Ester Dall’Olio
Abstract:
Getting Lost in the Text: (Dis)orientation in Vera Hegedüs’ ostoba
ostoba (“fool”) is the first book of Hungarian author Vera Hegedüs, published in Hungary in 2021 and not yet translated into any other language despite its success. The first part of this paper seeks to introduce the author to the Italian public and briefly summarize the complicated and non-linear plot, while the second part aims to explore the role of space in the novel, with a specific focus on the role of borders, both internal and external ones. The description of the narrator’s style and its connection to her personal features have a key role in this analysis: the novel’s narrator and protagonist is an illiterate woman who also has an unusual way of perceiving the world, which is conveyed to the reader by different literary devices; these devices, which include the non-chronological order of the chapters and the absence of capital letters in the whole book, are described in detail in the paper.
Presentazione dell’autrice e sinossi dell’opera
Vera Hegedüs, autrice ungherese nata nel 1991 a Kaposvár, sembra avere molta coscienza del ruolo che la collocazione geografica può avere nella vita e, a volte, nella carriera di un individuo. In un’intervista concessa alla rivista di letteratura ungherese Magyar Narancs, apparsa sul sito web del periodico, ha infatti attribuito l’anomalia del proprio esordio letterario – ovvero non aver pubblicato molto su riviste letterarie prima della comparsa del suo primo volume – anche alla propria posizione periferica in senso prettamente spaziale. A suo parere, vivere lontana dalla pulsante vita letteraria di Budapest le ha impedito di conoscere il percorso più comune per le scrittrici esordienti in Ungheria e, quindi, di seguirlo. Hegedüs ha pubblicato due opere, ostoba, che significa “scema” (2021), e Mondass egy misét értem (“Recita una messa per me”, 2024), entrambe inedite in Italia.
L’intreccio narrativo di ostoba non è facilmente riassumibile: i capitoli non seguono l’ordine cronologico degli avvenimenti e, anche se insieme compongono un mosaico unico, sono leggibili e in una certa misura interpretabili anche singolarmente. Di fatto iniziando a leggere non si è nemmeno sicure che si tratti di un’unica vicenda perché, ad esempio, il collegamento tra la narratrice che nel primo capitolo si sta per suicidare insieme al marito e la bambina che a scuola non impara a leggere non è immediato. Chi legge può quindi ricostruire l’ordine cronologico e causale degli avvenimenti lentamente, e il quadro appare completo solo alla fine del libro.
Al centro dell’opera c’è la vicenda di una ragazzina rom, che inizialmente vive con i propri genitori ai margini di una città dove le discriminazioni etniche sono molto evidenti, per esempio nella disposizione delle abitazioni dei vari gruppi all’interno della città. La ragazzina non riesce ad imparare a leggere e scrivere; quindi, i genitori la costringono a smettere di frequentare la scuola per unirsi alla madre nel lavoro di pulizia e cura delle case delle famiglie benestanti della città. Tempo dopo, la ragazza si trova in una sala da ballo in città e viene sorpresa da alcune persone durante un rapporto sessuale con un soldato straniero di passaggio. Il soldato si rivela essere il rampollo di una famiglia nobile del paese confinante che, per evitare lo scandalo, la sposa, seppur controvoglia. I due si trasferriscono nel paese di lui, in una tenuta appartenente alla famiglia. Il rapporto tra gli sposi è ambiguo, a tratti violento e a tratti quasi affettuoso; una delle maggiori fonti di conflitto tra i due è il fatto che non riescano ad avere figli. Quando nel paese arriva la guerra, il marito propone alla protagonista di suicidarsi insieme prima dell’arrivo dei soldati nemici. A questo punto, con un’ennesima ellissi, la protagonista si ritrova in prigione, e ne esce solo grazie alle proprie doti canore che X – uno dei capi del partito – scopre in lei, obbligandola poi ad esibirsi sui palchi di tutto il paese. La donna viene quindi forzata a vivere al fianco del violento X, del quale rimarrà anche incinta. Successivamente un gruppo di ribelli politici, entrato in contatto con lei, la convince a collaborare a un attentato ai gerarchi del partito, che avviene durante una cena che si svolge proprio dentro la tenuta dove un tempo aveva vissuto con il marito. L’attentato riesce, uccidendo anche X. La protagonista scambia poi la propria carta d’identità con quella di Y, una donna morta nell’attacco: verrà così creduta morta da tutte, vivrà per un po’ clandestinamente e, finalmente, non dovrà rispondere a nessuno delle proprie azioni.
