A cura di Francesca Stefanelli
Traduzione di Francesca Stefanelli e Rita Di Girolamo
Abstract:
“All the Frost Melts” by Kseniia Bolshakova. A Translation
In All the Frost Melts (2024), the Dolgan writer Kseniia Bolshakova, raised in the tundra of Popigai in a family of reindeer herders, portrays a world threatened by assimilation, extractivism, and climate change. Blending memoir, autofiction, and cultural testimony, the book interweaves childhood, language, memory, and nomadic knowledge, offering an insider’s account of the lives of the Indigenous peoples of the Russian Arctic.
Kseniia Bolshakova è un’attivista e scrittrice indigena, membro della comunità tribale dolgana Iydyna. È nata e cresciuta nella tundra di Popigai, nell’Artico russo, in una famiglia di allevatori di renne. A differenza di molti suoi coetanei di etnia dolgana, ha avuto la fortuna di crescere in una comunità interamente dolgano-parlante, apprendendo non soltanto la lingua, ma anche le pratiche e i saperi tradizionali legati alla vita nomade.
In seguito all’arresto durante le proteste contro l’aggressione russa in Ucraina, Bolshakova si è trasferita negli Stati Uniti, dove oggi è referente della gioventù indigena presso le Nazioni Unite per l’Europa orientale, la Federazione Russa, l’Asia centrale e il Caucaso.
I merzlota taet (“Un giorno toccherà al permafrost”, 2024) esplora il destino dei nomadi indigeni dell’Artico attraverso l’autobiografia dell’autrice, una bambina cresciuta nella tundra in una famiglia di allevatori di renne. Il libro parla di quei macro-sistemi e di quelle entità un tempo percepite come eterne: il permafrost, la tundra, l’allevamento tradizionale, la lingua madre. Fin dalle prime pagine, tuttavia, l’autrice mostra come nulla sia davvero inesauribile o immutabile: il permafrost si scioglie, le risorse del sottosuolo vengono consumate, mentre le comunità native vengono progressivamente strappate ai propri costumi e spinte verso l’assimilazione.
Pubblicato nel 2024 in edizione bilingue dolgano-russa, Un giorno toccherà al permafrost è il suo libro d’esordio. L’opera si muove tra memoir, racconto autobiografico e testimonianza culturale. Intrecciando le voci della bambina e dell’adulta, l’autrice riflette sugli effetti profondi e duraturi della colonizzazione e dell’assimilazione.
La struttura è composta da capitoli relativamente autonomi, spesso costruiti intorno a un ricordo, un episodio familiare, un insegnamento ricevuto dagli anziani o una pratica della vita nomade. Ne emerge un mosaico narrativo in cui la dimensione autobiografica convive con quella documentaria: accanto ai ricordi dell’infanzia trovano spazio riflessioni sulla sedentarizzazione forzata, sulla perdita della lingua, sulla trasformazione dell’allevamento delle renne, sull’estrattivismo e sul cambiamento climatico nell’Artico.
Le descrizioni della tundra, delle pratiche di allevamento e della vita quotidiana evitano l’esotizzazione e si concentrano invece sulla materialità dell’esperienza: il freddo, i ritmi stagionali, il lavoro, il rapporto con gli animali, i pericoli della natura, la solidarietà tra famiglie nomadi. La tundra non appare come un paesaggio vuoto o remoto, ma come uno spazio abitato e conosciuto in ogni suo mutamento.
In questo senso il testo possiede anche un forte valore etnografico di restituzione dall’interno di un sistema di conoscenze tramandato attraverso le generazioni. Un ruolo fondamentale è affidato alla famiglia, e in particolare ai nonni materni, con i quali l’autrice ha trascorso gli ultimi anni della loro vita nomade; sono loro a trasmetterle le competenze, i racconti e i valori che continueranno a sostenerla anche lontano dalla tundra.
