Marijana Puljić
“La Bosnia ha cambiato il mio sguardo più intimo sulle cose del mondo, sull’animo umano e sulla comprensione della lacerazione che provoca una separazione violenta.”
Nella prima metà del mese di luglio del 1995, e in particolare nelle giornate tra il 13 e il 16 luglio, a Srebrenica, città della Bosnia orientale situata nelle immediate vicinanze con la Repubblica di Serbia, ebbe luogo il più grande eccidio di massa con motivazione etnica in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Nonostante il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avesse proclamato Srebrenica “zona protetta” ancora nell’aprile del 1993, stabilendo di fatto che non potesse essere attaccata né esposta ad atti ostili, due anni dopo, quando le truppe serbo-bosniache sferrarono l’offensiva contro l’enclave, i soldati del battaglione olandese dell’UNPROFOR, incaricati di proteggere i civili, rimasero invece impassibili, consegnando di fatto le vittime ai loro carnefici. A morire furono in 8372.
La fine della guerra arrivò pochi mesi dopo, con la firma degli Accordi di Dayton. Infatti, il primo novembre del 1995, nella base aerea di Right-Paterson, presso Dayton, nello stato federale americano dell’Ohio, cominciarono le trattative sulle condizioni di pace in Bosnia ed Erzegovina. Dopo ventun giorni di trattative, venne raggiunto l’accordo sull’organizzazione politica e territoriale del paese. Gli Accordi, da un lato, posero formalmente termine al conflitto, e dall’altro, finirono per cristallizzare le divisioni etniche, oscurando le possibilità di una riconciliazione reale. Difatti, la Bosnia ed Erzegovina appare oggi come un paese ancora profondamente diviso, e le conseguenze della guerra continuano a manifestarsi nella frammentazione del paese, nelle vite dei sopravvissuti e, soprattutto, nella difficoltà di elaborare una memoria condivisa.
Gli eventi traumatici verificatisi a Srebrenica hanno avuto eco nelle arti figurative, nella letteratura e nel cinema. Sul genocidio si è scritto molto: esso è stato raccontato da numerosi autori bosniaco-erzegovesi e stranieri che, pur adottando approcci diversi, si sono confrontati con il trauma della guerra, con la devastazione e con la violenza del conflitto, e i loro testi assumono in misura più o meno marcata il ruolo di veicolo della memoria. Nelle teorie contemporanee sulla memoria, il trauma non si esaurisce nella dimensione dell’esperienza, ma si definisce piuttosto attraverso le sue conseguenze, nel modo in cui incide e riplasma l’identità collettiva. È in questo orizzonte che si colloca anche il libro Nessun’altra casa. Memorie lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica del giornalista e ricercatore Gabriele Santoro, edito nel 2025 da Del Vecchio Editore.
A trent’anni dal genocidio di Srebrenica, Nessun’altra casa intreccia le voci dei sopravvissuti, soffermandosi sulle ferite ancora aperte, sul peso del trauma e sulle difficoltà di costruire una pace solida e condivisa affrontando i nodi irrisolti del conflitto e mettendo in luce i limiti dell’Accordo di Dayton, oltre a sollecitare una riflessione responsabile sulla memoria e sul destino futuro della Bosnia ed Erzegovina. Come ricordato nella prefazione al volume dal cardinale Matteo Maria Zuppi “si leggono racconti che permettono di comprendere che c’era un prima, interrotto da eventi traumatici che non sono solo individuali, ma che rappresentano un trauma collettivo vissuto da un intero popolo e le cui conseguenze ancora oggi sono presenti.” (p.10)
Link al libro: https://www.delvecchioeditore.it/prodotto/nessunaltra-casa/

Il volume, come esplicitato dall’autore stesso, è costruito secondo una logica compositiva simile a quella del mosaico: non procede in modo lineare, ma per accostamenti, invitando il lettore a orientarsi attraverso relazioni di prossimità. La Prefazione e il Prologo delineano la cornice etica e il contesto storico, ponendo al centro la responsabilità dello sguardo e l’esigenza di una memoria plurale; non chiudono il discorso, ma aprono possibilità, chiarendo fin da subito che non si tratta di offrire un racconto totalizzante, bensì una costellazione di frammenti.