La vicenda è ambientata in un tempo e uno spazio imprecisati, non compaiono riferimenti storici né geografici specifici o inequivocabili. Tuttavia, si può intuire facilmente una generica ambientazione nell’Europa Centro-orientale, anche perché tra gli eventi che fanno da sfondo alla narrazione ci sono una guerra, un violento cambio di regime e infine la nascita di un sistema oppressivo guidato dai potenti del “partito”. Inoltre, la suocera della protagonista fa riferimento alla propria lingua come alla “più rara del mondo” e altri parenti del marito definiscono il proprio Paese un “paese mutilato” (Hegedüs 2021: 189), il che può far pensare che si tratti proprio dell’Ungheria, e che il “paese ladro” da cui proviene la protagonista possa essere uno dei cosiddetti “stati successori” a cui il trattato di pace del Trianon del 1920 assegnò territori fino a quel momento parte del Regno d’Ungheria asburgico. I paesi specifici – quello dove la protagonista nasce e quello confinante dove poi si trasferirà seguendo il marito – restano però non del tutto individuabili, anche perché le caratteristiche morfologiche del territorio descritto non sembrano rimandare tanto ad uno stato esistente, quanto ad un luogo fittizio.
Il senso di smarrimento che inevitabilmente coglie chi legge un romanzo senza luogo, tempo né nomi di nessun tipo – fatta eccezione per indicazioni generiche come “la sarta”, “X”, “Y” – può in un certo senso essere interpretato come il riflesso di quello che la protagonista e narratrice, anche lei senza nome, vive quotidianamente: essendo una donna analfabeta, di origine povera, di etnia rom e da un certo punto della propria esistenza in poi migrante, straniera, si trova infatti spesso in situazioni che non ha gli strumenti per leggere. Questo senso di indeterminatezza e confusione viene accentuato anche dalla quasi completa assenza di lettere maiuscole – fatta eccezione per la X e la Y dei nomi di due personaggi – e dalla disposizione non cronologica e apparentemente casuale dei capitoli, che costringe chi legge a doversi “riorientare” nello spazio e nel tempo della vicenda ogni volta che inizia un nuovo capitolo.
Dal punto di vista della percezione del mondo, l’analfabetismo non è l’unica caratteristica saliente della protagonista, che ha anche una sensibilità molto particolare ai suoni, un udito insopportabilmente preciso che, se da una parte la guida in un mondo che non può leggere, dall’altra la ferisce molto spesso, costringendola sia da bambina che da adulta a mettersi le mani sulle orecchie quando i suoni diventano troppo disturbanti. Per aiutarla a gestire questo udito molto fine ma spietato, e in generale il suo percepire gli stimoli troppo intensamente, un medico a un certo punto le prescrive delle “pillole rosse”, un farmaco non meglio identificato ma descritto come molto forte, originariamente sviluppato per curare i soldati al fronte.
Chi legge viene quindi guidata attraverso la vita della protagonista dallo sguardo confuso e confusionario della donna, che alterna episodi dell’infanzia, ricordi del proprio ambiguo e travagliato matrimonio, e fatti accaduti dopo l’instaurazione del regime autoritario.
Il romanzo non fornisce certezze nemmeno alla fine, terminando con un laconico “per qualche motivo doveva andare così” (Hegedüs 2021: 237): in queste parole si può individuare lo stato emotivo in cui la protagonista si trova ad affrontare innumerevoli situazioni violente e potenzialmente letali. Durante la prima parte della vicenda, infatti, la ragazza sembra accettare la propria sorte per come è, senza opporre particolare resistenza né cercare di influenzare il corso degli eventi. È però importante sottolineare come questo comportamento sia una strategia di sopravvivenza in un mondo che si fa sempre più imprevedibile e minaccioso, non una dimostrazione di passività. La donna, infatti, verso la fine del romanzo interviene modificando radicalmente il corso degli eventi che fino a quel momento ha più che altro subito, compiendo gesti che si rivelano determinanti. Per esempio, contribuisce indirettamente alla morte del suo aguzzino X e dei suoi colleghi aiutando il gruppo di ribelli a fare incursione alla loro cena, e poi ha la lucidità di scambiare la propria carta d’identità con quella di Y. La storia narrata nel romanzo non si estende molto oltre questa scena, che può essere interpretata come un momento chiave, a partire dal quale gli eventi cominciano a prendere una piega diversa grazie proprio all’intervento della narratrice stessa.

