Kvir: Uno sguardo sulla letteratura slovena queer contemporanea

Pino Pograjc

Traduzione di Marco Jakovljević

Abstract:

“Kvir”: An Insight into Contemporary Slovenian Queer Literature

The article Kvir (Queer), authored by the Slovenian poet Pino Pograjc for the review “LUD Literatura”, aims to offer a comprehensive overview of the development of queer literature in Slovenia by combining literary history, cultural criticism, and autobiographical reflection. Pograjc traces the evolution of queer writing from the pioneering activism of the 1980s to the emergence of a new generation of LGBTQIA+ authors whose works have become an increasingly visible and acclaimed part of contemporary Slovenian literature. Moreover, Pograjc examines the meanings and political implications of the term kvir, discusses the relationship between queer identity and literary production, and reconstructs the role played by publishers, festivals, reading groups, and cultural organizations in shaping a vibrant queer literary scene. At the same time, he situates his own experience as a poet, translator, and organizer within this broader cultural landscape, providing a rare insider’s perspective on the dynamics of contemporary Slovenian queer writing.


 

Nato a Kamnik, in Slovenia, nel 1997, Pino Pograjc è una delle voci più interessanti della nuova poesia slovena. Già ai tempi del liceo, frequentato nella sua città natale, si è dimostrato attivo nel campo della produzione poetica, partecipando a concorsi di slam poetry con i supi primi versi, i quali gli hanno spesso valso la vittoria. Le sue poesie – alcune delle quali sono state tradotte in italiano da Giorgia Maurovich (link: https://www.lospazioletterario.it/gli-amori-emarginati-unantologia-poetica-di-pino-pograjc/) sono poi state incluse nelle raccolte Trgetanje (unione dei termini trganje, “strappo”, e drgetanje, “brivido”, 2022), per la quale Pograjc ha vinto il premio per la migliore opera prima alla Fiera del libro slovena, Trepete (altro gioco di parole tra trepetanje, “trepidazione”, e repete, “bis”, 2024), insignita del premio Mlado pero, e Megalomast in Izbruhijada (“Megalolardo e Vomitiade”, 2024), considerata dalla critica una delle opere più significative dell’anno. Oltre alla poesia, in seguito alla laurea in anglistica e letterature comparate Pograjc si è dedicato anche all’attività di traduttore di opere letterarie dall’inglese e di programmi televisivi. Parallelamente alla sua attività letteraria, Pograjc promuove la scena culturale queer slovena attraverso il ciclo di incontri Kviropisje (“Queerografia”) presso il Club Tiffany di Lubiana e traduce in sloveno e in inglese opere della letteratura contemporanea.

Pograjc appartiene a una generazione di scrittrici e scrittori che ha contribuito a portare la letteratura queer slovena fuori dalla marginalità, inserendola stabilmente nel dibattito letterario nazionale. Proprio questa prospettiva caratterizza il saggio qui tradotto, pubblicato originariamente nel 2023 e successivamente aggiornato nel 2026. Lungi dall’essere una semplice rassegna bibliografica, il testo intreccia storia della letteratura, riflessione sull’evoluzione del concetto di queer e memoria personale, ricostruendo il percorso che ha condotto dalle prime esperienze dell’attivismo LGBTQIA+ sloveno degli anni Ottanta fino alla vivace scena letteraria contemporanea.

Partendo da una riflessione sul termine sloveno kvir (ossia “queer”), Pograjc ripercorre la nascita della letteratura queer in Slovenia, soffermandosi sulle figure che ne hanno segnato lo sviluppo, sulle difficoltà incontrate nel conquistare legittimazione critica e sul ruolo svolto da realtà editoriali come ŠKUC e dalle numerose iniziative culturali sorte negli ultimi decenni. Nella seconda parte del saggio, lo sguardo si sposta invece sulla nuova generazione di autrici e autori, della quale Pograjc stesso è protagonista, offrendo una testimonianza dall’interno di una comunità letteraria in continua trasformazione.

Il saggio Kvir è stato tradotto in accordo con l’autore, il quale ha fornito, in occasione di questa collaborazione, un capitolo aggiuntivo e integrativo alle due parti già pubblicate e disponibili sul sito di LUD Literatura ai link: https://www.ludliteratura.si/esej-kolumna/kvir-1-2/ ; https://www.ludliteratura.si/esej-kolumna/kvir-2-2/.

© Asiana Jurca Avci

Kvir 1/2

La letteratura LGBTQIA+ o queer prodotta in Slovenia è notevolmente aumentata negli ultimi anni e, inoltre, sta acquisendo sempre maggiore riconoscimento. Prima però di dedicarmi a una panoramica di questa produzione (nella quale spero di non tralasciare alcuna voce affermata o più recente), è opportuno chiarire che cosa si intenda effettivamente con il concetto di “letteratura LGBTQ+” o “queer”.

