Leggere e tradurre Ivo Andrić: Intervista a Luca Vaglio

A cura di Marco Jakovljević e Marijana Puljić

Abstract:

Reading and Translating Ivo Andrić: An Interview with Luca Vaglio

This interview deals with various aspects and complexities of translating Ivo Andrić, and with the value of the author’s production nowadays. Luca Vaglio emphasises the universality of Andrić’s works, that, while being deeply connected to the Balkan historical and cultural context, transcend regional boundaries, engaging various and fundamental aspects of human interiority. Moreover, the interview highlights the importance of careful, non-politically biased readings and interpretations of the author.


Per approfondire la fortuna di Andrić nel nostro Paese, il suo rapporto con la traduzione l’attualità della sua scrittura, Andergraund Rivista ha dialogato con Luca Vaglio, ricercatore presso l’Università La Sapienza di Roma, studioso di letteratura serba e croata e traduttore dal serbocroato di vari autori, come Filip David, Rastko Petrović e Miloš Crnjanski. Sua la traduzione dei Racconti francescani (2017) di Ivo Andrić. Con lui si è discusso discusso non solo delle sfide insite nel tradurre Andrić, ma anche del valore universale della sua opera, della sua eredità nel mondo contemporaneo e del ruolo che le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, stanno assumendo nel mestiere del traduttore. Inoltre, quest’intervista pone l’accento sulla ricezione e l’uso delle opere di Andrić, le quali spesso vengono strumentalizzate e interpretate semplicisticamente, come ricorda Luca Vaglio, che ringraziamo di cuore per la disponibilità dimostrataci.

Andergraund Rivista: La ricezione delle opere di Ivo Andrić in Italia risale all’inizio degli anni Venti grazie alle prime traduzioni curate da Bruno Neri. Consultando la Bibliografija Ive Andrića (“Bibliografia di Ivo Andrić”), pubblicata nel 2011 dalla Biblioteca della Matica srpska di Novi Sad in collaborazione con l’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti, si evince che le traduzioni costituiscono probabilmente la parte più significativa della ricezione dello scrittore in Italia, con particolare attenzione per il romanzo Il ponte sulla Drina pubblicato in diciotto edizioni diverse a partire dal 1960, l’anno di pubblicazione della prima traduzione curata da Bruno Meriggi. A che cosa è dovuta, secondo lei, la fortuna di Andrić in Italia?

Luca Vaglio: Credo che la fortuna di Ivo Andrić in Italia sia dovuta a diversi fattori. È indubbio che l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura nel 1961 abbia dato ad Andrić una notorietà e una visibilità internazionale non riscontrabili, quantomeno non nella stessa misura, nel caso di altri scrittori slavi del Sud pur degni di attenzione. Non è senz’altro un caso che a partire da quella data si è avuta un’impennata dell’attività traduttiva incentrata sulle sue opere. Tuttavia, occorre tenere nella dovuta considerazione anche il valore letterario, artistico, estetico dei testi di Andrić, le loro peculiarità stilistiche e i temi in essi presentati, elementi che hanno consentito che l’opera di questo scrittore fosse gradita ai lettori e che non fosse solo una moda transitoria legata all’assegnazione del Nobel. Andrić presenta ai lettori italiani un microcosmo geograficamente vicino, ad eccezione di alcuni testi, ma per molti aspetti lontano, un microcosmo che suscita la loro curiosità e la loro attenzione e che li affascina per la sua mescolanza di europeità e di esoticità. Infine, va reso il giusto merito anche ai traduttori, che hanno svolto un fondamentale ruolo di mediatori scegliendo di dedicarsi ai testi andriciani e di proporli con una certa costanza al pubblico italiano.

AR: Nella sua carriera da traduttore ha tradotto numerosi autori. Secondo lei, c’è una differenza tra tradurre un autore classico e uno contemporaneo?

