Ivo Andrić tra traduzione ed editoria: Intervista ad Elisa Copetti

A cura di Marco Jakovljević e Marijana Puljić

Abstract:

Ivo Andrić between Translation and Publishing: An Interview with Elisa Copetti

Elisa Copetti is a professor of Serbo-Croatian language at the University of Udine, as well as a translator from Serbo-Croatian. She has translated authors such as Olja Savičević Ivančević, Ivana Sajko, Zoran Žmirić and Darko Cvijetić. Moreover, she is one of the main curators of the independent publishing house Bottega Errante, one of the most important realities in Italy regarding the distribution of authors from the former-Yugoslav space. In this interview, Copetti provides an “editorial” perspective on the issues related to Ivo Andrić, his importance as an author, and to the translation of his works.


A più di mezzo secolo dal conferimento del Premio Nobel per la Letteratura, l’opera di Ivo Andrić continua ad occupare un posto centrale nella scoperta della storia e delle culture dello spazio ex-jugoslavo. In Italia, la diffusione dei suoi testi passa anche attraverso il lavoro di editori indipendenti, i quali svolgono un importante lavoro di promozione di letterature spesso considerate “minori”. Andergraund Rivista ha deciso di intervistare Elisa Copetti, professoressa di serbo-croato presso l’Università di Udine, traduttrice e editor della narrativa in lingua straniera per la casa editrice Bottega Errante di Udine, la quale ha pubblicato cinque traduzioni di Ivo Andrić, tra cui una raccolta di racconti inediti (Il caso di Stevan Karajan, 2024, traduzione di Alice Parmeggiani). Con lei si è voluto non solo discutere sulle sfide della traduzione e sull’importanza di un autore come Ivo Andrić in generale, ma anche approfondire tali argomenti prendendo in considerazione un punto di vista interno al mondo dell’editoria.

 

 

Andergrand Rivista: C’è ancora spazio per le cosiddette letterature “minori” nell’editoria italiana? Quali tendenze guidano le scelte editoriali?

Elisa Copetti: Certamente! Ci deve essere ed è lo spazio che coltivano gli editori medio-piccoli, quelli che si possono prendere il rischio di fare ricerca e scouting. I grandi editori non hanno questa libertà perché sono macchine enormi di profitto. Bottega negli anni ha costruito un catalogo lavorando sulla narrativa “di frontiera”: periferica, lontana dai grandi centri ma anche ibrida, aperta alla contaminazione culturale, di esplorazione.

AR: Viviamo nell’era digitale e della sempre maggiore presenza dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite. Silvia Pareschi, nota traduttrice dall’inglese, nonché scrittrice, nel suo libro Fra le righe afferma:  “Ecco perché tutte le colleghe con cui ne ho parlato hanno confermato la mia impressione: usare i software di traduzione automatica e quindi trasformarsi da traduttrici in post editor non rende affatto più efficienti, anzi, rimettere mano all’output di una macchina per restituirgli la dignità di una creazione umana comporta un tale dispendio di tempo ed energia che il gioco non vale la candela” (Pareschi 2024: 123). Come crede che l’intelligenza artificiale influisca sul mestiere del traduttore? 

EC: Dipende di che genere di lavoro stiamo parlando. A pochi traduttori piace tradurre manuali di uso per macchinari industriali, di norma ci piace tradurre testi letterari che emozionano, sfidano la nostra esperienza, ci arricchiscono grazie alla necessità, costante, di informarci, scoprire nuove materie di cui nulla sapevamo. Le macchine in questo ci offrono la possibilità di lavorare in modo veloce ma spesso così asettico (ancora per quanto vedremo) da rendere difficile anche una revisione del testo tradotto artificialmente. Teniamo bene a mente che per le lingue con diffusione minore rispetto all’inglese o al cinese le intelligenze artificiali hanno ancora poco allenamento nella traduzione in italiano, ovvero viene data loro in pasto una quantità minore di testi e dunque sono ancora poco raffinate. È penso necessario mantenersi vigili e flessibili rispetto alla diffusione di nuove pratiche di traduzione, ma anche fermi nella volontà di mantenere la qualità del lavoro e il suo senso: se tradurre significasse sostituire una parola con il suo equivalente, le macchine sarebbero del tutto sufficienti, ma lo vediamo nella pratica, non lo sono.