L’acronimo LGBTQIA+ viene utilizzato come termine ombrello per indicare identità non ciseteronormative, ossia lesbiche, gay, persone bisessuali, persone transgender, persone queer o questioning (cioè queer o in fase di interrogazione della propria identità), persone intersessuali e persone asessuali. L’acronimo esiste ormai da decenni e trae origine dagli inizi della lotta per l’uguaglianza delle lesbiche e dei gay negli Stati Uniti. Come scrive Erin Blakemore in un articolo per National Geographic, già negli anni Novanta era in corso, all’interno della comunità, una battaglia affinché all’allora acronimo LGB venisse aggiunta anche la lettera T. Da allora continuano a essere aggiunte nuove lettere (così come nuovi colori alla bandiera arcobaleno), nel tentativo di includere ogni forma di non conformità rispetto alla ciseteronormatività, vale a dire ogni divergenza dalla maggioranza cisgender ed eterosessuale in termini di orientamento sessuale, identità di genere ed espressione di genere. L’aggiunta di nuove lettere e nuovi colori è tuttavia accompagnata da numerosi dissensi, sviluppatisi soprattutto tra le generazioni più giovani e quelle più anziane del movimento attivista.

Molte delle denominazioni identitarie oggi comunemente accettate (ad esempio “gay”) derivano dai riusciti tentativi degli attivisti del secolo scorso di riappropriarsi e trasformare parole che fino ad allora erano state utilizzate come insulti (nel caso degli uomini omosessuali, ad esempio “gay”, ma anche “dandy”, “fairy” e così via). Nel manifesto fiabesco-aforistico The Faggots and Their Friends Between Revolutions del 1977, Larry Mitchell gioca proprio con questi epiteti, ancora oggi fortemente carichi dal punto di vista emotivo. Tra gli altri, utilizza per indicare un determinato gruppo, in senso metaforico, l’espressione queer men, ossia “uomini queer”.

Per molti anni la parola queer è corrisposta, nella lingua inglese, a un insulto rivolto alle persone che, in modi diversi, si discostavano dalle norme sessuali del loro tempo, finché gli attivisti non se ne sono nuovamente appropriati. Un cambiamento ancora più significativo è stato però determinato dalla sua adozione in ambito accademico: oggi espressioni come queer theory e queer studies sono pienamente legittimate, pur continuando a convivere con l’uso di queer come insulto.

Qualche anno fa ho iniziato a notare, qua e là in Slovenia, la versione slovena della parola, ossia kvir, impiegata come termine ombrello per indicare la comunità LGBTQIA+. Ciò è probabilmente dovuto alle attiviste e agli attivisti di TransAkcija, che hanno introdotto nella lingua slovena anche l’uso del trattino basso come alternativa inclusiva al cosiddetto genere grammaticale maschile “neutro”. In ogni caso, mi sembra che kvir, come definizione di qualsiasi forma di “alterità” relativa all’orientamento sessuale, all’identità di genere e all’espressione di genere, costituisca una soluzione più elegante rispetto al lungo acronimo, al quale periodicamente si aggiunge una nuova iniziale.

La parola kvir, tuttavia, porta con sé anche un’ulteriore, aspra connotazione. Mentre i gruppi attivisti prevalentemente gay e lesbici lottavano soprattutto per assimilarsi alla maggioranza ciseterosessuale, i gruppi di attivismo queer combattevano invece per liberarsi da tale maggioranza. Negli anni Novanta questa posizione fu ulteriormente rafforzata dalla pandemia di AIDS e dalla lentezza con cui gli Stati reagirono all’emergenza. Tale differenza tra le due forme di attivismo è ben riassunta da uno slogan dell’epoca: “Not gay as in ‘happy’, but queer as in ‘fuck you’.” Tradotto, ciò significherebbe: “Non un ‘gay felice’, ma un ‘queer incazzato’.”

Che cosa definisca la letteratura queer, tuttavia, è una questione del tutto diversa. Emergono interrogativi come: la letteratura queer può essere scritta soltanto da un’autrice o da un autore queer? Deve essa contenere necessariamente tematiche esplicitamente queer? È possibile considerare queer anche opere nate prima dell’elaborazione dei moderni concetti di queer? La difficoltà di una definizione è ben illustrata dal romanzo Written on the Body di Jeanette Winterson, nel quale la narrazione in prima persona, resa possibile dalle caratteristiche della lingua inglese, non rivela mai il genere della voce narrante. A proposito del romanzo, Brian Finney ha osservato che, sebbene l’intento dell’autrice fosse quello di cancellare i confini tra genere e sessualità, dopo la pubblicazione sono piovute critiche da ogni parte e, proprio in virtù dell’identità dell’autrice, l’opera è stata etichettata come romanzo lesbico.

