Marianna Di Labbio
Abstract:
Josif Brodskij: memory and freedom in a “room and a half”
This article explores the symbolic and autobiographical deep dimension of Josif Brodskij’s 1985 essay, In a Room and a Half. Written in English a decade after his forced exile from the Soviet Union and shortly after the deaths of his parents, this text functions as both a memoir of the author’s youth and a complex literary processing of loss. Particularly attention is given to Brodskij’s choice of English, which enables him to preserve the memory of his parents, effectively granting them a posthumous freedom from the linguistic and political constraints of the Soviet regime. The paper examines how the domestic space of the communal apartment transcends its physical boundaries to become a symbolic landscape, where the “room and a half” functions as a liminal space for memory and freedom. By interweaving personal memory, grief, guilt, and the precise topography of Saint Petersburg, Brodskij creates a text that reconciles past and present. The paper concludes by considering the lasting legacy of this literary space, now manifest in the Poltory Komnaty Museum in St. Petersburg, dedicated to the poet’s life and work.
Non è usanza comune degli scrittori, soprattutto se acclamati in tutto il mondo, invitare gli sguardi curiosi del pubblico all’interno delle proprie case, aprendo loro le porte della camera da letto, della cucina o addirittura del bagno. Cosa di certo alquanto inusuale è passare in rassegna i mobili delle stanze e curiosare tra i cassetti degli armadi, enumerando con minuzia di particolari tutto quanto vi si possa trovare all’interno: servizi da tavola, biancheria, tovaglie, album di famiglia e quant’altro.
Estraneo a tanta riservatezza fu però Josif Brodskij (1940-1996), celebre poeta russo di fama internazionale fuggito negli Stati Uniti dopo un processo per parassitismo sociale nel 1964 e l’esilio definitivo nel 1972. Nel saggio autobiografico scritto in inglese In a Room and a Half (“In una stanza e mezzo”, 1986) l’autore leningradese accoglie i lettori a curiosare nella stanza e mezzo dell’appartamento condiviso dove aveva vissuto con i genitori a partire dal 1955. Fin da subito, però, lo spazio domestico e familiare sul Liteinij Prospekt # 24, Apt. 28 assume i connotati di uno spazio simbolico attraverso cui l’autore rivive il suo passato superando i limiti cronologici, geografici e linguistici.
In a Room and a Half fu composto nel 1985, a distanza di oltre dieci anni da quando Brodskij dovette lasciare per sempre la sua casa e i suoi genitori e a pochi mesi dalla morte della madre e del padre, ai quali non fu mai concessa la possibilità di rivedere il loro unico figlio. L’opera venne pubblicata per la prima volta nel 1986 sulla rivista statunitense The New York Review of Books e fu poi tradotta e data alle stampe in Russia negli anni Novanta, quando apparve prima sul settimanale pietroburghese Smena nel 1991 col titolo V polutora komantach e poi su Novy Mir nel 1995 con la nuova traduzione Poltory komanty. In anticipo sulla pubblicazione in patria, nel 1987, apparve anche la traduzione italiana di Gilberto Forti, inclusa nella raccolta di saggi Fuga da Bisanzio, edita da Adelphi e ancora oggi in commercio.
Il testo trasporta immediatamente il pubblico in una realtà molto distante da quella di chi legge, creando una sorta di cortocircuito cognitivo, che lo stesso autore non esita a far notare mentre scrive della stanza e mezzo in cui aveva vissuto con la famiglia: “se questa unità di spazio ha qualche senso in una lingua diversa dal russo” (Brodskij 2023: 187). L’unità di misura comunemente utilizzata in russo poltora (uno e mezzo) diventa un elemento estraneo o addirittura insensato quando espresso in una lingua che non possiede una grandezza egualmente specifica, come l’inglese. In questo modo, dunque, la stanza e mezzo offre sin da subito il pretesto per parlare anche di altro.
