Giovanna La Gala
Abstract
The “Two Annotations of the Bosnian Scribe Dražeslav” and Ivo Andrić’s “Ragusan Cycle”
This article analyses The Two Annotations of the Bosnian Scribe Dražeslav within the broader context of Ivo Andrić’s so-called “Ragusan cycle”, a group of short stories centred on the figure of the medieval Bosnian scribe sent on diplomatic missions to Dubrovnik. The study situates the text alongside the other Ragusan stories to highlight their thematic and symbolic coherence. Particular attention is devoted to the motifs of travel, displacement, and the abandonment of one’s native land, articulated through the opposition between inland Bosnia and the Adriatic coast. The sea emerges as a key metaphor, functioning as a force capable of reshaping perception, language, and identity. The article also examines the narrative specificity of the Two Annotations, focusing on its unusual use of the first-person perspective and its lyrical tone, which distinguish it from Andrić’s more typical prose. By placing the story within Andrić’s wider literary production, the analysis argues that the Ragusan cycle reworks recurring Andrićan themes while offering a reflection on liminality, hybridity, and the possibility of mediation between different cultural and geographical worlds.
All’interno della produzione novellistica andriciana è spesso possibile individuare racconti che “sembrano essere parte di un possibile insieme maggiore […] legati o dai personaggi di cui parlano, o dal periodo storico, o da un tema comune” (Đukić 2012: 651). È proprio questo il caso di quattro racconti pubblicati da Andrić nella sua ultima fase di produzione letteraria, nel corso degli anni Sessanta. Si tratta dei racconti Predvečernji čas (“Sul fare della sera”, 1961), Dva zapisa Bosanskog Pisara Dražeslava (“Due annotazioni dello scrivano bosniaco Dražeslav”, 1963), Susret (“L’incontro”, 1965) e Dubrovačka Vejavica (“La bufera ragusea”, 1968-1969) in cui il protagonista, lo scriba Dražeslav, viene mandato a Dubrovnik come membro di una delegazione diplomatica bosniaca. L’ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi permettono ad Andrić di trattare il motivo dell’allontanamento dalle regioni natie e di affrontare il tema del mare che presenta come forza autonoma capace di influenzare la vita e il destino dell’essere umano.

I luoghi del litorale adriatico dalmata erano molto familiari ad Andrić: nel 1914 egli fu arrestato a Spalato e da lì condotto a Maribor; a Dubrovnik, invece, si recò spesso per adempiere agli incarichi diplomatici. Nei suoi studi, inoltre, l’autore rivolse particolare attenzione alla città ragusea, come riscontrato da Bojović negli appunti rinvenuti nel suo lascito manoscritto (Bojović 2017: 7). Ad un interesse di natura letteraria, per cui Andrić appuntava citazioni e versi di autori come Šiško Menčetić e Marin Drzić (p. 9) si accostava un forte interesse di tipo storico e culturale. Andrić si dedica allo studio della storia di Ragusa e dei suoi abitanti, in particolare all’analisi dei rapporti che la città stabilì con i sovrani bosniaci e con i turchi ottomani (p. 16). A tal proposito, conduce delle ricerche sulla figura di Herceg Stjepan, che già aveva analizzato nella sua tesi di dottorato, nel 1924, in merito ai rapporti che intercorrevano tra il bano e i ragusei (pp. 16-17). Con molta probabilità è durante tali studi che si è imbattuto nella figura storica dello scriba Dražeslav, nel quattordicesimo secolo membro della delegazione diplomatica del bano Stjepan e successivamente del bano Tvrtko (p. 121). Secondo Bojović:
“Parte del materiale che, evidentemente, doveva servire a un lavoro su Herceg Stjepan, e che Andrić ha esaminato, interpretato e chiarificato per sé, e a modo suo […] la ha utilizzata in alcuni racconti brevi, di cui non sono tutti finiti, il cui eroe principale era lo scrivano Dražeslav.” (Bojović 2017: 21)
L’elemento del mare, nello specifico i mari Mediterraneo e Adriatico, non è nuovo in Andrić. Secondo l’analisi di Šeatović, si possono contare tre fasi di produzione andriciana sul mare (Šeatović 2018: 133). La prima fase si riferisce ad Ex Ponto e a Nemiri (“Inquietudini”), in cui il mare appare come unica via di fuga dalla reale condizione di prigionia vissuta dall’autore. La seconda fase si colloca negli anni tra le due guerre: comprende oltre al racconto Zanos i stradanje Tome Galusa (“Entusiasmo e sofferenza di Toma Galus”, 1931) i saggi San o gradu (“Sogno sulla città”, anche questo di ambientazione ragusea, 1923) e Leteći nad morem (“Volando sopra il mare”, 1932), in cui precorrono i temi fondamentali che saranno affrontati nella breve produzione sullo scriba bosniaco. La terza ed ultima fase comprende i quattro racconti su Dražeslav. L’insieme di questi testi configura un vero e proprio ciclo raguseo, qui proposto come un nucleo narrativo coerente all’interno della produzione andriciana, legato non solo dalla ricorrenza del personaggio di Dražeslav, ma anche da una comune problematizzazione dello spazio adriatico.