Ai fini di questo saggio adotterò una posizione precisa rispetto a tali questioni: prenderò in considerazione le persone queer dichiarate e pubblicamente visibili in Slovenia che, direttamente o indirettamente, scrivono anche di tematiche queer. Per orientarmi nella produzione letteraria dell’ultimo decennio mi è stato di grande aiuto il saggio Onkraj geta (“Oltre il ghetto”) di Maja Šučur, pubblicato nel 2019.

In Slovenia l’attivismo queer dichiarato — e, di conseguenza, anche la letteratura queer — ha avuto inizio con il Festival Magnus del 1984. Il pioniere e scrittore Brane Mozetič, in un’intervista rilasciata alla rivista Sodobnost nel 2018, ha affermato:

“Occorre rendersi conto che si tratterà sempre di una minoranza, che però diventerà ancora più piccola se le persone si assimileranno. Le minoranze hanno bisogno di identificarsi. Un dodicenne che sente dentro di sé una qualche diversità ha bisogno di qualcosa. Non può semplicemente guardare canali pornografici e identificarsi con ciò che vede: ha bisogno anche di una cultura, di una riflessione, di una testimonianza, dell’immagine di qualcuno. Nei media servono persone con un volto, che dicano apertamente di essere gay o lesbiche. E, non da ultimo, la popolazione LGBT è una minoranza senza una patria propria, [che] crea legami con persone da tutto il mondo, [che] ha bisogno dei propri spazi, delle proprie parate… Essa possiede un mondo tutto suo! La mia bandiera è quella arcobaleno, non quella slovena.”

L’artista e performer transgender Salomé, nel suo spettacolo di cabaret Iznenada Salomé (“All’improvviso Salomé”), ricorda gli organizzatori del Roza disko presso il club K4, che le hanno permesso di esibirsi per la prima volta sul palco indossando abiti femminili. Le serate “rosa”, nate insieme al Festival Magnus, hanno rappresentato una rottura impensabile con la comunità queer jugoslava del passato, fino ad allora costretta all’invisibilità.

La storia dell’attivismo queer in Slovenia è raccontata anche dal documentario LGBT_SLO_1984 [2022], diretto da Boris Petkovič, che ha già ottenuto riconoscimenti internazionali. Il film è stato presentato anche al Festival del cinema LGBT di Lubiana, che, con i suoi trentanove anni di storia, è il più antico festival europeo dedicato al cinema queer.

Nel luglio del 2001 si svolse la prima manifestazione slovena contro l’omofobia, intitolata Obvoznica mimo nestrpnosti (“Tangenziale oltre l’intolleranza”), dalla quale nacque l’attuale Parata del Pride slovena, che si tiene ogni anno. La scrittrice Suzana Tratnik, parlando una volta delle minoranze, ricordò che, durante i preparativi delle prime sfilate attraverso le vie di Lubiana, gli organizzatori concordavano con la polizia le misure di sicurezza. Secondo quanto racconta, il comandante spiegò allora la situazione ai propri sottoposti con queste parole: “Un tempo proteggevamo la gente dai froci, adesso proteggeremo i froci dalla gente!” Questa battuta, pur formulata con un linguaggio apertamente offensivo, testimonia efficacemente il mutamento della posizione delle istituzioni e del clima sociale nei confronti della comunità LGBT+ in Slovenia.

Significativa fu anche la reazione a tratti sprezzante (dato il contenuto dell’opera) che inizialmente accolse il romanzo Ime mi je Damjan (“Mi chiamo Damjan”) di Suzana Tratnik, il primo romanzo sloveno dedicato a un personaggio transgender. Nel 2014 il libro fu selezionato come lettura per gli studenti delle scuole superiori nell’ambito del progetto Rastem s knjigo (“Cresco con un libro”). Tuttavia, nella storia letteraria slovena, il rifiuto della letteratura queer non si è limitato ai contenuti, ma ha riguardato anche lo stile.

Quando Brane Mozetič, autore della prima raccolta poetica esplicitamente gay pubblicata in Slovenia, Zaklinjanja (“Incantesimi”), ricevette nel 2003 il Premio Jenk per la raccolta Banalije (“Banalità”), molti cercarono di delegittimare la sua poesia sostenendo che “questa non è poesia, è sociologia”. Con la medesima motivazione un autorevole membro della giuria rassegnò le proprie dimissioni. Ciononostante, nel 2020 Mozetič ottenne nuovamente il Premio Jenk, questa volta per la raccolta Sanje v drugem jeziku (“Sogni in un’altra lingua”).

L’anno successivo il premio fu assegnato a Nina Dragičević per To telo, pokončno (“Questo corpo, eretto”), mentre nel 2022 fu la volta di Nataša Velikonja, autrice della prima raccolta poetica esplicitamente lesbica in Slovenia, Abonma (“Abbonamento”), premiata per Prostor sred križišč (“Lo spazio in mezzo agli incroci”).

Nella raccolta Jezik je ključ (“La lingua è la chiave”), Milan Šelj ricorda come la poesia di Nataša Velikonja fosse stata a lungo respinta perché ritenuta caratterizzata da uno “stile diaristico”, cioè da una scrittura considerata troppo poco letteraria e priva di sufficienti artifici poetici.