LV: Credo che il traduttore, o almeno un traduttore serio e scrupoloso, senta e debba sentire lo stesso senso di responsabilità nel trasporre uno scrittore classico e uno scrittore contemporaneo. Il suo ruolo e il suo approccio di fondo restano uguali. La sua attenzione allo stile e alle altre caratteristiche di ogni autore non muta nella sostanza, così come non mutano la capacità letteraria, le doti individuali del traduttore, che può essere in grado di adeguarsi alle specificità dei diversi scrittori e dei diversi testi, ma che mantiene una sua personalità, una sua cultura, delle sue propensioni individuali. Una differenza potrebbe consistere nel fatto che un classico ha già una sua posizione nel sistema letterario di diretta appartenenza e, potenzialmente, nel sistema letterario ricevente, cosa che può indurre un maggiore rispetto e un certo timore reverenziale, ma, ripeto, il senso di responsabilità del traduttore nei confronti dell’autore e del testo da tradurre, e dello stesso atto traduttivo, dovrebbe essere lo stesso nel caso di un autore classico e in quello di un autore contemporaneo. D’altronde, le stesse nozioni di ‘classico’ e di ‘contemporaneo’ andrebbero specificate e definite meglio, poiché ci sono classici dei secoli passati e classici più recenti, e Andrić è un classico deceduto solo cinquantuno anni fa, cioè in epoca contemporanea.

AR: Se ogni traduzione è un atto di trasposizione artistica che si confronta con le sfumature linguistiche e culturali proprie di ogni paese, e questo è particolarmente vero nel caso delle opere di Andrić. Esse affrontano tematiche specifiche legate alla storia e alla cultura in primo luogo bosniaco-erzegovese, prendendo in considerazione la moltitudine di traduttori che si sono cimentati nella resa in italiano dell’autore, da Bruno Meriggi, Luigi Salvini, Jolanda Marchiori, Lionello Costantini a Dunja Badnjević Orazi, solo per citarne alcuni, quali sono le principali sfide e considerazioni da affrontare quando si traduce l’opera di Andrić?

LV: Vorrei innanzitutto aggiungere all’elenco dei traduttori menzionati il nome di Alice Parmeggiani, che ha fatto e sta facendo davvero tanto nell’attività di trasposizione in italiano e di diffusione dei testi di Andrić e che, a mio avviso, si può considerare tra i principali traduttori italiani dal bosniaco, croato, montenegrino, serbo. Per quanto riguarda la domanda specifica, la risposta non è facile, né scontata. Tradurre Andrić non significa infatti confrontarsi con un autore semplice, monolitico, sempre uguale a sé stesso, ma vuol dire mettersi alla prova con uno scrittore complesso, per certi versi mutevole, che pur con delle sue specificità e delle sue costanti è in grado di presentare temi, ambienti, personaggi differenti, a volte molto diversi tra loro. La sua lingua e il suo stile possono variare da un testo all’altro, e ciò richiede una grande attenzione da parte del traduttore, che deve essere in grado di cogliere le caratteristiche dei singoli testi. Uno dei problemi maggiori è senz’altro e notoriamente quello della resa dei turchismi, soprattutto di quelli più specifici, legati al contesto storico-culturale bosniaco o balcanico. Si tratta di una questione fondamentale, che pone dei problemi traduttivi di non facile soluzione e che a volte richiede una certa elasticità e capacità di adattamento, che devono tuttavia fare i conti con la coerenza dell’approccio traduttivo. Anche in questo consiste il non facile mestiere del traduttore.

AR: Nel 2017 è uscita la traduzione dei Racconti Francescani per Castelvecchi editore, nella sua traduzione. C’è qualcosa in quest’opera per quanto riguarda la scrittura, lo stile, la voce di Andrić che non si aspettava o che l’ha sorpresa?

LV: Devo dire che la mia frequentazione dei racconti francescani di Andrić è cominciata ben prima del periodo in cui li ho tradotti, ha avuto inizio alcuni decenni fa, quando ero ancora uno studente, per cui al momento della traduzione avevo già una certa conoscenza e una mia visione dei testi che compongono questo ciclo narrativo, cui in realtà appartiene anche il romanzo breve Prokleta avlija, cioè Il cortile maledetto, o La corte del diavolo secondo la versione di Lionello Costantini. Resta il fatto che traducendo ci si addentra maggiormente nei testi, si fa una conoscenza più approfondita degli stessi e ci si trova nella condizione di comprendere alcuni dettagli che sfuggirebbero a una lettura che non prevede la resa in un’altra lingua, che viene fatta direttamente nella sola lingua originale o, in una situazione ancora più particolare, in una lingua diversa dall’originale. Credo che i dieci racconti francescani siano, in un certo senso, la quintessenza dell’opera di Andrić. Sono una testimonianza della profonda umanità di questo scrittore, della profonda umanità dei suoi personaggi, della complessità e della bellezza del microcosmo finzionale che propone ai lettori, della complessità nell’apparente semplicità e della ricchezza della sua lingua, del suo stile, della sua poetica. I racconti francescani mi hanno sempre colpito per questo ed è per questo che ho deciso di tradurli in italiano.

