La voce del padrone. “Il paese di Putin” di Gian Piero Piretto

Niccolò Gualandris

Come osservato da Gian Piero Piretto, nella prefazione al nuovo Dizionario della lingua statale della Federazione Russa (Università di San Pietroburgo, 2025) si legge che esso avrebbe il compito di fornire non delle descrizioni neutre ma bensì le definizioni delle parole che descrivono il contenuto dei tradizionali valori spirituali e morali russi, mettendo in pratica il processo di “grande rettifica russa dei nomi” annunciato nel 2022, dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, dal Consiglio filosofico permanente presieduto da Aleksander Dugin. Tra i lemmi espunti, oltre ai termini considerati volgari – già parte dell’ossessione moralizzatrice di Stalin, ripresa da Putin – uno spicca su tutti: anima (duša). L’assenza di un termine così emblematico è sintomo dell’atteggiamento con cui il regime di Putin si rapporta alla pluralità semantica (e al pluralismo politico), ad ogni concetto che può essere ancora interpretato liberamente.

Link al libro: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/gian-piero-piretto/il-paese-di-putin-9788832858815-4699.html


In Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda (Cortina, 2026) Gian Piero Piretto si cimenta in un’operazione di decolonizzazione degli studi sulla cultura russa, cercando, attraverso lo sguardo straniato già proprio del formalismo, di restituire il processo di stratificazione, riuso e reinvenzione di significati che ha portato venti termini fondamentali della lingua russa, alcuni intraducibili, diventare parole d’ordine della Russia di Putin. Il saggio di Piretto è strutturato per capitoli in cui l’autore si occupa di uno o più termini provenienti da varie aree: spiritualità, quotidianità, lessico militare e politico, comportamenti individuali. Ogni termine è analizzato genealogicamente passando in rassegna i travasi di significato subiti nel tempo, comparandolo con possibili equivalenti “occidentali”, contestualizzandolo nei suoi diversi usi artistici, filosofici e politici.

Nello scritto che ha segnato il ritorno di Gian Piero Piretto ai “Russian Studies”, L’ultimo spettacolo (2023), dedicato allo studio simbolico e visuale di alcuni  funerali centrali nella storia sovietica, l’autore si spingeva nella stretta contemporaneità analizzando le esequie di Gorbačëv – la cui complessa eredità è accettata positivamente sebbene in maniera acritica in Occidente, mentre resta molto controversa in Russia – e del leader militare Evgenij Prigožin, capo del gruppo Wagner che nell’estate del 2023 aveva tentato di sfidare la leadership del Cremlino. Già in questa sua analisi, Piretto proponeva riflessioni che anticipano alcuni concetti sviluppati ne Il paese di Putin. Difatti, egli notava come nella Russia contemporanea sia in atto “l’allucinazione di recuperare un passato glorioso e roboante attraverso la riapplicazione di modalità e pratiche che altro non sono che spettri passati a cui si cerca di ridare nuovo corpo” (Piretto 2023, 198). Questa caccia ai fantasmi avviene anche attraverso un processo di progressiva risemantizzazione di termini chiave della cultura russa che, nel suo ultimo saggio, lo studioso analizza nel loro passaggio dalla Russia zarista a quella sovietica e post-sovietica fino ai più recenti sviluppi nell’era putiniana.


Ne Il paese di Putin non mancano, come da titolo, numerosi riferimenti alle politiche imperialiste del leader russo, che consciamente rielabora concetti come quello di mondo russo (russkij mir) o spazio sconfinato (prostor) per legittimare le mire espansionistiche, che puntano a ricostruire l’estensione territoriale di un mutilato impero zarista o sovietico.