Tutte le opere citate nel paragrafo precedente sono state pubblicate nelle collane Lambda o Vizibilija, che, sotto l’egida dell’associazione ŠKUC [Študentski kulturno umetniški center, “Centro culturale-artistico studentesco”], contribuiscono a mantenere la Slovenia al passo con la produzione letteraria queer internazionale. Oltre alle opere originali di autrici e autori sloveni, queste collane pubblicano infatti anche traduzioni di letteratura queer straniera.

Quest’anno Iva Jevtić ha ricevuto il Premio Veronika per la raccolta Milost (“Grazia”). Nina Dragičević è stata nuovamente candidata al Premio Jenk con la raccolta Ampak, kdo? (“Ma chi?”), nella quale esplora il concetto del closet, ossia dell’invisibilità e della non dichiarazione dell’identità queer. Dijana Matković è stata candidata al Premio Kresnik con il romanzo Zakaj ne pišem (“Perché non scrivo”), nel quale, tra le altre cose, trovano spazio anche racconti infantili a tema bisessuale e omosessuale. Vesna Lemaić, infine, è stata candidata quest’anno sia al Premio Novo mesto sia al Premio Kritiško sito con la raccolta Trznil je, odprla je oko (“Lui ebbe un sussulto, lei aprì un occhio”).

Oggi sembra che la letteratura queer abbia ormai conquistato una posizione pienamente centrale nel panorama letterario sloveno, ma si tratta del risultato della lotta instancabile delle pioniere e dei pionieri che hanno aperto la strada alle generazioni successive. Anche Anja Zag Golob ha ricevuto due volte il Premio Jenk: nel 2014 per la raccolta Vesa v zgibi (“Vesa in una piega”) e nel 2016 per Didaskalije k dihanju (“Didascalie per la respirazione”). Nel 2020 ha inoltre ottenuto il Premio Kritiško sito con la raccolta da ne da ne bo več prišla… (“perché lei non torni più…”). Kristina Hočevar ha vinto il Premio Jenk nel 2013 con Na zobeh aluminij, na ustnicah kreda (“Alluminio tra i denti, gesso sulle labbra”). Nel 2020 Eva Kokalj ha conquistato il primo posto nel campionato nazionale sloveno di slam poetry, classificandosi successivamente al terzo posto a livello mondiale. Vesna Liponik, con il suo esordio letterario Roko razje (“Mangia la mano”), è stata candidata nel 2020 sia al 36° Salone del Libro Sloveno come miglior opera prima sia al Premio Kritiško sito. Con la raccolta di racconti Težkomentalci (“Mentecatti”), Jedrt Maležič ha ottenuto nel 2016 la candidatura al premio per il miglior esordio letterario; l’anno successivo la raccolta Bojne barve (“Colori di guerra”) è stata candidata al Premio Novo mesto, assegnato quell’anno a Suzana Tratnik per la raccolta di racconti Noben glas (“Nessuna voce”). Suzana Tratnik aveva già ricevuto nel 2007 il Premio del Fondo Prešeren; nel 2020 è stata candidata al Premio Kresnik con il romanzo Norhavs na vrhu hriba (“Il manicomio in cima alla collina”), mentre nel 2008 aveva ottenuto una candidatura con Tretji svet (“Il terzo mondo”). Nataša Sukič, invece, è stata candidata nel 2016 con il romanzo Piknik. Nel 2007 Urška Sterle ha ricevuto il premio Zlata ptica (“L’Uccello d’oro”) per il suo romanzo d’esordio Vrsta za kosilo (“La fila per il pranzo”). Vesna Lemaić ha ottenuto addirittura tre premi nel 2008 con la raccolta di racconti Popularne zgodbe (“Storie popolari”), mentre nel 2019 ha ricevuto il Premio Novo mesto per la raccolta Dobrodošli (“Benvenuti”). Infine, Uroš Prah è stato candidato sia al Premio Jenk sia al Premio Veronika con la raccolta poetica Tišima, pubblicata nel 2015.

Oggi sembra quasi che le persone dichiaratamente queer non facciano altro che ricevere candidature e premi, ma appena dieci anni fa la situazione era ben diversa. Va comunque ricordato che già nel 2004 il Premio Jenk era stato assegnato al poeta Ciril Bergles, oggi scomparso, per la raccolta Moj dnevnik priča (“Il mio diario testimonia”).

Nel settembre 2023, presso la Galleria ŠKUC, si è tenuta una serata commemorativa in occasione del decimo anniversario della morte di Bergles. Quest’anno, al Festival del cinema LGBT, verrà ricordato anche il regista Stanko Jost, recentemente scomparso, autore del film Dečki (“I Ragazzi”), tratto dall’omonimo primo romanzo gay sloveno, scritto da France Novšak. Sarà inoltre proiettato un cortometraggio dedicato ad Alma Karlin. L’anno precedente, invece, la commemorazione era stata dedicata a František Čap.

