A cura di Martina Mecco
Abstract:
“Science Is not an Easy Thing, It Is Granite, and It Must Be Gnawed at with Young Teeth.” Writing the Biography of Lev Trockij: A Conversation with Virginia Pili
This interview with scholar Virginia Pili focuses on her forthcoming biography of Lev Trockij. The questions explore lesser-known aspects of the politician’s life, including his childhood, as well as the challenges of writing a biography of such a complex and multifaceted figure.
L’idea di realizzare questa intervista nasce dalla volontà, sempre più impellente, di creare uno spazio di discussione dedicato alla dimensione testuale e, più precisamente, alla necessità di riflettere intorno all’oggetto e alle forme delle opere accademiche e divulgative legate all’ambito della slavistica. Il testo che segue è la trascrizione di un incontro con Virginia Pili, ricercatrice indipendente italiana specializzata nella letteratura sovietica degli anni Venti, nella cultura rivoluzionaria e nelle avanguardie di orientamento ideologico. Pili è autrice di una tesi dottorale dedicata a Lev Trockij in qualità di organizzatore culturale tra il 1917 e il 1924. A lei si deve inoltre un importante lavoro su Boris Arvatov, figura centrale del dibattito critico russo degli anni Venti e Trenta e appartenente all’ampia costellazione del formalismo russo. Oltre ad aver curato l’edizione dello scritto arvatoviano O Majakovskom (“Su Majakovskij”, 2020), Pili è co-curatrice, insieme a Guido Carpi, della principale antologia italiana dedicata al critico russo (2023).
Nel corso della conversazione abbiamo cercato di ripercorrere alcune delle coordinate spaziali della vita di Lev Trockij, intrecciando la ricostruzione storica con riflessioni di carattere ideologico sulla sua figura e con considerazioni più propriamente teorico-critiche sul significato che assume oggi la scelta di scriverne una biografia. Pili è infatti autrice di una biografia italiana dedicata a Trockij, di prossima pubblicazione per Carocci Editore.
Martina Mecco: Parlando di capitalismo e editoria, forse è meglio che ci concentriamo sulla nostra intervista. Oggi siamo qui con te, Virginia, per parlare del tuo lungo e ormai quasi terminato progetto riguardante la stesura di una biografia di Trockij. Vuoi parlarmi un attimo in generale di questa biografia e di come ti sei approcciata alla stesura? Come hai deciso di scrivere un libro su Lev Davidovič?
Virginia Pili: Certo, volentieri, sono super contenta di questa nostra chiacchierata. In realtà, sono ormai praticamente quasi dieci anni. Nel 2017 infatti è uscito il mio primo lavoro su Trockij, l’avevo pubblicato su Micromega per il centenario della Rivoluzione russa e si trattava di una riflessione sull’opposizione di sinistra da lui cappeggiata. Da questo articolo è nata l’idea del progetto di ricerca che ho portato avanti presso l’Università di Roma Tre, incentrato sulla politica culturale trockiana fra il 1918 e il 1924. Nel 2024, Carocci mi ha proposto di scrivere la sua biografia. Cosa che mi ha reso felicissima, è un bel peso e anche perché ci sono insomma, diciamo, nomi abbastanza illustri che si sono occupati della biografia di Trockij: l’opera biografica di Trockij per eccellenza è quella in tre volumi di Isaac Deutscher. Vorrei riportare una frase che trovo molto classica di Alexandre Rieznik, che nella sua introduzione al volume Lev Trockij pro et contra, ha scritto all’incirca così: tutti coloro che scrivevano di Trockij, nello scrivere di lui in realtà scrivevano di sé stessi. È una frase molto veritiera, che rispecchia una delle principali tendenze dei “materiali a stampa” su Trockij, siano essi biografie, memorie o altro. Il primo a notare come la figura di Trockij avesse la tendenza a diventare materiale mitogenico fu Jean Van Heijenoort, uno degli ultimi segretari di Davidovič. Generalmente chi scrive di Trockij o tende ad idolatrarlo, ed è il caso per molti versi del grande capostipite Deutscher, oppure ambisce a demistificarne la figura: è il caso di biografie più recenti, come quella di Yuri Felshtinsky e Georgij Černjavskij o quella di Robert Service, che infatti hanno entrambe suscitato un vespaio tra i trockovedy proprio per la loro impostazione nel descrivere la figura di Trockij, seppure si tratti di opere notevoli per la quantità di materiali d’archivio che portano alla luce. Trockij stesso, del resto, ama molto scrivere di sé stesso e delle vicende storiche in cui è stato coinvolto: lui stesso a un certo punto proprio in La mia vita dice: “sin dai miei primi anni, sin dall’infanzia, avevo sognato di diventare scrittore”. È il caso ovviamente della sua autobiografia. La mia vita, ma anche, seppure in maniera diversa, ovviamente di opere come 1905 o Le lezioni dell’Ottobre. Quando ci troviamo di fronte alla necessità o alla tentazione di usare le opere di impianto storiografico o cronachistico di Trockij come fonti, non dobbiamo dimenticarci mai che Trockij