La memoria personale assume così una funzione testimoniale. Raccontare la propria infanzia significa preservare un mondo che rischia di scomparire e sottrarre la storia dei Dolgani alle rappresentazioni esterne che hanno fatto del Nord uno spazio disponibile alla conquista e allo sfruttamento. L’estratto qui presentato riunisce alcuni dei nuclei fondamentali dell’opera: il rapporto tra la bambina e i nonni, la vita quotidiana nell’accampamento, i pericoli della tundra e la trasmissione dei saperi ancestrali.
La questione della scomparsa delle lingue minoritarie è apparsa centrale nel dibattito portato avanti da Kseniia nelle sue presentazioni in Italia, avvenute nel giugno di quest’anno; se la progressiva scomparsa del dolgano comporta, infatti, la perdita di un intero sistema di conoscenze, c’è anche da chiedersi chi detenga il potere della digitalizzazione delle lingue stesse, del loro uso e consumo, della trasmissione e della perdita.
L’originale del testo tradotto si trova in: Kseniia Bolshakova, I merzlota taet (autoproduzione in versione bilingue dolgano-russo), New York, United Nations Permanent Forum on Indigenous Issues, 2024.
lungo corto giorno
I
Mi sveglio nel balok.[1] L’orologio sulla mensola dei piatti segna le sette del mattino. Le tende di pelle di renna alle finestrine sono ancora tirate. Di notte puntellano la tenda di pelliccia con un bastone, così il vento non la sbatte da tutte le parti. Quando fa giorno, sollevano la pelle e mettono via il bastone.
Me ne sto stesa sotto una pesante e calda coperta di volpe artica. Fuori dalla finestra ulula il vento, nella stufa la legna fa un crepitio confortevole. I riflessi delle scintille zompano dalla fornace rovente alle pareti e al soffitto. Corrono in tondo, come se giocassero ad acchiapparello. Per un attimo si fermano sulla finestra, poi saltano sui ceppi rinsecchiti, si spostano su tutti tutti i vestiti appesi alla porta, attraversano l’altra finestra e si vengono a ficcare nel mio letto, ma non riescono ad arrivare alle cose sparse sotto al letto. Poi i riflessi delle fiammelle scivolano sul tavolino basso e tornano nella loro stufa. Mi tirano a sé, voglio giocarci. Il balok è così piccolo che, se mi alzassi, arriverei fino alla stufa con tre dei miei passi da bimba. Ma la coperta mi tiene stretta nel suo abbraccio caldo, e finché il balok non sarà ben riscaldato non ho nessuna voglia di uscire.
Sul tavolo brilla fiocа una lampada a cherosene. Sa di farina tostata. Il nonno versa il tè in un piattino fondo, dai bordi alti. La nonna fa tintinnare il cucchiaio contro la tazza. Bisbigliando tra loro, mescolano farina e burro nel tè. Sotto il rombo del vento, lo scoppiettio della legna e il borbottio dei miei cari, mi riaddormento.
Tolgono la pelle dalla finestra, e il balok si riempie di luce diurna. Sono già le dieci del mattino, bisogna alzarsi quanto prima: il giorno nella tundra è brevissimo, alle due fa già buio. Dalla strada arrivano pezzi di conversazioni di vicini, abbai di cani, scatarri di renne, scricchiolio di neve. Hanno già ricondotto il branco domestico, allontanatosi dall’accampamento durante la notte.
Ogni mattina gli uomini vanno a recuperare le renne che si sono disperse alla ricerca di lichene. In inverno, sotto la neve, il cibo non si calpesta e le renne non si allontanano molto, anzi, nel gran gelo notturno restano per lo più sdraiate, scaldandosi una contro l’altra. Dall’inizio del parto fino al ghiaccio compatto, gli uomini fanno la guardia per tutta la notte. In primavera e in estate le renne vanno più lontano e spesso muoiono azzannate da lupi o orsi.
Oggi la raccolta della mandria tocca a D’okk’jo, mentre il nonno andrà al lago a controllare le reti. Ieri mi ha promesso di portarmi con sé. Mi alzo pregustando la gita. A giudicare dalle nuvole e il vento, non dovrebbe esserci bufera.