AR: Ci sono innumerevoli scrittori, contemporanei e passati, che hanno parlato di Balcani, di Jugoslavia, di rapporti interetnici, di Balcanismo, ma Andrić rimane sempre un punto di riferimento, l’autore con la a maiuscola quando si parla di determinati argomenti. Al di là delle indubbie abilità dell’autore, cosa lo rende così speciale, efficace, grande?

LV: Un tratto fondamentale dell’opera e della poetica di Andrić, ben riconosciuto dalla critica e dalla storia letteraria, è costituito dal fatto che, pur ambientando solitamente i suoi testi, innanzitutto quelli narrativi, in contesti ben definiti, ben delineati, apparentemente limitati, egli raffigura la realtà umana nella sua intrinseca complessità, rappresenta i destini individuali e collettivi prestando una grande attenzione all’universalità del messaggio che trasmette, dei fenomeni che pone dinanzi agli occhi e alla mente dei lettori, senza mai dimenticare l’oggetto specifico della sua attenzione. Parlando dell’uomo bosniaco o balcanico sia dall’interno, da conterraneo di quell’uomo, sia dall’esterno, da osservatore, Andrić sa parlare dell’uomo in assoluto, sa penetrare nei meandri della psiche, della coscienza, della storia umane. Naturalmente, fa tutto ciò con grande maestria letteraria, con ispirazione artistica, con dedizione, studio ed erudizione. Sono queste, credo, le caratteristiche che lo rendono un classico imperituro e degno di essere presentato al di là dei confini dell’area slava meridionale, un vero classico della Weltliteratur. Poiché sono convinto che il valore di Andrić travalichi i confini dell’area dei Balcani slavi e che egli si inserisca e abbia un posto nel contesto della più elevata letteratura mondiale. Inoltre, questo scrittore ha la capacità di esprimersi con stile ricco ma levigato, cosa che lo rende accessibile a un pubblico di lettori più ampio.

AR: Nel suo articolo sulla ricezione italiana di Andrić apparso nel 2023 su Studi Slavistici, lei giustamente afferma che l’opera dello scrittore è stata utilizzata per comprendere i conflitti degli anni Novanta nelle repubbliche un tempo parte della Jugoslavia. Quanto crede sia effettivamente così? Non c’è il rischio di cadere in analisi semplicistiche dei fenomeni, ma anche della stessa opera?

LV: Nell’articolo menzionato pubblicato nel 2023 mi sono semplicemente limitato alla constatazione di un fatto, credo indiscutibile, e non intendevo affatto affermare che l’opera di Andrić può essere usata con reale profitto per comprendere i conflitti degli anni Novanta del secolo scorso nell’ex Jugoslavia, cosa che, peraltro, non ritengo vera o corretta. Questo tipo di lettura è infatti limitante, se non fuorviante, poiché non tiene conto né del fatto che Andrić non ha rappresentato, né per motivi cronologici poteva rappresentare o anche solo intuire i conflitti in questione, né del fatto che la sua opera parla sì di differenze, di violenza, del male e delle sue manifestazioni, ma parla anche del bene, dell’amore, della collaborazione, tra etnie diverse e tra individui della stessa comunità etnica. Credo che vada evitata una lettura riduttiva dei testi andriciani, tanto più una lettura che li intenda come una specie di profezia o di anticipazione di quanto è purtroppo accaduto sul finire del XX secolo. È invece auspicabile e va proposta ai lettori, anche agli studenti, una lettura che tenga conto della ricchezza del messaggio di Andrić, della poliedricità della sua scrittura, del suo pensiero, della sua poetica, senza mai dimenticare che quel pessimismo esistenziale di fondo insito nelle sue opere non si riferisce soltanto ai Balcani, ma alla natura umana, alla storia, al destino umano in assoluto.