“Predvečernji čas”
Il primo dei racconti ragusei, intitolato Predvečernji čas, risulta fondamentale ai fini della comprensione dei tre successivi. Esso inaugura il ciclo raguseo non come semplice racconto introduttivo, ma come testo programmatico che colloca immediatamente il protagonista in una condizione di sospensione fisica e simbolica, segnando l’inizio di un processo di progressivo scollamento dal contesto bosniaco di provenienza: una crisi identitaria che attraverserà l’intera esperienza ragusea di Dražeslav.
Dražeslav Bojić ci viene qui presentato da un narratore esterno come “un uomo massiccio e pesante sulla quarantina, con i capelli e la barba lunghi, con delle occhiaie scure su di un viso pallido e gonfio” (Andrić 2011: 89). Egli si trova in compagnia di un medico, un bezočan Kalabrez (“calabrese spudorato”, p. 90), il quale ogni due o tre giorni va a fargli visita sul far della sera. Lo scriba è a Dubrovnik già da qualche giorno e inizia a sentirsi stanco e insoddisfatto. Il medico, ascoltando le sue riflessioni, lo rimprovera: “Ti stai ingannando, dice, è tutto uguale nel mondo intorno a te. Più o meno uguale. E il cambiamento più grande è dentro di te” (p. 90). Queste parole saranno decisive per Dražeslav, che inizia a guardare alla realtà da un altro punto di vista. Riconosce quanto il modo di vivere raguseo sia distante dal suo e che pur impegnandosi non riuscirebbe mai a diventare davvero come “loro”: “allora vedi quanta distanza c’è tra te e loro, tra i bosniaci montanari e i signori rivieraschi” (p. 93). Si instaurano qui alcune opposizioni che ricorreranno nel corso del ciclo raguseo: noi – loro, mare – entroterra/montagna. Dražeslav, analogamente a come accadrà nel racconto successivo, si prefigura le difficolta che dovrà affrontare al ritorno nella sua Bosnia, dove si sentirà estraneo come si era sentito una volta giunto sul mare.
Dva zapisa bosanskog pisara Dražeslava
Questo secondo racconto del ciclo affronta e amplia i temi comparsi nel primo. Esso si compone, come suggerisce il titolo, di due scritti, attraverso i quali Dražeslav, parlando in prima persona, esprime le sue considerazioni complessive sul soggiorno a Ragusa, in vista del suo imminente ritorno in Bosnia.
Nel primo testo, lo scrivano annota le sue impressioni sulla gente di Ragusa, il loro carattere e il loro peculiare stile di vita. La città e la civiltà ragusee si sono evolute secondo il dualismo che, anche geograficamente, connota la città:
“Vivendo di generazione in generazione sulla terraferma e sul mare, anche il loro modo di pensare e il loro linguaggio e tutto quello che creano e fanno per sé e intorno a sé, tutto è diventato duplice, con due sensi e due facce.” (Andrić 2011: 98)
Il mare è l’elemento che Dražeslav ritiene causa del comportamento instabile degli abitanti di Dubrovnik, per natura inaffidabili, ambigui persino nel parlare, poiché da loro “tutto a parole si può cambiare, cancellare dalla vita e riportare nuovamente in vita” (p. 98). Sono scaltri “questi ragusei”, capaci di tutto ed abili nel negoziare. Conoscono un solo tipo di stabilità, quella economica, essendo il guadagno la loro seconda natura: pur di guadagnare il più possibile e di ottenere ciò che desiderano, sono disposti anche a perdere loro stessi.