scrive come un autore dotato di una propria precisa agenda, e in base a questa confeziona la propria narrazione dei fatti. È invece necessario tenere in mente quali erano gli obiettivi che lui si poneva nel momento in cui scriveva quell’opera, e in base a quelli scegliere se inserire o meno determinati aneddoti in una biografia che comunque punta ad essere moderna e obiettiva. Questo vale anche per il caso di quel lavoro straordinario che è Storia della rivoluzione russa. L’opera riprende un’idea che Trockij aveva avuto già nel 1924, ovvero quella di studiare l’Ottobre come fenomeno storico dal quale trarre una serie di lezioni. In questo suo lavoro Trockij si propone lo scopo di ribadire la solidità della propria linea teorica dopo i virulenti attacchi della critica di Partito. Nel farlo si ribella apertamente contro il principio di imparzialità dello storico rivendicando il diritto ad esprimere apertamente le proprie simpatie e antipatie: e così facendo crea un meraviglioso affresco polifonico, spingendosi a dare diritto di parola persino al suo vecchio arcinemico, il comandante bianco Denikin. Storia della Rivoluzione russa, così, diventa al tempo stesso una grande opera di narrativa e un campionario di fonti per chi necessita di studiare e ricostruire l’Ottobre; un campionario che comunque va usato con estrema attenzione. Vi è poi, inoltre, il problema delle varie immagini di Trockij che sono state plasmate nel corso della storia. È una sorta di labirinto di specchi, all’interno del quale è difficile destreggiarsi. Ad esempio, è uso comune pensare a Davidovič come una persona estremamente pedante, puntigliosa, un po’ incline alla discussione fine a sé stessa. Questa caratterizzazione, che pure ha degli elementi di verità, tende però ad appannare dei lati molto più interessanti della sua figura: Trockij era una persona innamorata della vita e del proprio lavoro, che possiamo dire si divertiva a “giocare a scacchi” con un avversario spesso più forte di lui; era un uomo energico, spiritoso, per quanto il suo umorismo si manifestasse sovente in un sarcasmo corrosivo. Ho cercato di lavorare molto per riorientare la sua immagine in questo senso, e per questo motivo ho puntato a dare uno spazio considerevole alla sua fase di adolescente e di giovane adulto. Al pubblico trockista è molto cara la figura del venerabile “Grande Vecchio” impegnato nella lotta impari con Stalin; io ritengo, tuttavia, che in questa fase storica sia molto più importante puntare sulla figura del Trockij giovane adulto prima e trentenne-trentacinquenne poi, andando via via a restringere il campo sugli anni della sua vita più noti. In modo scherzoso dico che la biografia si estende e si accorcia come una fisarmonica: del resto si tratta della stessa scelta che Trockij ha fatto nello scrivere la sua opera su Stalin.

MM: Grazie mille per questa introduzione che in un certo senso mostra come tu decostruisci in modo epistemologico-ontologico quella visione del Trockij “grande vecchio” per darne un’immagine che sia coerente anche dal punto della genealogia del pensiero trockiano. Di fatto, noi siamo abituati a vedere Trockij a partire dal 1905. Vorrei dunque impostare questa intervista con il filtro dello spazio, inteso in senso geografico e metaforico, cominciando a chiederti quali sono gli spazi dell’infanzia e della adolescenza di Trockij?
VP: Grazie mille, è una domanda molto interessante. L’infanzia prima e gli spostamenti avvenuti poi nella sua adolescenza contribuiscono a porre le basi di uno dei concetti chiave del suo modello sociale, ossia la netta contrapposizione tra campagna e città. Trockij nasce in una famiglia di agricoltori ebrei, che è passata dallo status di coloni a quello di proprietari a ridosso della sua nascita e grazie agli sforzi caparbi del padre, David Leon’tevič Bronštejn. Trockij si ritrova così ad avere un’infanzia rurale, in un mondo molto chiuso. Il trasferimento a Odessa per frequentare le scuole rompe questo “cerchio magico” portandolo in contatto con il mondo cittadino. Già qui si pone il problema delle fonti, nel senso che sull’infanzia di Trockij dobbiamo in gran parte fidarci di quello che ci racconta lui stesso. Si tratta di una scelta comune a quasi tutti i biografi, e che dipende dal fatto Stalin ha fatto tutto il possibile per cancellare la famiglia Bronštejn dalla faccia della terra, a partire dal fratello maggiore di Trockij, Aleksandr Davidovič, che aveva portato avanti l’azienda di famiglia, per arrivare a colpire metodicamente ogni ramo di questa stirpe sfortunata. Pochi sono scampati: il più famoso è certamente il celeberrimo Esteban Volkov (detto Sieva, vero nome Vsevolod Platonovič Volkov), figlio di Zinaida L’vovna, la prima figlia di Trockij, che si troverà a vivere con i nonni in due diversi periodi, dapprima in Turchia e poi in Messico dopo la morte per suicidio della madre. È morto qualche anno fa.
MM: Ma l’hai conosciuto il nipote di Trockij?
