Pola come luogo liminale negli anni Novanta ne “La Sinfonia del Diavolo” di Davor Mandić

Marco Jakovljević

Abstract:

Pula as a Liminal Place in the 1990s in Davor Mandić’s “The Devil’s Symphony”

The aim of this article is to explore the liminal character of the Croatian city of Pula in Davor Mandić’s novel Đavolja simfonija (“The Devil’s Symphony”). Set in Pula in the first half of the 1990s, the novel is in fact a coming-of-age story regarding Damir, a teenager whose brother Sebastijan has joined the Croatian army after defecting the Yugoslav one. Through Damir’s story, this text shows how the city’s relative distance from the frontline allowed everyday life, alienation, drug use, and identity crisis to unfold during the breakup of Yugoslavia. Pula is treated as a liminal and paradoxical space, both sheltering its citizens and trapping them in a climate of uncertainty, loss, and disorientation.


La città sulla punta: introduzione

Il termine “liminale”, inteso come stato o momento di transizione sulla soglia (limen, in latino) tra due condizioni, una originaria e di partenza e una rappresentante un nuovo status raggiunto, è apparso per la prima volta in The Rites of Passage (“I riti di passaggio”, 1909) dell’antropologo Arnold Van Gennep per descrivere, appunto, lo stato ambiguo e di disorientamento in cui una persona si ritrova durante un rito di passaggio. Tale concetto, approfondito più tardi da un altro antropologo, Victor Turner, ne The Forest of Symbols: Aspects of Ndembu Ritual (1967, ed. italiana del 1976), è stato col tempo esteso anche ad altri campi che vanno ben oltre l’etnologia o l’antropologia culturale. Si ha così il concetto, relativamente recente (se si pensa ai non-lieux, “nonluoghi”, teorizzati da Marc Augé nel 1992 in Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, 1992, in italiano Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità).

Marco Jakovljević, “Tomorrow Will Be Now. Analysing), di “spazio liminale”: un luogo di transito, in cui non è ben definita la posizione di chi vi si ritrova e che genera sensazioni di sospensione, inquietudine o addirittura nostalgia. Quasi per definizione, lo “spazio liminale” ideale è un confine, una zona di frontiera.

La penisola Istriana, da Muggia fino a Pola, è per motivi storici un luogo di intensa sospensione, palpabile più o meno in ogni sua parte, che ci si trovi dal lato italiano, sloveno o croato del confine. La regione è stata interessata non solo da una moltitudine di cambiamenti di stato (Serenissima, Impero asburgico, Regno d’Italia, Jugoslavia, Slovenia, Croazia e Italia), regimi e sistemi, ma anche da un ineludibile miscuglio di popolazioni. Da un punto di vista di ricchezza etnografica, l’Istria è stata e rimane un contenitore di comunità: le sole città di Trieste e Pola avevano, oltre ad una popolazione italiana e, in parte, slovena e/o croata, anche minoranze tedesche, ungheresi e ceche; nell’attuale Istria croata si verificarono migrazioni dagli odierni Montenegro, Bosnia, Albania, Romania e Moldova (i discendenti dei migranti arrivati da queste ultime due sono definiti “istrorumeni”, “rumeri” o “cicci/Ćići” – da cui il termine Cicceria per indicare l’interno dell’Istria orientale alle pendici del monte Učka); Pola, attualmente città a maggioranza croata, ha spiccate minoranze italiane, serbe, bosniache, albanesi. Dal punto di vista sociologico, Pola, città posta nei pressi della punta meridionale dell’Istria, incastrata tra mare e terra e, fin dalla sua espansione in epoca asburgica, polo attrattivo per gli operai dell’Impero austroungarico e del Regno d’Italia prima e della Jugoslavia in seguito alla Seconda guerra mondiale, nella seconda metà del Novecento è diventata un crogiolo di subculture (Kalčić 2012). Ancora oggi conosciuta per la sua scena alternativa, Pola ha una spiccata propensione per il rock e il punk, fatto tangibile per chi la visita e ancor oggi uno dei segni più distintivi della città.

