“Il passato abita dentro le ossa”. Versi cechi e polacchi di Zofia Bałdyga

A cura di Martina Mecco e Serena Buti

 

Abstract:

“The Past Lives inside Bones”. Czech and Polish Poems by Zofia Bałdyga

This contribution proposes a selection of Zofia Bałdyga’s poems translated into Italian. The poems, originally written in Czech and Polish, were selected from her last four collections.


“Benvenuti da un’altra parte.”

Zofia Bałdyga, Questo racconto non ha lingua madre, (p. 29)

 

Zofia Bałdyga è una poeta e traduttrice che vive a Praga. È autrice di raccolte poetiche in polacco e in ceco. In apertura a un suo recente scritto pubblicato per Versopolys, tematizza il passaggio dall’una all’altra lingua:

“Il ceco è entrato nella mia vita non come un’eredità, ma come una scelta deliberata e graduale. Se il polacco è la lingua delle mie origini, il ceco è la lingua delle mie intenzioni. Negli ultimi anni, la mia poesia ha abitato entrambe le lingue: una in cui sono nata e una che ho scelto consapevolmente come casa. Scrivere in ceco ha richiesto un diverso tipo di attenzione, una consapevolezza più acuta della materia sonora delle parole, della loro etimologia, della loro fragilità. Mi ha chiesto attenzione e pazienza.” (Bałdyga 2026)

Nell’ampio bacino del contesto della poesia ceca contemporanea, Bałdyga non rappresenta un caso isolato di autrice con origini non ceche, ma rientra in una lunga serie di figure che popolano la scena letteraria contemporanea e che ne plasmano la conformazione stessa. La letteratura ceca odierna è infatti interpretabile unicamente attraverso il filtro della multiculturalità e del multilinguismo: occorre evitare di ridurla a categorie stagne o limitanti. La lingua rappresenta uno dei temi principali delle raccolte di Bałdyga, in cui ne vengono decostruiti alcuni atteggiamenti che portano a una visione prescrittiva del linguaggio e delle sue caratteristiche. Un esempio di ciò è osservabile in Klimat kontynentalny (“Clima continentale”, 2021): “Gli alfabeti alla fine non son altro che prove, esercizi per la memoria, / brandelli di cielo sminuzzato in segni convenzionali”.

La specificità dell’opera di Bałdyga risiede nella lucida consapevolezza dello spazio politico-sociale in cui l’autrice e, di conseguenza, la sua opera si inscrivono. Tale consapevolezza porta a concepire l’attività letteraria, tanto nella veste di poeta quanto in quella di traduttrice, in termini di un’esperienza profondamente intrecciata alla dimensione personale e a una costante attenzione per la realtà circostante. Questa duplice modalità di rapportarsi al contesto sociale si traduce in due distinti esiti, ben riconoscibili nelle sue due raccolte in lingua ceca.

Il primo caso riguarda Poslední cestopisy (“Ultimi diari di viaggio”, 2023), in cui l’autrice affronta il tema dello spazio a partire dalla propria esperienza migratoria, concependo la scrittura stessa come un gesto intimamente legato al movimento. Anche la condizione esistenziale dell’essere umano viene rappresentata come una situazione di precarietà e provvisorietà, come se ci si trovasse costantemente sul punto di muoversi, di spostarsi o di cercare un nuovo orientamento. Nella poesia homemade, Bałdyga scrive: “Ogni generazione in questa parte del mondo ricomincia da zero – / per ora dovrà bastare un atlante tascabile dei lavori manuali”. I versi introducono il tema della frattura della memoria generazionale e della necessità di ricostruire il sapere a partire dalla pratica e dalle competenze quotidiane. L’“atlante tascabile dei lavori manuali” evocato da Bałdyga diventa così metafora di un sapere essenziale, concreto e trasmissibile, attraverso cui fare fronte alla discontinuità della memoria e, al tempo stesso, trovare nuovi strumenti per orientarsi nel presente. Un altro concetto ricorrente nella poesia di Bałdyga, interpretabile come ulteriore segnale di questa dimensione di transitorietà, è quello associato all’immagine di ciò che è “tascabile”. Nella poesia Ultimo viaggio (prologo), infatti, la poeta afferma: “Siamo in viaggio attorno alle radici, nel taschino / ho un cuore adottato”. Il “taschino” diventa qui lo spazio minimo e mobile in cui custodire ciò che appartiene alla propria identità: un “cuore adottato”, dunque non originario, ma acquisito e portato con sé nel corso del viaggio. L’immagine lega così il movimento alla ricerca di un’appartenenza, suggerendo una concezione dell’identità come qualcosa di mobile, provvisorio e continuamente in ridefinizione attraverso l’esperienza dello spostamento. D’altra parte, Bałdyga mostra chiaramente un altro aspetto, ovvero il fatto che l’identità non sia qualcosa di biologicamente dato – lo stesso direbbe della lingua madre – ma un fenomeno in perenne divenire e trasformazione. Questo nucleo si osserva anche nelle poesie incluse nelle raccolte polacche, ad esempio in Klimat kontynentalny, in cui si ritrova una riflessione esplicita sul concetto di patria. Nella prosa breve Migracja wewnętrzna (“Migrazione interna”, qui non tradotta), Bałdyga si concentra – con ironia e attraverso una riflessione sulla lingua stessa – sul rapporto tra identità, patria e appartenenza, mettendo in discussione categorie linguistiche e identitarie apparentemente stabili. La “migrazione interna” viene dunque rappresentata come una forma di spostamento che avviene dentro il soggetto stesso, tra appartenenza e distanza.