VP: Purtroppo no, anche se l’ho sentito parlare online a un incontro di trockisti a Napoli. Tra la fine degli anni Ottanta e il corso dei Novanta ha presenziato a diverse conferenze in Europa legate alla figura del nonno, nel 1988 aveva addirittura potuto tornare in URSS e conoscere la prima volta la propria sorella Aleksandra. Negli ultimi anni di vita era malato di glaucoma e si dedicava soprattutto alla cura della casa museo di Coyoacan. Ho conosciuto però nel 2020 a Mosca una anziana “nipote acquisita” di Trockij, si trattava, se ben ricordo, della figlia avuta in secondo matrimonio dal vedovo di Zinaida L’vovna. Sono andata a trovarla a casa sua e mi ha raccontato di come i suoi genitori fossero stati perseguitati per i loro legami trockisti, e di come si erano perse le loro tracce quando lei era ancora molto piccola. Una storia tremenda. Solo da anziana è riuscita a mettersi in contatto con i familiari che in Messico si occupano della casa museo di Trockij. Con la glasnost’ gli studi su Trockij hanno avuto una breve impennata con a riapertura degli archivi: si tratta di un processo ben simboleggiato dall’antologia The Trotsky Reappraisal (1992), nel quale si può trovare anche una testimonianza sulla storia della famiglia Bronštejn scritto da colui che all’epoca risultava essere l’ultimo esponente maschile sopravvissuto: si trattava del pronipote di Trockij Valerij Borisovič Bronštein. Si tratta di un testo struggente con il quale questo uomo già anziano, l’ultimo dei Bronštein, racconta una serie di storie e leggende familiari. Il racconto di Valerij Borisovič ci porta qualche informazione in più sulla storia familiare della tribù Bronštejn, confermando in gran parte quanto scrive Trockij stesso a proposito della sua infanzia: l’azienda agricola familiare, Janovka, era inserita in questo microuniverso gogoliano di piccole tenute gestite da personaggi improbabili, nevrotici, taccagni, cacciatori compulsivi, giocatori d’azzardo e simili. In La mia vita Trockij costruisce il personaggio ad hoc il personaggio di sé stesso bambino come un piccolo ribelle, un bambino sensibile che fa troppe domande e si inalbera quando assiste a delle ingiustizie. Per quanto si tratti di una ricostruzione a posteriori, si tratta di tratti caratteriali che conserverà per tutta la vita, e secondo me Davidovič ha fatto giustizia alla propria versione infantile. Ma Trockij si dipinge anche come un bambino molto dotato, e questo è tipico suo, il sintomo della sua immensa fiducia in sé stesso: Baruch Knei-Paz, uno dei massimi studiosi del pensiero trockiano, dirà con una certa dose di ironia che “nel corso della sua lunga carriera rivoluzionaria [Trockij] è stato accusato di molte cose, ma nessuno gli ha mai attribuito una falsa modestia (e del resto neppure una modestia genuina)”. Come ho già detto, il cerchio magico in cui è rinchiuso il piccolo Trockij si apre con il suo trasferimento ad Odessa sotto la tutela del cugino Mossej Spencer, giornalista ed editore di idee liberali. Notare che Trockij era il più giovane della famiglia (più piccola di lui c’era solo la sorella Ol’ga) quindi il fatto di essere stato scelto dallo zio è probabile che gli abbia fornito un primo, importante boost di autostima, gratificandolo e rinforzandone il carattere. A casa Spencer Trockij entra in contatto con il vivace mondo culturale dell’Odessa di fine Ottocento, e scopre quello che sarà l’altro grande amore della sua vita, la letteratura. Per il vero grande amore, l’attività politica, ci vorrà ancora tempo: Odessa era una città sotto pesante sorveglianza da parte della polizia politica zarista, e Mossej Spencer e sua moglie Fanny limitavano il più possibile i contatti di Lev con il mondo politico, ad esempio proibendogli di leggere i giornali. L’attivismo politico di Lev Davidovič comincia quando è già diciasettenne e si trasferisce nella cittadina di Nikolaev, dove ufficialmente dovrebbe terminare gli studi superiori. Il mondo degli studenti gli apre le porte di un posto abbastanza curioso, una dacia in un frutteto gestita da un uomo pare di origine ceca, di nome Franz Franzevič Švigovskij. Questa casupola si era trasformata nel punto di ritrovo e di discussione degli studenti che si interessavano di politica: quando Davidovič approda lì si trasforma in un accanito sostenitore del populismo, in gran parte per il fascino rivoluzionario emanato dalle numerose figure leggendarie che operavano in seno a quel movimento. Del resto, a casa di Švigovskij sono quasi tutti populisti, tranne una ragazza di nome Aleksandra Sokolovskaja, che spesso capita di là insieme ai suoi due fratelli minori. Davidovič la prende immediatamente di mira senza sapere che Aleksandra diventerà la sua prima moglie e la madre delle sue figlie Zinaida e Nina. Quando penso alle loro discussioni ideologiche me li immagino un po’ come Darcy ed Elizabeth di Orgoglio e pregiudizio. Tanto discutono che alla fine anche lui diventa marxista, e inizia a lavorare nel suo primo gruppo di organizzazione dei lavoratori. Si tratta di un’esperienza molto formativa ma che va prevedibilmente a finire male: parliamo di ragazzi molto giovani, sui diciannove – vent’anni, che agivano senza un collegamento solido con gruppi con maggiore esperienza. Vengano presto infiltrati dalla polizia, arrestati e infine esiliati in Siberia.
MM: Quindi per sintetizzare si ha la classica Bildung modernista del giovane che dalla campagna si trasferisce in città… e poi in prigione. Se mi sembra di capire bene, come la legge di Newton anche il trockismo è nato sotto a un melo. Adesso vorrei passare a un concetto che tu hai spiegato anche nella tua tesi del dottorato. Sin dall’introduzione sottolinei come accanto al concetto già conosciuto di rivoluzione permanente, nel caso di Trockij si può possa di evoluzione permanente, soprattutto nei confronti della sua Weltanschauung relativa al contesto russo. Tu scrivi una cosa interessante nella tua tesi, che a partire dalla celebre teoria della rivoluzione permanente Trockij arriva alle sue concezioni su cultura e letteratura passando per la trasformazione del byt. Ti vorrei chiedere di spiegarmi come la sua visione dello spazio russo e questa trasformazione del byt sono rappresentate in Trockij?