AR: Viviamo nell’era digitale e della sempre maggiore presenza dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite. Silvia Pareschi, nota traduttrice dall’inglese, nonché scrittrice, nel suo libro Fra le righe scrive “Ecco perché tutte le colleghe con cui ne ho parlato hanno confermato la mia impressione: usare i software di traduzione automatica e quindi trasformarsi da traduttrici in post editor non rende affatto più efficienti, anzi, rimettere mano all’output di una macchina per restituirgli la dignità di una creazione umana comporta un tale dispendio di tempo ed energia che il gioco non vale la candela” (Pareschi 2024: 123). Come crede che l’intelligenza artificiale influisca sul mestiere del traduttore?

LV: Sin da quando ho cominciato a insegnare traduzione, e ho insegnato anche teoria e storia della traduzione, trovandomi perciò a riflettere su determinati temi, compresi gli strumenti a disposizione del traduttore, ho sempre pensato che le macchine per tradurre non siano e non possano essere una soluzione davvero accettabile per l’oggettiva difficoltà insita nell’attività traduttiva, ed è chiaro che l’intelligenza artificiale è un perfezionamento delle macchine per tradurre, dei traduttori automatici, un perfezionamento paradossalmente ma inevitabilmente imperfetto. Com’è noto, questa imperfezione congenita è tanto maggiore quanto più ci si allontana dalla traduzione di testi semplici e brevi, tecnici o di comunicazione quotidiana, e quanto più ci si avvicina alla traduzione di testi complessi e lunghi, fino ad arrivare ai testi letterari, di varia complessità ed estensione, che, secondo me, sono e resteranno ancora a lungo appannaggio pressoché esclusivo dei traduttori umani, in carne e ossa, vecchio stile, per intenderci, soprattutto nel caso delle lingue meno diffuse e meno studiate. Non so quanto il perfezionamento delle macchine, quindi dell’intelligenza artificiale possa andare avanti e quali risultati possa raggiungere tra alcuni anni, poiché non sono un esperto di questi argomenti, credo tuttavia e – devo dire – spero che la capacità di interpretazione, di decodificazione, di adattamento della mente umana resti un fattore determinante anche quando si tratta di traduzione. E credo anche che la constatazione di Silvia Pareschi sia del tutto condivisibile: meglio tradurre da soli ed ex novo che trovarsi a rimaneggiare quanto un altro, per di più un altro non-umano, ha tradotto in maniera non adeguata. Le conoscenze e le abilità di un traduttore, quantomeno di un traduttore di un certo livello, restano fondamentali, se non imprescindibili, per avere una traduzione letteraria adeguata ed esteticamente apprezzabile. Certo è che si può fare un uso intelligente, anche se limitato, dell’intelligenza artificiale, così come si fa un uso – spero – intelligente degli altri strumenti a disposizione del traduttore, a partire dai dizionari e dagli altri repertori, consultabili anche grazie all’intelligenza artificiale.

AR: Le facciamo la stessa domanda che abbiamo fatto anche alle altre persone intervistate per questo speciale dedicato al doppio e significativo anniversario legato alla figura di Ivo Andrić, perché continuare a leggerlo?

LV: Credo che la risposta sia contenuta in quanto ho già detto in precedenza, cioè nel fatto che Andrić raffigura con maestria e competenza la realtà balcanica, ma raffigura anche la realtà umana in assoluto. Inoltre, questo scrittore è in grado di toccare corde interiori sottili e delicate, a volte recondite, e lo fa da vero artista della parola e con erudizione. Leggere i testi di Andrić non è una cosa banale o semplice, ma nonostante tutto la sua scrittura è accessibile a tutti coloro che abbiano un minimo di buona volontà e di attitudine alla lettura. Per di più, la profondità e la ricchezza dell’opera e della poetica di Andrić, in quanto opera e poetica di un vero classico moderno, rivelano anfratti nascosti e sponde remote della storia e dell’individuo, aprendo lo sguardo sulla realtà umana, oltre che sulle specificità storico-culturali dell’area di cui questo scrittore si occupa e in cui si colloca. L’auspicio è che si continui davvero a leggere Andrić senza pregiudizi e con la giusta attenzione.

 

 

Bibliografia:

Silvia Pareschi, Fra le righe. Il piacere di tradurre, Milano, Laterza, 2024.

Apparato iconografico:

Immagine 1: Immagine fornita dall’intervistato.