Jessica Alfieri
Abstract:
Getting Lost in Space: The City as a Metaphor for Existence in Tibor Déry
This article analyses the novel Mr. A.G. in the city of X by Tibor Déry through the category of literary space, focusing on the relationship between urban space, individual identity, and alienation. Rather than functioning as a simple background for the narrative, the city of X becomes an active force that shapes the protagonist’s experience and progressively alters his perception of reality. The study examines how Déry constructs an unstable and ungraspable urban environment, where distances, routes, and spatial references constantly change, generating disorientation and anxiety. Particular attention is given to the symbolic and political dimensions of space, interpreted as a metaphor for mechanisms of control and for the crisis of the modern individual. The article also makes a brief comparison of the novel’s affinities with Franz Kafka and reflects on the transformation of space into a narrative and existential structure.
“Signore, lei non può capire un mondo in cui gli uomini hanno scambiato i loro bisogni con la libertà. Fugga! Lei non può vivere tra uomini che non vogliono imporre niente a nessuno. Lei non può rimanere in un paese in cui ognuno si rende conto dei propri desideri e nello stesso tempo apprezza il loro maestoso svanire. Per noi la vita non è un peccato da espiare con la morte, e la morte non è una punizione per la felicità” (Déry 2022: 275)
Pubblicato nel 1964, G.A. úr X-ben (“Il Signor A.G. nella città di X”) di Tibor Déry rappresenta una delle opere più originali e difficilmente classificabili della letteratura ungherese del Novecento. Il testo sfugge alle definizioni rigide e riesce a creare una commistione di dimensioni: romanzo allegorico, riflessione filosofica, narrazione distopica e indagine esistenziale. La storia, nella sua struttura essenziale, appare semplice: il protagonista, A.G., arriva in una misteriosa città chiamata X e si trova progressivamente immerso in una realtà che non riesce pienamente a comprendere. Infatti, il centro del romanzo non è costituito dagli avvenimenti o dalla successione degli eventi, bensì dall’esperienza dello spazio e dal rapporto che l’individuo instaura con esso. L’esperienza del pubblico lettore va di pari passo con quella dei personaggi. Eppure, per chi legge tale esperienza non si ferma con l’ultima pagina, bensì prosegue anche dopo la conclusione. Déry riesce a destabilizzare anche la mente də lettorə.

Lo spazio come personaggio non parlante
La città di X non costituisce un semplice sfondo entro il quale si muovono i personaggi. Al contrario, esso assume una funzione autonoma, con identità propria, fino a trasformarsi nel vero protagonista dell’opera. Un protagonista che non proferisce parola ma prende spazio persino nei dialoghi, dettando il loro ritmo.
“«Mi dispiace che lei non senta ciò che dico, signore» rispose Silvia a capo chino. «Del resto, è ovvio, la nebbia si sta facendo sempre più fitta. Non posso accettare con rassegnazione che mio marito trapassi al mio fianco.»
La nebbia si andava addensando sempre più, era come se il vento accumulasse strati di grigiore. Dove per un attimo si formava una lacerazione, si vedeva un muro fluttuare, o brillare una finestra, sotto il raggio vagabondo di un lampione; più in là una casa semidiroccata ondeggiava nel flusso opaco, vomitando voluminose cascate di nebbia dai vani delle finestre. […] «Purtroppo non sento ciò che dice» disse la giovane in tono di rifiuto. «La nebbia è così fitta che quasi mi impedisce di sentire la mia propria voce.»
A.G. questa volta non rispose, o perlomeno la sua risposta non si sentì.” (Déry 2022: 392-393).
Déry costruisce uno spazio narrativo instabile, ambiguo e mutevole, che altera la percezione del protagonista e produce neə lettorə un costante senso di inquietudine. La città diventa una struttura totalizzante che assorbe progressivamente l’individuo, limitandone la capacità di orientarsi e di comprendere la realtà. Ogni qualvolta i personaggi si trovano nello spazio aperto, anche ə lettorə percepisce la stessa inquietudine; durante il viaggio del protagonista verso X e il soggiorno dello stesso nell’Hotel Astoria per la prima metà del romanzo, ə lettorə è presə dalla stessa insofferenza, alla ricerca di un po’ di riposo.
L’originalità del romanzo risiede soprattutto in questa trasformazione dello spazio in un elemento dinamico. Nella narrativa tradizionale lo spazio è spesso considerato un elemento secondario: esso serve a collocare la vicenda in un ambiente preciso, a fornire informazioni sul contesto storico o sociale o a creare un’atmosfera particolare. In G.A. úr X-ben avviene invece un rovesciamento di prospettiva: lo spazio non accompagna la narrazione, ma la determina. Sia lo spazio aperto (della città), sia quello chiuso (dell’hotel, della casa, dei negozi, del tribunale e della prigione) diventano un sistema che agisce direttamente sui personaggi, modifica i loro comportamenti e produce effetti psicologici profondi.
