“Radio Sarajevo” di Tijan Sila: Cronaca di una generazione dimenticata

Marco Jakovljević

Come si può spiegare la guerra in Bosnia?
(p. 20)

Il 29 febbraio 2026 è stato il trentesimo anniversario della fine ufficiale dell’assedio di Sarajevo, il più lungo assedio di una capitale della storia recente. Dall’aprile 1992 al febbraio 1996 la capitale bosniaca è stata selvaggiamente martoriata senza sosta, con una forza difensiva debole e appena sufficiente per evitare lo sfondamento della linea del fronte e con una comunità internazionale incapace di porre fine alla mattanza o di dare un aiuto realmente efficace alla popolazione assediata. In totale, tra civili e soldati, più di dodicimila persone hanno perso la vita.

Tale assedio è stato l’oggetto di innumerevoli studi e di opere letterarie. Già nel 1994 Miljenko Jergović, con il suo Le Marlboro di Sarajevo (“Sarajevski marlboro”, tradotto in italiano per Bottega Errante), ha raccontato i giorni dell’assedio – all’epoca ancora in corso – con una narrazione che efficacemente ha superato i confini del suo paese, diventando una delle opere più famose sul tema. Nella letteratura per bambini e ragazzi è presente Il Diario di Zlata (“Zlata’s Diary: A Child’s Life in Sarajevo”, 1994), della sarajevese Zlata Filipović, una delle più toccanti e sincere trasposizioni del punto di vista sull’assedio dei bambini che l’hanno vissuto. Nel 1993, Sellerio Editore ha pubblicato Giornale di guerra. Cronaca di Sarajevo assediata (“Journal de guerre. Chronique de Sarajevo assiégée”, 1993), del giornalista bosniaco Zlatko Dizdarević, il quale, con un approccio relativamente lucido, adulto e preciso alla tematica, fornisce un diario/cronaca crudo e impressionante dei fatti che hanno caratterizzato il primo periodo dell’assedio.

 

Quelle citate sono testimonianze dirette, scritte contemporaneamente alla durata dell’assedio. Non si tratta, pertanto, di una rielaborazione del passato o, addirittura, dell’affrontare un trauma o il luogo da cui questo ha avuto origine da una prospettiva contemporanea. Quest’ultimo è il caso di Radio Sarajevo (“Radio Sarajevo”, 2023) di Tijan Sila (nato a Sarajevo nel 1981 come Tijan Zuljević), pubblicato in italiano da Voland nel 2025 con traduzione dal tedesco di Cristina Vezzaro.

Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862436182


Radio Sarajevo è un’opera che mischia il diario con il romanzo di formazione nel senso letterale del suo termine. Dai primi proiettili caduti sulla città, all’epilogo con il ritorno del protagonista a Sarajevo svariati anni dopo la guerra, chi legge è testimone della crescita e del cambiamento radicale di un ragazzo che, da un’infanzia e una prima adolescenza spensierate e caratterizzate da una tenera ingenuità, passate a giocare con gli amici nel proprio quartiere e ad ascoltare rock e metal, passa alla disillusione, all’aggressività e alla diffidenza verso l’altro – frutto letale del trauma della guerra.


Sila narra l’assedio di Sarajevo includendo nel racconto anche le storie di coloro che lo circondano, a partire dalla famiglia, per passare poi agli amici più stretti e alla gente del suo quartiere, costruendo un proprio microcosmo, una Sarajevo in miniatura in cui ognuno vive l’assedio alla propria maniera. Si vede così il teppista di quartiere che, senza pensarci due volte e ancora troppo giovane, prende il fucile in mano e accetta di andare a combattere. Oppure l’amico di Tijan, figlio di un ufficiale dell’esercito, che, così come tanti altri, nel giro di una notte ha fatto i bagagli e si è trasferito altrove, lasciando Tijan ancor più spaesato. La confusione del protagonista non è aiutata né dall’ambiente di casa, con i genitori, soprattutto il padre, completamente impreparati e non lucidi per affrontare una situazione del genere, né dal caos generale che, inevitabilmente, stordisce la capitale bosniaca e i suoi abitanti. La morte è ad ogni angolo, ciascun giorno è una lotta per reinventarsi e sopravvivere. Tijan è, inoltre, testimone anche dell’inizio della dipendenza da stupefacenti dei suoi amici Rafik e Sead.


Sila descrive ogni sfumatura della disperazione dei sarajevesi, nonché della loro resistenza alla situazione in cui si stanno trovando, ma riesce, comunque, a trovare spazio per l’ironia, descrivendo situazioni buffe o comiche, le quali contrastano potentemente con la crudezza della guerra. Ne sono un esempio le uscite di Tijan e dei suoi amici Rafik e Sead, che, come degli improbabili avventurieri, esplorano la città in cerca di merce di scambio o di beni di prima necessità, destreggiandosi tra personaggi loschi e dalla dubbia morale e le granate. Altro esempio, più specifico, sono i tre studenti di terza media che, prima di finire la scuola, tirano un secchio d’urina al professore più odiato della scuola, come “regalo d’addio”, per poi scappare ridendo, consci che, nella follia della loro situazione, probabilmente non gli accadrà nulla. Non c’è, tuttavia, posto per narrazioni eccessivamente drammatiche: la narrazione di Sila risulta quasi fredda e distaccata, segno di un’adolescenza fondamentalmente e violentemente rovinata e di un’innocenza tradita. Il giovane Tijan e i suoi coetanei si abituano alle scene di morte, ai corpi dilaniati, alle deflagrazioni e alla cattiveria umana troppo velocemente. Parlando coi suoi amici di un magnaccia che vendeva ragazze presumibilmente minorenni agli americani in cambio di denaro, criticandolo e dandogli del pedofilo, arriva la risposta cinica e scioccante del suo amico Sead:

Anch’io ho solo dodici anni […] Ma voglio scopare, adesso, subito!” (p. 137)

Ciò che in tempo di pace verrebbe condannato, in guerra procura indifferenza o, addirittura, viene accettato e appoggiato.

Radio Sarajevo non punta sulla fedeltà storica del racconto, ma sulla trasposizione efficace e senza filtri dell’esperienza del suo protagonista e autore, regalando una lettura coinvolgente, che sa trasmettere l’atmosfera della Sarajevo in guerra, come anche la malinconia e il peso che chi ha vissuto l’assedio porta dentro. Emblematiche le ultime pagine del racconto, quando l’autore torna nella propria città per incontrare il suo amico Sead, trovando la sua gente cambiata. Il suo amico Rafik è un tossicodipendente incarcerato. Mensiha, una giovane che prima della guerra era considerata una brava ragazza, non riconosce Tijan e, come rivelato da Sead, si è ridotta a fare la call girl, come la definisce Sead, ossia la escort. È finita la guerra nel senso militare del termine, mentre le sue conseguenze, la miseria e la perdizione, il decadimento morale, permangono e continuano a logorare.

’Forse fai fatica ad immaginartelo, ma la guerra non è mai finita.’

‘Ti sbagli’ replicai. ‘So esattamente di cosa parli.’” (p. 168)

 

Apparato iconografico:

Immagine di copertina: https://de.wikipedia.org/wiki/Tijan_Sila#/media/Datei:Tijan_Sila_-_Bachmannpreis_2024.jpg

Immagine 2: https://nap.ba/post/750460/najtezi-dan-u-historiji-grada-22-jula-1993-na-sarajevo-ispaljeno-3777-granata

Immagine 3: https://www.dnevnik.ba/vijesti/na-danasnji-dan-pocela-opsada-sarajeva/