Chiara Casarini
Abstract:
“The Future Is History” by M. Gessen: Protest Spaces in Russia in the 2010s
This paper analyses M. Gessen’s The Future Is History: How Totalitarianism Reclaimed Russia (2017) as a key narrative for understanding the progressive restriction of protest spaces in Russia. Through the stories of four protagonists – Zhanna, Masha, Seryozha, and Lyosha – Gessen documents the transformation of civic engagement into a struggle for survival under an increasingly authoritarian regime. Particular attention is given to the depictions of the 2011-2012 demonstrations, portrayed as an “unsuccessful revolution” that embodied the hope of democratic renewal before being brutally repressed by the state. By linking individual biographies with Russia’s collective memory, Gessen reconstructs the country’s return to a repressive condition reminiscent of the Soviet era and highlights the enduring presence of dissent, even under oppressive rule.
La riduzione fisica degli spazi di protesta nell’era Putin è avvenuta secondo un processo graduale, che si è intensificato nel corso degli anni. Oggi, forme anche minime di dissenso sono punite con pene sproporzionate. Già negli anni Dieci, però, la minaccia di vedersi sottrarre il proprio diritto di manifestare era così tangibile che alcuni membri dell’opposizione avevano organizzato una serie di proteste volte a difendere l’articolo 31 della Costituzione russa, che sancisce il diritto all’assemblea. L’iniziativa, denominata Strategia-31, prevedeva che i manifestanti si riunissero regolarmente l’ultimo giorno di ogni mese di trentun giorni. La protesta del dicembre 2010 doveva essere simile a una festa di Capodanno: gli oratori avrebbero indossato cappelli rossi e Ljudmila Alekseeva, l’attivista al tempo più anziana della Russia, all’epoca ottantatreenne, sarebbe intervenuta portando un costume da Sneguročka:
“Il 31 dicembre 2010, Žanna andò a una manifestazione con suo padre. […] [I]ndossò un lungo piumino sopra il vestito e i tacchi alti, lo stesso fece Angelica, una nuova amica, impiegata in una compagnia di assicurazioni, anche lei single da poco, e tutti insieme andarono in piazza Triumfal’naja. […] Qualche minuto dopo [l’intervento di Alekseeva, N.d.A.] la maggior parte dei manifestanti era ancora lì che gironzolava, chiacchierando. La polizia antisommossa spuntò dal nulla e caricò la folla. Žanna afferrò la mano di Angelica e corsero via, prima solo per qualche metro, per nascondersi dietro a un chiosco, poi, quando Žanna si accorse che la polizia placcava le persone a terra e le trascinava nei blindati, si misero a correre come non pensavano di poter correre. Percorsero un chilometro e mezzo – la distanza fino alla successiva stazione della metropolitana – in cinque minuti. Come ci erano riuscite, con i tacchi?” (Gessen 2019: 438-439)
La scena citata è tratta dal libro di M. Gessen[1] The Future Is History: How Totalitarianism Reclaimed Russia (“Il futuro è storia”, 2017). Žanna, una dei quattro protagonisti del libro, accompagna il padre – Boris Nemcov – alla manifestazione di Strategia-31, che si tiene a Mosca, in piazza Triumfal’naja. Il raduno è pacifico, ma verso la fine i poliziotti antisommossa saltano fuori, placcando le persone e trascinandole nei blindati. Oltre alle frequenti incursioni della polizia, la rigida applicazione della Legge federale su assemblee, manifestazioni, marce e picchetti limitava fortemente chi potesse manifestare, quando e dove. Nel caso specifico di Strategia-31, ottenere le autorizzazioni era particolarmente difficile: dopo aver notificato le autorità, gli organizzatori si sentivano sistematicamente rispondere che altri eventi (festival culturali organizzati da associazioni pro-Cremlino o giochi invernali, che spesso poi risultavano semideserti) avevano già prenotato lo spazio richiesto e, di conseguenza, l’autorizzazione non poteva essere concessa.
Altri episodi del libro di Gessen – nello specifico quelli riportati nel capitolo Proteste – raccontano con chiarezza queste situazioni, testimoniando la graduale perdita della libertà di espressione e del diritto a riunirsi che i russi hanno subito negli ultimi decenni.