Nel secondo scritto il tono delle riflessioni di Dražeslav cambia radicalmente facendosi positivo e lo scrivano mette da parte il cinismo con il quale aveva giudicato la città e gli abitanti di Dubrovnik. In questa seconda parte del racconto, egli si concentra principalmente sul tema dell’abbandono delle regioni natie, impresa la cui difficoltà viene inizialmente sottovalutata. Il mare ha un potere e una capacità di influenza ai quali nessuno può sfuggire, tantomeno Dražeslav. Lo scrivano bosniaco è cosciente di ciò e analizza tutti i cambiamenti avvenuti dentro di lui dall’inizio del suo soggiorno: il suo modo di parlare, di muoversi e di comportarsi non è lo stesso, nemmeno dorme né si riposa più come prima; persino gli affari li conduce più serenamente e velocemente. Dražeslav inizia a pensare che forse i suoi pregiudizi sui ragusei e, in generale, sugli abitanti del litorale, erano infondati; anzi, ritiene il loro stile di vita più piacevole di quello bosniaco, che adesso al confronto gli appare pesante e rigido. Il ritorno a casa, che in un primo momento bramava ardentemente, gli sembra adesso impossibile. Lo scriba è vittima di forti sensi di colpa nei confronti della terra nativa che sente di aver tradito, si sente in debito verso una forza superiore che nemmeno riesce ad individuare. Neanche il ritorno in patria riesce a dargli pace e serenità, poiché ha vissuto un cambiamento tale da non sentirsi più a suo agio neppure nel contesto che gli è più familiare. Ormai risulta estraneo sia al mondo bosniaco che a quello raguseo, ponendosi all’esterno di entrambi. Questa condizione di estraneità doppia prefigura una figura di confine, sospesa tra più appartenenze senza poterne assumere pienamente nessuna. Il mare, in conclusione, diventa una metafora per la vita: ci costringe a giocare ad un gioco ridicolo e peccaminoso, ci agita e ci consuma, tuttavia, “senza un fine e un senso visibile” (p. 105).

“Susret” e “Dubrovačka vejavica”
Sebbene il terzo racconto, Susret, venga pubblicato nel 1965, due anni dopo il precedente, dai riferimenti temporali interni al testo si può dedurre che esso si colloca in un tempo narrativo interno antecedente a Dva Zapisa. Dražeslav, dunque, non ha ancora tratto tutte le conclusioni analizzate nel racconto precedente, ancora si trova in quella fase di analisi in cui osserva e studia attentamente i Dubrovčane i svoje, “sia i ragusei che i suoi”, e gli sembra di riuscire a capire e gli uni e gli altri. Questo, almeno, finché non avviene l’incontro fatale:
“A chi osserva così quello che lo circonda, può facilmente succedere di vedere anche ciò che non gli serve. Così Dražeslav un giorno vide anche la figlia di Marin Lukarević, la vide solo per un attimo e di sfuggita […].” (Andrić 2011: 109)
Il fascino della giovane ragusea colpisce Dražeslav e lo induce a riflettere su quanto la bellezza sia fugace e fuggevole. Ma a Dubrovnik non valgono le leggi naturali, né tantomeno quelle bosniache: la bellezza ragusea fiorisce e rifiorisce di continuo, ma non può essere trapiantata in quei luoghi “in cui non c’è e dove, probabilmente non può nemmeno esserci” (p. 113).
In Dubrovačka vejavica (“La bufera ragusea”), quarto e ultimo racconto del ciclo raguseo, una bufera di neve si scaglia con impeto sulla città di Dubrovnik, ricoprendola in pochi istanti di un delicato velo bianco. Al mattino, però, è già scomparsa ogni traccia della bufera, che quasi sembra non esserci mai stata. I negoziatori bosniaci e Dražeslav, visibilmente confusi, vengono messi a tacere dai signori ragusei quando provano a parlarne. Ma del resto, a Dubrovnik nulla è mai come sembra e niente viene chiamato col proprio nome: l’inverno per loro non esiste e non hanno nome per questa “quinta stagione dell’anno” che sembra, allo stesso tempo, sia autunno, sia inverno, sia primavera. La bufera ha lasciato indifferente la gente di Dubrovnik, che appare tranquilla e sicura. Dopotutto, le loro navi sono ancora in porto e il perpero ancora in tasca: è questa per loro la stabilità e l’unità di misura di ogni stabilità.