Durante un’intervista, Brane Mozetič ha raccontato che, durante gli anni dell’università, espresse a un suo professore il desiderio di realizzare un’antologia dell’omoerotismo nella letteratura slovena. La risposta che ricevette fu: “Da noi una cosa del genere non esiste.” Eppure, quell’antologia venne poi effettivamente pubblicata da ŠKUC con il titolo Modra svetloba (“Luce blu”).

Ricordare il passato può aiutarci a comprendere da dove veniamo e verso quale direzione ci stiamo muovendo. Una conoscenza più approfondita della storia letteraria – dalla quale sono stati a lungo esclusi numerosi gruppi marginalizzati – potrebbe forse permetterci di evitare articoli come quello scritto da Drago Bajt per il settimanale Demokracija. In quell’occasione egli sostenne: “Se l’assegnazione del Premio Jenk continuerà in questa direzione, che sta ormai assumendo connotati attivistici, dovremo dimenticare di essere un popolo di poeti: diventeremo un popolo di poetesse vulnerabili in un modo o nell’altro.”

Naturalmente, esistono ancora molti e molte scrittrici e scrittori queer che finora non ho menzionato: Tatjana Greif, Petra Hrovatin, Simona Jerala, Aljaž Koprivnikar, Gašper Malej, Maja Predatoria, e molti altri. Tuttɘ loro dimostrano quanto la letteratura queer slovena sia oggi ricca e vitale, nonostante fino a tempi relativamente recenti sembrasse che ogni nuova voce dovesse aprirsi la strada da sola, ricominciando ogni volta da zero.

Nella seconda parte di questo saggio intendo invece concentrarmi sulla produzione delle generazioni più giovani.

 

Kvir 2/2

Quest’anno, insieme al Club Tiffany presso l’AKC Metelkova, abbiamo rinominato Mavrične rime (“Rime arcobaleno”), evento organizzato dal poeta Tom Veber, in Kviropisje (“Scrittura queer”) e, con un nuovo gruppo organizzativo, abbiamo avviato una serie di incontri durante i quali desideriamo essere aperti “a tutti i generi letterari attraverso cui le persone LGBTIQ+ [si esprimono, N.d.T.] e che sarebbero disposte a leggere davanti al pubblico in uno spazio sicuro”.

Abbiamo concepito questi eventi in modo tale da invitare ogni volta a leggere le loro opere alcune persone queer (cercando inoltre di invitare anche ospiti stranieri: nell’edizione di settembre ha letto András Gerevich dall’Ungheria, mentre in quella di novembre leggerà Eva Baltasar dalla Catalogna), ma manteniamo aperte anche le candidature spontanee per le letture e accogliamo scritti di qualsiasi forma e livello di affermazione. Desideriamo che sul palco trovino spazio poesia, prosa, drammaturgia, sceneggiatura, saggistica, testi musicali, rap, traduzioni (e che tutto questo possa essere letto da libri pubblicati o inediti, quaderni personali, dallo schermo del telefono o a memoria).

A novembre esporremo inoltre sulla parete dietro il palco alcune opere pittoriche dell’artista queer [Eva Baltasar, N.d.T.] e desideriamo che ogni volta sia possibile presentare al pubblico anche le arti visive di una persona artista queer. Con questi eventi vogliamo sviluppare ulteriormente l’ottimale impostazione di Mavrične rime, facendo sì che parte dell’incontro sia anche il momento di socializzazione dopo le letture.

Con la crescente visibilità e il crescente impegno delle persone e dei gruppi queer arriva anche una maggiore frammentazione della cosiddetta “comunità” queer, che proprio per questa frammentazione Metod Zupan, in un articolo per Disenz, definisce una “scena” queer. Nell’articolo intitolato Marginalci, ampak ne taki marginalci (“Emarginati, ma non quel tipo di emarginati”), egli descrive in modo eccellente i meccanismi attraverso cui avvengono le reciproche delegittimazioni e le cause della reattività di determinati individui (soprattutto uomini gay):

“La scena è senza dubbio la categoria più utile per analizzare le vite gay, nonostante essa stessa sia frammentata in diverse istituzioni e gruppi. Ciò riguarda tanto la questione di quale locale notturno frequenti, quanto quella a quale organizzazione non governativa – concorrente dal punto di vista economico – appartieni in questo ambito. Questo è, nella sua essenza, il risultato del progresso del movimento di liberazione. Al momento della nascita della scena negli anni Ottanta essa era ancora caratterizzata da una forte componente politica e subculturale, insieme alla sensazione di solidarietà con altri gruppi marginalizzati all’interno del sistema partitico monolitico. Tuttavia, come già osservò Velikonja dopo la seconda Parata del Pride di Lubiana del 2002, tra la scena omo non esisteva più una “scena alter-civile”. L’antropologa statunitense Esther Newton, nelle sue interviste della fine degli anni Sessanta, aveva osservato che il mondo gay non conosceva un sistema di classe. Classe sociale, età e razza – pur essendo importanti elementi distintivi – non dovevano essere rilevanti all’interno del mondo gay, poiché fin dagli inizi della scena prevaleva la convinzione che ‘non possiamo permettercelo’. Nonostante un passato nel quale avremmo dovuto sapere meglio, oggi siamo arrivati proprio qui.”