La narrazione delle proteste è inserita in un quadro storico ampio, che parte dall’era gorbacioviana e arriva fino al terzo mandato di Putin, nel 2012, con il conseguente giro di vite autoritario. Sono presenti lunghe incursioni nel passato sovietico, di cui Gessen e i suoi protagonisti si servono per raccontare la società russa contemporanea. La lunga lista dei suoi personaggi comprende un sociologo, Lev Gudkov, una psicologa, Marina Artutjunjan, e un filosofo, Aleksandr Dugin. Tramite interviste dirette o indirette con queste figure, Gessen ha cercato di dare un’interpretazione al presente russo, indagando il ritorno della società russa a una condizione repressiva simile a quella vissuta durante il periodo sovietico. Il sottotitolo originale (che nella versione italiana non compare) è molto chiaro a riguardo: “how Totalitarianism reclaimed Russia”.
Pur non essendo autobiografico in senso stretto, il libro racconta anche la storia dell’autorə. Anche ləi, come alcuni dei suoi protagonisti, partecipò alle proteste del 2011-2012 e anche la sua vita cambiò drasticamente con le repressioni che ne seguirono. Nel 2013 infatti, Gessen si trasferì negli Stati Uniti, compiendo una sorta di ri-emigrazione. Già i suoi genitori avevano lasciato la Russia, nel 1981, quando ləi era appena adolescente nella convinzione che il regime totalitario sovietico sarebbe durato in eterno. Dopo dieci anni negli Stati Uniti, Gessen si era ristabilitə nella sua città natale, Mosca, per lavorare come giornalista e attivista LGBTQ+. Infine, nel 2013, si era ritrovatə costrettə a emigrare nuovamente a New York, dove vive tuttora. Il governo russo, nel frattempo, l’ha condannatə a otto anni di carcere in absentia per aver “diffuso notizie false sull’esercito”. Oggi, Gessen continua a scrivere e collaborare con diversi giornali, raccontando e analizzando gli eventi politici che trasformano il mondo contemporaneo. Con Il futuro è storia ha vinto, nel 2017, il National Book Award per la categoria non-fiction. In questa narrazione – che presenta in parte lo stile del saggio, in parte quello del romanzo – l’autorə non si limita a testimoniare i cambiamenti repressivi che l’hanno costrettə a ri-emigrare, ma prova a raccontare anche una rivoluzione che non ha avuto successo: quella avvenuta tra il 2011 e il 2012 per le strade di Mosca, in particolare in Piazza Bolotnaja:
“Il giro di vite, le guerre, e anche il ritorno della Russia al suo antico ruolo sulla scena internazionale sono cose effettivamente avvenute, di cui sono stata testimone, e io volevo raccontare quella storia. Ma volevo anche raccontare quel che non è avvenuto: la storia della libertà che non è stata abbracciata e della democrazia che non è stata desiderata. Come raccontare una storia del genere? Dove individuare le ragioni di queste mancanze? Da quale momento cominciare, da chi?” (Gessen 2019: 14)
Gessen cerca di rispondere a queste domande facendo quello che fanno i giornalisti abitualmente (Gessen 2019: 16): cercando storie di persone che siano sia ordinarie, sia fuori dal comune. Sceglie così i suoi quattro protagonisti: Žanna (figlia di Boris Nemcov, politico oppositore di Putin), Maša (al secolo Maria Baronova, giornalista e attivista organizzatrice delle proteste di Piazza Bolotnaja nel 2012), Serёza (nipote di Aleksandr Jakovlev, consigliere di Michail Gorbacëv) e Lёsa (accademico e attivista per i diritti della comunità LGBTQ+ in Russia). Il tratto dello straordinario-ordinario non è l’unico che li accomuna. Per Gessen è fondamentale anche il momento storico in cui i suoi quattro protagonisti sono cresciuti:
“Volevo personaggi che fossero stati bambini negli anni Novanta. Dovevano ricordarsi il 1991 (e non tutti quelli che sono stati bambini negli anni Novanta si ricordano cos’è successo nel 1991). Un altro criterio, quasi formale, era che la loro vita doveva essere cambiata radicalmente dopo il giro di vite [del 2012, N.d.A.].