La seconda modalità riguarda invece Tento příběh nemá mateřštinu (“Questo racconto non ha lingua madre”, 2026), al centro della cui elaborazione poetica si colloca l’emigrazione di coloro che hanno lasciato l’Ucraina all’indomani dell’invasione russa su larga scala del febbraio 2022. A partire dalla propria esperienza come volontaria nell’accoglienza dei profughi, la poeta costruisce un discorso poetico che si configura, in primis, come discorso politico. L’osservazione della realtà, o meglio della quotidianità – per impiegare un concetto caro alla tradizionale poetica ceca di každodennost – non costituisce tuttavia per Bałdyga una semplice costellazione di elementi da riprodurre in versi. In questo senso, la nadraží (stazione) bałdygiana non è la hospoda hrabaliana: la poeta non si limita a trasporre sulla pagina le conversazioni di cui è testimone, ma problematizza la situazione sociopolitica e istituzionale nella quale esse si svolgono, mettendo in discussione e decostruendo alcuni dei dispositivi attraverso cui le istituzioni regolano i rapporti con gli individui e con le comunità. Il gesto poetico si configura così come un gesto eminentemente politico: dall’osservazione dello spostamento degli individui nello spazio scaturisce la necessità di interrogare e denunciare le prescrizioni che ne regolamentano l’accesso, l’attraversamento e lo stabilirsi. La quotidianità non è dunque semplicemente oggetto di rappresentazione e di trasposizione in versi, ma diviene il luogo a partire dal quale rendere visibili le strutture politiche e istituzionali che la organizzano. La fuga dal dolore e dall’orrore della guerra, di fatto, non sempre porta a una consolazione: “In luoghi nuovi cerchiamo la vita, / ma potrebbero esserci anche i morti”.

La poesia di Bałdyga, di cui qui si propone unicamente una silloge, si presta ad essere piegata e riposta nel taschino, per farsi accompagnare in peregrinazioni meditative nei confronti dell’identità di ciascuno, del rapporto con uno spazio in perenne – e ciclico – movimento. Un movimento che segue un ritmo fragile, come in Nauka oddychania (“La scienza del respiro”, 2025), dove passato e presente vengono concepiti come interdipendenti e intrecciati, senza quasi mai soffocarsi l’un con l’altro, ma in un’armonia che, seppur fragile, segna lo scorrere all’esistenza.

 

Ringraziamo Zofia Bałdyga per averci accordato la pubblicazione dei suoi versi in traduzione italiana. Le poesie qui raccolte sono state rispettivamente selezionate e tradotte da Martina Mecco (ceco) e da Serena Buti (polacco). Segnaliamo l’imminente uscita per Andergraund Rivista di un dialogo con la poeta dedicato alla questione della lingua e della necessità di concepire lo spazio estetico ceco come multilinguistico e multiculturale, a cura di Martina Mecco.

 

***

Cosa può sapere un asino dei castelli per aria, amore?
Gli alfabeti alla fine non son altro che prove, esercizi per la memoria,
brandelli di cielo sminuzzato in segni convenzionali.
Immagina un incantesimo che faccia pensare l’affamato all’acqua
e l’assetato al pane. Il profumo si trasforma in un sapore croccante,
e l’intero paesaggio cade giù nel precipizio, le lingue straniere
si feriscono con leggerezza, talvolta perfino con grazia:
abracadabra la mela macabra marcia verso il suo funerale
che non è mai lontano dall’albero.