VP: All’interno del modello sociopolitico trockiano la dicotomia città-campagna è centrale. Trockij sostiene di aver iniziato a osservare la brutalità del mondo contadino già a Janovka, e queste sue impressioni infantili sono state sicuramente rinforzate da quanto aveva osservato durante il suo esilio siberiano, al quale ho infatti dato ampio spazio nella biografia. Durante gli anni trascorsi in Siberia egli si trova a convivere con un’umanità che è di fatto annichilita dalla miseria. Nelle aree periferiche la popolazione contadina è abbandonata dallo Stato: i punti medici si contano sulle dita di una mano, le scuole sono in mano al clero ortodosso che nel migliore dei casi se ne serve come di centri di indottrinamento religioso e nel peggiore sceglie come insegnanti personaggi del tutto inadeguati. La polizia e la giustizia di base sembrano non esistere, e in particolare Davidovič rimane sconvolto dal trattamento a cui sono sottoposte le donne contadine che si presentano ai punti medici, spesso dopo aver percorso decine di chilometri a piedi: si presentano con costole rotte, coperte di lividi, con ciocche intere di capelli strappate dalla testa, e una volta medicate vengono rispedite dai mariti che le hanno ridotte in quelle condizioni. Davidovič inizia così a sviluppare l’idea che la rivoluzione debba produrre un cambiamento profondo della vita quotidiana, riservando una particolare attenzione alle campagne. Un cambiamento profondo e duraturo è possibile solo dopo che si è verificata la rivoluzione, e nasce da una riforma del byt attraverso il mezzo della cultura: bisogna inviare medici, maestri, agitatori politici, specialisti che organizzino centri di formazione e istruzione. Le abitudini delle persone, cristallizzatesi in secoli di oppressione, possono essere cambiate solo se gli si fornisce un nuovo sistema di vita. Come direbbe Belinskij: alla Russia non servono prediche, serve il risveglio nel popolo di un senso di umana dignità. Nel periodo della NEP Trockij dedicherà grande attenzione al processo di trasformazione della vita quotidiana, andando a toccare i temi più diversi, da lui considerati interconnessi: dal problema dell’alcoolismo, alla questione femminile, passando per la lotta all’analfabetismo e all’attenzioni ai problemi igienici e di salute pubblica. La sua attenzione verso la profonda periferia rurale, nella quale si conservano sacche di arretratezza, è stata a mio parere fortemente condizionata dalla sua esperienza in Siberia, che lui avrà modo nel corso degli anni di paragonare per contrasto con la vita in Europa dopo la fuga dall’esilio.
MM: Lui parla dell’esilio siberiano in Moja žizn’. Come viene ricostruito? Moja žizn’ è tradotta in italiano, giusto?
VP: Sì, è tradotta, ce l’ho qua. È una traduzione un po’ vecchia, del 1976….
MM: L’anno non tradisce, insomma…
VP: La mia è tutta incerottata perché si vede che l’ho usata molto. Trockij vi racconta diversi episodi della sua vita siberiana, ma la sua critica sulle condizioni di vita popolare in quelle zone e sulla mancanza di servizi è tratta in realtà dagli articoli da lui scritti proprio durante l’esilio per la rivista Vostočnoe obozrenie. Curiosamente, si firmava “Antid Oto”, sostenendo di aver coniato questo pseudonimo aprendo a caso le pagine di un dizionario di italiano. Fu sempre per Vostočnoe obozrenie che Trockij cominciò a scrivere di letteratura, concentrandosi, tra gli altri, su Gleb Uspenskij. L’articolo in due parti scritto per l’avversario della morte dello scrittore segna anche il suo abbandono definitivo del suo primo amore politico, il populismo. Secondo “Antid Oto”, infatti, Uspenskij è impazzito dopo essersi reso conto dell’inconciliabilità tra il modo in cui i populisti hanno idolatrato il mondo rurale e l’orrenda miseria della vita contadina, che aveva avuto modo di osservare in prima persona. Possiamo dire che con gli articoli su Uspenskij, Trockij sancisce la sua definitiva trasformazione in marxista.
MM: Cosa leggeva Lev Davidovič?
VP: Trockij ha letto moltissimo, per tutto il corso della sua vita, muovendosi con una certa disinvoltura nella letteratura mondiale. Come conseguenza, ha sviluppato una concezione molto alta della letteratura, che considerò sempre come uno degli strumenti più preziosi a disposizione dell’essere umano, purché ovviamente venga compreso e utilizzato nell’orizzonte della critica sociale. Questo, tuttavia, non significa che il Partito possa arrogarsi il diritto di indirizzare la produzione artistica: deve semmai vigilare, intervenendo direttamente solo nel caso in cui “elementi controrivoluzionari” riescano a far diffondere le proprie opere. Sarebbe sicuramente interessante compilare un campionario delle letture fatte da Trockij durante tutta la sua vita, sicuramente ne verrebbe fuori un panorama molto ricco. Le lingue che conosceva meglio erano il tedesco e il francese; in seguito, imparerà anche l’inglese ma in maniera più rigida, senza raggiungere il livello di disinvoltura delle altre due lingue. Esiste un video di lui che parla in inglese, e si sente che effettivamente che rimane un po’ ingessato nel parlare, che non è del tutto a suo agio, oltre al fatto che mi sembra di percepire un accento tedesco micidiale. Trockij stesso durante il discorso si scusa con gli ascoltatori per il suo inglese: perfezionista com’era doveva infastidirlo profondamente.
MM: Prima hai detto che la politica culturale trockiana ha inizio nel 1918 e si conclude nel 1924. Sono anni estremamente complessi perché si ha il 1917, ovviamente la rivoluzione, e poi si ha la fase di transizione che si credeva essere breve, nel 1921 si ha le rivolte di Kronstadt, gli scioperi di massa, fino a poi arrivare alla NEP e poi al suo fallimento. In questi anni lui si dedica anche a un piano culturale. Quindi, ti vorrei chiedere come si delinea lo spazio trockiano in termini culturali dopo il 1917?