Questo è probabilmente ciò che li lega: significa che sono tutti, in un modo o nell’altro, oppositori di Putin. Cosa che, per quel breve momento, nel 2011-2012, per la loro generazione, li rendeva parte della maggioranza. Non volevo persone eccezionali. Volevo persone che rappresentassero quello specifico fenomeno: il processo del 2011-2012 e il giro di vite che ha distrutto le loro speranze.” (Politics and Prose 2017, 9:29)
Per quanto riguarda le proteste del 2011-2012, la storia più densa di eventi è probabilmente quella di Maša, che passa in pochi mesi da manifestante inesperta a organizzatrice di una delle più grandi proteste della Russia post-sovietica. La sua rapidissima evoluzione ha inizio il 5 dicembre 2011. Quel giorno, per le strade di Mosca si svolge la protesta contro i brogli elettorali delle elezioni parlamentari, che erano state vinte, in maniera del tutto prevedibile, da Russia Unita, il partito di Putin.
“Maša si vestì con cura. La manifestazione era il suo primo evento sociale dopo tre mesi di vita casalinga da madre single, e quindi decise di mettersi le scarpe con i tacchi. Pioveva, e il terreno del parco dove si svolgeva la protesta si trasformò rapidamente in una poltiglia nera sotto migliaia di piedi. I tacchi di Maša stavano affondando. Si trovò accanto a un gruppo di donne che indossavano pellicce. Magari avevano pensato che avrebbe fatto più freddo e che sarebbero rimaste lì intonando cori, o qualunque altra cosa si facesse in questo genere di occasioni. […]
«Avete idea di cosa dovremmo fare?» chiese Maša.
«No. È la prima volta anche per noi» rispose il gruppo con le pellicce bagnate.” (Gessen 2019 : 461)
Il dettaglio delle pellicce e dei tacchi, presente anche nel passaggio in cui Žanna partecipa alla protesta di Strategia-31, fa emergere il ruolo di “dissidenti riluttanti” (Parisi, 2018) di alcuni dei personaggi di Gessen, i quali spesso partecipano alle proteste senza sapere bene cosa fare, come comportarsi e indossando vestiti insoliti: pellicce e tacchi inadatti a camminare a lungo o a scappare dalle cariche della polizia. Nel seguito dell’episodio sopra riportato è proprio la scomodità dei tacchi che spinge Maša ad abbandonare il corteo: prende un’altra strada, verso la metropolitana, ma di colpo si ritrova di nuovo in mezzo alla marcia, proprio nel momento delle cariche della polizia. L’efferata violenza degli agenti la sconvolge e ha su di lei un effetto immediato: decide di diventare un’attivista.
Nel frattempo, Žanna osserva la protesta in televisione. Non partecipa (i suoi obiettivi nel 2011 sono sposarsi e fare carriera), ma suo padre sì. È il suo movimento, Solidarnost’, ad aver ottenuto il permesso per manifestare e, date le leggi stringenti, non è stato affatto semplice: ci sono volute due settimane per ottenere l’approvazione per un corteo di trecento persone. Alla fine, se ne presentano diverse migliaia – diecimila secondo Nemcov, tremila per la polizia. I fermi a fine giornata sono circa settecento.
Neanche Serёza prende parte alla protesta del 5 dicembre 2011, ma decide di partecipare a quella del giorno seguente, in piazza Triumfal’naja: un raduno spontaneo per esprimere dissenso verso gli arresti. Anche lui, come Maša, non conosce ancora il mondo delle manifestazioni. L’idea di opporsi alle autorità non gli è familiare: d’altra parte suo nonno era membro del Comitato centrale, consigliere di Gorbacëv. Eppure, il 6 dicembre 2011, Serёza scende in piazza con motivazioni e aspettative specifiche: è convinto che Putin si sia semplicemente spinto troppo in là, che la sua “dittatura morbida” gli stia sfuggendo di mano, ma crede che sia ancora in grado di rispondere alle richieste dei cittadini. Se lo immagina venire incontro ai manifestanti con aria comprensiva e dire: “Va bene, vediamo cosa possiamo fare. Che ne dite se io mi tengo i miei miliardi e voi le vostre solite vite?” (Gessen, 2019: 466)
Tra i partecipanti alla manifestazione del 6 dicembre si mescolano dunque gli esperti – già malmenati più volte e informati per quanto riguarda l’assurda burocrazia dei permessi – e i neofiti, come Serёza e Maša, che non sanno nulla di autorizzazioni e regolamenti. All’improvviso attacco della polizia, Maša ricorre a una tecnica appresa il giorno prima: prende il telefono e finge di parlare in inglese. Lo stesso giorno conosce il parlamentare di Russia Giusta Ponomarёv, di cui diventerà addetta stampa, e due delle Pussy Riot, trasformandosi così in un’attivista in piena regola.
