zona della Russia meridionale, durante il secondo anno del piano quinquennale (1929). Il proletario Voščev, dopo essere stato licenziato per “debolezza e meditazione nel pieno dei ritmi generali di lavoro” (Platonov 2022: 45), raggiunge al limite di una città un gruppo di operai intenti allo scavo dello sterro della futura obšeproletarskij dom (tradotto nell’edizione italiana del romanzo “casa proletaria comune”), in cui tutti gli abitanti del circondario andranno a vivere, realizzando così il Socialismo. A circa metà dell’opera, la vicenda si sposterà in un vicino villaggio, ai cui margini si trova il organizacionnyj dvor (“Casale Formativo”), da cui partirà l’ordine della collettivizzazione dei beni dei kulaki e del loro esilio, necessari alla realizzazione del kolchoz e dunque, anche qua, alla nascita del Socialismo in terra. Questa, in breve, è la fabula del romanzo.

Già da questa breve sinossi risulta evidente come lo spazio diegetico si concentri attorno a due luoghi precisi – lo sterro e il Casale Formativo – che, nell’economia del discorso narrativo dell’opera, si configurano come sineddochi palingenetiche dell’ambiente urbano e di quello rurale e, di conseguenza, delle relative società umane in esse sviluppatesi. Non a caso, infatti, entrambi sono collocati da Platonov “ai margini” (v konce goroda / na kraju kolhoza, “alla fine della città” / “al confine del kolchoz”), configurandosi come degli spazi liminali tra l’addensamento di senso umano, ossia la tensione allo sviluppo della società verso la futura felicità comune, e ciò che si trova al di là di essi, ossia la zona dell’indefinito e della indifferenza della Natura. Kotlovan delinea così una netta dicotomia tra spazio umanizzato e non umanizzato o, in termini più propriamente antropologici, tra spazio culturale e naturale: “La distinzione tra due tipi di spazio, quello dell’habitat, della sicurezza e dell’ordine da un lato, e ‘l’altro’ spazio, caotico, pericoloso e non umanizzato, sarebbe – o sarebbe ritenuta – la prima manifestazione spaziale dei gruppi considerati come umani” (Paul-Lévy, Segaud 1983: 37). Tale opposizione rinvia a una distinzione fondamentale tra il territorio trasformato dall’azione umana – e quindi inscritto entro reti di significati sociali, simbolici e culturali — e uno spazio che permane al di fuori di tale processo, identificandosi con la natura come alterità rispetto all’ordine umano.  In questa polarizzazione, inoltre, si intravede il sottotesto mitico e cosmogonico – i personaggi di Kotlovan ambiscono niente meno che alla rifondazione ontologica della realtà – che caratterizza la povest’ platonoviana:

“[…]  lo sterro (kotlovan), scavo di sbancamento che si esegue per dar luogo alle fondazioni di un edificio, si presenta come tipica realizzazione di una metafora del mito che si trova all’origine di ogni civiltà, quanto l’eroe culturale, vittorioso sul caos della natura, getta le fondamenta eterne ed immutabili sulle quali vivranno le future generazioni.” (Verč 2022: 30)

Lo scavo e, in misura minore, il Casale Formativo non sono dunque dei semplici luoghi, ma dei veri propri cronotopi bachtiniani in cui la dimensione temporale si spazializza: essi sono il terreno di prova in cui nel presente rivoluzionario in fieri si uniscono il passato (i vecchi modi tradizionali di vivere della città e della campagna) e l’edificazione del futuro (la nuova società socialista). Questi, perciò, innestano uno script inedito (Gervais 1990) legato ad una atmosferica significatività metafisica che si irradia su tutta l’opera. Gli script, e più propriamente gli script d’uso altro non sono che “inanellamenti di azioni basate su ruoli ed accessori tipici di una ambientazione data” (Jouve 2010: 56), ossia sceneggiature predeterminate che permettono l’intersezione tra il mondo fittivo e quello del lettore, agevolando così la ricezione del testo a livello cognitivo. Tra di essi, tuttavia, esistono appunto gli script inediti, i quali non facendo parte della enciclopedia del lettore (Eco 1979) risemantizzano lo spazio e richiedono, invece, una “lettura nella comprensione”, in quanto connotano simbolicamente un dato luogo. Così, ad esempio, vengono descritte la vecchia città e il luogo in cui sorgerà la casa proletaria comune, una volta conclusa la fase di scavo dello sterro:

“Il sindacalista si mise alla testa degli operai specializzati per mostrare loro la città popolata di case rurali: quello stesso giorno, infatti, avrebbero dovuto iniziare la costruzione di un unico edificio, dove si sarebbe trasferita l’intera classe proletaria sociale; la casa comune si sarebbe innalzata sopra quella città tutta case rurali e cortili e ogni abitazione individuale si sarebbe svuotata per ricoprirsi impenetrabilmente di mondo vegetale, dove a poco a poco si sarebbe arrestato il respiro degli uomini che un tempo orami dimenticato aveva sfibrato […].”

(Platonov 2022: 63-64)

L’affermazione secondo cui: “l’occhio dell’immaginazione è nelle condizioni di funzionare a pieno regime ed intensificare il proprio potere allucinatorio […] quando i tratti descrittivi siano passibili di una qualche forma di simbolizzazione” (Cavicchioli 2002: 95) è decisamente pertinente con il passo appena citato. La descrizione platonoviana – si vedrà nel dettaglio più avanti – fissa una specifica aggettivazione che connota in senso metafisico lo spazio e che anzi sembra da esso diffondersi. Il futuro edificio si troverà v konce goroda (lett. al limite della città), al margine tra il territorio organizzato della vita umana e quello indefinito ed indifferente della natura:

“Lo spiazzo falciato odorava di erba morta e di umidità che in quei luoghi spogli facevano avvertire con maggiore chiarezza la generale tristezza della vita e l’ansia racchiusa in ogni inutile darsi da fare. Diedero a Voščev una vanga, la strinse tra le mani, quasi volesse estrarre la verità dalla polvere della terra; […] la materia cedeva sempre di fronte alla precisione e alla pazienza, dunque era morta e deserta. In mezzo a tutta quella desolata sostanza, l’uomo era invece vivo e degno.” (Platonov 2022: 65)

“Aritmetica del contropiano finanziario della produzione: 2+2 più l’entusiasmo degli operai = 5”, Jakov Guminer, 1931

Da un lato, quindi, si staglia l’utopia della felicità futura frutto del Piano Quinquennale, fisicamente coincidente con la casa proletaria comune, dall’altro la “desolata sostanza” della natura, della materia inerme e informe. La dicotomia tra ambienti umani e non umani è rimarcata a livello stilistico dall’apparato attributivo che li connota: da un lato, gli spazi culturali accentrano il senso dell’esserci umano; dall’altro, gli spazi naturali lo negano del tutto, associandosi all’indefinito. Il paesaggio ne risulta perciò rarefatto:

“Dal centro Voščev si spostò ai margini della città. Mentre si muoveva in quella direzione, scese una notte desolata; solo acqua e vento popolavano in lontananza oscurità e natura e solo gli uccelli erano in grado di celebrare con il canto la tristezza di quella tangibile immensità.” (Platonov 2022: 57)

L’aggettivazione platonoviana connota sempre in senso metafisico e astraente il dato naturale: cielo e pianura sono così “immensi”, “sconfinati”, “indefiniti”, “lontani” e al tempo stesso “malinconici”, “indifferenti”, “colmi di interrogativi”. Spesso i vari personaggi si fermano a scrutare l’orizzonte, gesto che innesta sempre uno smarrimento esistenziale:

“Ogni tanto Elisej si fermava sul posto, gli occhi assonnati e rivolti lontano, come a ricordare qualcosa che aveva dimenticato oppure a cercare in quello spazio un recondito lembo di terra per un tetro riposo. Ma la terra natia gli era sconosciuta e gli occhi spenti s’abbassavano.” (Platonov 2022: 129)