[Clima continentale, p. 10]

 

Punto di partenza

1.

Chiamare casa il luogo in cui siamo nati,
come se l’inizio significasse sicurezza.
In questa terra così facciamo,
qui fanno così.

Come se prendere in prestito lo spazio
da coloro che sono venuti prima di noi
fosse la cosa più bella ad aspettarci qui.

Il silenzio lo impariamo più tardi.
E ancora domande – a chi appartiene l’amore?
A chi appartiene l’acqua?

2.

Le mattine di dicembre non sono generose.
Risparmiare acqua e amore non basta.
Nel corpo c’è sempre spazio.
Gli organi interni curiosi di casa
e di altre crepe.

Dentro penetra
un clima spietato
che chiamiamo mite
affinché non ci tratti peggio.

Mia nonna spegne la televisione
tutte le volte che qualcuno vi si bacia
non mi ha mai detto
che cosa significhi per lei la felicità.

[Ultimi diari di viaggio, p. 13]

 

Stagione delle gite

Le domande che ti ho fatto si alzano piano
e tornano da noi con le braccia tese.
Il ritmo non conta per noi. Te lo spiego quando sarai
più grande. Le risposte cambiano di stato.

Alcune mattine ho dodici anni. Alcune quindici.
Alcune centoventi.
Il tempo non è pronto e non ha età. Non c’è in
me posto,

solo una lancetta e una lingua troppo cresciuta. Il mondo intero
conficcato nell’iride.
Come esprimere con una parola la cavità abitata di un albero?
Non sarà casa.

La pupilla indica dove, in questo momento, davvero
sono. Qui il ritmo non conta.
I miei movimenti sott’acqua sono più morbidi, l’acqua è
addomesticata e tutto il resto trasparente.

[Ultimi diari di viaggio, p. 32]

 

to-do list

Sciogliere la lingua. Non portarla oltre i confini
ma fuori da essi. Quella mattina al posto di salutarci
ci siamo scambiati desinenze.

Rispettare le regole è pur sempre una questione di buon
gusto –
hai detto, prima di partire giù per il pendio di luce.

[Ultimi diari di viaggio, p. 34]

 

Ultimo diario di viaggio (prologo)

L’importante è che sorridi. Ti basta questo a spezzare

la storia?
Risvegliato da un sonno secolare in una terra indifferente,
dove i ponti soffrono di solitudine. Il corpo è una storia.

Ci prestiamo la felicità a vicenda, anche se il paesaggio

davanti a noi è fuggito.
Fa parte del rituale e il rituale è sacro. L’acqua accanto

a noi trattiene il respiro.
Siamo in viaggio attorno alle radici, nel taschino
ho un cuore adottato.
La funambola va in gita per risolvere una disputa
che dura da anni.
Non voglio che il tetto sopra la testa mi rubi il cielo.
Non ora.

Mi sveglio da sola con un calcio nello stomaco.

Quest’anno l’inverno è caldo,
si lascia addomesticare, accarezza il proprio sangue

sul punto di congelamento.

[Ultimi diari di viaggio, p. 41]

 

corso di lingua

A quale pagina la lingua smette di essere straniera?
Le parole si fanno addomesticare se ben ricompensate.
Mostra loro la tenerezza avvolta nelle interiora
come un pesce nel giornale.
Pescata da angoli ignoti. Semplici, complessi.
Le eccezioni restano sull’isola, così è stato deciso.
Scendendo, l’acqua detta le condizioni in silenzio, ma con chiarezza.
Oggi la riva finisce in un punto diverso da ieri.
Pianteranno lì degli alberi, costruiranno una casa imbiancata, stabiliranno delle regole.
Non scivolare con la corrente del fiume gelato, non leccare i ghiaccioli.
Avvolgiti con ciò che resta. Con il manto bagnato.
Con il lato morbido sulla pelle. Ciò che resta è colmo di semi.

[La scienza del respiro, p. 25]

 

vendo, scambio

Un angelo disabitato, la cucina in cui nessuno nutre nessuno
né i suoi vivi, né i suoi morti, né i suoi addormentati.
Un doppio spazio tra virgolette scure.
La promessa fatta non tocca terra,
sceglie il moto incessante.
Dopo il tramonto prova a spingere
il mondo intero a casa.
I rituali mattutini impallidiscono, invece di salutare il sole.
Ci scambiamo gli errori,
i documenti tacciono sui nostri sessi.

[La scienza del respiro, p. 26]

 

stanza in affitto

1.