In quei primi giorni di dicembre, i manifestanti più rodati, come Nemcov e Naval’nyj, hanno l’impressione di essere arrivati a un punto di svolta: energie nuove hanno riempito le strade di Mosca per opporsi al governo. Bisogna convogliarle in un unico evento: una grande protesta. Il problema, come sempre, è quello di districarsi nella legislazione anti-manifestazione: finalmente, dopo un lungo corpo a corpo burocratico con le istituzioni, qualcuno riesce ad ottenere un permesso per il 10 dicembre. Iniziano i negoziati con la polizia per decidere il luogo della manifestazione. Viene proposta una piazzetta di fronte al Bol’šoj, ma la prossimità a Piazza della Rivoluzione (grande e adatta a una protesta con decine di migliaia di manifestanti) fa storcere il naso alle autorità. La scelta finale cade su Piazza Bolotnaja:
“Boloto significa ‘palude’, e un tempo la piazza in questione era stata esattamente quello. Ora era un’isola, con la Moscova da un lato a separarla dal Cremlino, e con un canale, dall’altro, a dividerla con un quartiere residenziale. […] Alla polizia piaceva piazza Bolotnaja per ovvi motivi: era facile da isolare e la geografia del posto avrebbe rallentato naturalmente l’accesso e il deflusso.” (Gessen 2019: 470)
La protesta di piazza Bolotnaja contò numeri altissimi: circa cinquantamila partecipanti secondo gli organizzatori e venticinquemila secondo le autorità moscovite. A causa delle numerose manifestazioni che la precedettero e seguirono fu talvolta anche indicata come “rivoluzione” di piazza Bolotnaja. Gessen stessə, parlandone anni dopo, dirà che la sensazione di quelle proteste era fantastica, al punto che ləi stessə fu portatə a scrivere di quei giorni in toni molto speranzosi, associando le proteste della Bolotnaja ad altre rivoluzioni di successo. Suo malgrado, avvenne l’esatto opposto di quanto aveva pronosticato.

A partire dal 2012, le esistenze dei suoi quattro personaggi vengono travolte dalle repressioni. In marzo, Lёša – giovane docente dell’Università di Perm’ esperto in studi di genere e attivista LGBTQ+ – si reca a Kyiv per partecipare a un seminario su gender, sessualità e potere. Pochi giorni dopo la vittoria di Putin alle presidenziali, prende parte a un corteo per la Giornata della donna: circa 150 partecipanti marciano per le strade di Kyiv in nome dell’uguaglianza di genere, dei diritti LGBTQ+ e per chiedere la liberazione delle Pussy Riot, arrestate nei giorni precedenti. Intanto in Russia si introduce il divieto di “propaganda dell’omosessualità” con la conseguente demonizzazione di tutto il movimento LGBTQ+. In un attimo, Lёša vede l’Università di Perm’, dove aveva fatto carriera, voltargli le spalle. La pagina Facebook del Centro sugli studi di genere che gestiva con un’amica viene sommersa da messaggi d’odio.
Maša intanto porta avanti la sua vita da attivista. Nel maggio 2012, il giorno prima dell’insediamento di Putin, organizza e partecipa a una nuova manifestazione. Durante gli scontri, legge la Costituzione ai giovanissimi poliziotti schierati alla protesta. Nei mesi successivi viene accusata di istigazione alla sommossa, costretta a continui interrogatori e infine processata.
Serёza continua a partecipare alle proteste fino alla fine del 2013, ma i ripetuti arresti dei manifestanti, le violenze della polizia e le accuse sempre più assurde dirette ai leader dell’opposizione gli daranno la sensazione di non avere un futuro.
Žanna, nel febbraio del 2015, riceve la notizia che il padre, Boris Nemcov, è stato assassinato con diversi colpi di pistola sul ponte Bol’šoj Moskvoreckij, a due passi dal Cremlino.