In effetti, la scelta dell’inglese per raccontare parte della propria storia personale e familiare non può di certo passare inosservata, tantomeno in un testo in cui non mancano riferimenti a parole russe e al loro significato culturalmente specifico. Oltre a poltora, anche la parola russa anfilada, inclusa nel testo originale secondo la dizione francese enfilade, viene presentata da Brodskij come un termine che richiede un chiarimento esplicito per il pubblico anglofono: “Our room and a half was part of a huge ‘enfilade’ – the Russian word for a suite of apartments” (Brodsky 1986). Meno didascalica, invece, è la traduzione italiana di Forti, in cui il termine enfilade viene tradotto con “infilata di locali” (Brodskij 2023: 191), escludendo dal discorso quella breve nota esplicativa che Brodskij aveva scelto di includere nel testo originale e che contribuiva ad arricchire la stratificazione linguistica e culturale del testo. La scelta dell’autore di scrivere in inglese, inoltre, si inserisce all’interno di un’esperienza personale e artistica ben precisa: l’esilio, che è anche – soprattutto per uno scrittore – “a linguistic event” (Brodsky 1988). Con l’esilio si attua un rovesciamento significativo: la lingua madre perde il suo carattere privato trasformandosi spesso in un simbolo politico, mentre è proprio la lingua straniera a consegnare una rinnovata intimità allo scrittore esule (Diment 1993: 355). Lo stesso Brodskij fornisce le motivazioni di questa scelta che, seppur a prima vista sembrerebbe poco naturale, rivela l’intenzione di rivendicare attraverso il testo in inglese uno spazio di libertà per i genitori, Maria Volpert e Aleksandr Brodskij, affrancandoli dalla schiavitù della lingua russa, trivialmente corrotta dal regime sovietico:
“Scrivo tutto questo in una lingua diversa dal russo perché vorrei assicurare loro un margine di libertà: un margine la cui ampiezza dipende dal numero di persone che possono aver voglia di leggere queste pagine. […] Questo non li farà risuscitare, ma qualsiasi grammatica è meglio di quella russa almeno nel senso che può offrire una via più sicura per evadere dai camini del crematorio di Stato. Scrivere di loro in russo significherebbe soltanto ribadire la loro cattività, assecondare la condanna alla perdita della personalità, fino all’annientamento meccanico […]. Che un’altra lingua accolga dunque i miei morti. In russo posso leggere, scrivere versi o lettere. Ma per Maria Volpert e Alexandr Brodskij occorre un’altra lingua, una lingua che almeno prometta una parvenza di vita dopo la vita, forse l’unica possibile, se si esclude la mia, quella che sto vivendo.” (Brodskij 2023: 200-201)
Così facendo, l’autore utilizza la lingua per creare un rifugio sicuro per i propri genitori defunti e contestualmente elaborare il proprio dolore attraverso una scrittura a tutti gli effetti terapeutica (Diment 1993: 354). L’utilizzo di una lingua non materna come l’inglese crea inevitabilmente un senso di distacco da ciò che viene descritto e raccontato, permettendo all’autore di guardare al proprio passato in patria con uno sguardo nuovo, ma non per questo meno intimo o privato, in una sorta di straniamento empatico. Un’empatia che si estende all’uomo comune che aveva vissuto l’epoca sovietica, in particolare quella staliniana, come i suoi genitori (Smith 2013: 158).
Sin da subito il ricordo della camera e mezzo si lega a dettagli concreti che, a loro volta, risvegliano la memoria familiare che spesso si allarga fino ad abbracciare tutta la città. Le assi del parquet su cui Brodskij adolescente camminava senza scarpe né pantofole, scatenando i timori della madre superstiziosa, si estendono “a tutto ciò che potevano avere sotto i piedi i nostri parenti prossimi e remoti che vivevano nella stessa città. Grande o piccola che fosse la distanza, le cose non cambiavano” (Brodskij 2023: 187). I luoghi urbani di Leningrado, o meglio “Piter”, come lo scrittore, da buon pietroburghese, preferiva chiamarla, ricordando “questa città in anni in cui non sembrava ‘Leningrado’” (Brodskij 2023: 14), diventano un’estensione della dimensione domestica, tanto che nel saggio In a Room and a Half non mancano descrizioni di alcuni luoghi della città più strettamente legati alla biografia dell’autore. Ad esempio, il Liteinij Prospekt, “una delle strade più famose della letteratura russa” (Brodskij 2023: 192), diventa il prolungamento naturale della stanza e mezzo grazie alle finestre e al balcone che si affacciavano proprio su quella strada, con la sua “con la sua prospettiva impeccabile, tipicamente pietroburghese” (Brodskij 2023: 197).

Allo stesso modo, il ricordo del Museo della Marina, dove il giovane poeta amava trascorrere il tempo insieme al padre, curiosando tra le sale oltre l’orario di apertura al pubblico, si delinea come un’estensione dello spazio personale e domestico della stanza e mezzo, così come la Cattedrale della Trasfigurazione si presenta inscindibilmente legata ai ricordi d’infanzia.