Nella sua storia recente, nella compagine delle guerre jugoslave, Pola è stata un esempio atipico nel contesto croato. Città dalla vocazione militare (oltre che industriale), la città aveva un’alta concentrazione di strutture militari della Jugoslavenska Narodna Armija (JNA, l’Armata popolare jugoslava), come anche una non indifferente fetta di popolazione collegata ad essa e, dopo Spalato, il più importante porto militare jugoslavo, con una base per sottomarini e un centro per la formazione degli ufficiali di marina. Agli inizi della guerra in Croazia, quando in tutto il paese le caserme della JNA venivano circondate dall’esercito croato e quando erano in atto i primi, sanguinosi scontri armati e massacri, per i polesi era cruciale evitare spargimenti di sangue e distruzioni (inevitabili, vista la presenza di magazzini militari nel centro abitato). Così, in seguito a colloqui tra l’amministrazione cittadina, con a capo il sindaco Luciano Delbianco, e i rappresentanti della JNA, e dopo pochi scontri a fuoco intorno alle caserme e all’aeroporto, l’esercito jugoslavo lasciò la città senza incidenti (Dukovski et al. 2018).

In questa cornice si sviluppa uno dei più recenti esempi di letteratura di formazione croata che hanno come tema la guerra degli anni Novanta, nonché uno dei rarissimi esempi di tale letteratura con narrazioni che si svolgono nella città di Pola – Đavolja simfonija (“La sinfonia del diavolo”) di Davor Mandić.

Sta cambiando tutto: Bildungsroman di transizione

Đavolja simfonija, edito dalla casa editrice zagabrese Hena Com nel 2016, è lo sviluppo di un racconto dello stesso autore, Davor Mandić, intitolato Dezerter (“Il disertore”, 2014), e avente lo stesso protagonista – Damir. Egli è un giovane polese di quattordici anni, il quale vive la propria transizione adolescenziale durante un’altra transizione, quella politica.

“Sta cambiando tutto. Non c’è più Nonno Gelo, adesso c’è un certo Babbo Natale e all’improvviso festeggiamo il Natale. Il mio vecchio se ne fotte, ma tanto non è in vena di festeggiamenti. Noi non faremo l’albero. Chi se ne frega. Però abbiamo gli HRD. È strano come continui a chiamarsi dinaro se non lo è più. Dinaro croato, HRD, anche se farebbe prima a chiamarsi GRD (‘brutto’, in croato, N.d.T.). Sembra proprio patetico. Altro che i marchi (tedeschi, N.d.a.). Tutto è diventato croato nell’ultimo periodo. Una certa Unione croata, l’Accademia croata, la lingua croata, la cravatta è croata, i croati hanno inventato questo e quello, tutto ciò che è vivo e morto è croato. Anche il paese di nascita non è più la Jugoslavia, adesso è la Croazia. Cambia la carta d’identità in ‘osobna’, il passaporto in ‘putovnica’. Ci prendono per il culo e basta.” (Mandić 2016: 62)

Damir inizia le scuole superiori proprio quando la Jugoslavia sta scomparendo, con tutti i cambiamenti che ne conseguono. Oltre ad osservare i primi segnali di una riscoperta dell’identità nazionale croata, il protagonista vede i propri compagni di classe cambiare: dai figli degli ufficiali dell’esercito con cognomi serbi, che nel giro di pochi giorni lasciano la città senza avvisare nessuno, si passa ai profughi dalla Slavonia. Egli vive anche qualcosa di più intimo: suo fratello Sebastijan, unica figura di riferimento per lui, coscritto nell’esercito jugoslavo, diserta e, dopo essersi presentato a casa per un breve periodo, sparisce di nuovo per unirsi all’esercito croato.