Il viaggio vertiginoso in cui porta Gessen, che mostra il progressivo restringersi degli spazi di protesta, fino ad arrivare al soffocamento del diritto di riunirsi e di esprimersi liberamente, non termina con questi fatti. Negli ultimi dieci anni, la situazione dei diritti civili in Russia non è migliorata. Leggi ancora più recenti, come l’ormai nota “legge sulle fake news” o quella sul “discredito delle forze armate” – entrambe introdotte poco dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, in corrispondenza delle prime proteste contro le azioni dell’esercito russo – vanno spesso a braccetto con le violazioni delle “linee guida” prefissate per lo svolgimento di manifestazioni o proteste.
Un caso recente è quello dei giovanissimi membri del gruppo musicale Stoptime, arrestati nell’ottobre del 2025 con l’accusa di “manifestazione pubblica non autorizzata”. I musicisti, poco più che maggiorenni, erano soliti esibirsi per le strade di San Pietroburgo con un repertorio di cover di artisti proibiti dal governo russo. Attorno al gruppo si raccoglievano folle di ragazze e ragazzi che intonavano insieme alla cantante Naoko (Diana Loginova) i brani di artisti “in esilio”, come Noize MC e Monetočka. Le accuse rivolte a Naoko e agli altri membri di Stoptime rientrano nel pacchetto repressivo descritto sopra: “manifestazione non autorizzata” e “discredito delle forze armate”. Quest’ultima per aver cantato il brano Ty soldat (“Soldato”), di Monetočka:
“Sei un soldato, lo vedo dagli occhi che sei stato là
Sai di sangue, sei tutto cicatrici
Fischi col vento nella steppa
Gente più gelida di te non se ne trova
Sei un soldato, vorrei rammendarti le ferite
Ricucire e riparare il tuo cuore malato
Ma il metallo si è incrostato troppo in fondo
Probabilmente – hai visto troppo”
Queste storie trovano risonanza discontinua nei principali canali di informazione occidentali, che tendono a concentrarsi su eventi più eclatanti o simbolicamente forti, mentre altre forme di resistenza restano ai margini della narrazione pubblica. La rappresentazione della Russia come impero monolitico del male convive così con una difficoltà più generale nel restituire la pluralità delle pratiche di dissenso, che si esprimono anche attraverso circuiti culturali, artistici e transnazionali. È il caso delle azioni dei collettivi femministi come FEMEN e Pussy Riot, che hanno portato la protesta fuori dallo spazio politico tradizionale, inserendola nel linguaggio dell’arte e della performance e rendendola visibile anche in contesti internazionali: è successo ad esempio alla Biennale di Venezia nel maggio 2026, dove la loro performance di protesta davanti al padiglione russo ha contribuito a spostare il dissenso su un piano mediaticamente più visibile.
Esistono però anche forme di resistenza meno immediatamente visibili, che continuano a documentare e raccontare il dissenso all’interno e all’esterno della Russia. Ne è una testimonianza sempre aggiornata la rubrica #irussinonprotestano del canale Telegram dello storico Giovanni Savino, che raccoglie episodi di protesta e di opposizione spesso esclusi dalle narrazioni più diffuse. Anche nei libri e in altri progetti dedicati alla società russa contemporanea emergono storie di questo tipo: alcune, come si è visto, sono riportate da M. Gessen in Il futuro è storia. Altre si trovano nel progetto dell’associazione Memorial Italia Proteggi le mie parole, che raccoglie gli ultimi discorsi rilasciati in tribunale dai prigionieri politici russi. Tra questi, il caso di Saša Skočilenko, la cui ultima dichiarazione è stata pubblicata da Valigia Blu, mostra come queste testimonianze possano raggiungere un pubblico più ampio attraverso nuove forme di circolazione. A questa pluralità di voci appartengono anche i reportage illustrati di Viktoria Lomasko, che raccontano le Altre Russie: quelle che non si conformano a diventare ingranaggi del sistema repressivo e che continuano a esprimere forme di protesta. Allo stesso modo, le inchieste giornalistiche di Elena Kostjučenko, raccolte anche nel volume La mia Russia. Storie da un Paese perduto, hanno dato spazio a esperienze spesso escluse dalla narrazione ufficiale del Paese, raccontando repressioni, marginalità sociali e violazioni dei diritti umani. Si aggiungono inoltre esperienze come la rivista ROAR (Russian Oppositional Arts Review), nata dopo il febbraio 2022 come spazio online dedicato alla cultura d’opposizione russofona, che raccoglie testi letterari, saggi e contributi artistici spesso pubblicati anche in forma anonima o sotto pseudonimo per ragioni di sicurezza.