A colazione abbiamo una zuppa di farina con osso. La parte più buona, il midollo, tocca a me. La lunga cottura lo rende una massa grassa, simile a un paté compatto. Lo estraggo dall’osso stretto con il manico di un cucchiaino; schiacciato con la lingua contro il palato, il midollo si scioglie subito, spandendo in bocca il suo grasso caldo.
La dieta di chi vive nella tundra non è molto varia. In compenso, il nostro cibo è molto nutriente. La base della dieta è costituita da carne e pesce. Le due cose più deliziose che prepara la nonna sono la gelatina di zoccoli di renna e il battuto di coregone congelato con sale e pepe. Nei suoi piatti si sente sempre la cura che ci mette. Da noi non si usa esprimere apertamente i sentimenti, ma la nonna mi cede sempre le teste di pesce pulite, perché io possa succhiarne gli occhi. Questo non è forse amore?
II
Dopo colazione, ci dirigiamo verso il lago. Per prima cosa dobbiamo catturare e aggiogare due renne. Prendere al laccio una renna non è un compito semplice. Vengono in aiuto tutti gli abitanti dell’accampamento, e la cattura delle renne è sempre un evento molto rumoroso e vivace.
Gli uomini vanno verso il branco, lacci in mano, le renne si disperdono, impaurite. Le donne sbarrano loro la strada, io con loro. Agito le braccia, grido con tutte le forze, cercando di sembrare minacciosa e autorevole come la nonna. Le renne, stordite, cambiano direzione e si vanno a scontrare con gli uomini; gli allevatori fischiano ai cani, addestrati per inseguirle. Chissà come fanno a fischiare così forte e nitido. Provo a imitarli, ma mi escono solo suoni smorzati e sputi.
Il nonno lancia il cappio su un giovane maschio vivace e lo tira. L’animale resiste con forza. La corda è tesa al massimo: la renna si divincola e fugge via. All’improvviso il laccio scivola sulla neve, proprio davanti a me, e io lo afferro. Per un attimo mi sembra di poterlo domare, ma ecco che il maschio mi rovescia e mi trascina nella neve. Mi gridano di lasciare il laccio, ma così perderemmo anche la renna!
La neve sollevata dalla corda mi va tutta negli occhi. La corda mi scivola tra i guanti di pelliccia, cerco di riacciuffarla ma finisco per staccarmi completamente: la renna scompare, lasciandomi a rotolare nella neve. La nonna accorre a vedere se mi sono fatta male, poi torniamo al branco e continuiamo a inseguire le renne. Riusciamo a prenderle al secondo o terzo lancio.
Le renne aggiogate aspettano. Il nonno carica sulla slitta gli attrezzi per controllare le reti: il pešnia – una vanga di compensato – una schiumarola, una corda e un pezzo di incerata. Per rendere la seduta più morbida, stende una pelle di renna.
Intanto io mi cambio. Non che fossi vestita leggera o bagnata mentre inseguivo le renne: semplicemente abbiamo vestiti diversi per le uscite nella tundra e la vita nell’accampamento. Se vai a pesca, a caccia o nel villaggio ti vesti più pesante. I nostri abiti di pelle tengono bene al caldo e non diventano umidi: sotto la pelliccia di renna il calore si distribuisce uniformemente, così il corpo si riscalda ma non suda.
Le nostre reti sono distribuite in tre laghi. Il più lontano è a venti chilometri dall’accampamento, ma oggi andiamo al più vicino, sarà tra i cinque e i sette chilometri massimo. La nonna lega i cani perché non ci seguano. Io mi appollaio sulla slitta.