AR: In che tipo di rapporto è l’editore con il traduttore?

EC: Nella nostra esperienza è un rapporto molto ricco, di scambio vero e di grande collaborazione nella maggior parte dei casi. Negli anni abbiamo costruito una rete di traduttori e traduttrici sui quali possiamo contare con fiducia e rispetto reciproco: entrambi sappiamo qual è il contesto in cui ci troviamo a lavorare, quali sono le nostre possibilità e i limiti, ma anche le aspirazioni, la “missione” che ci anima. In Bottega ci piace dare spazio ai nuovi professionisti del settore e negli ultimi anni diversi traduttori hanno esordito con noi, alcuni anche affrontando opere di classici, altri con testi molto contemporanei. Per noi è importante che ogni libro trovi la sua voce italiana e vi faccio un esempio a proposito: il romanzo Figlio di papà di Dino Pešut ci è stato proposto da Sara Latorre che ne ha curato la traduzione. La voce di questo scrittore risuona forte e chiara in italiano perché Latorre ne ha interpretato perfettamente il linguaggio che è il suo, della sua generazione ma anche degli attivisti per i diritti della comunità LGBTQIA+, di chi è attento alle dinamiche psicologiche famigliari. Avrei potuto fare lo stesso? Non credo, per quanto ami il romanzo e mi sia molto divertita a leggerlo la sua lingua è un poco distante da me (sarà per questo che di recente traduco solo romanzi di scrittrici di mezza età con protagonisti solitari e con questioni psicologiche da risolvere???).  È stato giusto dunque che Latorre abbia tradotto il romanzo che sentiva a ragione suo.

AR: Nella sua carriera da traduttrice ha tradotto numerosi autori. Secondo lei, c’è una differenza tra tradurre un autore classico e uno contemporaneo?

EC: Senz’altro c’è una grossa differenza che mi sento di sintetizzare così: i classici incutono timore, i contemporanei possono presentarsi alla tua porta! In entrambi i casi se comanda la scrittura e la cura del testo, sarà un intenso piacere portare a termine il lavoro di traduzione. In particolare, affronto con fatica i dialoghi che non reggono la prova della realtà, come battute dette male su un palcoscenico, e le parti in dialetto, e come potete immaginare entrambe le cose si possono trovare nei classici come nei contemporanei.

AR: Quali elementi del testo avrebbero rappresentato le maggiori difficoltà di traduzione per un traduttore con una minore dimestichezza con la lingua e lo stile di Andrić?

EC: Penso che la resa dello stile potrebbe rappresentare la sfida più ardua; in seconda battuta la ricerca di termini, verbi, significati che con i decenni sono usciti dalla lingua che apprendiamo nell’accademia e nella vita reale, ma anche dai dizionari monolingue che, soprattutto in Croazia, hanno visto una “pulizia” delle parole ritenute straniere o appartenenti a dialetti delle altre repubbliche ex-jugoslave. Reperire i significati dei turcismi sta diventando difficile online, mentre resta possibile strumenti “lenti” come i vecchi dizionari.

AR: L’italiano è la seconda lingua di traduzione di Andrić. Quali opere letterarie, a suo parere, avrebbero bisogno di una nuova traduzione o di un’edizione aggiornata?

EC: Qui probabilmente la domanda è: ha senso riattualizzare i classici? Ripulirli delle mode e dei vezzi delle traduzioni di parecchi decenni fa oppure mantenere la patina vintage che hanno perché classici e perché tradotti molto tempo fa? Anche i classici in fondo parlavano ai loro contemporanei, forse potrebbero parlare una lingua più affine alla nostra pur mantenendo la loro bellezza.

AR: Lei è l’editor della narrativa straniera per la Bottega Errante edizioni che con la collana Estensioni ha dato voce alla letteratura contemporanea e classica dei Balcani. Al suo interno sono stati pubblicati ben cinque titoli del nostro autore, tra cui In volo sopra il mare nella sua traduzione. A questo proposito, che legami intrattenete come casa editrice con la Zadužbina Ive Andrića ovvero la Fondazione Andrić per la pubblicazione delle nuove opere? Come considera la richiesta della Zadužbina di indicare Andrić come serbo e non, ad esempio, come jugoslavo? Come vive la vostra casa editrice, che è particolarmente attiva nel promuovere le letterature dello spazio ex e post-jugoslavo, questo fatto?