Possiamo però essere pessimisti soltanto fino a un certo punto. Molte persone continuano infatti a impegnarsi affinché, anche attraverso eventi letterari, si favorisca una connessione all’interno della scena queer e si creino spazi sicuri. A volte intersezionali, altre volte pensati per una parte specifica della scena queer, questi eventi aprono comunque possibilità di lettura: Lezbična četrt (“Quartiere lesbico”), Mesto žensk (“La città delle donne”), Rdeče zore (“Albe rosse”), le Velika lezbična branja (“Grandi letture lesbiche”), le tradizionali letture della collana Lambda e soprattutto le Večeri LGBT+ poezije in proze (“Serate di poesia e prosa LGBT+”), che ogni anno (nel 2023 per la ventesima volta) si svolgono presso la Galleria ŠKUC.

Nel 2022 Suzana Tratnik ha affidato l’organizzazione dell’incontro annuale alla poetessa Veronika Razpotnik, che quest’anno l’ha nuovamente realizzata insieme alla moderatrice Špela Setničar.

Ho conosciuto Veronika Razpotnik durante i laboratori di poesia che Brane Mozetič organizza da molti anni negli spazi dell’ufficio ŠKUC. Ho iniziato a frequentarli dopo aver scritto, alla fine del mio percorso universitario in letterature comparate e anglistica, la tesi di laurea sulla poesia di Mozetič: fu proprio Mozetič a scrivermi chiedendomi se potessi inviargliela per leggerla. All’incirca nello stesso periodo venni a sapere da Tom Veber, che già frequentava i laboratori, che questi incontri esistevano. Così risposi a Mozetič inviandogli il PDF della mia tesi e chiedendogli se avrei potuto partecipare ai laboratori. Ormai frequento questi incontri da circa tre anni: si svolgono più o meno una volta al mese, di domenica. Comprendono la critica severa delle poesie meno riuscite, suggerimenti costruttivi per migliorarle, apprezzamenti per i versi più riusciti, ma anche conversazioni informali e momenti di socialità. Ho sempre cercato una comunità e questi laboratori mi hanno permesso di trovare finalmente quella poetica a cui appartengo.

Con Veronika Razpotnik, Špela Setničar e Sara Fabjan, che frequentano anch’esse i laboratori, ho creato fin dall’inizio un legame particolare; soprattutto Veronika mi è stata di enorme aiuto nella revisione della mia opera prima, Trgetanje, pubblicata dalla casa editrice Črna skrinjica (fondata due anni prima dal poeta e editore Dejan Koban) e grazie alla quale ho ricevuto il premio per l’opera prima al 38° Salone del libro sloveno.

Anche Veronika è stata candidata allo stesso premio con la sua opera prima, Krekspot na požarnih štengah (“Piazza di spaccio sulle scale antincendio”), pubblicata dalla Hiša poezije. Sara Fabjan, invece, quest’anno ha pubblicato la sua raccolta poetica d’esordio, zaroletano (“con le tapparelle abbassate”), presso la casa editrice LUD Literatura. Nel 2024 Veronika, Špela e io [abbiamo pubblicato] nuovi libri nelle collane curate da Brane: alcuni nella collana Lambda, altri nella collana Aleph.

Durante i laboratori ho conosciuto molte altre poetesse e molti altri poeti queer: la presenza di persone con esperienze di scrittura molto diverse tra loro ha avuto per me un grande valore. Ho conosciuto Milan Šelj, che nel 2023 ha pubblicato la raccolta Jezik je ključ (“La lingua è la chiave”) presso ŠKUC. Ho conosciuto meglio Tom Veber, che nel 2022 ha pubblicato la sua seconda raccolta poetica, Do tu sega gozd (“Fin qui arriva il bosco”), sempre presso ŠKUC. Ho conosciuto anche Tanja Matijašević, Ela Potočnik, Jelka Zorn e altre partecipanti occasionali. [Nel 2024 è stata pubblicata], inoltre, la raccolta poetica Vidno polje (“Campo visibile”) di Maja Miloševič Čustić, che non si identifica come queer, ma che, per ostinazione e per il desiderio di avere Brane come mentore, frequenta i laboratori fin dall’inizio. Negli ultimi anni ho osservato una crescita della letteratura queer più giovane non soltanto nelle letture pubbliche, ma anche nei libri pubblicati.

