“Volevo catturare il presente così come lo vivo: in modo rapido, frenetico, arrabbiato”. Versi scelti di Aleš Kauer

A cura di Martina Mecco

 

Aleš Kauer è un poeta e un artista ceco. Nel 2007 ha fondato la casa editrice Adolescent. Nel 2026 la sua ultima raccolta, Lebka hoří neonovým snem (Il cranio brucia di un sogno a neon), di cui si presentano di seguito tre sezioni tradotte, ha vinto il Premio della Critica Letteraria per la sezione poesia. 


Martina Mecco: Ciao Aleš, vorrei iniziare questa intervista con una domanda sul tuo progetto editoriale – e non solo –, Adolescent, la casa editrice che dirigi e che ha pubblicato unx dellx poetx tradottx per Andergraund Rivista, Iryna Zahladko. Inoltre, abbiamo anche pubblicato un estratto della prossima raccolta di vaněk, in uscita quest’anno. Potresti un po’ spiegare come è nato Adolescent e come funziona il progetto? Quando hai iniziato avevi già in mente una linea editoriale precisa? 

Aleš Kauer: Vent’anni fa ho fondato la casa editrice Adolescent con l’obiettivo di dare spazio a voci queer che, nel contesto ceco di allora, erano quasi del tutto assenti. Ben presto, però, mi sono scontrato con i limiti del tempo – sia sociali sia economici – ed è diventato chiaro che un progetto profilato in maniera così precisa non sarebbe sopravvissuto.

Non è avvenuto un abbandono dei valori, ma piuttosto una ricerca di una forma più ampia attraverso cui articolarli. Adolescent si è così trasformata gradualmente in una piattaforma più aperta dedicata alla poesia contemporanea e a testi sperimentali, dove si incontrano poetiche ed esperienze diverse.

Ancora oggi vi è linea editoriale, ma non è dogmatica: ciò che mi interessa soprattutto è l’intensità dell’espressione, l’autenticità della voce e la tensione tra la dimensione personale e quella politica. Considero Adolescent come un organismo vivente, che si trasforma col tempo e insieme alle persone che lo attraversano.

 

MM: Nella sua recensione a Il cranio brucia di un sogno a neon Jakub Vaněk scrive che nel tuo nuovo libro “la rabbia può essere compresa come reazione alla caduta del mondo e come catalizzatore della scrittura socio-critica o impegnata”. Mi sembra che oggi il sentimento di rabbia stia diventando sempre più presente nel discorso letterario e che si sia intensificato in quanto reazione di artistx e autorx nei confronti del nuovo governo. Che significato ha il concetto di rabbia nell’atto della scrittura?

AK: La frustrazione e la rabbia sono state un impulso importante per la nascita del libro Il cranio brucia di un sogno al neon. Lo percepisco un po’ come un disco punk: breve, incisivo, scritto nell’arco di pochi mesi, con un’urgenza che non permette un grande distanziamento né ornamenti.

Rispetto ai miei libri precedenti, che sono più stratificati, qui ho scelto consapevolmente la linearità e la franchezza. Volevo catturare il presente così come lo vivo: in modo rapido, frenetico, arrabbiato, senza tralasciare quelle imperfezioni che, per me, arrecano un valore di autenticità.

 

MM: Tra le poesie tradotte c’è Capitolo su Capitol che ha un carattere profondamente politico e critico nei confronti degli Stati Uniti. Qualche tempo fa per la rivista Tvar affermavi che “la politica influenza tutta la vita di un individuo e quindi anche la sua produzione”. Vorrei quindi porti una domanda: che ruolo ha la dimensione politica nella tua produzione poetica? Oppure qual è il suolo della poesia nei confronti della politica?

AK: Per me questo aspetto ricopre un ruolo fondamentale. Un artista che non riflette il mondo in cui vive – la società, le relazioni e il proprio posizionamento al loro interno – fatico a leggerlo. Ciò non significa che ogni poesia deve essere esplicitamente politica, ma che deve essere consapevole, che in essa deve emergere una coscienza della realtà.