L’assenza di Sebastijan, unita ad un padre assente e inetto e all’autoisolamento del protagonista in un vecchio appartamento di proprietà del genitore nel centro di Pola, non fa che peggiorare il senso di alienazione del giovane Damir, che risulta incapace di adattarsi al nuovo sistema o di resistere attivamente ad esso. Egli diventa l’eroe senzatetto lukácsiano (Lukács 1999 [1914]), estraniato dalla realtà che lo circonda e disorientato nella ricerca di sé stesso.

Quanto descritto non è diverso da quel che si può osservare in altri romanzi croati (Kolanović 2011) o, ad esempio, sloveni (Jakovljević 2025) dello stesso genere e affrontanti lo stesso periodo storico. Ciò che rende particolare Đavolja simfonija è la sua collocazione. Se buona parte dei romanzi croati di formazione e non che hanno come tema la transizione e gli anni Novanta è ambientata in città interessate direttamente dalla guerra o non lontane dalla linea del fronte – Zagabria compresa-, il romanzo di Mandić, invece, contiene solo degli echi lontani e rarefatti della guerra in corso.

 

Il dormiveglia collettivo di Pola

Nel 2009 usciva in Croazia il romanzo Polusan (“Dormiveglia”) di Ratko Cvetnić, considerato uno dei romanzi più importanti sull’epoca del socialismo decadente (Kolanović 2011). Ambientato a Zagabria tra il 1989 e il 1990, Polusan descrive una città stordita dai cambiamenti politici che caratterizzarono gli ultimissimi anni dello stato jugoslavo socialista, con i protagonisti del romanzo intenti a cercare di trovare un equilibrio sul terreno accidentato delle primissime avvisaglie della transizione. Quanto avviene in Đavolja simfonija può idealmente esser visto come una trasposizione istriana e cronologicamente più recente di quanto visto in Polusan. Se in quest’ultimo era Zagabria ad essere un luogo liminale, in cui le persone si muovono caoticamente da una parte all’altra della città, trovando e perdendo lavori, ascoltando opinioni politiche contrastanti e sempre più aggressive e confusionarie e testimoniando la lenta caduta di un sistema, nel caso di Mandić è chiaramente Pola ad assumere questo ruolo.

Pola, isolata geograficamente dal resto del paese e avvolta da uno spiccato senso di malinconia da fin de siècle mediterraneo, diviene il terreno fertile per la perdizione del protagonista e degli altri personaggi di Mandić. Damir ed i suoi amici vagano per i locali della città per cercare eroina e marijuana, per poi consumarle o nell’appartamento dello stesso Damir, una vecchia casa del centro di Pola di epoca austroungarica, in gran parte disabitata, o all’ombra dei vecchi forti veneziani o austriaci della città – luoghi consumati dal tempo, vuoti o abbandonati, intaccati dallo scorrere degli eventi storici.

La lontananza di Pola dal resto della Croazia in guerra, unita all’estraniamento cinico di Damir, è testimoniata dalle parole di quest’ultimo in concomitanza della fine della sanguinosa e distruttiva battaglia di Vukovar nel novembre 1991:

“Vukovar è caduta. Così dicono, caduta. Mi sembra una stupidaggine, come se fosse una persona e non una città. Dicono che i četnici (paramilitari ultranazionalisti serbi, N.d.A.) hanno spazzato via tutto. Mario ride, perché qualche giorno fa in classe è arrivata una da Vukovar, Ivana, e ha chiesto dove poter comprare una žemlja. Adesso Mario ripete sempre quel „Žeeeeemlja“ e muore dalle risate. Lei intendeva un panino. Poi abbiamo scritto un tema per la professoressa Bilić. C’erano più temi, più uno a piacere. Non mi andava di scriverlo, il tema libero, perché, tipo, puoi parlare di qualsiasi cosa. Preferisco sempre quando ho un tema preciso, così mi viene automaticamente qualcosa in mente. […] Però quella di Vukovar ha scelto il tema libero e ha di nuovo voluto leggere davanti a tutta la classe. Oh, che vergogna. E quindi quella si è alzata, nel mentre la Bilić le ha detto di andare davanti la lavagna, e ha iniziato a leggere la poesia. Oh, mamma! Bombe, ragnatele sui capelli, tunnel… e inoltre piangeva mentre leggeva. Mario stava per morire dalle risate. […] Beh, allora sono scoppiato a ridere, non riuscivo più a trattenermi. È stato davvero atomico. La Bilić se n’è accorta ed è lì che sono iniziati i cazzi per noi. [Ha chiesto] come posso essere così insensibile, se non so forse come se la passano quei profughi, come per esempio Ivana che non sa dove sia suo padre, e lei è qui a Pola con la madre e dovrei immaginare come è stato per loro lasciare la propria casa e che devo vergognarmi. E allora mio fratello?! Volevo urlarlo. C’è qualcuno che può dirmi cosa gli sia successo e perché ancora non si fa sentire? Loro erano là, a Vukovar, li hanno attaccati e sono dovuti scappare, mentre mio fratello se n’è andato dalla propria casa per andare a difendere loro. E forse morirà perché una di Vukovar possa leggere una poesia a Pola!” (Mandić 2016: 41-42)

Pola, attraverso le parole di Damir, si riconferma come una realtà a sé, gelosamente estranea agli eventi bellici, ma non solo. La liminalità della città istriana viene sottolineata anche dalla presenza dei profughi dal resto del paese, la cui condizione è liminale per definizione. Essi sono di passaggio, memori della pace ormai scomparsa e incerti sul proprio futuro, su quello dei propri cari e della propria città natale. Pola diventa quindi un punto d’incontro, un crocevia non tanto tra popoli diversi come lo è stata per buona parte della sua storia, ma tra persone ugualmente spaesate e stordite dagli eventi.

Poche sono le opzioni per fuggire da quella realtà che culla e tiene in ostaggio allo stesso tempo: andare in guerra, recarsi in giornata a Trieste per fare compere, andare a Zagabria o brevemente ad un concerto all’estero. Tuttavia, Pola richiama a sé e non lascia veramente andar via, se non in maniera tragica – come nel caso del fratello di Damir, Sebastijan. Essa è il terreno di prova per il protagonista, in cui si distacca dalla realtà comoda e infantile dell’anteguerra per affrontare da solo l’adolescenza, in maniera cruda e spietata.

Verso la fine della guerra, dopo un concerto in Germania, Damir si rende davvero conto della strettezza della propria città natale. È con l’operazione Tempesta dell’agosto 1995, con la quale l’esercito croato riconquistò gran parte dei territori occupati dai ribelli serbi, che scompaiono i dubbi, e con essi la culla che la guerra aveva rappresentato in quegli anni. Dopo che la stessa città si è risvegliata dal dormiveglia cvetnićiano a causa della mobilitazione generale alla vigilia dell’operazione Tempesta, Damir è costretto ad ammettere la propria sconfitta: in una Pola vuota, con buona parte degli uomini al fronte, lui è uno dei pochi a rimanere – senza aver molto da dire, senza avere nulla contro cui arrabbiarsi o combattere. Quando è chiara la vittoria croata, Damir rimane sostanzialmente solo ad affrontare la propria tristezza e il fatto che il fratello, nonostante siano tornati quasi tutti dal fronte, non si sia più fatto vivo. È a questo punto che Pola finisce di essere liminale, quando Damir completa il suo percorso da eroe Van Gennepiano: finalmente pronto ad affrontare il mondo con coraggio, Damir parte alla ricerca del fratello in una Croazia ancora scombussolata dalla guerra non ancora veramente conclusa, in quanto le ultime parti di territorio croato sotto occupazione verranno reintegrate nel 1998. La sicurezza di Pola viene soppiantata dai campi minati e delle case martoriate dai proiettili, dai veterani in preda alla sindrome post-traumatica che sparano a vuoto credendo di vedere il nemico e dai racconti sui bombardamenti. Infine, convinto di poter trovare il fratello in Serbia, in un villaggio al confine con la Croazia dove un tempo aveva sede un campo per prigionieri di guerra dove pare che Sebastijan sia stato ucciso, egli intraprende un lungo viaggio attraverso l’Ungheria. Qui Damir, accompagnato da altri polesi in viaggio verso Belgrado, seppur intimorito ed eccitato, apprezza gli spazi a perdita d’occhio della pianura pannonica – probabilmente ricollegandoli ad un senso di apertura e libertà, in contrasto con le colline e i monti dell’Istria – e raggiunge il villaggio dove, presumibilmente, suo fratello è scomparso. A quel punto, con un finale aperto e dai contorti paranormali, la narrazione si interrompe.