Il patriottismo monumentale russo (russkij monumental’nyj patriotizm) vive nelle parate del 9 maggio, giorno della vittoria sul nazifascismo nella Grande guerra patriottica, che sono tornate ad alti livelli di spettacolarizzazione per rimarcare la missione russa di “denazificare” l’Ucraina e l’Europa, di imporre una millantata pax russa a cui i movimenti conservatori europei credono acriticamente: stridono con questa immagine le fotografie della parata del 2026, senza grandi mezzi militari e senza leader esteri presenti. Di pari passo va il recupero dell’immagine di Stalin nelle vesti di batjuška (il “caro padre”) severo che ha condotto la Russia al trionfo militare e al riscatto dall’atavico senso di inferiorità rispetto all’Occidente. Questa riabilitazione si vede concretamente nell’attualità russa con la ricostruzione affrettata o costruzione ex-novo di  monumenti a Stalin (e, addirittura, allo Zar Ivan iv Groznyj, il terribile) nell’oblio della figura di Lenin o nel rifiuto del noto rapporto di Chruščëv al xx Congresso del pcus Sul culto della personalità e le sue conseguenze, nel quale venivano criticate le derive totalitarie e personalistiche del potere sovietico, che Putin vuole ora delegittimare, appropriandosi di un malcelato parallelismo tra se stesso e il dittatore georgiano.

Senza sconfinare nella politologia, Piretto mostra efficacemente come un uso consapevole del linguaggio da parte del potere possa trasformare la percezione della realtà e di come questa funzione sia utilizzata dall’abile propaganda del Cremlino: un monito all’importanza delle parole in un mondo in cui la parola e l’immagine (dall’icona religiosa al post sui social) sono indissolubilmente legate. Questa dimensione spettacolare si estende anche al sacro. Difatti, un capitolo del saggio analizza come l’icona ortodossa, da oggetto teologico mediatore tra il fedele e il divino, sia diventata sfondo propagandistico: nelle gigantografie di antiche tavole alle spalle di Putin nei comizi, nei concerti del cantante nazionalista Shaman che mescola liturgia bizantina e retorica militarista. Emblematico è il controverso trasferimento della Trinità di Rublëv dalla Galleria Tret’jakov alla Lavra di San Sergio nel 2023: letto da Piretto come emblema della “sacralizzazione” del potere temporale, in cui le esigenze politiche prevalgono tanto sulla conservazione del bene culturale quanto sul suo autentico significato spirituale.

A concetti ampi e di fatto intraducibili come quello di byt, afferente al peso della quotidianità si affiancano gli stati d’animo malinconici della toska impiegato dall’autore di Moskva-Petuški Venedikt Erofeev – un sentimento di alienazione e rimpianto tematizzato nella contemporaneità dalla musica di gruppi “eredi” delle atmosfere del post-punk sovietico come i bielorussi Molchat Doma – o della chandra dell’Onegin puskiniano, spleen romantico e dal carattere esistenziale. A completare la mappa degli stati d’animo c’è la nostal’gija, non più intesa come sentimento privato ma come strumento di governo, come meccanismo che trasforma il rimpianto di un’idealizzata grandezza passata – quella sovietica – in accettazione dell’immobilismo presente, un desiderio frustrato che si accontenta di simboli di grandezza invece che di riforme concrete” (2026, p. 64).

Con lo sguardo di chi da tempo si occupa di studi culturali, Piretto si sofferma più volte sul concetto di unicità russa: un’idea insidiosa che ha fatto presa, nella storia, sia all’interno del paese sia all’estero. Lo stesso percorso si ritrova nell’unità spirituale nella molteplicità (sobornost’) teorizzata dagli slavofili ottocenteschi: il Putin che esige “unità nazionale” si appoggia a questa stessa tradizione, traghettandola attraverso il collettivismo sovietico fino all’attuale retorica dell’“identità civica russa condivisa” (2026, p. 22). A tal proposito, il filosofo Dmitrij Lichačëv ammoniva già negli anni Novanta che i caratteri nazionali “avvicinano le persone” solo finché non vengono resi esclusivi: è esattamente l’inversione operata dalla propaganda putiniana, che trasforma ogni specificità culturale in argomento di superiorità.