A dirla tutta non capisco bene perché in ogni intervista me lo si chieda. Una certa misura di impegno, secondo me, è una componente naturale della creazione artistica. Ogni giovane che vuole studiare arte e creare deve rendersi conto che sta entrando nella sfera politica. Ogni forma di espressione porta con sé un grado di responsabilità. Questo impegno può assumere forme diverse: dalla critica diretta a sottili spostamenti del linguaggio, o al modo in cui tematizziamo il corpo, l’identità o il potere. La politica non è solo istituzione, ma anche quotidianità.

Per me la poesia non è una fuga, ma un modo per rientrare nello spazio della parola. Senza una parola di questo tipo si indebolisce anche la democrazia e la poesia può essere uno dei luoghi in cui il suo linguaggio rinasce.

 

MM: Il cranio brucia di un sogno a neon ha sia testi in ceco che in slovacco. Per mostrare questa differenza linguistica ho preferito usare due font diversi che sottolineino anche il tono differente. Secondo me cambia anche un po’ il modo in cui formi i versi nelle due lingue. Potresti un po’ spiegare questa variazione linguistica? Non voglio sovraintrpretare ma credo che la parte in slovacco sia più esplicitamente politica e satirica…

AK: Per me lo slovacco ha un’energia sonora diversa dal ceco: è più tagliente, più diretto. Il ceco, al contrario, mi appare più morbido, più fluido, più introspettivo. Non lo considero una verità generale, quanto piuttosto una mia esperienza personale. Questa tensione l’ho utilizzata consapevolmente in Il cranio brucia di un sogno al neon: lì lo slovacco è diventato uno strumento per una dichiarazione più affilata.

In questo si riflette anche l’esperienza dello spazio pubblico in Slovacchia. Figure come Robert Fico, o più in generale il modo in cui lì si parla in politica, portano con sé una forte carica di conflittualità e performatività. Questo tipo di retorica è aggressivo, sicuro di sé e, in fondo, anche stimolante come materiale.

In Il cranio brucia di un sogno al neon ho usato proprio questa “vibe” come un “filtro” per catturare una realtà più ampia, non solo slovacca, ma anche occidentale.

MM: Nella raccolta In/Me (2014) usi espressioni relative alla pittura o al disegno come  “Vieni verso di me come un disegno/ …”; “Riuscirò a dormire con te… / Ma a disegnarti?”; “Ti dipingi il futuro / io immagini per te”. Oltre a essere uno scrittore sei anche un illustratore e nei libri pubblicato per adolescent ci sono disegni fatti da te. Che rapporto esiste tra la tua produzione grafica e quella poetica? Si tratta di forme di espressione complementari o ognuna ha un suo ruolo autonomo?

AK: In/Me è prima di tutto una composizione d’amore che nasce da un’esperienza concreta. La persona che l’ha influenzata era un artista visivo, e così nel testo si è inscritto naturalmente il linguaggio del disegno e della linea. Non è stata una stilizzazione, ma piuttosto l’intersezione di due mondi.

Sin dall’inizio sentivo il bisogno che Adolescent fosse riconoscibile anche sul piano visivo, che il libro portasse una traccia chiara. Tuttavia, ci è voluto molto tempo prima che questo si realizzasse: gradualmente, facendo molti errori.

Per me la creazione poetica e quella visiva non sono discipline separate, ma piuttosto due modi di arrivare a un nucleo simile. A volte l’immagine precede il testo, altre volte è il testo a generare l’immagine. Si completano a vicenda, ma ciascuna deve conservare la propria autonomia.

Percepisco il libro come un tutto unitario, non solo in quanto testo, ma in quanto oggetto. Per me la poesia non è soltanto linguaggio, ma anche forma, gesto e traccia nello spazio

 

MM: Si può dire che nella raccolta In/Me domini una dimensione corporale che di sviluppa nel dialogo tra l’io lirico e un tu, oggetto del desiderio. Nella raccolta HappyEnd ti apri maggiormente a una questione sociale tematizzando il fatto che stiamo vivendo la fine del mondo, un momento di profonda crisi. Nella tua ultima raccolta, come abbiamo già visto, il tema si fa profondamente sociopolitico. Che ruolo ha la corporeità nella tua produzione poetica? 