La città come costruzione fisica dell’esistenza umana
Uno degli aspetti più significativi dell’opera riguarda la mancanza di una geografia stabile. X non può essere rappresentata attraverso una mappa tradizionale: le distanze sembrano cambiare continuamente, le strade perdono la loro funzione orientativa, i percorsi non conducono ai risultati attesi. Lo spazio sfugge a qualsiasi principio razionale e ə lettorə si trova nella stessa condizione del protagonista: incapace di comprendere le regole che governano il luogo in cui si trova. La lettura è resa ancora più disorientante dal nome della città, X, e dal fatto che Budapest, la città di provenienza del Signor A.G., venga sempre citata in quanto “estero”. Ma “estero” rispetto a dove?
L’essere umano costruisce normalmente il proprio rapporto con il mondo attraverso punti di riferimento: confini, direzioni, toponomastica. La possibilità di orientarsi nello spazio equivale, in una certa misura, alla possibilità di esercitare controllo sulla realtà. Quando questi riferimenti vengono meno, emerge una sensazione di smarrimento che coinvolge non solo il corpo ma anche la mente.
Nel romanzo di Déry, inoltre, l’impossibilità di orientarsi diventa una condizione esistenziale. A.G. tenta costantemente di comprendere la logica della città, ma ogni tentativo sembra destinato al fallimento. Più cerca di interpretare ciò che lo circonda, più la realtà appare sfuggente. La città sembra sottrarsi a qualsiasi principio di ordine e trasformarsi continuamente davanti ai suoi occhi.
Spazio e alienazione
Questa sensazione di estraneità e alienazione nello spazio urbano richiama una delle grandi paure della modernità: la perdita di punti di riferimento stabili. Il Novecento è stato caratterizzato da trasformazioni politiche, economiche e sociali profonde che hanno modificato radicalmente il rapporto tra individuo e ambiente. Le grandi città moderne hanno spesso prodotto esperienze di anonimato, frammentazione e isolamento, oltre che di velocità e costante movimento. Déry sembra trasformare tali dinamiche storiche in una struttura narrativa.
L’esperienza della città assume così una dimensione psicologica oltre che fisica. Lo spazio esterno diventa il riflesso di uno stato interiore. L’angoscia del protagonista non nasce soltanto dalle caratteristiche della città, ma dalla progressiva dissoluzione delle sue certezze. Più il Signor A.G. si confronta con i luoghi e le persone che li abitano, più le sue sicurezze vengono messe in discussione, fino a entrare in una vera e propria crisi.
Da questo punto di vista l’opera presenta numerose affinità con la narrativa di Franz Kafka e un confronto appare inevitabile. Nei romanzi kafkiani il protagonista si trova spesso di fronte a sistemi oscuri e incomprensibili che sfuggono a qualsiasi interpretazione razionale. In Der Prozess (“Il processo”, 1925), Josef K. cerca di comprendere le ragioni del processo che lo coinvolge senza riuscire a trovare spiegazioni; in Das Schloss (“Il castello”, 1926) il protagonista tenta inutilmente di accedere al centro amministrativo all’interno del maniero che sembra irraggiungibile.
Anche in Déry esiste una struttura opaca che domina l’esistenza individuale. Tuttavia vi è una differenza importante. Nei testi di Kafka l’oppressione deriva principalmente da apparati burocratici e amministrativi. In G.A. úr X-ben il meccanismo del controllo appare incorporato nello spazio stesso. Le istituzioni, infatti, sono anch’esse assoggettate alla completa mancanza di ordine.
“[…] «Ma in genere è noto, ed è pressoché inutile ricordarlo, che i fatti – per quanto inequivocabili, incisivi e refrattari a qualsiasi contraddizione – sono del tutto inservibili in un procedimento giudiziario. Non sono idonei a provare né l’innocenza né la colpevolezza dell’imputato, giacché, come si sa, sia che li esaminiamo alla loro origine, sia nelle loro conseguenze, la loro piena concretezza contiene le folli e vistose contraddizioni, stupide e perciò inconciliabili, della natura […] Nei fatti si può riporre una fiducia altrettanto scarsa che nel pensiero umano. […] Qual è la verità, onorata corte? La verità è il contrario dell’imputato in quanto tale. [P]otrei anche dire che la verità è il contrario dell’uomo.e»” (Déry 2022: 336-337)
Lo spazio come organismo di potere
X assume caratteristiche quasi organiche. Non sembra una costruzione umana, ma una presenza viva, dotata di una propria volontà. La città non viene semplicemente attraversata, essa reagisce, modifica i comportamenti e ingloba progressivamente chi la abita.
Questa trasformazione dello spazio in organismo richiama alcune riflessioni della critica contemporanea. Lo spazio letterario non viene più considerato soltanto una cornice narrativa, ma una struttura che produce significati. Le città nei romanzi possono diventare metafore culturali, politiche o psicologiche e anche nel caso di Déry, X rappresenta molto più di un luogo geografico: essa diventa un simbolo.
