Jessica Alfieri
“Mi accorgo di provare una vertigine al contrario: se si prova vertigine a Tbilisi è nell’ascesa, nel desiderio irresistibile di salire.”
(p. 29)
Elisa Baglioni è scrittrice e viaggiatrice attenta alle zone di confine, ai paesaggi attraversati dalla storia e ai luoghi in cui la dimensione geografica si intreccia con quella politica e culturale. In Una strada per la Georgia. Poeti, sentimenti di piazza e lingue di confine, pubblicato da Exòrma Edizioni nella collana Scritti Traversi, l’autrice mette a frutto una lunga familiarità con l’Europa orientale e con l’area post-sovietica, restituendo uno sguardo capace di coniugare osservazione diretta, memoria letteraria e analisi del presente. La sua scrittura si distingue per precisione descrittiva, sensibilità narrativa e attenzione verso le voci incontrate lungo il cammino. Attraverso reportage, incontri e riflessioni, Baglioni costruisce un racconto che supera i confini del genere odeporico tradizionale, trasformando il viaggio in uno strumento di conoscenza critica del mondo contemporaneo.
Link al libro: https://www.exormaedizioni.com/catalogo/una-strada-per-la-georgia/

Esistono libri di viaggio che descrivono paesaggi, libri politici che ordinano fatti e interpretazioni, libri letterari che cercano nella lingua un ordine del mondo. Una strada per la Georgia di Elisa Baglioni appartiene a tutte e tre queste categorie senza che lo si possa rinchiudere in nessuna di esse. Il volume assume la Georgia come luogo concreto e simbolico: territorio di passaggio, cerniera tra Europa e Asia, spazio di frizione tra eredità imperiali, memorie sovietiche e nuovi conflitti globali. Il risultato è un testo stratificato e attraversato da una forte tensione morale, capace di trasformare l’itinerario personale in strumento di lettura del presente.
Sin dalle prime pagine si comprende che il viaggio, iniziato a San Pietroburgo, verso Tbilisi non coincide con un semplice trasferimento geografico. La Georgia viene raggiunta dopo una lunga frequentazione del mondo russo, della sua lingua e della sua letteratura. Il punto di partenza reale e intellettuale è infatti la Russia contemporanea, osservata nella torsione autoritaria degli ultimi anni: repressione del dissenso, censura culturale, militarizzazione della società, il patriarcato come struttura politica. L’episodio del processo contro artiste e drammaturghe russe introduce immediatamente il nesso centrale del libro: il potere teme la parola quando questa illumina i meccanismi della violenza. La Georgia diventa allora il luogo dal quale guardare in prospettiva l’impero vicino, ma anche il luogo in cui le conseguenze dell’impero continuano a farsi sentire.
Uno dei meriti maggiori del volume consiste proprio nel rifiuto delle semplificazioni. Non si trova una Georgia da cartolina, ridotta a folklore caucasico o a meta turistica emergente. Né si incontra una nazione raccontata esclusivamente come vittima della pressione russa. Baglioni restituisce invece un paese contraddittorio, percorso da energie civili e insieme segnato da dipendenze economiche, tensioni istituzionali, spinte conservatrici, squilibri sociali. La piazza georgiana, evocata già nel sottotitolo attraverso i “sentimenti”, non è una metafora astratta: è il luogo dove si condensano paure, rabbia e resistenza.
La forma scelta per raccontare tutto ciò è quella del reportage letterario. L’autrice incontra librə indipendenti, poetə, economistə, attivistə, persone comuni, commercianti, emigratə e rifugiatə. Ogni voce individuale apre un varco sulla storia collettiva. In questo senso il libro lavora per accumulo di scene e incontri più che per tesi dichiarate. Si passa da una libreria di Tbilisi frequentata da esuli russi a un mercato dell’antiquariato dove sopravvivono oggetti sovietici; da un dialogo con una studentessa iraniana in aeroporto a passeggiate nei quartieri art nouveau della capitale; le riflessioni su Pasternak e Tolstoj accompagnano le osservazioni sulle recenti trasformazioni urbane. La vitalità del montaggio fa emergere la Georgia come nodo di traiettorie transnazionali, non come periferia immobile.
“Ho ripensato più volte a quella scena che per Serena era stata una commedia, ma non ho capito se assegnarle una morale sull’arroganza degli europei d’Occidente, sulla furbizia dei georgiani, sulla loro aggressività patriarcale, o se ricondurla al turismo globale che confeziona un ambiente protetto e infantilizzato, l’illusione di una prossimità.” (p. 36)
Di particolare importanza sono le pagine dedicate a Tbilisi. La città viene letta come testo composito, “libro col falso frontespizio”, un insieme di stratificazioni architettoniche e linguistiche. Gli elementi tipici della città – i balconi in legno, i bagni sulfurei, le funicolari, i grattacieli di vetro, i resti ottocenteschi, i casermoni sovietici – convivono in un paesaggio che non mira a riprodurre un’armonia semplificata. L’autrice osserva con precisione urbanistica e sensibilità simbolica. La trasformazione edilizia non è mai solo questione estetica: diventa indice di rapporti di forza, di modelli di sviluppo importati, di memorie rimosse. Le nuove architetture che violentano il tessuto storico sono lette come “pagine in un’altra lingua”, immagine efficace di un modernismo estraneo e spesso aggressivo.
Accanto alla città materiale esiste poi la città delle lettere. Uno dei fili più originali del libro è il continuo dialogo con la poesia georgiana e russa. Non si tratta di esibizione erudita, quanto piuttosto di metodo conoscitivo. Le opere di Pasternak, Puškin, Achmatova, Tolstoj, Gor’kij e di poetə meno notə permettono di cogliere persistenze profonde, linee di continuità e rottura, zone d’ombra della memoria europea. La letteratura appare come archivio vivo capace di illuminare il presente meglio di molti discorsi giornalistici. In un tempo dominato dalla cronaca accelerata, questa scelta conferisce spessore e durata allo sguardo.