AK: È davvero un’osservazione molto interessante e credo che tu abbia ragione. In/Me è una composizione d’amore che si svolge nello spazio dell’“io” e del “tu”, dunque in un dialogo intimo e corporeo. In HappyEnd questo campo si amplia: l’“io” comincia a rapportarsi al mondo, alla sua pressione. In Il cranio brucia di un sogno a neon la voce finisce per fondersi in una sorta di coro. Me ne rendo conto pienamente solo adesso, mentre ne stiamo parlando… In realtà mi piace che queste cose fluiscano più attraverso di me che da me. Che io non ne abbia pieno controllo.

La corporeità svolge un ruolo importante in questa evoluzione, ma si trasforma. Nei miei primi testi è immediata, relazionale, legata al desiderio e alla vicinanza. Progressivamente, però, entra in un altro contesto: il corpo non è più soltanto luogo dell’intimità, ma anche il luogo su cui si scontrano il mondo, la politica e la pressione della realtà.

Nell’ultima raccolta forse la corporeità arretra sullo sfondo, ma più che scomparire assume una funzione nuova. Ho l’impressione che ci troviamo in un’epoca in cui è necessario ridefinire i confini entro cui possiamo parlare del corpo, dell’identità o dell’intimità. In altre parole: per poter scrivere liberamente del corpo, dobbiamo prima difendere lo spazio in cui un simile linguaggio è possibile. E questo, inevitabilmente, si riflette anche nella scrittura.

 

MM: Hai da poco vinto il Premio della Critica Letteraria per la sezione di poesia. Negli ultimi anni nello spazio letterario e critico ceco si discute animatamente de ruolo dei premi. Qual è il tuo punto di vista in quanto poeta e in quanto editore di Adolescent?

AK: Credo che il Premio della Critica Letteraria sia importante da diversi punti di vista, ma l’aspetto più essenziale è lo sforzo stesso di offrire una riflessione ampia e sistematica sulla poesia contemporanea. La prosa, dopotutto, gode di uno spazio maggiore nei media e nel dibattito pubblico, mentre la poesia rimane spesso ai margini.

In questo senso, il Premio della Critica Letteraria è qualcosa di eccezionale: non è solo un riconoscimento occasionale, ma una piattaforma che segue, interpreta e difende la poesia nel lungo periodo. Intorno ad esso nascono testi, podcast, interviste, si apre una discussione. E questo, a mio avviso, è fondamentale, perché la poesia ha a lungo sofferto della mancanza di questo tipo di attenzione concentrata.

Dal punto di vista dell’autore, naturalmente, ogni premio rappresenta un certo segnale, non solo verso l’esterno, ma anche verso l’interno. Può aiutare un testo a raggiungere nuovi lettori, ad aprirsi uno spazio in cui altrimenti non arriverebbe. Allo stesso tempo, però, è importante mantenere una certa distanza e non considerare il premio come una conferma della “giustezza” o del valore definitivo dell’opera.

Come editore vedo che i premi influenzano in modo significativo ciò che viene letto e chi viene ascoltato. Proprio per questo è ancora più importante che non si limitino a riciclare nomi già consacrati, ma che abbiano il coraggio di mettere in circolazione anche voci che finora sono rimaste fuori dal flusso principale.

Praga, Aprile 2026


WELCOME TO THE JUNGLE

I.

In pigiama
con un panino in grembo
scorro la nudità
senza fiato, Matrix
senza Morfeo.
Il giorno inizia con una luce,
toccando lo schermo
e finisce senza un tocco.

Il suono di una notifica
è spaventoso quanto
una notizia dell’84.
La solitudine all’epoca delle connessioni,
voci che non si incontreranno mai,
parole che non si pronunceranno,
solo splendere e svanire,
risplendere e risvanire
nelle reti.

Emergo dalla nebbia dell’ingenuità,
dalla canotta d’infanzia, dalla pressione del silenzio.
Esco, sono un manifesto
svuotato dalle citazioni.
Cuffiette & selfie con hashtag
#welcometothejungle
ctrl + alt + delete / city

 

II.

Il sentiero segue il giallo e il blu
al confine della mappa
al confine di tutto ciò che era delimitato
dall’orientamento di chi ha perso il segnale –
attraverso campi bruciati
dove i cani marcano
i loro piccoli regni.