Qui la volontà di decolonizzare deve essere ribadita e spiegata come la rimessa in discussione non solo delle interpretazioni della Russia, ma delle categorie stesse con cui la si è affrontata” (2026, p. 11), per non cadere in condanne o condoni aprioristici. La tentazione di guardare alla Russia come a una totalità inconoscibile, che opererebbe secondo logiche proprie inaccessibili ai non-russi alimenta da una parte l’attrazione verso la propaganda, unica via d’accesso ufficiale al mondo russo, dall’altra il senso di rifiuto, di chiusura e diffidenza che ha portato i governi occidentali, sulla scia della inaccettabile aggressione all’Ucraina, a chiudere ottusamente le porte alla cultura russa, da secoli in perenne dialogo con il resto del mondo e ridotta alle voci della diaspora, come già avveniva negli anni Settanta e Ottanta.

Negli anni Novanta, con la liberalizzazione e privatizzazione repentine che hanno sconvolto l’ordine apparente e la sicura prevedibilità e stabilità della vita quotidiana (stabil’nost’), l’idea di unicità russa si è espressa nell’arroganza gratuita (chamstvo) dei “nuovi russi”, i pochi arricchiti dalla criminalità e dai traffici con occidentali cinici pronti ad approfittare economicamente dell’enorme opportunità commerciale di uno dei mercati più grandi al mondo. Nei ceti popolari e nella Russia rurale, quel senso di umiliazione seguito all’apertura all’Occidente la volontà che quel decennio folle non si ripeta. Con un misto di inflessibilità da batjuška e l’arroganza di un gangster, Putin ha ribadito il diritto della Russia di riprendersi con la forza un posto di rilievo nel mondo, esponendo precocemente l’impotenza del diritto internazionale, ormai conclamata. Particolarmente acuto è il passaggio in cui Piretto registra la convergenza, più narrativa che diplomatica, tra Putin e Trump nel concetto di pace: non accordo tra parti, ma imposizione di sfere di influenza – la retorica del russkij mir che trova sponda nell’isolazionismo americano, in una dialettica che sembra ricalcare uno scambio con un personaggio americano nel film di culto Brat 2 realizzato nel 2000 da Aleksej Balabanov: Are you gangsters? No, Russians!

A completare questo lessico culturale, i ruoli di genere e la loro grammatica simbolica. Alla femminilità russa vengono tradizionalmente associati termini come resilienza, sopportazione silenziosa, docilità, sacrificio: qualità che il potere ha sistematicamente trasformato in virtù civiche, esaltando la “forte donna russa” proprio perché sopporti senza ribellarsi. La virilità, al contrario, si costruisce intorno a forza, coraggio, durezza, capacità di comando – un’ipermascolinità che Putin ha saputo capitalizzare nella propria immagine pubblica e che si riverbera nelle definizioni del padre come figura forte, coraggiosa, valorosa, controparte speculare della madre affettuosa e premurosa. Anche questi stereotipi non sono eterni: vengono forgiati, rielaborati, imposti attraverso scelte linguistiche e normative deliberate. Il paese di Putin si propone, in definitiva, come un vademecum alle parole fondamentali della cultura russa: un testo divulgativo e al contempo rigoroso, pensato tanto per chi vuole approfondire una tradizione culturale ricca e spesso fraintesa, quanto per chi si avvicina per la prima volta a concetti che non si esauriscono nei dizionari ma arrivano, attraverso trasformazioni politicamente orientate, fino al presente più immediato.

 

Bibliografia:

Gian Piero Piretto, L’ultimo spettacolo. I funerali sovietici che hanno fatto storia, Cortina, 2023.

Gian Piero Piretto, Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Cortina, 2026.

 

Sitografia:

Russia, la parata a Mosca per il Giorno della Vittoria, «SkyTG24», 9 maggio 2026.

https://tg24.sky.it/mondo/2026/05/09/9-maggio-russia-parata-mosca-2026-giorno-vittoria-foto#00

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/gian-piero-piretto/il-paese-di-putin-9788832858815-4699.html

Immagine 2 e di copertina: © Gian Piero Piretto, 2026