EC: Il rapporto tra Bottega e la Fondazione nasce proprio con l’apertura della collana Estensioni e come tutte le relazioni si è evoluto, ci sono stati dei momenti intensi, di discussione e di accordo guidati dal reciproco rispetto e dalla volontà comune di diffondere sempre più l’opera di Ivo Andrić in Italia.

La Fondazione detiene tutti i diritti di pubblicazione dell’opera di Ivo Andrić, di conseguenza è l’unico interlocutore a livello globale con il quale si ha a che fare per poter pubblicare un testo dell’autore, originale o in traduzione. In questo lavoro la Fondazione non si occupa solo della vendita e concessione dei diritti ma anche della cura dell’immagine di Andrić se così possiamo dire, ovvero delle informazioni relative all’autore. Per noi lettori stranieri Andrić rappresenta uno dei simboli della cultura jugoslava del secondo dopo guerra; con la dissoluzione della Jugoslavia però anche la cultura e la letteratura hanno subito delle spartizioni tra le nuove repubbliche. Per questo la Fondazione richiede rispetto a Andrić un cambio di passo nella comunicazione: non più scrittore jugoslavo, ma serbo. Abbiamo a lungo dibattuto con le funzionarie rispetto a un cambio di comunicazione per noi impattante; non abbiamo avuto grande margine di manovra perché questo tipo di informazione è quella che ci viene richiesto di veicolare. L’alternativa sarebbe non pubblicare più l’opera di Andrić.

C’è dunque da chiedersi: cosa resta dell’operato di un autore quando viene a mancare? Gli autori dovrebbero imporre ai loro eredi di restare in silenzio per dieci, venti, cento anni, come ha fatto Umberto Eco? E se cambia l’etichetta di appartenenza che noi diamo a uno scrittore o a un’opera, il suo valore cambia?

AR: Quando si parla di letteratura dello spazio ex-jugoslavo, Andrić è sicuramente il primo autore che viene in mente. Il ponte sulla Drina, che in Italia vanta ben diciotto edizioni ed è un’opera ormai piuttosto conosciuta e apprezzata, spesso considerata da molti come una degna introduzione alla storia e alla letteratura dei Balcani occidentali. Secondo lei è così?

EC: Dipende. Il ponte sulla Drina è un’opera magnifica che tutti dovrebbero leggere prima o poi. Azzardo un parallelo: se a un lettore straniero diamo da leggere Il nome della rosa di Umberto Eco scoprirà un grande autore e un romanzo tra i più sofisticati e ben scritti del nostro Novecento. È un buon inizio ed è un classico: la letteratura contemporanea, la poesia, la drammaturgia sono molto diverse. Ecco perché penso che sia bene cominciare da Andrić, per poi avventurarci nell’esplorazione del contemporaneo dove un elemento come l’umorismo “nero” dei balcanici è più evidente (e spesso provoca nel lettore italiano quasi un senso di disagio).

AR: Quali consigli può dare a chi è alle prime armi?

EC: Direi in primis di tradurre, fare esercizio il più possibile; di stare in rete con gli altri professionisti; di chiedere consigli e aiuto ai senior disposti a trasmettere la loro esperienza e se si ha la possibilità di andare “a bottega”; di restare umili ma consapevoli dei propri diritti e del valore del proprio lavoro.

AR: Le facciamo la stessa domanda che abbiamo fatto anche agli altri intervistati per questo speciale dedicato al doppio e significativo anniversario legato alla figura di Ivo Andrić, perché continuare a leggere Andrić?

EC: Perché ha uno sguardo a volo d’uccello sulla realtà, perché le dinamiche umane sono sempre le stesse e le vicende raccontate in un racconto scritto nel 1953 risuonano al nostro orecchio come attuali. Perché con la sua scrittura ci assorbe in una storia, che ci trascina e ci rilascia con un senso di pienezza che pochi altri sanno dare.  Perché con i suoi libri studiamo i Balcani occidentali entrandone nelle atmosfere passate e per chi ne conosce la lingua originale possiamo davvero esplorare una lingua ricchissima e ormai rara.

 

 

Bibliografia:

Silvia Pareschi, Fra le righe. Il piacere di tradurre, Milano, Laterza, 2024.

Apparato iconografico:

Immagine 1: Immagine di Alice BL Durigatto.