Tradurre un autore senza tempo: Conversando su Ivo Andrić con Alice Parmeggiani

A cura di Marco Jakovljević e Marijana Pujić

Abstract:

Translating a Timeless Author: A Dialogue about Ivo Andrić with Alice Parmeggiani

Alice Parmeggiani is a former professor of Serbo-Croatian language and literature at the universities of Udine and Trieste, as well as a prolific translator from Serbo-Croatian. She has translated authors such as Božidar Stanišić, David Albahari, and, most importantly, Ivo Andrić. In this interview, she discusses the difficulties and the satisfactions of her job as a translator, and her relationship with Ivo Andrić’s works. Moreover, in this interview Parmeggiani addresses the challenges of being a translator, and the importance of reading Ivo Andrić.


Alice Parmeggiani è stata docente di lingua e letteratura serbocroata presso le università di Udine e di Trieste, nonché prolifica traduttrice dalla lingua serbocroata all’italiano. Tra gli autori da lei tradotti si annoverano Božidar Stanišić, David Albahari e, soprattutto, Ivo Andrić. Essendo quest’ultimo l’autore dell’area ex-jugoslava più conosciuto e tradotto in Italia e data l’esperienza di Alice Parmeggiani nella traduzione delle sue opere, Andergraund Rivista ha deciso di rivolgersi a lei per approfondire il mestiere di tradurre un autore come Ivo Andrić, ormai considerato classico, e l’importanza delle sue opere a cinquant’anni dalla sua morte.

 

 

Andergraund Rivista: Quando ha capito che voleva diventare una traduttrice? Quando ha tradotto Ivo Andrić per la prima volta? 

Alice Parmeggiani: Mi è sempre piaciuto tradurre, anche perché vivevo in un ambiente multilingue. La mia prima vera traduzione è stata ai tempi del terremoto in Friuli, nel 1976. Si trattava di una novella di Stjepan Mitrov Ljubiša, un autore montenegrino del XIX secolo. Mi aveva incuriosita perché uno dei personaggi era un terribile Friulano, e mi sono divertita molto, perché l’autore era molto arguto. È stato in quel periodo di grandi ansie che ho scoperto le qualità terapeutiche della traduzione. Il mio primo vero Andrić è stato un libro di racconti intitolato La donna sulla pietra.

AR: Dove traduce Alice Parmeggiani? C’è un particolare rito nella traduzione soprattutto per lo spazio e il luogo che riguarda solo i libri di Andrić? Qualcosa di imprescindibile quando lo traduce?

AP: Non ci sono particolari riti, luoghi o situazioni imprescindibili. Traduco di preferenza nel caos nel mio studio, spesso anche con musica di sottofondo: no, non classici, piuttosto pop o rock anni Sessanta. Ma mi è successo di tradurre primi abbozzi anche in treno, sotto un ombrellone, o in una sala d’attesa d’ospedale.  

AR: Lei è stata la voce italiana di numerosi racconti di Andrić. Che ruolo ricopre, secondo lei, il racconto come genere nella scrittura dell’autore? 

AP: Andrić fu inizialmente un autore lirico e successivamente scrittore di racconti, e le sue strutture narrative maggiori devono molto a questi due generi, in particolare al racconto orale. Il suo primo romanzo,  Il ponte sulla Drina, nasce infatti da un nucleo di racconti che si snodano in senso temporale e sono collegati dal nesso fortissimo costituito dal Ponte. Anche un altro famoso romanzo, Il cortile maledetto, è in sostanza un racconto incastonato nel racconto di un racconto. Nella Casa solitaria, uno dei libri che ho amato di più, il Narratore rivela ed elabora il suo speciale rapporto con questo genere narrativo. Il libro è in effetti costituito da diversi racconti il cui “collante”, analogamente a Il ponte sulla Drina, è proprio la Casa, un luogo che il narratore, ma anche l’autore, devono aver amato molto. Ma oltre a questo collante fisico esiste un altro elemento di fortissima coesione interna, che è proprio il tema del raccontare. Nella Casa solitaria questo tema viene trattato e sviluppato in modo esplicito e implicito, anche attraverso brevi riflessioni del Narratore, che qui si identifica quasi del tutto con l’Autore e che spesso si rivolge in prima persona direttamente al Lettore con un tono intimo e confidenziale. Sono molto interessanti le diverse modalità, in cui si trasmettono quei racconti, nei quali non sono solo i personaggi, ma anche luoghi ed entità inanimate (una cittadina del Sud della Francia, un “mare meridionale”), a intervenire e a imporsi all’Autore. Sorprendentemente la narrazione avviene anche attraverso modalità non verbali, che spaziano dal mormorio incomprensibile della vecchia domestica Zuja, alle gesticolazioni da lontano da parte di un anziano interlocutore genovese, per arrivare infine, nel testo intitolato, appunto, Il racconto e dedicato a un virtuoso del narrare, Ibrahim-effendi, addirittura al silenzio.