Il nonno si mette alla destra delle renne e tira la slitta dietro di sé. Così fanno tutti i Dolgani, mentre gli Nganasani si mettono a sinistra. Gli Nganasani fanno sempre tutto in un altro modo. Noi puliamo il pesce tenendolo per la coda, loro per la testa. E poi salutano senza togliersi i guanti. Le leggi dolgane non ci consentono di sposarci con loro. Attraversare le tracce lasciate da una slitta nganasan — anche quello è proibito…
Nonostante queste tradizioni, i Dolgani del nord hanno sempre vissuto fianco a fianco con gli Nganasani a Volochanka, Ust’-Avam e Novaja. Il mio trisavolo da parte di nonna, il Vecchio Takra, aveva un enorme branco, in cui lavoravano anche Nganasani. Nostro nonno fu espropriato, arrestato e portato via. La sua vita finì da qualche parte in terra straniera.
Quando la nonna arrivò a Novaja per il tirocinio da veterinaria conobbe gli Nganasani che avevano lavorato per suo nonno. Ricordavano con grande calore e rispetto quello “sfruttatore” dal quale il potere sovietico li aveva “liberati”. Ora, a Novaja, non ci sono più renne, né tra i Dolgani né tra gli Nganasani. E se non avessero stroncato l’esistenza dei popoli nativi, le renne ci sarebbero eccome — a Novaja, a Kresty, a Katyryk, a Kheta e in tutte le altre terre dei nomadi della Siberia.
III
“Ehi-i-i!”, grida il nonno, assestando un colpo sulle costole della renna in prima fila. Le renne si mettono a correre. Il nonno salta sulla slitta, vicino a me. Ci lasciamo l’accampamento alle spalle.
Le collinette di neve lasciano il posto a piccoli cumuli. Di tanto in tanto si incontrano alberelli nani solitari. Il cielo bianco come neve si riversa nella nivea tundra, creando la percezione di una distesa sconfinata. Cielo senza sole, terra senza orizzonte. La mia tundra. L’aria fredda mi riempie i polmoni. Mi chiedo, anche loro lì dentro si coprono di brina come si copre il mio scialle?
Vedendo che sono rimasta in silenzio, il nonno comincia a prendermi in giro. Fa il gradasso, dice che non ci mette niente a farmi cadere dalla slitta con il lungo bastone.
Ti faccio cadere sia da qui, che di lì, dice, e mi punzecchia con l’asta.
“E allora io faccio così!” – appoggio le mani sulla sua schiena robusta.
Tra sbuffi e spintoni non riesco a spostarlo. Ridiamo forte dei miei sforzi.
Non è la prima volta che piazzo le reti sotto il ghiaccio con il nonno, ma non mi era ancora capitato di controllarle. I Dolgan non misurano le reti in metri, ma in passi. Le reti corte sono lunghe venti passi, mentre quelle lunghe più di trenta. Piazziamo le reti quando il ghiaccio diventa spesso come una scatola di fiammiferi. A un’estremità della rete leghiamo un bastone di due metri e lo caliamo nel primo buco ricavato nel ghiaccio. La corrente trascina il bastone, che si porta dietro la rete sotto il ghiaccio, distendendola. Il pescatore osserva attentamente la direzione in cui si muove il bastone e lo segue, rimuovendo la neve. Quando sul lago si è appena formato il ghiaccio, il bastone è visibile senza alcuno sforzo, ma se il ghiaccio è spesso, non è così facile riuscire a distinguerlo. Il bastone viene levigato finchè non diventa bianco e visibile nell’oscurità delle acque profonde. Alcuni ci fissano sopra perfino una torcia.
Quando la rete si distende, il bastone si ferma. Allora facciamo un secondo buco e con il bastone afferriamo l’estremità della rete che è arrivata fino a noi. Affinché le reti non finiscano incastrate sotto il ghiaccio, vengono legate a un bastone posto trasversalmente sul foro nel ghiaccio. C’è un altro bastone in questa costruzione: è legato a croce a quello trasversale per indicare la posizione del buco nel ghiaccio.