Aljaž Primožič di Celje ha pubblicato nel 2022 presso LUD Literatura la sua opera prima, Čisto potiho (“In completo silenzio”). Sara Nuša Golob Grabner di Maribor ha pubblicato nello stesso anno presso il Kulturni center Maribor la sua seconda raccolta poetica, Dihotomija dihanja (“La dicotomia del respiro”). Alex Kama Devetak di Gorizia, vincitore del Festival della giovane letteratura Urška, ha pubblicato nel 2022 presso JSKD la sua opera prima di narrativa breve, Nedaleč (“Non lontano”).

Aljaž Koprivnikar ha pubblicato la sua opera poetica d’esordio, Anatomija (“Anatomia”), inizialmente uscita in Grecia e successivamente pubblicata in traduzione slovena nel 2019 nella collana Aleph del Centro per la letteratura slovena. Nežka Struc ha recentemente pubblicato nella collana Sončnice presso Hiša poezije la raccolta poetica Le kaj bo rekel Ivan? Nismo utrujeni (“Chissà cosa dirà Ivan? Non siamo stanchi”). Urša Majcen ha pubblicato presso Črna skrinjica nel 2021 la sua opera poetica d’esordio, ekosistem tišine (“ecosistema del silenzio”), mentre nel 2023 ha pubblicato il dramma poetico Zgodba o bakrenem kralju (“La storia del re di rame”), candidato al Premio Grum.

Se in passato elementi inseparabili della letteratura queer erano la condizione di invisibilità e l’allegoria, e il suo obiettivo principale era garantire maggiore visibilità alle persone marginalizzate, probabilmente il futuro della letteratura queer consisterà nell’esplorazione delle forme più latenti o inconsce di omo-, bi- e transfobia e nella riflessione sul rapporto tra identità queer e gli altri aspetti dell’identità personale, compreso il rapporto tra essere queer e i privilegi socioeconomici.

Urša Majcen, durante l’incontro di poesia e prosa LGBT+, ha affermato che la situazione ideale sarà raggiunta quando non sarà più necessario “uscire allo scoperto”, perché essere queer o meno non avrà più alcuna importanza. Nonostante i numerosi diritti che abbiamo conquistato, però, la strada verso quel punto è ancora lunga (a dimostrarlo possiamo leggere i resoconti sulle violenze avvenute durante il Pride di quest’anno).

Durante le letture poetiche queer incontro spesso persone che, naturalmente, oltre alla letteratura si esprimono anche attraverso molte altre forme artistiche. Hannah Koselj Marušič, oltre alla prosa, si occupa anche di cinema. Špela Setničar, oltre alla poesia, lavora anche come sceneggiatrice. Margarita Grneva, Ana Lorger e Angela Steiner realizzano performance nell’ambito degli eventi Ignor e in altri contesti. Quando però ho iniziato a inviare gli inviti per Kviropisje, mi è capitato qualcosa di curioso: soprattutto quando invitavo scrittrici che si identificano come bisessuali, queste erano spesso esitanti a partecipare, perché non sapevano “se appartenessero davvero” a questo spazio oppure se qualcuno avrebbe messo in discussione la loro presenza a una lettura queer. Le persone bisessuali (soprattutto all’interno della scena queer) sentono spesso commenti secondo cui non sarebbero veramente bisessuali quando si trovano in relazioni con persone di genere diverso dal proprio. Questo è, naturalmente, un’assurdità e una conseguenza dell’influenza che la società ciseteronormativa esercita anche sulle persone queer.

Negli ultimi anni alle letture partecipano inoltre sempre più persone trans (qui utilizzo la parola “trans” come termine ombrello per indicare persone transgender e non binarie). Abbiamo così potuto ascoltare poesie e prose di persone che, persino all’interno della scena queer, raramente hanno avuto la possibilità di prendere parola. Tra gli altri, abbiamo ascoltato letture di autrici e autori come Lea Aymard, Nilu Zym Jakopin e Ingo Vitman Öri.

Parallelamente, si assiste a una fioritura e importanti cambiamenti anche nella scena queer legata al mondo rave e dell’intrattenimento. L’arte drag (ossia l’arte delle regine e dei re della trasformazione) si è completamente sviluppata e quasi ogni fine settimana, almeno a Lubiana, è possibile assistere a un evento drag organizzato da collettivi diversi come House of Vulva, House of Kunt e House of Tailors.

Anche i cabaret stanno vivendo un momento di grande vitalità: ogni mese è possibile assistere a un nuovo spettacolo di Tehnoburleska, di Tatovi podob (“Ladri di immagini”) o alle produzioni dell’istituto Emanat. Oltre ai locali ormai consolidati come Tiffany e Monokel e alle serate Roza presso il K4, anche diversi eventi rave, come Ustanova, Cosmic Sex e Nimaš izbire (Non hai scelta), rappresentano spazi sicuri per le persone queer e, grazie al progetto Rejv Utopija, anche luoghi protetti dalla violenza sessuale e da altre forme di abuso.