VP: Dobbiamo operare una distinzione tra “guerra” e “pace” (in senso molto relativo). Il periodo 1918-1921 si svolge sotto l’egida della rivoluzione e della guerra civile: per Trockij, si tratta di uno spazio culturale contenuto all’interno della più ampia sfera dell’Armata rossa. Si ripropone la dicotomia “città-campagna”: Trockij si trova ad operare in un esercito ad ampia maggioranza contadina sulla quale “galleggiano” i quadri proletari cittadini, che vantano una più solida consapevolezza politica. Egli cerca allora di mettere in moto il processo trasformativo della società a partire dall’esercito: i “soldati-comunisti”, ovvero gli iscritti al Partito, hanno il compito di dare l’esempio ai propri commilitoni meno consapevoli. Non si parla solo di valore e disciplina militare, ma di regole di vita quotidiana: il “soldato-comunista” deve essere il primo a condurre un nuovo byt: ci si lava le mani prima di mangiare, si beve solo acqua bollita per prevenire le malattie intestinali, non si sputa per terra, non ci si ubriaca, non si fanno i fischi alle donne dal finestrino del treno. Intendo qui il treno blindato sul quale Trockij si muoveva lungo il fronte: leggere l’elenco delle punizioni imposte all’equipaggio è davvero molto interessante.
MM: Quindi Trockij era contro il catcalling…
VP: Possiamo dire di sì. Il fulcro principale della sua politica linguistica riguardo alla questione femminile può essere così riassunto: quando apostrofate una donna come “baba” (o peggio), state insultando voi stessi, dimostrando quanto ancora siete schiavi del modello familiare imposto da modelli sociali arretrati: voi volete che la donna rimanga attaccata alle catene della casa. Nel periodo della “pace” (1921-1927) Trockij cerca di applicare il modello nell’Armata rossa sviluppato durante la Guerra civile ai vari ambiti della società, organizzando una serie di “campagne” tese all’organizzazione del lavoro secondo principi militarizzati, alla riforma della vita quotidiana, e, anche, alla gestione dello spazio culturale e letterario. Alla dicotomia “città-campagna” si affianca ora quella “Unione Sovietica-resto del mondo”: in attesa del riaccendersi della rivoluzione su scala mondiale, la società sovietica deve adoperarsi per recuperare il proprio sottosviluppo, andando a colmare le proprie sacche di arretratezza senza tuttavia commettere l’errore di rinchiudersi su sé stessa. Bisogna sempre tenere a mente che l’Unione Sovietica è solo un anello di una lunga catena di lotta che avvolge tutto il mondo, e che si trova in stadi diversi: in Inghilterra attraversa la fase dello sciopero dei minatori, nelle colonie dei vari imperialismi si può andare affermando il principio nazionale. L’obiettivo rimane quello di creare una rivoluzione mondiale: se la Rivoluzione russa rimarrà isolata, finirà per collassare sotto il peso delle sue contraddizioni. Si può parlare in questi termini anche di un’altra dicotomia spaziale, ovvero “spazio interno versus spazio esterno”, che è poi, tornando un attimo indietro, quella che caratterizza il treno blindato di cui ti ho già parlato. Nel 1918 Trockij predispone questo treno blindato che si sposta lungo il fronte come una sorta di navicella spaziale completamente autosufficiente: contiene al suo interno una lavanderia, una biblioteca, una stamperia. L’idea è trasformare la vita quotidiana cominciando da quella del collettivo che si trova a vivere dentro il treno, applicando un codice morale severissimo, sempre secondo quel principio del “dare il buon esempio” di cui ti ho già parlato. Si creava così uno strano contrasto: dentro il treno vigevano regole morali molto esigenti: un luogo dove l’alcol era pressoché bandito, dove una squadra di lavandaie bolliva le lenzuola per evitare la diffusione del tifo, dove si stampavano giornali e si imparava a leggere e scrivere, mentre il treno stesso si spostava in un paesaggio esterno devastato dalla guerra civile.
MM: Mi ricorda un film coreano…
VP: Il treno per Busan di Yeong Sang-ho….
MM: No, intendo Snowpiercer di Bong Joon-ho. Siamo in un’apocalisse globale: il mondo è ormai radioattivo, si sopravvive solo su un treno blindato che continua a viaggiare. Al suo interno, però, permane una rigida divisione di classe; non c’è alcun idillio trockiano. Anzi, credo sia forse il film più brutto di Bong. Però ho in mente proprio questa idea, con la differenza che nel treno di Trockij la lotta di classe è già avvenuta, mentre nel treno di Bong è ancora in corso…
VP: Un pezzettino di nuovo mondo…

MM: Ora vorrei fare un passo indietro, perché prima tu hai parlato del fatto che Trockij conosceva bene il francese e avesse avuto anche la possibilità di approfondire la conoscenza del tedesco a Vienna. Questo avviene dopo, però prima del 1905 lui sta già in Europa…
VP: Nel 1902 Lev Bronštejn fugge dall’esilio siberiano attraverso una serie di avventure rocambolesche che lo catapultano fino alla porta di Lenin a Londra: si verificano una serie di avventure degne di un film di Kusturica, ad esempio quella dove il carro su cui sta viaggiando si rovescia intrappolando sotto il suo peso lui, il carrettiere ebreo che lo sta trasportando e un gallo che inizia subito a strepitare e rischia di farli scoprire dalle guardie di frontiera. Nel corso di questa odissea assume lo pseudonimo di Trockij, che conserverà per tutta la vita. A provocare la fuga è proprio l’arrivo in Siberia per via clandestina di alcuni numeri della rivista “Iskra” e del Che fare? Di Vladimir Lenin. Davidovič decide, sostanzialmente, di star perdendo tempo in Siberia e che desidera prendere parte alle nuove forme organizzative della lotta politica clandestina che si stanno strutturando. Lungo la strada si ferma a Samara, e inizia a lavorare per la locale cellula dell’“Iskra”, che lo ribattezza “La penna” (Pero) per il suo talento stilistico. Le voci sull’abilità di “Pero” come polemista arrivano fino a Lenin a Londra, che preso dalla curiosità chiede ai compagni di Samara che glielo facciano arrivare in Inghilterra. Questa più o meno è la storia di come Trockij sbarca in Europa dalla Siberia profonda. Lenin, da parte sua, avrà modo di pentirsi amaramente di averlo voluto a Londra: Trockij infatti è molto giovane, poco più che ventenne, non ha gli elementi per apprezzare la metodicità e la sobrietà di Lenin e si affeziona molto di più ai “vecchi” dell’“Iskra”, personaggi comunque notevolissimi come Pavel Aksel’rod, Vera Zasulič, al cui fianco si schiererà nel 1903 quando ci sarà la frattura tra menscevichi e bolscevichi.