Il paesaggio naturale, così come descritto dall’autore, assedia l’umano, in quanto è privo di significato poiché la sua legge intima è quella della disgregazione della materia nell’informe, ossia la morte di tutto, che rende vano qualsiasi sforzo. In questo – così come in tanti altri elementi tematici – sta l’esperienza centrale della lettura della Filosofija obščego dela (Filosofia della causa comune, data) di Nikolaj Fëdorov (1829-1902). Se lo scopo ultimo dell’umanità è, per il filosofo russo, quello di sconfiggere la morte e se essa è inscritta nella materialità degli enti che compongono il mondo, allora la natura non può che essere matrigna:

“la contraddizione tra l’essere umano dotata di un’essenza concreta e la sua continua eliminazione da parte della natura svelava la viziosità del circolo della vita. […] [L]a natura, nella pratica filosofica fëdoroviana, è concepita come un ‘nemico temporaneo’ (vremennyi vrag): posta fra l’uomo e il cielo, essa con la sua folgore e le sue intemperie decelera il processo di realizzazione dell’immortalità.” (Larocca 2019: 44)

Lo spazio culturale, invece, si oppone come territorio in cui l’uomo tenta di dare uno scopo ad una vita altresì svuotata di significato:

“Pruševskij osservava in silenzio la nebulosa vecchia natura e in fondo a essa, illuminati più intensamente della luce che l’aria diffondeva, notò alcuni bianchi e tranquilli edifici. Non sapeva il nome di quelle costruzioni ormai finite e non ne conosceva la destinazione, anche se si poteva capire che gli edifici erano stati allestiti non solo per farne uso, ma anche per gioirne […]. Come un’isola in mezzo al resto del mondo in costruzione s’ergeva quel bianco intreccio di edifici, tranquillo e splendente. Ma non tutto era bianco in quegli edifici, in alcuni punti si notavano colori azzurri gialli e verdi che ricordavano i tratti di un disegno infantile e volutamente davano al tutto un tocco di bellezza.” (Platonov 2022: 126)

Il frutto della fatica dei proletari ha un che di pacificato, di fievole calore umano: gli edifici sono “tranquilli”, sono fatti per “gioire”, splendenti e belli, circondati ancora una volta da un ambiente insensato, la “nebulosa vecchia natura”. In quanto metafora dello sforzo per il miglioramento della condizione mortale, gli edifici sono un primo passo, tuttavia insufficiente, per la questione decisiva, ossia quella del senso ultimo dell’esistenza. La stessa bipartizione è riscontrabile nel villaggio kolchoziano in cui, dopo la morte di due personaggi, un mesto orizzonte si offre allo sguardo:

“Il sole tramontò a lato del kolchoz e il mondo divenne deserto ed estraneo; dal confine orientale del distretto stava salendo dal ventre della terra una densa nuvola che verso mezzanotte avrebbe dovuto raggiungere i vicini terreni […]. Dopo un po’ il mondo fu immerso in una totale oscurità, resa più intensa dalla nera terra calpestata dalle masse in lento e disordinato cammino.” (Platonov 2022: 148)

Gli spazi umani, al contrario, sono quelli in cui sembra risiedere una parvenza di fine e di direzione, coincidente con la direttiva dell’industrializzazione forzata e della collettivizzazione del Piano Quinquennale, in quanto luoghi della costruzione del Socialismo, incarnati dallo zelo del personaggio dell’attivista (unico a non avere un nome proprio), funzionario del Casale formativo e fautore della dekulakizzazione forzata. Caratterizzati sempre con una aggettivazione che sottintende una dimensione dubitativa circa il senso, il Casale Formativo o l’officina dell’orso martellatore sono i due luoghi del kolchoz dove i corpi si ammassano insieme per sconfiggere il dubbio:

“Nella grande casa del Casale Formativo c’era un’unica enorme stanza e tutti dormivano lì dentro, sul pavimento, perché fuori faceva freddo. Quaranta o cinquanta persone del popolo respiravano a bocca aperta […]. Anche Elisej giaceva in mezzo al pavimento […]. Trovato Voščev, Čiklin si coricò accanto a lui e si tranquillizzò fino al già più radioso mattino.” (Platonov 2022: 151-152)

