Né la mitezza di Achmatova, né la furia di Cvetaeva…: approfondimento e periodizzazione della grande tradizione di voci femminili nella poesia russa

Riccardo Mini

Pubblicata nel tardo 2025 per la casa editrice EUT (Edizioni Università di Trieste), e disponibile in versione cartacea o in pdf in open access, l’antologia Né la mitezza di Achmatova, né la furia di Cvetaeva. Per una riscoperta di voci femminili nella poesia russa, a cura di Martina Napolitano, ricercatrice in Slavistica e docente di lingua russa e traduzione presso l’Università di Udine e Trieste, rappresenta uno dei più importanti lavori dedicati alla poesia russa che hanno visto la luce in ambito italiano negli ultimi anni.

Link al libro: https://eut.units.it/it/catalogo/n-la-mitezza-di-achmatova-n-la-furia-di-cvetaeva-per-una-riscoperta-di-voci-femminili-nella-poesia-r/10072

L’antologia curata da Martina Napolitano, selezione di ottanta liriche di quaranta poetesse, ha il merito di porre l’attenzione sulla grande tradizione di voci femminili della poesia russa, tradizione che, escluse Achmatova e Cvetaeva, è rimasta fino adesso poco esplorata in ambito italiano.

L’antologia consiste in una selezione di ottanta liriche inedite di quaranta poetesse russe – anch’esse per la maggior parte mai pubblicate in Italia – attive tra la seconda metà del Settecento (la prima, Elizaveta Cheraskova, nasce nel 1737 e muore nel 1809) e l’epoca contemporanea (l’ultima, Oksana Vasjakina, 1989, è oggi una delle voci russe più rilevanti in assoluto). Si tratta di un lavoro di primaria importanza, poiché porta all’attenzione del pubblico italiano una questione già vivace in ambito critico russo – si pensi a Sto odna poėtessa Serebrjanogo veka (trad.) di M. Gasparov, O. Kušlina e T. Nikol’skaja – e, soprattutto, nella critica anglofona – A History of Russian Women’s Writing 1820-1992 e An Anthology of Russian Women’s Writing, 1777-1992 a cura di Catriona Kelly e A History of Women’s Writing in Russia di Adele Barker e Jehanne Gheith – ma ancora poco esplorato dalla critica italiana: l’opera e in particolare la produzione poetica di autrici russe diverse da Anna Achmatova e Marina Cvetaeva, che godono invece di grande fortuna, come dimostrano le numerose traduzioni e gli studi a esse dedicati.

Come dichiarato dalla curatrice e traduttrice nell’approfondita introduzione che apre il volume, liberarsi dell’achmacvet, unità di misura del valore delle poetesse in Russia secondo la poetessa Junna Morič, consente uno sguardo d’insieme che non solo abbracci il quadro ricco e variegato di esempi femminili precedenti, contemporanei e successivi a queste due voci, ma permetta anche una loro più accurata contestualizzazione” (p. 1). A questo, prendendo in prestito un verso di Marija Petrovych, fa riferimento anche il titolo dell’antologia. Uscire da questa prospettiva, allontanarsi dal concetto che vorrebbe Achmatova e Cvetaeva ‘pioniere’ della letteratura russa ‘al femminile’ e dal canone generalmente imposto, quello maschile, non equivale necessariamente a creare un anti-canone, o un altro canone a esso slegato, bensì a proporre un punto di vista differente, più corretto e che anzi dia la possibilità di situare la produzione di queste due poetesse e che conferisca maggiore dignità alla tradizione letteraria femminile, il cui inizio in contesto russo risale, come per quella maschile, al Settecento.

Napolitano intende evidenziare una costante: in un sistema creato da uomini per gli uomini, autrici donne sono emerse soprattutto in momenti di crisi, in cui occorreva un abbattimento o una ridiscussione del canone o dell’ordine costituito. Si tratta del primo Ottocento, ‘epoca d’oro’ della poesia russa, del primo Novecento, ‘epoca d’argento’, e degli ultimi quarant’anni, partendo dal crollo dell’Unione Sovietica ma senza dimenticare l’esperienza underground precedente. Sono, per l’appunto, epoche caratterizzate da grande fioritura poetica, ed è proprio la sfera poetica quella in cui maggiormente si esprime la creatività femminile. Il primo dei tre periodi di riferimento, che prende il via dal tardo Settecento, è caratterizzato dalla comparsa di autrici donne sulla scena letteraria russa, che prendono parte alla questione della lingua, con la karamziniana proposta di una ‘femminilizzazione’ della lingua russa, e alla contrapposizione tra ‘innovatori’ e ‘arcaisti’. Sulla spinta di queste nuove tendenze, all’inizio del diciannovesimo secolo emergono molte voci femminili originali e differenti tra loro, che ottengono grande successo, pari anche a quello dei colleghi uomini; tra queste Anna Bunina, prima self-made woman” (p. 6) della letteratura russa, Karolina Pavlova e Evdokija Rostopčina, tutte e tre presenti nell’antologia. Considerando in seguito la ‘questione femminile’ (ženskij vopros), che prende il via intorno agli anni Sessanta dell’Ottocento – il saggio di Napolitano ha il merito di ripercorrere le tappe di una storia socio-culturale delle donne in Russia – viene posto all’attenzione il volgere del secolo e dunque il primo Novecento. La sperimentazione avanguardistica favorisce una libera ricerca che si concretizza in decostruzione e ricostruzione su più livelli, dal soggetto lirico alla struttura ritmica, e che vede la comparsa di molte autrici, con ruoli di primo piano nel rinnovamento e lo sviluppo della letteratura russa, afferenti in modo più o meno esplicito ai vari –ismi.