[pausa bagno]
MM: Mentre tornavo dal bagno ho preso un libro che ho letto lo scorso autunno, L’uomo che amava i cani di Leonardo Padura, in cui si racconta la vita di Ramón Mercader, l’assassino di Trockij. In circa ottocento pagine viene proposta una ricostruzione romanzata della sua biografia; forse più avanti potremmo anche citarne un passaggio. Prima di parlare del Trockij “messicano” – sempre che sia legittimo utilizzare questa espressione – vorrei però soffermarmi più in generale sulla questione dell’esilio. Mentre parlavi del custode del frutteto di origini ceche, mi è venuto in mente uno scritto di Georges Simenon. La prima apparizione di Simenon sulla stampa cecoslovacca è infatti legata proprio a Trockij: si tratta di un articolo pubblicato su Nova svoboda, una rivista socialista il cui titolo significa “Nuova libertà”, nel quale i socialisti cechi vengono rassicurati sul fatto che Trockij sia vivo e vegeto sull’isola di Prinkipo. La redazione, a sua volta, sottolinea di aver appreso la notizia proprio da un articolo di Simenon pubblicato su Paris-Soir. Simenon aveva visitato Trockij sull’isola per intervistarlo. Trockij, però, non volle concedere l’intervista secondo modalità convenzionali: chiese a Simenon di lasciargli le domande, alle quali avrebbe risposto per iscritto in russo, lasciando poi a qualcun altro il compito di tradurre le risposte in francese. Al di là di questi dettagli, ciò che mi interessa è soprattutto il contenuto di questo testo, pubblicato in Italia da Adelphi. Simenon introduce il lettore francese alla figura di Trockij contestualizzandola attraverso il confronto con altri leader politici. Racconta, per esempio, di aver incontrato Mussolini otto volte e Hitler due, per poi soffermarsi su Trockij e confermare, tra le altre cose, quello che dicevi tu a proposito della sua voracità intellettuale e della sua abitudine alla lettura. C’è un passaggio particolarmente interessante in cui Simenon racconta di aver trovato Viaggio al termine della notte di Céline, che Trockij aveva appena finito di leggere. Sarebbe interessante, naturalmente, anche discutere quale potesse essere l’interpretazione trockiana di quel libro. Ma, arrivando al punto che mi interessa, trovo particolarmente significativa la rappresentazione che Simenon offre di Trockij in esilio: l’immagine di un uomo anziano che trascorre le proprie giornate nel suo ufficio a scrivere pamphlet, che occasionalmente va a pescare o a caccia con la propria guardia del corpo. È una rappresentazione solo apparentemente serena, nella quale la dimensione quotidiana e quasi domestica sembra convivere con una condizione di permanente precarietà. A partire da questa testimonianza, come viene rappresentato lo spazio dell’esilio nell’immaginario trockiano?
VP: Tutta la tragedia dell’esilio finale trockiano è rappresentata dall’immagine di questa scrivania colma di libri e articoli. Davidovič in gioventù era stato un maestro delle fughe, tanto che dei due esili a cui lo ha condannato il regime zarista non ne sconta per intero neanche uno, anzi, il secondo (quello seguito alla rivoluzione del 1905) non lo comincia neppure. Ma ora non c’è possibilità di fuga. Si ritrova intrappolato in uno spazio non fisico, ma ideologico: i governi borghesi lo trattano come un paria, le comunità di esuli russi pullulano di ex guardie bianche che hanno tutte le ragioni per voler fargli la pelle per le misure estremamente crudeli che ha preso durante la guerra civile. Ad aiutarlo c’è la sua “giovane guardia”, ovvero i militanti trockisti di tutta Europa, che però sono ragazzi molto giovani ed inesperti: a tutte queste minacce rivolte al “Grande Vecchio” possono opporre solo la loro devozione. Alcuni di loro pagheranno un prezzo molto alto per questo, inclusi i figli di Trockij Lev e Sergej e la già nominata figlia maggiore Zinaida, ma anche, tra i tanti, l’esponente (tedesco) del movimento trockista francese Rudolf Klement, che durante l’estate del 1938 sparirà nel nulla qualche settimana prima del congresso fondativo della Quarta Internazionale. I pezzi del suo cadavere orrendamente mutilato iniziarono a riemergere dalla Senna proprio a ridosso del congresso, un tempismo senza dubbio interessante. Tu hai visto Il settimo sigillo?