Una preghiera sotto la cappa dell’universo
pulsa al ritmo di flussi interni
il cranio brucia di un sogno a neon.
Amore, uguaglianza, felicità –
come se una divinità aspettasse
che faccia il segno della croce su tutto questo.

Il mattino siedo al caldo.
Cerco di non incendiarmi
alla vista di una fiamma viva.
Il corso sulla pace interiore è su zoom.
L’istruttore ha un filtro floreale e con voce calma
dice che devo accettare l’oscurità come un dono
che devo far un respiro profondo
e lasciare le emozioni fluire
come la mia merda.
Devo abbracciare la paura,
mostrarle gratitudine,
immaginarmela come Winnie the Pooh
e poi visualizzarlo
che balla in un campo pieno di lavanda
vicino ai traumi dell’infanzia.

“A volte” diceva Pooh
“sono le cose più piccole sono quelle
che occupano più spazio nel tuo cuore.”

 

©Aleš Kauer

 

CAPITOLO SU CAPITOL

I.

Invio baci con emoji
aspetto baci in risposta
con due spunte blu
come prova dell’esistenza.

Questa poesia
non è un clickbait
solo una confessione con il ring light
e una batteria quasi scarica nella coscienza.
Perdonatemi follower
ho la bocca umida
dalla lingua,
come un poeta ceco
dopo i cinquant’anni.

Sì,
ho provato i corpi
degli influencer prima del matrimonio
e anche quelli dei loro manager.
giocavamo a I wanna be your dog
e quando mi odiavano,
non ho porto l’altra guancia
ma la videocamera.

Ti prego, signor YouTube,
non dimenticare di monetizzare
questa mia debolezza
perché è sincera come tutto ciò
che è ben illuminato.

E poi l’immagine si è sfocata
come se l’algoritmo avesse ansia.
Sono diventato il trend di me stesso,
#nofilter,
#nobody
e quando ero sul tetto del centro commerciale
e ho fatto un passo
non sapevo
se volavo
o cadevo.

Le luci lampeggiano come la coscienza –
a quel punto ormai tutto
era in diretta.

 

II.
Istituto dell’assurdità perpetua.
This is America, bitch –
una sitcom senza senso
con una risata bianca di un
che cancella debiti
con prestiti per sogni
che nessuno ricorda.

Si muove una telecamera
che non filma più –
è un loop della sua vergogna:
re-run,
re-run,
re-run.

Twerka, baby, twerka!
Il culo come diplomazia.
La vibrazione come missione di pace.
L’inaugurazione come un halftime show.

 

III.

La Casa bianca dell’empatia e del botox.
I comici si lamentano
che il pubblico ha facce di pietra.
L’America ha tolto la maschera.
A gennaio davanti allo specchio della storia
si è staccata le ciglia
si è tolta le corna
e ha inviato un esercito in tuta
oltre il recinto della democrazia
a Capitol Hill.

Capitolo su Capitol?
No, farsa. Cabaret.
Donald come drag queen
in mutande con l’aquila.
Prende il coraggio da una playlist di Spotify
“Make Hits Great Again”
con remix di Ave Maria
e un beat trap,
grida riciclate di Jean-Paul
Sartre in autotune
(anche lui di fatto era un bottom).

Drill, baby, drill!
Che rimbombi! Che scavi!
Che il clima frigga come un pollo del Kentucky!

Whitman cantava il corpo elettrico.
Tu vendi il corpo ricaricabile.
E scusa se ti do del tu.

Siamo comunque
nella stessa catena
fast food dell’esistenza
dove la verità chiede un imballaggio
e l’anima paga di più per il menu grande.

 

IV.

Elon sorride californiano
denti come tastiere
e sulla USB ci mette tutto:
pensieri, guerre, meme, fake news
e l’ultimo tweet:
Going live from apocalypse, lol.
Let’s make it viral. 

Dio tace
o si sta caricando
o è caduto di nuovo nel server?
Elon scrive un nuovo comando:
/terraform_heaven
/upload_soul.exe
/set_believers_to_0

Non succede niente –
per la prima volta nella storia
il mondo sta davvero ascoltando.

Il tempo scorre al ritmo del conto alla rovescia.
Elon posiziona la telecamera
e preme il grande pulsante rosso:
Tweet or Delete.