Confini, spazio e (dis)orientamento in ostoba
La riflessione sullo spazio interiore o geografico, e in particolare sui confini, è tutt’altro che estranea alla letteratura contemporanea: studiose come Astrid M. Fellner hanno infatti teorizzato un border turn (“svolta dei confini”) negli studi letterari (2023). Come sottolinea la studiosa Éva Bányai, negli ultimi decenni anche nel panorama ungherese si sono moltiplicate le opere in cui il tema dello spazio è centrale, con una particolare attenzione ai luoghi di confine, alle loro peculiarità sia linguistiche che culturali e alla condizione esistenziale e linguistica di chi li abita (Bányai 2011). Come si può immaginare, questo interesse ungherese per il limine, il contatto e il contrasto con il diverso e per le identità sfaccettate non è nato negli ultimi anni. Nell’ultimo secolo infatti la popolazione di lingua ungherese – prima con il trattato di Trianon del 1920, poi con le emigrazioni di massa negli anni del comunismo e in particolare dopo la repressione della rivoluzione del 1956 – si è ritrovata a vivere in situazioni di minoranza etnica in molti contesti e luoghi diversi; dell’attraversamento dei confini e dell’esilio letterario e linguistico che spesso ne consegue hanno scritto intellettuali note anche al pubblico italiano come Agota Kristof e Sándor Márai.
Questo è quindi il contesto in cui si inserisce ostoba, libro in cui sono presenti confini molto diversi tra loro quanto a concretezza, permeabilità e connotazione. I primi confini per importanza all’interno del romanzo sono quelli che separano i corpi tra loro e dal mondo esterno: sebbene i personaggi di ostoba non vivano tutti strettamente in movimento e immersi in una lingua straniera come quelli di Sinistra körzet di Ádám Bodor (“Il distretto di Sinistra”, 1992), la condizione che Bányai (2011) chiama “perpetua liminalità” è rintracciabile nella protagonista. La sua costante alienazione è infatti determinata in gran parte dal continuo e ripetuto superamento dei suoi confini e limiti sensoriali e corporei, sia da parte di elementi dell’ambiente come i suoni che da parte di altri personaggi. Fin dall’inizio del libro la narratrice si dimostra consapevole della centralità che la questione dei confini – dove si trovano e che cosa ha il potere di attraversarli – ha per lei, soprattutto in relazione alla percezione dei suoni:
“quando la marea raggiunge la mia testa mi rifugio nell’angolo più vicino. rannicchiata mi premo i palmi sulle orecchie, per riuscire a distinguere almeno i suoni esterni da quelli che già riecheggiano dentro di me, creando così una debole parvenza di ordine, anche se tra dentro e fuori non c’è mai stato un confine netto, ed è questo che rende la vita insopportabile.” (Hegedüs 2021: 11)
Il problema fondamentale della permeabilità estrema e difficilmente controllabile dei canali sensoriali della protagonista entra poi tragicamente in risonanza con le violazioni che il suo corpo subisce nel corso del romanzo: la violenza sessuale perpetrata dal marito e poi anche da X, le torture subite in prigione dopo l’arresto suo e del consorte, la violenza fisica e i lividi che X le lascia, la gravidanza indesiderata e la crescita in grembo di una figlia che inizialmente non vuole. Tutte queste esperienze traumatiche portano la protagonista a perdere sempre più il contatto con il proprio corpo e a smarrire la capacità di distinguere quello che è interno da quello che è esterno. Questa condizione sembra accentuarsi particolarmente durante i rapporti sessuali, anche quelli che si possono intuire consensuali, forse proprio per la quantità e l’enormità delle violazioni subite in quella sfera; spesso la protagonista in quei momenti sente un forte desiderio di annullamento attraverso l’altro, spera che il dolore che prova in quelle occasioni la faccia morire, o quantomeno sparire (Hegedüs 2021: 127). L’altro personaggio che sembra sperimentare l’annullamento dei propri confini durante l’intimità fisica – e in particolare durante i baci – è il marito della donna. Al contrario di lei però, a lui in quanto uomo è socialmente riconosciuto il diritto di opporsi all’intimità fisica e quindi, almeno inizialmente, cerca di evitare i baci in quanto ritiene di dover “rimanere vigile” in ogni momento, come se fosse costantemente in guerra (Hegedüs 2021: 177).