La descrizione dei luoghi pietroburghesi stupisce per l’esattezza con cui l’autore riporta i nomi degli edifici e degli indirizzi, come se attraverso la scrittura il narratore potesse tornare nuovamente in quelle strade, in quelle cattedrali o a quei numeri civici: “Ne parlo qui non perché abbia qualche importanza particolare, ma perché la mia penna, presumibilmente, non scriverà mai più questo indirizzo” (Brodskij 2023: 198). Ogni angolo della città che trova spazio tra le righe di In a Room and a Half dà forma concreta ai ricordi dell’autore, rendendoli a tutti gli effetti parte di un paesaggio urbano soggettivo e personalissimo in cui il narratore vaga come un flâneur, senza una meta precisa, se non col fine di ricordare, in un continuo andirivieni tra passato e presente. Questo vagare nel tempo è ben restituito dalla struttura stessa dell’opera, in cui le impressioni evocate dal ricordo di un oggetto o di un luogo sono assemblate in maniera cinematografica, attraverso un montaggio di inquadrature che si allargano e si restringono continuamente (Smith 2013: 156). È lo stesso Brodskij a confermare che “forse è perché tu sei figlio di un fotografo e la tua memoria non fa altro che sviluppare un film. Girato con i tuoi due occhi, quasi quarant’anni fa” (Brodskij 2023: 205).
Tornando ai luoghi che Brodskij aveva abitato in gioventù, grande spazio viene riservato anche alla descrizione del Dom Muruzi, un palazzo nobiliare costruito dall’omonimo principe intorno alla seconda metà dell’Ottocento, e poi confiscato dal governo bolscevico per creare alloggi in comune, le tipiche kommunalki che a partire dalla Rivoluzione d’ottobre soppiantarono gli sfarzosi palazzi della nobiltà imperiale. In a Room and a Half, destinato a un pubblico poco avvezzo a tali usanze abitative, descrive con cura il processo di confisca, divisione e assegnazione delle stanze di una kommunalka, senza però negare che “questo concetto di scambio – ma sarebbe meglio chiamarlo baratto (considerando il carattere definitivo di tale scambio) – è qualcosa che non c’è verso di far capire a un estraneo, a uno straniero” (Brodskij 2023: 193). Nonostante la specificità culturale di questo speciale tipo di coabitazione, Brodskij offre un quadro ricco e vivace della quotidianità con i vicini, senza tacere i dettagli più sordidi, quelli più intimi o tragici della convivenza:
“Dalla sonorità di un peto puoi individuare chi occupa il gabinetto, sai che cosa lui/lei ha mangiato a cena o a colazione. Conosci i rumori che fanno a letto e sai quando le donne hanno i loro periodi. Spesso sei tu il confidente sul quale il vicino o la vicina riversa le sue pene, ed è lui o lei a chiamare un’ambulanza se ti prende un attacco di angina o qualcosa di peggio. E magari sarà lui o lei, un giorno, a trovarti morto su una sedia, se vivi da solo, o viceversa.” (Brodskij 2023: 195)
Lo spazio abitativo della kommunalka diventa, così, il simbolo di un’intera epoca attraverso cui il pubblico straniero può provare a immaginare la quotidianità di un mondo lontanissimo e, al tempo della pubblicazione del testo, ancora inaccessibile e isolato dalla cortina di ferro.

Tuttavia, il vero fulcro della narrazione rimane la stanza e mezzo della famiglia Brodskij in cui alcuni elementi acquisiscono maggiore rilevanza di altri. Il letto dei genitori, ad esempio, viene descritto come centro indiscusso della vita familiare e, nella descrizione del poeta, assume dei tratti di sacralità, come fosse l’altare all’interno di un personalissimo santuario domestico: “Era la loro tana privatissima, la loro isola estrema, il loro posto nell’universo, inviolabile per tutti tranne che per me”. (Brodskij 2023: 214) Altrettanto centrale per l’autore sono i dieci metri quadrati che costituivano la metà aggiuntiva della stanza assegnata alla famiglia e che ospitavano la sua camera o, come piaceva definirla allo scrittore, il suo Lebensraum, il suo spazio vitale. Accuratamente diviso dal resto della stanza con una barricata di armadi e valigie, quella mezza stanza custodiva uno spazio privato, luogo del passaggio dall’infanzia alla giovinezza e amorevolmente custodito nella memoria dello scrittore:
“Quei dieci metri quadrati erano tutti miei, ed erano i migliori dieci metri quadrati che io abbia mai conosciuto. Se lo spazio ha uno spirito e questo spirito sovrintende alla distribuzione dello spazio, c’è una probabilità che anche qualcuno di questi metri quadrati conservi un buon ricordo di me. Specialmente adesso, sotto un piede diverso.” (Brodskij 2023: 217-218)
Il racconto appassionato e poetico di Brodskij tradisce numerose emozioni legate al suo passato. Contrariamente a quello che ci si aspetterebbe, però, non si tratta di nostalgia per la giovinezza o per la Russia: l’autore lo ribadisce spesso nel testo. A prevalere è un forte senso di colpa nei confronti dei genitori, da poco scomparsi al momento della composizione dell’opera. È il senso di colpa che grava come un macigno sulle spalle di un figlio che non è riuscito a dire addio a una madre e a un padre. Ed è lo stesso dolore che, secondo Brodskij, accomuna tutti i russi dinanzi all’interruzione di un rapporto, indissolubilmente legato alla connessione del popolo russo con lo spazio che abitano. Come spiega il poeta, infatti:
“Sono propenso a credere che per un russo sia più difficile che per chiunque altro rassegnarsi all’interruzione di un legame. Noi siamo, dopo tutto, un popolo molto sedentario […]. Per noi un appartamento è a vita, la città è a vita, il Paese è a vita. Perciò i concetti di residenza e di permanenza sono più forti; e così il senso di perdita.” (Brodskij 2023: 218)
Il ricordo diventa, dunque, l’unica possibilità per elaborare il lutto e per conciliare il passato col presente attraverso frammenti di memoria, che sono appunto le immagini che si susseguono come in un montaggio nella struttura di In a Room and a Half. Attraverso queste diapositive Brodskij rivede i genitori scomparsi e mostra loro sé stesso in America. A tal proposito, acquisisce particolare importanza un’immagine che esula la dimensione del ricordo e invade il tempo presente della scrittura: due corvi posatisi sulla veranda della casa dell’autore, in cui lo scrittore rivede proprio i genitori scomparsi.

In a Room and a Half è, dunque, uno spazio multiforme che ingloba la dimensione reale e materiale della casa insieme allo spazio interiore del ricordo e della memoria che trovano una corrispondenza concreta nel testo e, quindi, nella lingua: una lingua non materna che però diventa l’unica attraverso cui dare nuova vita ai genitori defunti. In a Room and a Half è anche un lungo epitaffio scritto per Maria Volpert e Aleksandr Brodskij, la cui memoria è per sempre custodita in quella stanza e mezzo sul Liteinij Prospekt # 24, Apt. 28. Proprio qui, nella casa che un tempo fu abitava dal giovane poeta e dalla sua famiglia, è stato inaugurato nel 2020 il museo Poltory komnaty, in memoria di Josif Brodskij e, indirettamente, anche dei suoi genitori. Dopotutto, per citare lo stesso autore, “io sono loro, naturalmente; io sono la nostra famiglia, adesso” (Brodskij 2023: 241-242).
Bibliografia:
Alexandra Smith, “Searching for a New Self: Truth-Telling and Double Vision in Joseph Brodsky ‘s Essay In a Room and a Half (1985)”, in AvtobiografiJA, No. 2, 2013, pp. 151-169.
Ana Korjakina, “Kommunal’nye kvartiry v Moskve i Petrograde (Leningrade) v literature Michaila Bulgakova, Iosifa Brodskogo, Anny Achmatovoj”, in Vestnik RGCHPU im. S.G.Strogonova, Vol. 2, No. 3, 2019, pp. 166-182.
Galya Diment, “English as Sanctuary: Nabokov’s and Brodsky’s Autobiographical Writings”, in The Slavic and East European Journal, Vol. 37, No. 3, 1993, pp. 346-361.
Iosif Brodskij, “In una stanza e mezzo”, in Fuga da Bisanzio, Milano, Adelphi, 2023, pp. 187-243. Traduzione di Gilberto Forti.
Iosif Brodskij, “Meno di uno”, in Fuga da Bisanzio, Milano, Adelphi, 2023, pp. 13-43. Traduzione di Gilberto Forti.
Joseph Brodsky, “In a Room and a Half”, in The New York Review of Books, New York, Vol. XXIII, No. 3, 1986 https://www.nybooks.com/articles/1986/02/27/in-a-room-and-a-half/ (13/04/2026)
Joseph Brodsky, “The Condition We Call Exile”, in The New York Review of Books, New York, Vol. 34, No. 21-22, 1988 https://www.nybooks.com/articles/1988/01/21/the-condition-we-call-exile/ (14/05/2026)
Svetlana Boym, Joseph Brodsky’s Room and a Half, in The Future of Nostalgia, New York, Basic Books, 2002, pp. 285-308.
Apparato iconografico:
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