Ci avviciniamo al lago. I bastoni sporgenti ci indicano dove si trova la rete e dove dobbiamo rifare i buchi. Il nonno rimuove la neve con il badile, apre i buchi intasati dal ghiaccio ed elimina i frammenti di ghiaccio con una schiumarola. In un buco lega alla rete una corda lunga quanto due reti. Da un altro tira fuori la rete dall’acqua gelida a mani nude. Mi metto l’estremità della rete sulla spalla e la tiro con tutte le mie forze. La corda si stende lentamente dove prima c’era la rete. Cammino con questo carico e sento come se tutto il peso della vita nella tundra fosse ricaduto sulle mie spalle.
Il nonno libera il pesce catturato. Tira fuori sinuose bottatrici dalle grandi teste. Me ne danno un po’ per portarle ai cani e alle renne. Ne mangiamo anche noi di belle grosse; hanno un fegato grande e bianco, da cui si ricava una zuppa dolce e densa. La nonna proibisce di mangiare questo tipo di pesce. Ha studiato veterinaria e sa che il fegato di questi pesci è cattivo e pullula di parassiti.
“Vorrei che ci fossero più bottatrici storte!” grido al nonno.
“E cosa mangeremo allora!?” risponde ridendo.
La corda tesa sotto il ghiaccio aiuta a rimettere la rete a posto. Stendiamo un telo cerato sulla slitta, vi sistemiamo sopra il pesce, poi lo chiudiamo e lo leghiamo. Il nostro bottino: qualche čir, un paio di peljad e cinque bottatrici sinuose.
IV
Il pesce procurato con la propria fatica è particolarmente saporito, ma nel piatto non ci salta da solo, quindi mi metto al lavoro con la nonna. Tolgo le squame, taglio la pinna inferiore e partendo da questa incisione squarcio la pancia. Tolgo l’intestino e su insistenza di nonna rimuovo con gran cura il sangue, poiché all’interno potrebbero esserci delle larve. Di solito i Dolgan mangiano il sangue del pesce in qualsiasi forma, ma non la nostra famiglia. La padella con il pesce sfrigola sul fornello. Ora posso dedicarmi alle mie bottatrici.
Che si apra il ristorante per cani! Taglio il pesce congelato con un’ascia. Con un pesce ricavi la testa, due pezzi centrali e la coda. Sistemo il pesce tagliato su un pezzo di compensato. Il piatto deve essere decorato, è pur sempre un ristorante. Faccio delle palline belle rotonde con la neve e le sistemo intorno al pesce e poi chiamo i cani.
Eccoli che già mi ronzano intorno!
Nel nostro ristorante i prezzi sono modesti: strette di zampa e abbracci. Di solito i miei visitatori, che non sono molto esigenti, lasciano persino una mancia leccandomi il viso e le mani. I cani prendono i loro pezzi di pesce e se li portano. Della decorazione di neve non interessa a nessuno; come titolare di un ristorante per cani, forse dovrei farmi qualche domanda
Intanto il momento della comunicazione si avvicina impercettibilmente. Ogni giorno alle dieci del mattino e alle cinque del pomeriggio gli abitanti della tundra contattano il centro abitato. C’è una stazione radio in ogni accampamento. Noi abbiamo un ricetrasmettitore portatile nella baracca del nonno, perché è lui che è a capo della mandria.
Durante la sessione di telecomunicazione, i parenti dei nomadi a Popigaj si radunano dalla nonna Kapaa. In realtà non si chiama per niente Kapitolina, come potrebbe sembrare, ma Zina. Da bambina, era stata soprannominata Kapataaj (senza capelli) a causa dei suoi capelli fini. Con il tempo il soprannome si è accorciato. La nonna Kapaa e suo marito sono sempre stati nomadi, ma con l’età si sono stabiliti nel centro abitato e lì sono responsabili delle comunicazioni. Amano molto seguire le novità dalla tundra.