Nelle prime fasi della propria vita, la protagonista cerca di trovare modi e strumenti per difendere i propri confini labili e spesso violati. I primi rifugi che trova sono proprio dei luoghi fisici con caratteristiche ben specifiche, ovvero gli angoli e i banchi: in entrambi i casi si tratta di luoghi con dei confini molto duri, invalicabili, che la fanno sentire al sicuro, almeno temporaneamente:
“il maestro non sa che a me gli angoli piacciono molto più dei banchi, perché gli angoli sono i luoghi dove i rumori si sentono meno. negli angoli, se chiudo gli occhi, per un po’ posso persino sparire.” (Hegedüs 2021:13)
Successivamente la protagonista cerca di usare le già menzionate “pillole rosse” – che le ha prescritto il medico quando era piccola e che da allora porta sempre con sé, anche dopo l’emigrazione – per sigillare i propri confini sia sensoriali che emotivi, o quantomeno per limitare i danni di quello che entra contro la sua volontà. Purtroppo, però, le pillole, al contrario degli angoli, non hanno pareti solide in grado di proteggerla, possono solo aiutarla nel processo di elaborazione o rimozione di quello che le accade. In età adulta quindi la ripetuta violazione dei propri confini, unita alla quasi totale mancanza strumenti e diritti per difenderli, porta la protagonista a un distacco dal proprio corpo molto evidente, che si riflette anche nello stile narrativo:
“X invita anche me a esprimere affetto, soprattutto quando secondo lui sto pensando a mio marito. le dichiarazioni d’amore di X suonano più o meno così: ti strappo le unghie e poi ti cospargo le mani di sale, ti sbatto in una cella buia, in un armadio chiodato, ti faccio picchiare, puttana, tutto ciò che hai lo devi a me, senza di me non sei nulla. […] fa in modo di lasciarmi dei segni duraturi addosso, ma di solito non mi accorgo nemmeno di quando è dentro di me, e il tutto non dura poi molto. se fingo che mi abbia fatto male, X resta soddisfatto, e per un po’ mi lascia in pace.” (Hegedüs 2021: 40)
Da questo estrattoappare ovvio come la protagonista descriva la propria esperienza con estrema crudezza e assenza di sentimenti; non sembra sentire ciò che accade al proprio corpo e l’unico accenno al dolore viene dichiarato finzione. Oltre alle caratteristiche personali della protagonista, sicuramente poco incline a descrivere e forse identificare le proprie emozioni, in scene come queste si possono rintracciare gli effetti del trauma, che può portare chi lo vive a cercare di staccarsi dal proprio sentire sia fisico che psicologico, come misura estrema di difesa. A questo proposito non può non venire in mente Agota Kristof, la cui opera Le grand cahier (“Il grande quaderno”, 1986), pubblicato in Italia per la prima volta nel 1998 come prima parte de La Trilogia della città di K.” (“Trilogia della città di K”, 1986), ha sicuramente molte cose in comune con quella di Hegedüs Vera, non per ultimo il desiderio del personaggio di allenare il corpo e lo spirito a sentire il meno possibile per sopravvivere agli abusi vissuti:
“Nonna ci dice:
Figli di cagna!
La gente ci dice:
Figli di una Strega! Figli di puttana!
Altri dicono:
Imbecilli! Mascalzoni! Mocciosi! Asini! Maiali! Porci! Canaglie! Carogne! Piccoli merdosi!
Pendagli da forca! Razza di assassini!
Quando sentiamo queste parole, il nostro volto diventa rosso, le orecchie ronzano, gli occhi bruciano, le ginocchia tremano.