Si entra ora nel merito della selezione. Come detto, la curatrice include quaranta poetesse, la maggior parte inedite, e traduce due liriche di ognuna. La disposizione è cronologica, e la traduzione è sempre introdotta da un breve profilo biografico e da una bibliografia essenziale. La scelta si rivela felice per vari motivi: innanzitutto, a ogni poetessa è conferita eguale dignità; la progressione cronologica permette di osservare la varietà e l’evolversi di tematiche e soluzioni poetiche nel corso del tempo – evoluzione anticipata in modo puntuale nel saggio introduttivo –; la bibliografia essenziale costituisce con le liriche tradotte un perfetto spunto di approfondimento dei singoli profili trattati.

Nell’impossibilità di trattare tutte le autrici, se ne citeranno alcune che ci sembrano rappresentare al meglio la variazione di tematiche ed espedienti alla quale si faceva riferimento in precedenza. Di particolare interesse appare il proemio (proėmij) di Ekaterina Urusova (1747-1817?), che con la già citata Anna Bunina e Anna Volkova fu una delle autrici più prolifiche del suo tempo. Il componimento si apre con una ‘femminile’ invocazione alle Muse:

О Музы! Вы мой дух ко песням вспламените,

И пола вашего вы голосу внемлите!

O Muse! il mio spirito infiammate ché canti,

E alla voce del vostro sesso date ascolto! (pp. 40-41)

Il testo, denso di riferimenti classici e all’epoca cateriniana, affianca al topos dell’invocazione l’affermazione della presa di coscienza e azione poetica da parte delle donne:E per attorniare il trono delle sacre Muse, / Ha iniziato a cantare da noi anche il sesso femminile” (p. 41). La poetessa domanda il coraggio di cantare e indica come modelli di riferimento Saffo e Henriette de Coligny de La Suze, legandosi dunque a una tradizione di voci femminili che dall’epoca classica giunge fino al secolo d’oro della letteratura francese.

Si pensi poi a Mirra Lochvickaja (1869-1905), poetessa di grande talento e di grande successo a suo tempo e che in Italia ha goduto di limitatissima, se non nulla, fortuna e diffusione, e che sarebbe interessante vedere pubblicata in un volume dedicato. I versi di Lochvickaja sono una potente affermazione di canto femminile ed esprimono grande consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie facoltà poetiche nonostante le critiche:

“Я не знаю, зачем упрекают меня,

Что в созданьях моих слишком много огня,

Что стремлюсь я навстречу живому лучу

И наветам унынья внимать не хочу.”

“Io non so perché mi rimproverano:

In ciò che scrivo il fuoco è troppo vivo,

Mi getto io incontro al guizzo vivace

E a calunnie di sconforto non do ascolto.” (pp. 156-157)

I suoi componimenti sono pregni di amore e di un’estasi quasi romantica. La poetessa si definisce “zarina” che splende in preziosi versi, ed è anzi un tutt’uno con il suo ardente verso di donna (moj žgučij, moj ženstvennyj stich).

Tra le molte rappresentanti del secondo Novecento e della contemporaneità scelte da Napolitano – testimonianza dell’estrema vivacità della poesia in lingua russa in epoca tardo-sovietica e contemporanea – spicca Inga Kuznecova, poetessa e prosatrice, esponente di una sorta di realismo magico e surrealismo alla russa. Nella poesia Vnutrennee zrenie (Vista interiore) il corpo della poetessa sembra interessato da una metamorfosi floreale che la trasforma in albero ed elimina il confine tra corpo, natura e ambiente circostante:

“Я вижу, как тёмное дерево медленно движется через меня

и в кончиках пальцев шевелятся тонкие ветки.”

“Vedo l’albero scuro che lento si muove attraverso di me

e nelle punte delle dita si agitano fini ramoscelli.” (pp. 316-317)

La sovrapposizione e la fusione dei due mondi ben esprime quell’ambivalenza che secondo la curatrice rappresenta, nell’unione di leggerezza e profondità, la principale caratteristica della poetica di Kuznecova. Nella quartina finale tale profondità sembra emergere con una nota amara:

“Быть может, всё то, что приснилось, могло б прорасти

наружу; быть может, слова существуют — как звери,

как зёрна в земле, точно люди в смятеньи и птицы в пути.

А их пустота — тоже выбор и зренья, и веры.”

“Forse, tutto ciò che si è sognato, avrebbe potuto germinare

all’esterno; forse, le parole esistono: come animali,

come semi nella terra, uguali a persone smarrite e a uccelli in volo.

Ma il loro vuoto è anch’esso una scelta, sia di vista che di fede.” (pp. 316-317)

Per concludere, l’operazione di Napolitano appare importante e riuscita; l’antologia riesce a riportare attenzione e dignità a nomi della storia della poesia russa ingiustamente dimenticati o evitati. La poesia russa scritta da donna torna al centro del discorso critico in tutta la sua complessità e con spunti che permettono di attendersi, e sperare, in nuovi futuri sviluppi di ricerca in ambito italiano.

 

Apparato iconografico:

Immagine 2 e di copertina: Immagine fornita dalla curatrice.