Attraverso lo specchio: “Bubuš” di Julia Kissina

Michela Romano

Bubuš (“Bubuš”), di Julia Kissina, pubblicato in originale dalla casa editrice AST (2021, Mosca) e da Voland nel 2025 nella traduzione di Valentina Parisi catapulta il lettore in multiversi della psiche e allucinazioni oniriche con la promessa di una trasformazione ed il rischio di un fallimento.

L’artista e scrittrice Julia Kissina nasce a Kiev nel 1966, studia scrittura drammatica a Mosca, dove si immerge nel dialogo concettualista moscovita e la cultura underground della capitale. Successivamente si trasferisce in Germania, dove si diploma all’accademia delle Belle Arti di Monaco. Insegna come professoressa di Nuovi Media e fotografia artistica e vive oggi tra Berlino e New York.

Nella lunga e prolifica carriera di artista si ricordano nel 2000 la performance al museo d’Arte moderna a Francoforte, nel quale guida un intero gregge di pecore, nel 2003 la curatela di Festival Art &Crime di Berlino e la fondazione della Dead Artist’s Society, in cui attraverso simboliche sedute spiritiche ha organizzato dialoghi con autori classici come Duchamp e Malevic.

Tra gli ultimi lavori artistici dell’autrice, la serie di raffigurazioni ad inchiostro mostra la ricerca polifonica dei personaggi umani e di fantasia che mirano a descrivere l’esplorazione dell’autrice sui processi sociali, le relazioni, la violenza e il dissidio tra l’io interiore, privato, selvaggio e ciò che viene mostrato all’esterno. (https://ingategallery.com/artists/64-julia-kissina/overview/) Nella scrittura l’esplorazione continua coinvolgendo temi come memoria, identità, relazioni, i lati più assurdi del vivere umano e inumano.  

In intervista con il duo artistico Mishmash (https://ingategallery.com/artists/64-julia-kissina/overview/), l’autrice spiega l’intento della sua scrittura:  

“Aderisco alla cosiddetta realtà, ma sposto i codici culturali familiari, spingendoli fino al punto dell’assurdo. Questo crea una realtà alternativa” e aggiunge: “invio il lettore o lo spettatore in un viaggio attraverso i loro piaceri e le loro paure. È come una ricerca. Chi è pronto per questo incontra sé stesso come l’Altro, viaggia nel tempo, sperimenta la propria morte e rinasce.”  

Con il romanzo Bubuš questo attraversamento dei limiti del tempo e dello spazio, della paura e del piacere raggiunge la sua forma più estrema.

Il libro viene pubblicato in lingua russa nel 2021 e inserito nei finalisti dei premi letterari russi Nacional’nyj bestseller e Bol’šaja kniga. In appendice, l’autrice parla di come il lavoro si inscriva in un processo artistico evolutivo della scrittrice, seguendo l’impronta dei romanzi Tolstoiani che attraversano simbolicamente l’età dell’infanzia con Primavera sulla Luna (“Vesna na lune”, Azbuka, 2012), la fase dell’adolescenza con Elfantina (“Fabula 2016”, Eksmo, 2018), uscita in adattamento/traduzione italiano con il titolo Madame la Dostoevskaja. Una storia di amore e poesia a Mosca (Scritturapura, 2020) e una ricerca della giovinezza innaturale con Bubuš (p. 210).

Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862436144


La protagonista di Bubuš è una sorta di alter ego dell’autrice, scrittrice ebrea russa che vive a Berlino, ha un figlio schizofrenico e un marito, Frank, considerato una presenza noiosa e svuotante. Fugge da una realtà che ritiene soffocante in cerca della vera libertà, indipendenza, ispirazione. Pertanto, decide di seguire il beatnik Andy, scrittore instabile sospeso tra l’ossessione per la figura materna, una visione inebriante della vita e un impulso incessante a divorarne ogni frammento, in un continuo slittamento tra sogno e realtà. Tra i due nasce una relazione precaria, marcia, dolorosa, tossica, solvente. Un nuovo mondo che presto diventa una gabbia asfissiante.

Il romanzo si muove attraverso spostamenti geografici che non di meno guidano la narrazione e l’idealizzazione dell’immagine del mondo prima del suo sgretolamento ai danni della protagonista. La prima azione che si svolge in Francia partendo da Parigi, inaugura la tipologia di movimento fisico e mentale preponderante della narrazione: la fuga. Sophie Kusher, madre di Andy, scappa dal destino dei campi di concentramento con la madre per poi riuscire ad arrivare in America e dare origine a quella che sarà la prigione per la scrittrice berlinese. Da Berlino parte una fuga della scrittrice da figlio e marito alla volta della sognata America e una relazione carica di parole, possessioni e convulsioni. La stessa autrice parla della vita oltreoceano contrapposta al vecchio continente: In tutto. L’America è il luogo di Icaro e di vertiginose illusioni. In Europa, le persone sono più con i piedi per terra.


Drawings 2023 EUPHORIA, ink on paper, 50×64 cm, 25×20“.

Si potrebbe dire che l’America è il luogo dove vivono gli uccelli, mentre in Europa vivono mammiferi e anfibi riporta lei stessa in un’intervista. La protagonista del romanzo parla del primo impatto con San Francisco e di come sembri una città situata al di là del mondo reale [,] un paese fatato dove nessuno ha paura di niente” (p. 19), al contrario di Berlino, dove la paura del terrorismo dilaga e l’influenza della destra riporta al centro del dibattito il discorso della superiorità raziale (p. 19). Il mondo che crede di vedere è parte del sogno e dell’illusione e ben presto ciò che appariva come libertà si trasforma rapidamente in deformazione percettiva.