Non vogliamo più arrossire né tremare, vogliamo abituarci alle ingiurie e alle parole che feriscono.
Ci sistemiamo al tavolo della cucina uno di fronte all’altro e, guardandoci negli occhi, ci diciamo delle parole sempre più atroci.” (Kristof 2014: 20)
Per quanto le differenze sia stilistiche che tematiche rispetto ad ostoba siano evidenti – a partire dal fatto che i gemelli protagonisti dell’opera di Kristof sono perfettamente consapevoli di che cosa stanno facendo – si possono indubbiamente notare anche delle somiglianze: le frasi secche, il riportare gli insulti esattamente come sono stati sentiti e le descrizioni delle reazioni proprie e altrui come se le si osservasse dall’esterno, rendono evidente la tematica che accomuna le due opere, ovvero l’approccio e la sopravvivenza al dolore e all’esperienza traumatica.
In ostoba, come del resto nella vita reale, lo spazio interiore e quello corporeo sono però intimamente legati allo spazio fisico, ai luoghi che i personaggi attraversano; per questo la violazione di uno può avere conseguenze sull’altro:
“finora non mi ero mai accorta di quanti uomini vivessero in città; corpi di diverse forme e misure spuntano all’improvviso, cercano di capire come entrare in contatto con il mio corpo, il quale a quanto pare è segnato come libero nella mappa tracciata dai loro sguardi. mi trovo a seguire percorsi obbligati, fatti per sfuggire alle mani e agli sguardi, camminando in fretta, a testa bassa.” (Hegedüs 2021: 56)
In questo passo, la protagonista, che ancora abita nella propria città natale con i genitori, vive l’esperienza del percepire lo sguardo maschile sul proprio corpo e il potere che questo ha di percorrerlo a suo piacimento; in questo senso, la minaccia dello sguardo maschile sullo spazio corporeo femminilizzato determina una limitazione dei movimenti della protagonista nello spazio esterno, in questo caso urbano.
In ostoba i confini fisici esterni, in contrasto con quelli interiori e corporei, appaiono inizialmente solidi. La città natale della protagonista, per esempio, è uno spazio segnato dalla segregazione etnica e sociale, i cui confini sembrano invalicabili. I rom vivono ai margini della città, nella “fila” di case come la narratrice oppure all’interno del bosco, mentre le famiglie benestanti per le quali la madre della protagonista lavora vivono nella parte nuova della città, per “differenziarsi anche nello spazio” (Hegedüs 2021:16). Nel corso del romanzo, però, anche questi confini apparentemente immutabili vengono messi in crisi: la protagonista – seppur sotto lo sguardo sdegnato di tutte – sposa un ufficiale di famiglia nobile e lo segue emigrando nel paese accanto, rompendo così sia i confini delle classi sociali che quelli nazionali. Questi stessi confini nazionali giocano in effetti un ruolo fondamentale, sia pratico che simbolico, all’interno del libro; con la guerra si dimostrano molto meno stabili di quanto non sembrassero, diventando facilmente permeabili sia da eserciti stranieri che da personaggi come il “corrispondente di guerra”, che li attraversano più volte in tutte le direzioni. Anche i confini apparentemente più solidi si rivelano quindi vulnerabili.
L’opera di Hegedüs illustra efficacemente anche come con il crollo di elementi che sembravano inamovibili – i confini nazionali, i capi di un partito, ma anche il matrimonio – a volte si aprano degli spiragli per chi era oppresso nella situazione precedente: emblematica è la scena in cui la narratrice, verso la fine della vicenda, si mette a correggere le mappe militari che appartenevano al marito, ridisegnando i confini per come sono dopo la guerra e infine usandole per cercare di attraversare illegalmente quello stesso confine nazionale (Hegedüs 2021: 196).
Se alla fine tutti i confini presenti in ostoba si rivelano in qualche modo labili, permeabili, è interessante osservare come sono gli spazi che i confini separano, che cercano di proteggere; la presenza e la centralità di tutti questi confini nel romanzo è, infatti, in stretta relazione con le caratteristiche degli spazi descritti.
Per quanto riguarda i luoghi della città – soprattutto della capitale straniera – per la protagonista sono difficilmente “leggibili”, sia perché è analfabeta, sia perché non è abituata al caos dello spazio urbano.