MM: Sì…
VP: Pensa allora alla scena finale in cui l’attore ha la visione della morte che conduce tutti i protagonisti in una lunga fila. Suo malgrado, Davidovič è come il cavaliere: non voleva, eppure nella sua incessante ricerca li ha portati tutti alla morte. Chi entra in contatto con Trockij rischia di trovarsi anche lui in grave pericolo. Gli ultimi anni della vita di Davidovič saranno terribili, rischiarati solo dalla prospettiva della Quarta Internazionale. Lui stesso cambia indole, diventa molto più rigido e meno elastico nelle posizioni politiche. Trockij ha sempre rifiutato ogni etichetta: non gli interessava la sua identità ebraica né quella russa, non voleva legarsi a forma di ideologia politica perché si riservava il diritto di cambiare idea. Ora si ritrova chiuso in una prigione di definizioni, la più pesante delle quali porta il suo nome: trockismo. Ogni lettera gli porta notizie dell’arresto, della fucilazione o della deportazione di compagni, lui e Natal’ja Sedova non hanno mai saputo cosa sia successo davvero al loro figlio minore Sergej. Rinchiuso in questa prigione ideologica, Trockij non può fare altro che usare gli stessi metodi di sopravvivenza da lui usati nelle prigioni fisiche: legge, legge tantissimo. La lettura, del resto, era sempre stata una strategia di sopravvivenza per lui. In una bellissima lettera indirizzata ai ragazzi del Komsomol, scritta nel 1922, Davidovič inserirà una frase che è ancora molto valida per la nostra categoria: “La scienza non è una cosa semplice […] è granito, e va sgranocchiato con denti giovani. Studiate, sgranocchiate con denti giovani il granito della scienza, temprate voi stessi e preparatevi a prendere il testimone!” In un’altra lettera, pubblicata sulla Pravda due anni dopo, fa anche un po’ la paternale ai suoi lettori, raccontando del metodo che usava lui quando studiava in prigione da giovane: non bisogna cominciare un libro, stufarsi e iniziarne un altro “non sforzatevi di afferrare tutta la conoscenza in una volta sola: è meglio leggere un libro solo, ma in modo attento e minuzioso, e appropriarsi del suo contenuto in maniera completa e integrale”. Sverčkov nelle sue memorie ricorderà come Trockij, chiuso in prigione in attesa del processo contro il Soviet nel 1905, passasse le proprie giornate a leggere, e penso che la letteratura abbia avuto questo ruolo anche negli ultimi di vita di Davidovič.

MM: A tal proposito vorrei citare un passaggio dal libro L’uomo che amava i cani che tratta di quando Leva, il figlio di Trockij, muore a Parigi. Lo traduco dal francese: “Leva era morto a Parigi. Quando Lev Davidovič aveva udito queste parole, aveva sentito la terra aprirsi sotto di lui, ed era restato sospeso in aria come una marionetta”. Secondo me qua descrive in modo chiaro la condizione trockiana in un momento in cui, come dicevi tu, esperisce veramente sulla propria pelle come il mondo che conosceva ormai non ci sia più. Io me lo immagino in questa dimensione di alienazione mentre la realtà che lui aveva contribuito a costruire si trova in una fase di sgretolamento progressivo e totale.
VP: Hai colto perfettamente il punto. E la cosa più tragica, ancora, che infatti si lega al titolo che Deutscher ha dato alla propria biografai (Il profeta) sta nel fatto che Trockij aveva previsto tutto, o quasi. Aveva prognosticato che la rivoluzione rimasta confinata in Russia sarebbe avvizzita e si sarebbe sgretolata, finendo vittima delle contraddizioni nazionali. Tra le sue profezie, quella che mi fa più impressione è un passaggio da lui scritto durante la Prima guerra mondiale, e che in realtà sembra parlare della Seconda: “l’attuale Germania, l’Austro-Ungheria, la penisola balcanica con la Turchia, l’Olanda, i Paesi scandinavi, la Svizzera, l’Italia e possibilmente anche la dissanguata Francia con la Spagna e il Portogallo devono costituire un’unica entità economica e militare sotto il controllo dell’attuale impero tedesco”.
MM: A proposito della fase messicana, quando lo scorso novembre sono andata a Washington per il Congresso degli slavisti americani, andavo in giro dicendo di voler rivedere il piccone con cui è stato ucciso Lev Davidovič, che si trova allo Spy Museum. Tra parentesi, per me è una cosa quasi fuori da ogni immaginario che, vicino alla Casa Bianca, ci sia un museo che conserva il piccone che uccise Trockij, con tanto di impronta del pollice di Trockij stesso, o almeno così raccontano le leggende. Al Congresso ho incontrato amici di vecchia data che non vedevo da molto tempo e, appena ci siamo rivisti, ho comunicato loro questo mio desiderio di rivedere il piccone. E tutti i miei coetanei si sono in qualche modo entusiasmati all’idea di andare a vederlo. In pochissimo tempo si è formato un piccolo gruppo di persone che voleva andare in pellegrinaggio al museo. Per me, che sono una svitata, è una cosa normale, ma mi ha colpito percepire questa fascinazione per Trockij tra le persone della nostra generazione. Perché, alla fine dei conti, rispetto alla figura di Stalin o a quella di Lenin, Trockij rimane una figura minoritaria, nel senso che occupa uno spazio più marginale nel panorama della ricezione della Rivoluzione russa. Quando si parla di Rivoluzione russa, Trockij non è il primo nome che viene in mente, forse il secondo o il terzo. Quello che volevo chiederti, allora, riguarda proprio lo spazio della ricezione di Trockij: come si è delineato questo spazio e, di conseguenza, come si è costruita l’eredità trockiana? Mi rendo conto che è una domanda immensa, quindi, senza allungare troppo, ti chiederei di partire da qui.