AR: Quando si traduce, specialmente l’opera di autori dalla prosa precisa come Andrić, quali sono le principali gioie e i maggiori pericoli di questo processo

AP: Fra le gioie posso annoverare la felicità nel trovare, dopo molte prove e abbozzi, un ritmo che sento finalmente appropriato o una soluzione a un problema lessicale. Il pericolo maggiore, come si può immaginare per un autore così raffinato, è sottovalutare la complessità nascosta sotto l’apparente linearità e limpidezza della sua frase.

AR: Se ogni traduzione è un atto di trasposizione artistica che si confronta con le sfumature linguistiche e culturali proprie di ogni paese, e questo è particolarmente vero nel caso delle opere di Andrić che affrontano tematiche specifiche legate alla storia e alla cultura in primo luogo bosniaco-erzegovese, prendendo in considerazione la moltitudine di traduttori che si sono cimentati nella resa in italiano di Andrić, da Bruno Meriggi, Luigi Salvini, Jolanda Marchiori, Lionello Costantini a Dunja Badnjević Orazi, solo per citarne alcuni, quali sono le principali sfide e considerazioni da affrontare quando si traduce l’opera di un tale autore?

AP: Parte della risposta è già insita nella domanda: le principali sfide e considerazioni da affrontare riguardano appunto le difficoltà insite nella “trasposizione artistica che si confronta con le sfumature linguistiche e culturali proprie di ogni paese”, la resa delle “tematiche specifiche legate alla storia e alla cultura bosniaco-erzegovese”, il confronto con “la moltitudine di traduttori che si sono cimentati nella resa in italiano di Andrić”. Per quanto mi riguarda, spesso è stata proprio l’incoscienza a spingermi ad accettare l’impegno e ad aiutarmi a procedere, e soprattutto il piacere che provo nel tradurre. Come per tutti i grandi scrittori tradurlo è certo una sfida. Si affronta una lingua estremamente limpida, ma nello stesso tempo ricchissima, sia dal punto di vista della struttura della frase sia da quello lessicale. Andrić è un conoscitore eccezionale della propria lingua, di cui sfrutta tutte le potenzialità. Pur contemporaneo delle avanguardie e delle sperimentazioni narrative del romanzo europeo, che creano un mondo in frantumi, Andrić rinnova l’arte epica di usare la lingua per creare dei mondi convincenti, verosimili, più veri di quelli reali, che conquistano la fantasia del lettore.

AR: Ha sentito una “responsabilità particolare” nel tradurre un Premio Nobel, visto il peso culturale di Andrić?

AP: Certo avvicinandomi a un autore così celebre, e soprattutto confrontandomi inevitabilmente con i valenti traduttori sopra citati che mi hanno preceduto, ho sentito una responsabilità particolare. Tuttavia, una volta immersa nel mondo e nel ritmo della narrazione di Andrić, quella responsabilità non si è mai rivelata un peso, bensì uno stimolo a procedere e a esplorare.

AR: Qual è il testo di Andrić che sente più vicina e perché?

AP: Traducendoli, direi che ho amato tutti i testi che mi erano stati proposti. Ma forse quello più vicino è stato La Casa solitaria. Mentre lo traducevo sentivo che questo libro mi rivolgeva un discorso molto intimo e personale. Era come se il l’autore, che immaginavo ormai anziano, colmo di esperienza e saggezza, ma ancora pieno di energia creativa e di desiderio di essere compreso, volesse introdurmi nel mondo dei suoi personaggi con amore, compassione e anche molto humor. E anche nella descrizione della Casa, nella quale chiedono di essere ammessi i vari personaggi, c’è un forte senso di empatia verso un luogo amato, dove il Narratore vive comodamente e con piacere, apprezzato anche dal punto di vista estetico. È naturale, quindi, che quella sua particolare empatia verso i personaggi e gli spazi, che descrive con misura e precisione, si trasmetta anche al Lettore, e soprattutto al Traduttore, che tanto tempo trascorre soppesando ogni parola per rendere al meglio il senso e lo stile di un testo.