L’addensamento di senso prima chiamato in causa è in questo esempio anche una vera e propria concentrazione di corpi che si stringono gli uni agli altri in un posto determinato nell’ottica di una condivisione di fine. Allo stesso modo, dopo l’espulsione rituale dei kulaki e l’avvenuta collettivizzazione, tutti i contadini del kolchoz si ritrovano insieme a lavorare nella fucina in una sorta di disperato impeto collettivo, producendo una serie di oggetti completamente inutili, accalorandosi per ogni colpo di martello, per ogni dente di erpice finito:

“Il kolchoz però, non dovendo andare da nessuna parte, si mosse dal Casale Formativo per dirigersi verso la fucina che risuonava del lavoro del martellatore [che] aveva del tutto smesso di cantare, la sua furiosa e tacita gioia si stava completamente consumando nell’impegno del lavoro e i contadini del kolchoz gli dimostravano piena partecipazione schiamazzando collettivamente come anatre a ogni battere di mazza, affinché i cerchioni ne uscissero più solidi e sicuri.” (Platonov 2022: 201)

“Nel nostro kolchoz non c’è posto per pope e kulaki”, Nikolaj Mihajlov, 1930

Platonov, dunque, tramite la dicotomia tra spazio umano e spazio non umano che si è provato a mettere in luce, problematizza in chiave cosmogonica il progetto sovietico dell’industrializzazione e della collettivizzazione forzata come motori del Progresso socialista e dunque della futura felicità del proletariato:

“The Revolution was preoccupied with destroying the old foundation of society to clear the way for a new culture and home in the world. Yet again, however, the question is whether in the existential or cultural respect this new home can become a true home if the world merely hides the previous reality in the alleged destruction of it in order for this new happy building to appear.” (Lane 2018: 72)

Lo sterro e il Casale Formativo diventano così i luoghi in cui l’umanità tenta di dare uno scopo alla propria esistenza e alla realtà stessa attraverso la dottrina comunista, ritagliandolo dal “caos” primigenio dell’eterna natura nemica e dalla distruzione dei precedenti modelli sociali. Su di essi, dunque, si condensano serie semantiche antitetiche. Un primo dualismo è quello che vede l’opposizione tra antropico e non antropico: da un lato si staglia la coppia Sterro/Casale Formativo, sineddochi liminali della coppia città/villaggio come spazio del finito, della vita, del senso; dall’altra la natura (pianura/cielo) come spazio dell’indefinito, della morte, del non-senso. Su questa dicotomia mitica si innesta una serie spazio-temporale di cui i due luoghi in questione, come anticipato precedentemente, sono i rispettivi cronotopi, ossia quel luogo letterario in cui avviene “la fusione dei connotati spaziali e temporali in un tutto dotato di senso e di concretezza. Il tempo qui si fa denso e compatto e diventa artisticamente visibile; lo spazio si intensifica e si immette nel movimento del tempo, dell’intreccio, della storia” (Bachtin 1975: 231-232): la coppia città/villaggio spazializza il passato come luogo del ripudio della tradizione da superare; la coppia sterro/Casale spazializza, a sua volta, il presente come luogo della verifica del Progresso nel suo svolgimento; la coppia casa proletaria comune/kolchoz, infine, spazializza il futuro come luogo della promessa della felicità umana, concretizzazione dell’utopia socialista. Queste tre coppie non vanno intese come tre momenti distinti in quanto esse condividono lo stesso spazio: lo Sterro e il Casale formativo (Presente) sono infatti al confine della prima coppia (Passato) e sono le fondamenta – letteralmente – della terza coppia (Futuro). Se dunque il fondamento della mitologia è quello di trasformare il caos in cosmo narrando la costituzione di tale ordine in un prima inteso come tempo primordiale (Ur-Zeit) che antecede e fonda paradigmaticamente il tempo empirico del dopo (Cfr. Meletinskij 1993) o, con Mircea Eliade, proiettando il tempo concreto “[…] nel tempo mitico, in illo tempore, in cui è avvenuta la fondazione del mondo” (Eliade 1975: 38), si potrebbe allora dire che il mancato mito cosmogonico di Platonov si ponga in illo loco.