VP: Il problema della ricezione di Trockij è effettivamente immenso. Trockij è stato sottoposto a una damnatio memoriae pesantissima, i cui effetti si vedono ancora adesso, con il perdurare in determinate cerchie politiche di orientamento comunista-stalinista delle battute di cattivo gusto sul piccone. Francamente, al di là dell’affetto per Lev Davidovič, mi è sempre sfuggito cosa ci sia da ridere nella storia di uno che ammazza a tradimento una persona dopo essersi infilata in casa sua ed essersene guadagnato la fiducia. Tanto più che è legittimo non apprezzare Trockij, ma non dovrebbe essere dimenticato che per rimuoverlo dalla storia, peraltro, Stalin ha dovuto di fatto eliminare tutta la vecchia guardia di bolscevichi. Trockij è stato rimosso o trasformato nel villain di quella che di fatto è la sua storia: si tratta di un processo che è cominciato con la campagna di denigrazione della stampa staliniana ed è continuato per decenni fino a quando non si sono riaperti gli archivi negli anni Novanta. Si tratta di pressoché sessant’anni di calunnie ininterrotte. Il fatto che gli archivi fossero inaccessibili produce poi anche altri effetti, ad esempio ciò che a mio parere ha fatto molto invecchiare Il profeta è il fatto che Deutscher per controbilanciare la mancanza di fonti utilizzi un po’ troppo proprio gli scritti di Trockij stesso. E così torniamo al discorso dell’inizio, ossia che bisogna essere cauti, e ricordarsi sempre che Trockij scrive per affascinarti, ipnotizzarti e convincerti della sua opinione. Se Trockij è stato per tanto tempo cancellato dalla Storia, la sua persona ha invece viaggiato liberamente nello spazio dell’arte e della cultura, e penso che questo lo avrebbe reso felice. Addirittura, a un certo punto si è diffusa la leggenda che Trockij avesse recitato in un film del 1914, anche se poi è stata smentita: pare che fosse solo un attore che gli assomigliava straordinariamente, e del resto nel 1914, l’anno in cui a New York è stato girato il film, Trockij non era affatto negli Stati Uniti. Il gruppo “Petjaev-Petjaev” nel 2020, ha dedicato a Lev Davidovič l’intero concept album The Assembled, che ripercorre le principali tappe della sua vita. Il disco viene da loro descritto in questo modo: “dissonanze e persino cacofonia – non è forse questa la colonna sonora più appropriata per l’epoca delle guerre e delle rivoluzioni? E la volontà di lottare e l’intrepidezza sono necessarie tanto al musicista quanto al rivoluzionario. Fortunatamente, la musica è il modo più pacifico e incruento di protestare contro il grigiore e il filisteismo”.C’è addirittura una storia di Valentina di Guido Krepax a tema trockiano: Valentina si addormenta su un treno regionale e sogna di essere invece sul famoso treno blindato; quando viene vegliata dal controllore si scopre che quest’ultimo ha il viso di Trockij. Non tutte queste incarnazioni sono di qualità: ad esempio, la serie Trockij uscita su Netflix nel 2018, sembra davvero riprendere le peggiori versioni del complotto giudaico-tedesco, ed è stata per questo ampiamente criticata.
MM: Per concludere ho ancora una domanda. Mentre stai scrivendo la biografia di Trockij, stai scrivendo di te stessa?
VP: Sì, decisamente anch’io sono vittima di questa maledizione. Qui rispondo anche a quanto mi avevi chiesto prima sul perché Trockij sembri suscitare un certo fascino nella nostra generazione. Secondo me, dipende dal fatto che forse rispetto a Lenin e Stalin la figura di Trockij viene da noi percepita come più moderna e per certi versi simile a noi: era un cosmopolita, uno che riusciva a adattarsi nei paesi più diversi: andava a Vienna e diventava un perfetto cittadino viennese, stava a Parigi ed era parigino, nelle dieci settimane trascorse sul suolo americano (New York) lui e la sua famiglia si sono immediatamente adattati alla vita nella “Grande mela”. Oltre a questo, credo che sia molto moderno il modo in cui possiamo leggere il modo in cui lui ha per certi versi articolato il discorso sul privilegio nel suo sistema teorico: consapevole di avere origini sociali tutt’altro che proletarie (il padre alla fine era diventato un imprenditore agricolo di considerevole successo) Trockij ha di fatto preso coscienza del proprio privilegio, specialmente per quanto riguardava l’istruzione ricevuta, e lo ha messo al servizio della causa politica. Essere nati con delle fortune non ti esime dal provare comprensione per le difficoltà dei tuoi fratelli e sorelle sfruttati: anzi, lo rende un dovere. Per Davidovič è sempre una questione di scelta: il fattore di classe è importante, ma ancora più importante è la scelta che fai tu come individuo: usi i privilegi che ti sono stati dati per alimentare il sistema, o per rovesciarlo? A renderlo moderno è anche senza dubbio l’ottimismo che lo ha sempre caratterizzato, l’ottimismo di tipo pratico di chi rifiuta di arrendersi. La rivoluzione del 1905 è stata schiacciata? Ne arriverà un’altra. L’Internazionale ha tradito votando i crediti di guerra? Ne fondiamo un’altra, e poi un’altra ancora. La rivoluzione che ho contribuito ad organizzare è stata tradita e sta degenerando? La rivoluzione mondiale ricomincerà da un’altra parte. Credo che sia un tipo di coraggio che ci serva molto e sia molto rincuorante in questa epoca di fine delle ideologie. E, infine, per Trockij tutte le lotte sono collegate. Per tornare al tema principale dello spazio, oggi Trockij sarebbe probabilmente un intersezionalista che sottolinea come nessuna causa possa essere lasciata indietro e come tutte abbiano un nemico comune: dalla lotta contro il riscaldamento climatico a quella contro il patriarcato, dai diritti dei lavoratori alle sofferenze del popolo di Gaza. Trockij sarebbe ovunque.
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