In narrazioni di questo tipo la rappresentazione della Russia come impero monolitico del male si spezza. Emerge un’altra storia: quella dei russi che protestano.
In questo panorama sociopolitico il libro di Gessen è una lettura fondamentale: non racconta solo l’oscuro ritorno della Russia a una condizione repressiva in cui risuona quella di epoca sovietica, ma ricostruisce anche la storia dell’opposizione e dei suoi tentativi di resistere, di occupare quegli spazi di protesta che il governo russo ha progressivamente ristretto e che, ancora oggi, costano la libertà di chi sceglie di esprimere ad alta voce il proprio dissenso.
[1] M. Gessen è una persona di identità non-binaria. Nonostante Il futuro è storia sia stato pubblicato con un nome diverso, qui si è preferito utilizzare il nome con cui l’autorə si firma nei suoi articoli più recenti.
Bibliografia:
AA.VV., Proteggi le mie parole, Roma, Edizioni e/o, 2022. A cura di Sergej Bondarenko e Giulia De Florio.
M. Gessen, Il futuro è storia, Palermo, Sellerio, 2019. Traduzione di Andrea Grechi.
Viktoria Lomasko, Altre russie, Padova, Becco giallo, 2022. Traduzione di Martina Napolitano
Elena Kostjučenko, La mia Russia. Storie da un Paese perduto, Torino, Einaudi, 2023. Traduzione di Maria Castorani, Martina Mecco, Riccardo Mini, Giulia Sorrentino, Francesca Stefanelli.
Sitografia:
Konstantin Beniumov, “Ne udivljus’, esli v kakoj-to moment menja o’javjat agentom Putina Interv’ju Maši Gessen — avtora knigi o vozvrašenii totalitarizma v Rossii”, in Meduza: https://meduza.io/feature/2017/12/18/ne-udivlyus-esli-v-kakoy-to-moment-menya-obvinyat-v-tom-chto-ya-agent-putina (ultima consultazione: 12/11/2025).
Nikita Černenko, “Merija Moskvy zapretila miting oppozicii na Triumfalʹnoj ploščadi”, in Kommersant, 22 marzo 2010: https://www.kommersant.ru/doc/1341357 (ultima consultazione: 12/11/2025).
Riccardo Mini, Francesca Stefanelli, “Saša Skočilenko: il discorso in tribunale della artista russa condannata per ‘fake news’”, in Valigia Blu: https://www.valigiablu.it/sasa-skocilenko-discorso-tribunale-russia/ (ultima consultazione: 20/06/2026).
Monetočka, Ty Soldat: https://genius.com/Monetochka-you-are-a-soldier-lyrics (ultima consultazione: 12/11/2025). (La traduzione di questo testo è stata fatta per l’occasione da me C.C.).
ROAR (Russian Oppositional Arts Review): https://www.roar-review.com/ (ultima consultazione: 20/06/2026).
Politics and Prose, “M. Gessen, The Future Is History”, 26 ottobre 2017: https://www.youtube.com/watch?v=65mXumlInvI&t=766s (ultima consultazione: 12/11/2025). (La traduzione di brani tratti da questa intervista è stata fatta per l’occasione da me C.C.).
Valentina Parisi, “Ritratto di dissidenti riluttanti”, 26 marzo 2019, Il manifesto:
https://ilmanifesto.it/ritratto-di-dissidenti-riluttanti (ultima consultazione: 12/11/2025).
Giovanni Savino, Russia e altre sciocchezze: https://t.me/s/russiaealtresciocchezze (ultima consultazione: 12/11/2025).
Apparato iconografico:
Immagine 1: Manifestazione del 10 dicembre 2011, piazza Bolotnaja https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Moscow_rally_10_December_2011,_Bolotnaya_Square_-_2.jpg#Licensing