 

Conclusione

Nel romanzo di Mandić, Pola è, dunque, un perfetto esempio di spazio liminale. In essa il protagonista della narrazione, Damir, confuso e lasciato a sé stesso, si perde, raggiunge il fondo, abbandonandosi all’uso di stupefacenti, vedendo i propri amici morire, il proprio padre diventare invisibile e, seppur da lontano, il proprio paese venire martoriato da una guerra, il tutto in assenza dell’unica figura di riferimento: suo fratello. Pola diviene un’arena di incertezza e di perdizione, di silenzio e di disperata ricerca di un’identità, di una stabilità, di amore, che sia esso fraterno o per un’estranea. La principale città istriana protegge e condanna allo stesso tempo, riparandone gli abitanti dalla ferocia della guerra, ma isolandoli e incubandoli senza lasciar loro scampo. Ma è forse lecito pensare che la stessa città sia vittima della liminalità, dell’immobilismo che una guerra porta. Da centro industriale, militare e turistico, Pola durante il conflitto è costretta a fermarsi: né le fabbriche, né gli ufficiali, né i turisti la sfiorano. Soltanto dopo l’operazione Tempesta essa respira di nuovo, con la sua gente che torna ad uscire da essa, in un paese da ricostruire e con una vita da ricominciare veramente.

 

 

Bibliografia:

Arnold Van Gennep, The Rites of Passage, University of Chicago Press, 2019.

Darko Dukovski, Vedran Dukovski, Dario Matika, Istra u Domovinskom ratu: 1991.-1995., Pola, DHK, 2018.

Davor Mandić, Đavolja simfonija, Zagabria, Hena Com, 2016. (La traduzione di brani tratti da questo testo è stata fatta per l’occasione da me M. J.”).

Joshua Kalčić, “Subkulture mladih u puli: od punka do rasapa alternativne scene”, in Narodna umjetnost, Vol. 49, No. 2, 2012, pp. 71-94.

György Lukács, Teoria del romanzo, Milano, Edizione SE, 1999. Traduzione italiana di G. Raciti.

Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, 1996 (1992). Traduzione di Dominique Rolland.

Marco Jakovljević, “Tomorrow Will Be Now. Analysing the Relationship between Slovenia’s Nation-Building during the Nineties and the Youth in Contemporary Slovenian Literature”, in Etnološka tribina: Godišnjak Hrvatskog etnološkog društva, Vol. 55, No. 48, 2025, pp. 174-191.

Maša Kolanović, Udarnik! Buntovnik? Potrošač… Popularna kultura i hrvatski roman od socijalizma do tranzicije, Zagabria, Ljevak, 2011.

Ratko Cvetnić, Polusan, Zagabria, Mozaik knjiga, 2009.

Victor Turner, La foresta dei simboli, Brescia, Morcelliana, 1976. Traduzione italiana di N. Greppi Collu.

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: https://mixer.hr/wp-content/uploads/2021/05/Davor-Mandic-Kulturu-u-Rijeci-nakon-izbora-ceka-ozbiljno-otreznjenje-mixer.hr_.jpg

Immagine 2: Foto di Marko Čaklović ottenuta tramite screenshot del documentario O jednoj mladosti di Ivan Ramljak, relizzato dall’autore dell’articolo.