E così nasce un nuovo mondo
in versione beta
tutti hanno un account
nessuno ha la password
e l’America –
è offline.

 

V.

Gli angeli hanno  p i n g  4 0 4,
nei loro occhi si è congelato il livestream.
Le porte del paradiso aggiornano il firmware,
la forte ha una nuova
U S E R  I N T E R F A C E
modalità scura
e icone minimaliste.

>>> SYSTEM FAILURE
>>> [god.exe] not found
>>> Rebooting FAITH…
⛓️ loading… loading ??? ĺoådiñg
MEME_⛓️_INJECTED
⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️⛓️
#blessed
#deadinside
???
~tutto è una simulazione~
[tutto è una simulazione]

CTRL + Z: la salvezza non può essere restituita.

  

UOMINI

I.

Vedo donne senza uomini
attraversano passaggi come campi minati.
Attraverso Sarajevo, attraverso Groznij, attraverso Charkiv.
Oggi passaggio ha il nome di un generale,
ogni cicatrice la data di una mobilitazione. 

Bambini senza padri
cresciuti nell’ombra
di Jalta, dove tre uomini decidevano avvolti dal fumo,
nell’odore di benzina,
nella polvere di confini spezzati.

Tra loro mancava
Rosa Luxemburg
che hanno fucilato e gettato nel canale
perché sapeva pensare.

Clara Zetkin,
sapeva che
la questione femminile non è un binario secondario
ma il fondamento dell’intera ferrovia.

Mancava Milena Jesenská
che conosceva l’Europa in ogni suo angolo
non dalle mappe, ma da lettere e francobolli.

Mancava Simone de Beauvoir
che ha osato dire “no” a Sartre –
ed è rimasta integra.

Mancava Lise Meitner
che ha scisso l’atomo
ma il Nobel l’hanno dato a un uomo.

Mancava ognuna di coloro
che ha capito il significato della parola pazienza
in modo diverso dall’attesa delle decisioni altrui.

 

II.

Arrivano nuove ragazze e donne
che accettano lavori a salario basso
ma nessuna storia.
Sulle spalle portano tutto l’esilio
armeno, bosniaco, kurdo
quello che non esiste nelle brochure UNESCO.

Osservo un bambino con un cappello
che attraversa una cittadina western
facendo battute e con atteggiamento da duro –
l’ironia stilistica del futuro
dove uomini bianchi hanno sterminato le popolazioni delle praterie
e ci hanno fatto un film.

Imagine –
solo un’altra canzone
che non ha impedito il Vietnam
né l’Iraq.
Ne tutte le guerre silenziose dei corpi delle donne
che hanno violentato
ma che voci profonde non hanno mai considerato. 

 

III.

Un mondo costruito
su una testa rasata
e sulla paura delle mestruazioni
un patriarcato sempre incazzato
ha battezzato l’atomica col nome Little Boy
rinchiuso Assata Shakur
dimenticato il nome di Etta Hillesum
deriso Marlene Dietrich
perché indossava i pantaloni.

La piramide delle mosche
l’ha costruita Oppenheimer
Putin, Nixon, Cesare,
Milošević, Bush
e i loro consiglieri nell’ombra.

Al futuro bisogna urlare
e nell’eco del grido sentire
una voce di donna –
Hannah Arendt
Frida Kahlo
Zdenka Braunerová
e di tutte le amanti
o le diagnosi
perché il mondo degli uomini

si è sempre dovuto spiegare
la loro genialità.

 

IV.

Quando il fumo si sarà diradato
e gli uomini tossito per l’ultima volta
dalle tribune dei loro monologhi
verrà il momento
in cui le donne, senza parlare
entreranno nella sala –
senza dover sbattere i pugni sul tavolo.

Non assumeranno il potere
assumeranno la responsabilità.
Non per vendetta,
ma per la vita.
Si siederanno in cerchi
non in tavoli squadrati.
Non costruiranno statue
ma giardini.
Sostituiranno parole come vittoria, nazione, onore
con cura, uguaglianza, silenzio.

Non giureranno
ma ascolteranno.
Non dovranno marciare
basta tenere una direzione.

Non sarà il paradiso.
Sarà l’inizio.