L’eco delle ultime azioni svanisce dietro al muro.
La reversibilità è un miracolo.
Nasce l’odiata stagione, i progetti vagano con la faccia all’ingiù.
Ha due nomi e non va matta per il passato.
Mi trascinerebbe, se solo avesse le mani.

2.

Il passato abita dentro le ossa,
il futuro nel giornale del mattino infilato sotto alla porta.
Un tempo qui penetravano più colori, erano generosi, anche se vuoti all’interno.
La mano tesa finisce con il polso, le madri aggirano alcune regole.
La sua lingua gettata in libertà ha infine un’illuminazione adeguata.
Il proprio angolo retto scambiato per l’ultima parola.
Questa casa è la madre.

[La scienza del respiro, p. 30]

 

azioni cicliche

Abitare ancora daccapo, ancora in luoghi
dove gli animali selvatici tacciono in presenza di sconosciuti.
Le parole e il silenzio non si conoscono. Vuoi creare il mondo?
A che scopo, se esiste già? Le parole crescono soprattutto di notte,
e tutte le nostre storie rispondono loro con immagini
di immagini già viste. Raccontalo, prima che avvenga.
Le forme in prestito si stringono la mano.
Ammiriamo il paesaggio da dentro
e subito lo dimentichiamo.
Altrimenti ci sarebbe impossibile addormentarci.

[La scienza del respiro, p. 32]

 

Passaggio all’ora legale

Vacanze al mare, vacanze nel mare.
L’acqua annuisce, ma resta della propria idea.
Le altre specie tacciono. La stagione detta le condizioni.
C’è un tale fruscìo che è difficile non chiudere gli occhi.
Mi trasformo in una conchiglia piena d’acqua. Vuota.
Il respiro occupa l’interno, il respiro è letterale,
anche se non ha una propria pelle.
Tre specie mangiano allo stesso tavolo.
Senza negoziazioni, senza richieste, senza nomi umani.
L’aria diventa di nessuno, ermetica
riempie il tempo danneggiato. Stato fisico:
ha un’anima, ma non ha forma.
Nel sonno ci fondiamo tra di noi,
nella luce ci sappiamo a memoria.
Sullo sfondo, il paesaggio piatto di un racconto antico.
Neanche il vento impetuoso alza i capelli del monumento,
non trova posto nelle pause invadenti tra le stelle.
Anche lì ci sono dei nidi vuoti.
Intrecciati di radici rubate e altri tipi di privazioni.
Il vecchio sfila da essi la luce come un vestito,
il nuovo sta seduto sul bordo e osserva.

[La scienza del respiro, p. 40]

 

Era sabato in una vineria di Varsavia

Siamo andati in una vineria dove persone belle e di successo

conversano di questioni prive di dolore.
Io affogo la traduzione nel bicchiere, tu sei in fila

Sai davvero sparare?
Bevi altro?

Да, я умею стрелять.
Ma mirare a qualcuno, non lo vorrei nemmeno da morto.

[Questo racconto non ha lingua madre, p. 15]

 

Abitiamo in un dormitorio

Nessuno saprà mai se le prime rondini con noi
avevano buone intenzioni, ma ce ne siamo andati.

Ferite che sembrano gioielli. La lama è negli occhi di
chi guarda. Chi guarda non ha nome, ma ha potere.
Le strade straniere non restituiscono nulla.

Siamo ospitali, solo che non capiamo perché gli ospiti vogliano vivere qui.
Siamo pur sempre in Repubblica Ceca, qui ci vivono i cechi.
Le voci si raccolgono in uno stormo.

In luoghi nuovi cerchiamo la vita di prima.

Abitiamo in un dormitorio e il proprietario è stato così gentile
da non rispettare più le norme sulle condizioni di spazio,
ora nella nostra stanza ci stanno più letti e così

ci costa meno.

Nelle stanze condivise la solitudine graffia più forte.

In luoghi nuovi cerchiamo la vita,
ma potrebbero esserci anche i morti.

[Questo racconto non ha lingua madre, p. 67]

 

Ogni giorno mi annoto per cosa sono grata

 La mattina parliamo di come abitare nuovi territori
affinché riassettarsi non faccia male ai tessuti.
Questo la storia ce l’ha intenzionalmente taciuto.

La storia non fa la fila agli uffici pubblici.
Nessuno sa dove abiti davvero e da dove venga.

La sera vado in mezzo alla gente
e nessuno mi chiede di dove sono.

[Questo racconto non ha lingua madre, p. 75]

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: Fotografia di Martina Mecco