AR: Nella sua carriera da traduttrice ha tradotto numerosi autori. Secondo lei, c’è una differenza tra tradurre un autore classico e uno contemporaneo?

AP: C’è certamente differenza, ma non la sento intrinsecamente molto diversa da quella che c’è fra tradurre due contemporanei come Šnajder e Albahari.

AR: Viviamo nell’era digitale e della sempre maggiore presenza dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite. Silvia Pareschi, nota traduttrice dall’inglese, nonché scrittrice, nel suo libro Fra le righe scrive “Ecco perché tutte le colleghe con cui ne ho parlato hanno confermato la mia impressione: usare i software di traduzione automatica e quindi trasformarsi da traduttrici in post editor non rende affatto più efficienti, anzi, rimettere mano all’output di una macchina per restituirgli la dignità di una creazione umana comporta un tale dispendio di tempo ed energia che il gioco non vale la candela” (Pareschi 2024: 123). Come crede che l’intelligenza artificiale influisca sul mestiere del traduttore?

AP: Credo che l’intelligenza artificiale possa rappresentare un valido ausilio in molti campi della traduzione, ma come molti altri strumenti deve essere gestita e controllata. Non so valutare se venga già usata in larga scala nella traduzione di opere letterarie e se stia provocando una effettiva rivoluzione in campo editoriale, ma non posso che dichiararmi assolutamente d’accordo con Silvia Pareschi. 

AR: Quali consigli può dare a chi è alle prime armi?

AP: Non smettere mai di leggere molto, soprattutto nella lingua d’arrivo, per “immagazzinare” materiale linguistico e stilistico a cui attingere nel lavoro di traduttore. E, come esercizio, provare e riprovare, senza scoraggiarsi!, a tradurre anche testi letterari già noti, per valutare le varie alternative e le soluzioni che si presentano. Un testo letterario è come un giacimento di materiali linguistici e stilistici stratificati che rivela sempre nuove prospettive e una traduzione non sarà mai quella definitiva.

AR: Cosa considera come ferri del mestiere del traduttore?

AP: Riprendendo la risposta precedente, fra i presupposti non si può prescindere da un buon bagaglio culturale e da una buona conoscenza delle due lingue, quella da cui si traduce e quella in cui si traduce. È importante inoltre conoscere e saper sfruttare tutta una serie di strumenti, fra cui annovero naturalmente ogni sorta di dizionari, cartacei e on line. Sono utili inoltre le traduzioni di un certo testo in altre lingue, che però è bene non prendere sempre come oro colato.

AR: Le facciamo la stessa domanda che abbiamo fatto anche alle altre persone intervistate per questo speciale dedicato al doppio e significativo anniversario legato alla figura di Andrić, perché continuare a leggerlo?

AP: Andrić è un classico, un autore senza tempo, che si rinnova a ogni lettura, sia per i contenuti – umani, etici, antropologici, storiografici – che propone, sia per lo stile raffinato che li veicola, sia soprattutto per il piacere che offre alla lettura. In Italia la ricezione di Andrić è passata per alcune fasi. Dalla prima traduzione del Ponte sulla Drina, la sua opera più conosciuta, che in quegli anni ha subito sedotto il pubblico per il suo fascino “esotico”, attraverso le traduzioni degli anni Novanta, che sulla scia degli eventi bellici intendevano proporre una chiave di lettura “politica” di molti suoi testi (vedi la manipolazione mediatica del racconto Lettera del 1920), e poi via via fino alle traduzioni più recenti, che rivelano finalmente uno scrittore molto più poliedrico e profondo, il lettore italiano ha potuto man mano appassionarsi agli aspetti più rilevanti della scrittura di Andrić: la profonda introspezione psicologica, l’empatia e il rapporto molto stretto e personale che il narratore instaura con i suoi personaggi, e l’evidente dimensione lirica della sua prosa, presente soprattutto nelle descrizioni di luoghi e ambienti diversi, che, come già accennato, l’autore tratta alla stessa stregua dei personaggi. Infine, la forte dimensione etica, presente in tutte le sue opere, espressa sempre in modo implicito e temperata spesso con una sfumatura di ironia.

 

 

Bibliografia:

Silvia Pareschi, Fra le righe. Il piacere di tradurre, Milano, Laterza, 2024.

Apparato iconografico:

 

Immagine 1: Immagine fornita dall’intervistata.