Seguono le Storie, ovvero dieci testimonianze appartenenti a tre generazioni, che mantengono evidente la saldatura tra esperienza individuale e contesto – il lettore si confronta con le biografie, trascorsi di vita e registri linguistici differenti, riconoscendo nella loro giustapposizione la natura frammentaria dell’esperienza. Tra le voci che compongono questa sezione del libro si trova anche quella di Bekir Halilović nato a gennaio del 1994, mentre la città si trovava in condizioni di assedio e di fame. Suo padre, Halid, catturato mentre cercava di mettersi in salvo attraverso la Marcia della morte, è una delle vittime del genocidio, ucciso nelle esecuzioni di massa compiute nel magazzino di un’azienda agricola a Kravica. Per l’identificazione dei resti bisognerà aspettare il 2003 grazie all’instancabile lavoro del Podrinje Identification Centre, che fino ad ora ha portato alla luce l’esistenza di quaranta fosse comuni, identificando la quasi totalità dei corpi seppelliti nel Memoriale a Potočari. I corpi, ridotti in frammenti, vengono ricomposti grazie alle analisi del DNA ricomponendo “tessere del mosaico andato in pezzi delle vite di migliaia d’innocenti che non sono numeri” (p. 31). Bekir è anche membro dell’associazione Adopt Srebrenica che si occupa di documentare la vita prima della guerra genocidaria e che si pone come l’obiettivo quello di ricreare un clima di fiducia e di dialogo tra le varie parti all’interno della città. Valentina Gagić Lazić, che allo scoppio della guerra in Bosnia era una ragazza diciannovenne cresciuta nel clima multiculturale di Srebrenica prima, e di Sarajevo dopo, nell’autunno del 1995 è tornata all’enclave con il marito, venendo a conoscenza delle dimensioni delle espulsioni di massa e del genocidio. Da allora, insieme alle donne di Srebrenica, collabora per la creazione di un domani in cui il revisionismo storico e il negazionismo non possano manipolare le generazioni future. Hazan Avdić invece era un insegnante nel villaggio di Osmače. Il 31 luglio del 1995, sul ponte Ljubovijski di Hazan se ne perdono le tracce. Ad averlo visto vivo per l’ultima volta sono due soldati della Brigata di Bratunac. Il figlio Muhamed, raccontando la propria storia familiare, pone l’accento sul fallimento della verità processuale e giudiziaria in quanto numerosi responsabili non sono stati ancora chiamati a rispondere delle proprie azioni e il percorso verso la verità e l’accertamento delle responsabilità risulta tutt’altro che concluso, in quanto, a quasi trent’anni dal genocidio, le famiglie delle vittime continuano a convivere con l’assenza di una giustizia piena. La storia di Mirko Sekulić e di Violeta Kolunija servono invece a ricordare che la convivenza reciproca, spogliata dall’odio e basata sulla comprensione e ascolto reciproco, è possibile perché vivere nella Srebrenica di oggi significa anche “non arrendersi alla distruzione del male per ridarle un’anima, piantando semi nuovi tra memoria e futuro” (p. 130).

A queste testimonianze si affiancano i Paesaggi, che non funzionano come semplici intermezzi, ma come veri e propri spazi di elaborazione e cornice geografica: luoghi attraversati. Una biblioteca, quella di Sarajevo, bombardata ed incendiata nella notte tra il 25 e il 26 agosto del 1992 e che portò alla “distruzione del matrimonio materiale e immateriale condiviso della Bosnia” (p. 241). Un ponte, quello di Mostar, abbattuto il 9 novembre del 1993 e riaperto quasi un decennio dopo. Una fabbrica, quella di legno di Krivaja che nell’epoca d’oro della propria produzione vantava 12000 dipendenti, con succursali anche negli Stati Uniti. A chiudere questa parte sono i figli della guerra, nati dalle violenze sessuali in quanto lo stupro “aveva lo scopo preciso e calcolato di incrinare la stessa vita famigliare e l’onorabilità delle vittime, che invece avevano bisogno solo di sentire accolto il proprio dolore. Ammettere la violenza sessuale equivaleva alla perdita della linea di discendenza di sangue, discendenza che riportava al campo di battaglia, ma che incideva sull’idea stessa di nazione” (p. 292). Infine, i Riflessi: una sezione autonoma che contiene lo sguardo letterario di Miljenko Jergović che ricorda come la Guerra di Bosnia non fu preceduta da scontri multietnici, né da un allontanamento reciproco dovuto all’odio e all’intolleranza tra i suoi tre popoli costituenti e che richiama l’attenzione del lettore sul fatto che, dopo l’interruzione così netta del conflitto come lo è stato Dayton, altre morti non si siano verificate. Chiede inoltre al lettore di meditare su come sia possibile che in questi tre decenni, seppur “il nazionalismo sia rimasto un unico orizzonte politico fra i serbi bosniaci, i croati bosniaci e anche fra gli stessi bosgnacchi, non si siano verificati gravi incidenti tra le varie comunità?” (p. 307). A concludere il volume è l’intervento della traduttrice Estera Miočić, voce italiana dei vari testimoni e che ricorda di evocare Srebrenica attraversata e interrogata nelle voci di chi ne è stato protagonista, ovvero uomini e donne che, in modi diversi, hanno conosciuto la guerra nel proprio vissuto e che oggi scelgono di farsi artefici di pace.
L’organizzazione complessiva è volutamente aperta e permeabile: si può iniziare dalle Storie o dai Paesaggi, ritornare al Prologo, soffermarsi sui Riflessi. Anche in questo modo si esercita la memoria: permettendo ai frammenti di entrare in relazione senza annullarsi, lasciando che l’insieme resti comprensibile e, al tempo stesso, non definitivo. Samir Kassir nel suo libro intitolato Beirut, pubblicato da Einaudi nel 2003, scrive: “è forse per questo che Beirut affascina tanto, perché la vita vi si intestardisce contro gli sfregi”. Così come Srebrenica, ostinata a resistere.
Apparato iconografico:
Immagine 2 e di copertina: Foto fornita dall’autore tramite la casa editrice.