L’interpretazione politica dell’opera costituisce uno degli aspetti più discussi dalla critica. Déry scrive il romanzo in un periodo storico segnato dalle tensioni politiche nell’Europa orientale e dall’esperienza dei regimi autoritari. Sebbene il testo non faccia riferimento diretto a eventi specifici, molti elementi suggeriscono una lettura allegorica. Lo stesso Déry, nella prefazione al romanzo, definisce l’opera un “grido d’allarme” sul legame tematico tra libertà e ordine e precisa di aver voluto mostrare “come l’idea di libertà dell’ordine capitalista si attorciglia intorno al proprio collo” (Lukács 1964: 12). La città di X diventa così un modello sociale sperimentale, in cui l’assenza di strutture fisse si trasforma paradossalmente in una forza totalizzante e spersonalizzante. L’esperienza autobiografica della prigionia di Déry (il romanzo fu scritto tra il 1957 e il 1960, durante la sua detenzione) si traduce in una rappresentazione universale dell’oppressione, dove il potere non è mai apertamente visibile ma agisce attraverso lo spazio stesso, rendendo ogni individuo prigioniero di un sistema che non riesce a comprendere.
La città di X può essere interpretata come rappresentazione di un sistema sociale che limita la libertà individuale attraverso meccanismi invisibili. Il controllo non si manifesta apertamente attraverso la violenza; esso agisce in modo più sottile, penetrando nella quotidianità e influenzando la percezione stessa della realtà.
L’aspetto più inquietante di questo controllo consiste nella sua invisibilità e infatti A.G. non individua mai un centro preciso del potere. Non esiste un’autorità chiaramente identificabile contro cui ribellarsi. La città appare dominata da regole implicite che sembrano accettate da tutti ma che nessuno riesce a spiegare completamente. Ciascun abitante, accettando tali regole senza metterle in discussione, rende l’oppressione ancora più efficace. Un potere visibile può essere contestato; un potere diffuso e impersonale risulta invece molto più difficile da combattere. Déry mostra come la perdita di libertà possa avvenire attraverso processi graduali che modificano il modo stesso in cui gli individui percepiscono il mondo.
Il romanzo affronta quindi una questione profondamente moderna: la crisi del soggetto. Déry trasforma la propria esperienza – storica e di prigionia – in una rappresentazione narrativa potente e, al contempo, inquietante. La forza dell’opera deriva anche dal suo carattere universale. X non possiede caratteristiche nazionali precise; non appartiene a un luogo identificabile e non viene collocata in un periodo storico definito. Questa indeterminatezza amplia il significato del romanzo. La città potrebbe trovarsi ovunque. Chi legge è progressivamente portatə a chiedersi se X non abbia qualcosa a che fare anche con la propria condizione umana; se un romanzo del genere non serva a mettere in dubbio le proprie strutture; se, una volta accettato il patto narrativo con l’autore, la vertigine che questo provoca non si possa lasciar entrare, almeno per un attimo, nella propria vita quotidiana.
La difficoltà di orientarsi nello spazio diventa metafora della difficoltà di trovare significato nel mondo contemporaneo. Per questo motivo G.A. úr X-ben continua a conservare una notevole attualità. Il romanzo di Déry mostra come lo spazio possa diventare uno strumento privilegiato per rappresentare tali dinamiche. Attraverso una città impossibile da comprendere e da attraversare, l’autore costruisce una riflessione profonda sulla libertà, sull’identità e sul rapporto problematico tra individuo e realtà. Il vero protagonista dell’opera non è dunque A.G., bensì la città stessa. X diventa un labirinto fisico, mentale e simbolico nel quale il protagonista e ə lettorə si trovano progressivamente intrappolati. Lo spazio smette di essere un semplice luogo e diventa esperienza, potere e destino.
Per questo non solo G.A. úr X-ben può essere considerato uno dei più significativi esempi di romanzo dello spazio del Novecento, bensì Tibor Déry stesso può essere definito, come ha detto bene György Lukács, “il più grande ritrattista dell’uomo del nostro tempo” (Lukács 1964: 15).
Bibliografia:
Bertrand Westphal, Geocriticism: Real and Fictional Spaces, New York, Palgrave Macmillan, 2011.
Franz Kafka, Il castello, Milano, Il Saggiatore, 2023. Traduzione di Alessandra Iadicicco.
Franz Kafka, Il processo, Milano, Adelphi, 2010. Traduzione di Giorgio Zampa
Gaston Bachelard, The Poetics of Space, Boston, Beacon Press, 1994.
Giulio Iacoli, La percezione narrativa dello spazio: Teorie e rappresentazioni contemporanee, Roma, Carocci, 2008.
György Lukács, Die menschliche Substanz in Widerstand, Budapest, Lukács Archive, 1964.
Henri Lefebvre, The Production of Space, Oxford, Blackwell Publishing, 1991.
Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1993.
Marie-Laure Ryan, Space, in The Living Handbook of Narratology, Hamburg University Press, 2013.
Mikhail Bakhtin, The Dialogic Imagination: Four Essays, Austin, University of Texas Press, 1981.
Tibor Déry, Il signor A.G. nella città di X, Milano, Il Saggiatore, 2022. Traduzione di Eva Rossi.
Yuri Lotman, The Structure of the Artistic Text, Ann Arbor, University of Michigan Press, 1977.
Apparato iconografico:
Immagine 1 https://kultura.hu/uploads/media/default/0002/91/thumb_190798_default_big.jpg