Sembra che stiamo vivendo un’età dell’oro dell’arte queer slovena, e non possiamo che sperare che tutte queste voci non tornino nuovamente a spegnersi, per qualunque motivo. Il modo più semplice per evitarlo è partecipare, ogni volta che possiamo, agli eventi artistici che ci vengono offerti (e che nella maggior parte dei casi sono gratuiti). Lasciamo che, invece del disincanto nei confronti di una scena tanto ricca e variegata, a guidarci sia una parola che ho incontrato per la prima volta nella raccolta Kurc pesmi (“Poesie del cazzo”) di Tomislav Vrečar: sladostrastje – voluttà.

 

Kvir, P.S.

Dalla fine del 2023 fino al 2026, anno in cui scrivo questa postfazione mentre sono in corso gli accordi per la pubblicazione in italiano del saggio Queer, sono uscite numerose altre opere esplicitamente queer oppure opere di autrici e autori queer che, pur non facendo necessariamente della dimensione queer il tema centrale della propria scrittura, ne sviluppano perlomeno alcuni motivi. Tra queste, nella collana Lambda di ŠKUC sono uscite le raccolte poetiche Jabk (“Mele”) di Vesna Liponik, Sršena pičim nazaj (“Restituisco la puntura al calabrone”) di Veronika Razpotnik, Zamah dotika (“Lo slancio del contatto”) di Milan Šelj e Trepete, la mia raccolta. Nella collana Vizibilija, sempre di ŠKUC, sono invece uscite le raccolte Ključi (“Chiavi”) di Nataša Velikonja e Živali v naletu (“Animali di fretta”) di Urša Majcen. Le collane Lambda e Vizibilija di ŠKUC continuano inoltre a pubblicare con regolarità poesia e narrativa queer internazionale di alta qualità in traduzione slovena.

Presso la casa editrice indipendente Črna skrinjica sono state pubblicate le raccolte poetiche Jaz in jaz in jaz in jaz… (“Io e io e io e io…”), opera prima di Ana Štular, le mie Megalomast in Izbruhijada , nonché Avtobus se čez teden v predmestjih ustavlja dvakrat na uro (“Durante la settimana, in periferia, l’autobus si ferma due volte all’ora”), anch’essa opera prima, di Lara Nie Matos.

Nella collana Aleph del Center za slovensko književnost (CSK) è uscita la raccolta Vse, kar ti moram povedati (“Tutto quel che devo dirti”) di Špela Setničar, candidata al premio per la migliore opera prima letteraria nell’ambito della 41ª Fiera del libro slovena. Presso la stessa casa editrice è stata pubblicata anche la raccolta Pes, dvojčici in zelen tatu (“Il cane, le gemelle e il tatuaggio verde”) di Alja Adam, candidata al premio Velenjica – čaša nesmrtnosti.

Marcel Baranja ha pubblicato la sua prima raccolta, Tvoj ciganski obraz bledi (“Il tuo volto zingaro impallidisce”), nella quale si intrecciano le esperienze della bisessualità e della vita all’interno della comunità rom. L’opera ha inoltre ricevuto una menzione speciale nell’ambito del premio per la migliore opera prima alla quarantunesima Fiera del libro slovena.

Presso Dve luni – Zavod za poetizacijo sveta è uscita l’opera prima poetica J+J di Mila Kodrič Cizerl, nella quale l’autrice immagina e racconta l’amante di Gesù. Presso la Literarna družba Maribor sono stati invece pubblicati due libri di Tom Veber: Pordelih lic (“Con le guance arrossate”) e Plesen in druge ljubezni (“La muffa e altri amori”). Aleš Čakš ha pubblicato la raccolta (Ne)ljubezni: gejevska p(r)oezija (“(Dis)amori: p(r)oesia gay”). L’autrice queer Nina Dragičević ha pubblicato l’opera ibrida Nemogoče (“Impossibile”), insignita del Premio Cankar e candidata anche al Premio Kritiško sito. Sono inoltre in preparazione le opere prime poetiche di Pavla Zabret, Eva Jesenovec e Tanja Matijašević, tutte già presenti con le loro letture a Kviropisje e in altri eventi. Tanja Matijašević dirige inoltre il festival Lezbična četrt (Quartiere lesbico) e il cabaret drag king Dragi Drago.
L’opera probabilmente più innovativa è però la raccolta poetica Sin svoje roke (“Figlio della propria mano”) dell’autore Ingo Jesen Vitman Öri, considerata la prima raccolta poetica pubblicata in Slovenia da una persona transgender dichiarata.

Sono certo di aver omesso qualcuno, vista la ricchezza della produzione queer slovena, e me ne scuso. Forse, però, anche questo è un buon segno: significa che in Slovenia non mancano certo opere queer di grande valore.

 

Pino Pograjc,

07.07.2026

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: L’immagine è stata fornita dall’autore dell’articolo ed è stata scattata da Asiana Jurca Avci.