Con scenari e toni che ricordano David Lynch e deformazioni alla Francis Bacon, le luci al neon si spengono, o meglio si appiattiscono, e ciò che resta è marcio, sgretolato, soffocante, profondamente paranoide. I personaggi che popolano i luoghi frequentati da Andy, dall’associazione degli alcolisti anonimi al deposito dell’Esercito della Salvezza, fino a luridi tuguri di perdizione, appaiono, agli occhi della protagonista, come figure alla Cronenberg, simili a quelle incontrate su un autobus:quando la donna seduta di fronte a noi aprì le gambe e il mio sguardo cadde là dove non bisognerebbe guardare. E da laggiù mi fissava un occhio artificiale.” (p. 117) Sono personaggi “umanoidi”, presenze logorate, relitti paragonabili a teiere coi beccucci rotti, cerniere di ottone per le porte e scatoline di plastica” (p. 121), oppure vecchi decrepiti trascinatisi fin lì dal festival Burning Man, punk messicani con sombreri di metallo, sikh alternativi e donne demoniache in golfini fatti ai ferri”. (p. 146) Ne emerge uno spazio claustrofobico, saturo e deformato.

Il mondo è popolato da uomini, creature e alle volte presenze, come quella della madre defunta di Andy, un ibrido tra presenza fantasmagorica e mortifera alla Petruševskaja e allucinazione psichiatrica che appare e scompare, nelle parole e nella mente: adesso sua madre è qui, dietro la porta, e io sento distintamente il suo respiro” (p. 13). Non ha un’età definita, né una forma stabile, cammina sul tetto: è giovane e anziana e più che un personaggio diventa un’ossessione persistente che Andy proietta su tutte le donne della sua vita nel tentativo di riprodurla. Così la protagonista diventa Bubuš, un richiamo quasi folkloristico e fiabesco, un archetipo materno attraverso cui Andy interpreta e giudica la realtà.

Anche i protagonisti cambiano stato della materia, alle volte carne e vene, solidi come le rocce, veraci e assetati di corpo e alle volte spiriti del proprio presente, intrappolati da un sogno che non si afferra: Ma in quale, quali degli innumerevoli sogni da noi sognati dovevamo stare insieme?” (p. 134)

Andy vive di pochi stratagemmi, in una casa logora, intrappolato nel mito di sé stesso. La sua identità sembra costruita artificialmente, nutrita più dal discorso accademico e letterario che da un’esperienza autentica. Ciò che nell’orizzonte dell’epoca della beat generation era gesto autentico di rottura e ribellione, in Andy diventa posa, imitazione tardiva.

Il modo di vivere di Andy è la forma che prende il loro amore, che è simile a un’ascia! […] simile all’inquisizione! […] simile a una tortura cinese!” (p. 46). Bubuš non può evadere, non può usare il telefono, agli occhi dello scrittore è la causa di ogni suo turbamento e dolore, è la ragione dei suoi fallimenti, è amore trascendente ed individuo insignificante.

La protagonista odia e adora ubriacatezza e incoscienza, violenza e passione tossica: Avevamo mandato il lavoro al diavolo, per sempre, e ben presto ci toccò di nutrirci di scarti e di vermi, eppure quello di stile di vita mi dava una gran soddisfazione. Dopo aver rimosso passato e futuro, ci ubriacavamo di irresponsabilità.” (p. 77) Un amore punitivo nella cui gabbia Bubuš rimane, ammaliata dai pochi spiragli di luce che entrano attraverso le sbarre.

Lisa (Pushkin Museum) 42 x 59 cm.

Kissina dischiude l’universo mentale della protagonista che fugge continuamente nel bagno, nella sua giungla mentale di scimmie e pavoni, nella speranza del cambiamento, nonostante la calamita della morbosità. Quanto si è disposti ad attraversare in nome della ricerca di una verità? Per quanto si può sfuggire a se stessi? Si può davvero attraversare le viscere dell’umanità in nome dell’arte e uscirne indenni?

Julia Kissina apre le porte dei suoi mondi, delle sue visioni, dei suoi quadri in scala di grigi, dalle geografie contorte, dalle espressioni allucinate, dai volti indecifrabili, dagli spiriti danzanti, per ricordare, con una punta di ironia, che anche la strada per l’inferno può essere tappezzata di meravigliosi quadri e che il sogno può essere un’alternativa alla realtà, ma anche sua forma più crudele e distorta.

 

Sitografia

https://fineartglobe.com/artists/julia-kissina-channeling-the-absurd-the-otherworldly-and-the-art-of-rebirth/

https://ingategallery.com/artists/64-julia-kissina/overview/

https://fineartglobe.com/artists/julia-kissina-channeling-the-absurd-the-otherworldly-and-the-art-of-rebirth/

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: https://www.voland.it/spool/i__id6541_mw600__1x.jpeg

immagine 2: https://juliakissina.com/app/uploads/2023/06/IMG_8064-425×331.jpeg

immagine 3: https://fineartglobe.com/wp-content/uploads/2025/03/Untitled-11-1024×648.jpg