“è come se mi avessero strappato il senso dell’equilibrio, perdo spesso l’orientamento. qui nella capitale gli edifici sono troppo alti, mi inghiottono, riconosco i nomi delle vie solo in base al numero di lettere.” (Hegedüs 2021: 215)
Rispetto allo spazio urbano, il castello in campagna dove la protagonista vive con il marito dopo il matrimonio è descritto in modo più definito: anche se gli ambienti grandi e austeri, il marmo lustro e le grandi finestre non smettono mai di intimorirla, in un qualche modo la donna impara ad orientarsi sia all’interno del castello che nelle colline che lo circondano, e questo si riflette in descrizioni relativamente nitide all’interno del romanzo. Questo orientamento non dura però a lungo perché, dopo l’arresto della narratrice e del marito e l’instaurazione del nuovo regime, l’intera tenuta viene espropriata e la protagonista ci torna in circostanze decisamente stranianti. Il castello è infatti il luogo che fa da sfondo alla cena dei capi del partito e alla loro uccisione da parte del gruppo di oppositori politici. In questo modo il castello, le cui mura avevano già rivelato la propria mancata solidità nel momento dell’arresto della coppia di sposi, diventa un luogo ambiguo, che lega due diverse fasi della vita della protagonista, quella del matrimonio e quella degli obblighi al fianco di X. È importante notare che il primo atto liberatorio della protagonista, ovvero collaborare alla congiura contro X e i suoi colleghi, è reso possibile dalla sua conoscenza dello spazio del castello: i ribelli la contattano proprio perché sanno che conosce bene il luogo ed è in grado di garantirgli un accesso facile e discreto.
Conclusioni
In conclusione, si può affermare che in ostoba il disorientamento della protagonista è totale e viene trasmesso a chi legge in vari modi: la totale assenza di riferimenti spaziali, la descrizione frammentaria dei luoghi e la disposizione non cronologica e dei capitoli contribuiscono infatti a creare nel pubblico una “difficoltà nel leggere” simile a quella vissuta dalla narratrice e protagonista; come lei si trova spesso in ambienti dei quali non conosce la lingua o comunque fatica a comprendere perché – letteralmente – non li sa leggere, così il lettore o la lettrice si trovano a dover decifrare il romanzo, abituandosi poco a poco alla sua lingua frammentata e cercando di riordinare e collegare tra loro i capitoli presentati in ordine non cronologico. In un certo senso è come se chi legge “perdesse l’orientamento” a ogni capitolo, dato che iniziandone uno nuovo non si ha mai idea di quale parte della vicenda verrà narrata. La lettura del libro non è quindi leggera né semplice, in linea con quello che l’autrice stessa ha dichiarato in una recente intervista: “Mi piacciono le storie che si contrappongono al realismo tradizionale e le frasi ben composte ma caotiche. Perdermi nel testo non mi disturba.” (Tomcsányi 2023)
Bibliografia:
Ádám Bodor, Il distretto di Sinistra, Roma: e/o 1999. Traduzione di Marinella D’Alessandro.
Agota Kristof, Trilogia della città di K, Torino, Einaudi, 2014. Traduzione di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo.
Astrid Fellner, “The Border Turn in Literary Studies.” in Anglistik, Vol. 34, No. 3, 2023, pp. 19-34.
Éva Bányai, “The Space Concepts as Intercultural Experience in Contemporary Hungarian Prose”, in Acta Universitatis Sapientiae – Philologica, vol. 3, no. 1, 2011, pp. 95-102.
Vera Hegedüs, Mondass egy miset értem, Budapest, Kalligram, 2024.
Vera Hegedüs, ostoba, Miskolc, Műút, 2021. (La traduzione di brani tratti da questo testo è stata fatta per l’occasione da me E.D.).
Sitografia:
Sára Tomcsányi,“Hegedüs Vera: Nem zavar, ha eltévedek a szövegben” in Litera – az irodalmi portál, 27 marzo 2023: https://litera.hu/magazin/interju/hegedus-vera-nem-zavar-ha-eltevedek-a-szovegben.html (ultima consultazione: 04/05/2026).
Apparato iconografico:
Immagine 1 : https://moly.hu/konyvek/hegedus-vera-ostoba