La fondazione paradigmatica, infatti, fallisce nella verifica del presente, comportando la distruzione tanto di ciò che è stato quanto di ciò che avrebbe dovuto essere. Lo sterro rimane incompleto e dà spazio della futura vita comune diventa la tomba dell’orfana Nastja, ammalatasi proprio nella notte dei festeggiamenti per l’espulsione dei kulaki e la realizzata collettivizzazione. L’eliminazione del nemico di classe – atto fondativo del kolchoz – voluta dall’attivista viene condannata dal Comitato regionale che mediante missiva lo definisce “un sabotare del Partito, nemico oggettivo del proletariato” (Platonov 2022: 210). Ciò ricalca, a livello storico, la fine di moltissimi dediti attivisti che, dopo la pubblicazione di un articolo di Stalin del 2 marzo 1930, vengono indicati come unici responsabili degli abusi della collettivizzazione forzata e dunque traditori e mistificatori della linea generale del partito (Verč 2022). Lo sterro, dunque, pone frontalmente una semplice domanda – in cui risuona il celebre quesito della bambina e dei cani posto da Ivan ad Alëša nei Fratelli Karamazov – ben sintetizzata alla fine del romanzo:

“In piedi, sopra quella bambina silenziosa, Voščev era perplesso: non sapeva più dove mai ci sarebbe stato il comunismo al mondo, se fin dall’inizio era assente nel sentimento d’un bambino e nell’emozione che solo una ferma convinzione può dare. A che scopo gli serviva ora il senso della vita e la verità sull’origine di tutte le cose, se non c’era più quel piccolo e fedele essere umano, dove la verità si sarebbe fatta gioia e movimento?” (Platonov 2022: 224)

 

 

Bibliografia:

Andrej Platonov, Lo sterro, Roma, Minimum Fax, 2022. Cura e traduzione di Ivan Verč.

Bertrand Gervais, Récits et actions, Longueil, Le Préambule, 1990.

Eleazar Meletinskij, Il mito. Poetica folclore ripresa novecentesca, Roma, Editori Riuniti, 1993. Traduzione di Aldo Ferrari.

Francoise-Paul Lévy, Marion Segaud, Anthropologie de l’espace. Habiter, fonder, distribuer, trasformer, Paris, Armand Colin, 2010.

Giuseppina Larocca, “Platonov e il topos della natura”, in Slavia. Rivista trimestrale di cultura, No. 4, ottobre-dicembre 2019.

Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Torino, Einaudi, 1997. Traduzione di Strada Janovic.

Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Bologna, Edizioni Boria, 1975. Traduzione di Giovanni Cantoni.

Sandra Cavicchioli, I sensi, lo spazio, gli umori e altri saggi, Milano, Bompiani, 2002.

Tora Lane, Andrey Platonov. The Forgotten Dream of the Revolution, London, Lexington Books, 2018.

Umberto Eco, Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi letterari, Milano, Bompiani 1979.

Viktor Šklovskij, Tret’ja Fabrika, Moskva, Artel’ pisatelej – KRUG, 1926. (La traduzione del brano tratto da questo testo è stata fatta per l’occasione da me G. E. R.).

Vincent Jouve, Spazio e lettura: la funzione dei luoghi nella costruzione di senso, in Flavia Sorrentino (a cura di), Il senso dello spazio. Lo spatial turn nei metodi e nelle teorie letterarie, Roma, Armando Editori, 2010.

Apparato iconografico:

Immagine 1 : https://jenikirbyhistory.getarchive.net/media/platonov-andrej-platonovich-7890d3

Immagine 2: https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%9F%D1%8F%D1%82%D0%B8%D0%BB%D0%B5%D1%82%D0%BA%D0%B8_%D0%A1%D0%A1%D0%A1%D0%A0#/media/%D0%A4%D0%B0%D0%B9%D0%BB:Yakov_Guminer_-_Arithmetic_of_a_counter-plan_poster_(1931).jpg

Immagine 3:

https://troisiemes.weebly.com/uploads/2/4/0/8/24082072/3939332_orig.jpg