La prosa dell’autrice è tanto nitida da restituire un equilibrio quasi perfetto tra analisi e immagine. Alcune descrizioni possiedono una tale forza figurativa che non è difficile vederle davanti ai propri occhi quando le si legge. L’io narrante è presente, ma non invasivo: serve da tramite, non da protagonista. Anche quando il racconto nasce da un’esperienza diretta, l’attenzione resta rivolta ai luoghi e alle persone incontrate.
Vi è inoltre un elemento etico da sottolineare. Una strada per la Georgia non utilizza l’altrove per confermare stereotipi occidentali. Al contrario, il confronto con Russia e Caucaso diventa occasione per interrogare l’Europa stessa: i nazionalismi che riemergono, la normalizzazione della violenza verbale, l’erosione graduale delle libertà, le disuguaglianze coperte dalla retorica democratica. In questo rovesciamento risiede una delle intuizioni più preziose del volume: guardare altrove per leggere ciò che accade qui.

Qualche passaggio, per chi predilige strutture rigidamente argomentative, potrà apparire dispersivo. Il libro segue infatti il ritmo del cammino, della deviazione, dell’associazione mentale. Ma proprio questa mobilità costituisce la sua forma necessaria. La Georgia raccontata da Baglioni non potrebbe essere compressa in un saggio lineare, perché è essa stessa crocevia instabile e paesaggio di frontiera in cui si snoda un’identità plurale. Si legge come racconto, si consulta come mappa culturale, resta nella mente come esercizio di attenzione verso le periferie solo apparentemente lontane. A chi legge viene consegnato non soltanto un paese da conoscere, ma un metodo per abitare con maggiore complessità il presente.
Apparato iconografico
Immagine 2: immagine tratta da Baglioni Elisa, Una strada per la Georgia, Exorma, 2025, p. 30.
Immagine 3 e di copertina: Immagine fornita dall’autrice.