Tiriamo fuori l’impianto per la produzione di energia. Appoggiamo un asse con l’impianto fissatoci sopra su due panchetti. Mi siedo su questa struttura come su una bicicletta e comincio a girare a mano i pedali. Si sentono scoppiettii, squittii e ronzii. «Ožim’, ožim’, ricezione». A turno, gli accampamenti, in diversi canali, riferiscono la situazione. Comunicano dove si stanno spostando e come stanno le renne, si informano sul meteo e sulle novità del centro abitato.
Anche mamma è venuta per la chiamata. Mi chiede come sto e dice che le manco. Il nonno mi dà il cambio ai pedali. Mi avvicino di corsa al ricetrasmettitore portatile e cerco di rispondere con poche parole e ad alta voce, ma è tutto un po’ confuso. Non si può restare troppo a chiacchierare perché ci sono gli altri canali in attesa.
Dopo la comunicazione divento un po’ triste. Dopotutto, mi mancano la mamma, la mia sorellina e il mio caro Popigaj. Mia mamma ha dato tutta sé stessa per la nostra grande famiglia. Quando i suoi genitori erano nella tundra, si prendeva cura delle sue sorelle nel centro abitato. Mamma ha lavorato sempre molto affinché io e mia sorella crescessimo come brave persone e non ci mancasse nulla.
La nonna fa il letto. Il nonno accende la stufa per la notte. Sul fornello, in un secchio, si scioglie la neve. Io, stanca, strofino le tazze con un pezzo insaponato di rete da pesca. Intontita dal calore, attingo dal secchio la neve sciolta e la verso goffamente, facendola colare per terra. La nonna se ne accorge e brontola dicendo che fare così è an’yy. I nostri divieti non riguardano solo il rispetto degli spiriti, ma anche delle regole della casa.
V
Mi metto in mezzo, tra i miei cari. In tre, sul letto stretto, c’è poco spazio. La nonna mi tira a sé e mi abbraccia forte. Il nonno comincia un racconto. La sua voce bassa e calma suona come una ninnananna.
“Un vagabondo camminava nella tundra, quando trovò un osso di renna. Si ruppe il naso con l’osso, poi lo ricoprì di neve e lo imbrattò con il proprio sangue. L’osso così divenne simile a un pezzo di carne. Il poveruomo arrivò a una tenda e chiese alla padrona di cucinare una zuppa con il suo osso. Nella pentola la neve si sciolse, lasciando l’osso spoglio. Il vagabondo accusò il padrone di aver mangiato tutta la carne, così i padroni dovettero cedergli un piccolo di renna. Il poveretto raggiunse un’altra tenda. Lasciò il suo piccolo di renna legato e restò a pernottare da quelle persone. Di notte strangolò il cucciolo e accusò i padroni. E loro gli resero una femmina di renna adulta.
Il vagabondo lungo la strada si imbatté in un cimitero. Disseppellì una donna sepolta di recente e la mise sulla renna. Nell’accampamento successivo, la donna cadde dalla renna. Il povero si scagliò sui padroni dicendo che gli avevano ucciso la moglie. Pretese da loro che gli dessero la figlia.
Più avanti il vagabondo vide un bracciante pascolare una grande mandria. Lo convinse a nascondersi, gli disse “devi fare così e così quando ti chiamerò”, poi andò dai padroni dell’accampamento e disse che quelle renne appartenevano a lui. Cominciò una lite. Chiamarono in causa gli spiriti della terra per decidere.
‘Spiriti della terra, di chi sono queste renne?’ tuonò il vagabondo.
‘Sono le renne del vagabondo’, rispose il pastore dal nascondiglio, con voce contraffatta.
I padroni non poterono discutere con gli spiriti e diedero all’imbroglione le loro renne».
Non sento la fine del racconto. Ma so che il vagabondo visse al lungo e in ricchezza. Perché i Dolgan hanno così facilmente a quel farabutto? Perché non hanno scacciato chi li ha truffati? Ci sono persone del genere, persone che lasci entrare nella tua vita e ti derubano di tutto. E di cosa vivrà poi, un popolo che ha pagato il suo essere ospitale con la propria terra e il proprio futuro?
[1] Casa smontabile tipica dolgana.