Dražeslav nel contesto dell’opera andriciana
Ad una prima lettura, il ciclo raguseo e in particolare il racconto breve Dva zapisa bosanskog pisara Dražeslava (“Due annotazioni dello scrivano bosniaco Dražeslav”),[1] appaiono difficili da collocare all’interno dell’opera letteraria di Ivo Andrić. Alcune loro caratteristiche in particolare potrebbero considerarsi ‘atipiche’ rispetto a quelle solite dei racconti andriciani.
Già dall’inizio emerge l’uso della prima persona, caratteristica insolita nella prosa andriciana. L’“io” narrativo si trasforma, nel secondo scritto, in un “noi”, che secondo Šeatović vuole sottolineare il carattere universale e collettivo dell’esperienza di Dražeslav (Šeatović 2018: 140). Šeatović osserva che il tema del viaggio e dell’abbandono volontario o forzato delle regioni natie è uno dei principali del Novecento (p. 140). Questa interpretazione, tuttavia, risulta esatta solo ad un livello più superficiale della narrazione: ad un livello più profondo l’esperienza di Dražeslav può essere ricondotta a quella dello stesso Andrić. Costretto a lasciare la sua cara Bosnia, non appena si trasferì a Cracovia, nel 1913, Andrić scrisse: “è difficile, per noi stranieri: non possiamo vivere nel nostro paese, né ci abituiamo ad un altro” (Badnjević 2001: XLII). Al carattere parzialmente autobiografico risponde l’abbandono della terza persona, in favore dell’uso della prima persona dal tono più lirico. Tale lirismo sembra quasi voler rievocare quello di Ex Ponto (1918) e Nemiri (“Inquietudini”, 1920) o delle domande senza risposta delle liriche, in particolare Tama (“Oscurità”).
Ad ogni modo, salvo il motivo della differenza tra la propria terra e la terra straniera, nel ciclo raguseo e in Dva Zapisa ricorrono i motivi e i simboli classici della prosa dell’autore.
Le considerazioni di Dražeslav nel primo dei due scritti rivelano un atteggiamento critico e diffidente nei confronti della popolazione ragusea. La gente bosniaca è per natura diffidente verso il nuovo e chiusa verso l’esterno, per effetto di “una sorta di immobilismo cinese” (Morabito 2001: 208), come si vede in Travnička hronika (“La cronaca di Travnik”, 1945). Arrivato nella città di Dubrovnik, lo scriba si lascia prendere da quei pregiudizi che vengono tramandati tra la popolazione bosniaca, frutto di quelle “bugie orientali, che un proverbio turco definisce più vere della verità” (Andrić 2001: 1226). Dražeslav appare un tipico eroe andriciano, un personaggio che Milutinović definirebbe saggio, intesa la saggezza come “the ability to tell a story which communicates human experience, whatever it might be. Wisdom has as its content no true answers to ultimate questions, but only ‘the fabric of real life’” (Milutinović 2009: 5-6). Tale saggezza lo porta ad adottare un punto di vista più alto dal quale riesce ad avere una visione più completa e attendibile, proprio come era accaduto a Mihajlo in Anikina vremena (“I tempi di Anika”, 1931). E non solo metaforicamente Dražeslav si pone al di sopra del piano delle sue impressioni immediate, ma anche fisicamente: la sua “resa dei conti […] è già iniziata nella prima locanda in mezzo alle montagne, al ritorno” (Andrić 2011: 103).
Se inizialmente lo scriba si sentiva in balìa di un sentimento di nesnalaženje, disorientamento, che Hawkesworth ritiene tipico di molti altri eroi andriciani (Hawkesworth 2001: 73), dall’altezza delle montagne Dražeslav riesce ad analizzare la diversità tra il mondo bosniaco e quello raguseo. Dal dualismo “noi” (bosniaci) e “loro” (ragusei) scaturisce un contrasto che risulta fondamentale ai fini della narrazione, ossia quello tra montagna e mare. Il mare cambia la percezione del mondo e il nome delle cose, regala libertà e seduce con la sua ampiezza. Tra la Bosnia e la Dalmazia la vegetazione cambia man mano che ci si avvicina al mare: “quando vediamo un piccolo pino nero tenace accanto ad una rupe grigia, ci ritorna sempre in mente che laggiù esso ha un fratello carnale più libero, più bello e più slanciato” (Andrić 2011: 104).
Alla base di questa metafora potrebbe risiedere l’orientamento jugoslavo dello scrittore. Come ha notato Šeatović, in seguito alla Prima guerra mondiale e alla formazione del Regno di Jugoslavia nel 1918, scrittori come Ivo Andrić e Miloš Crnjanski hanno “indirizzato parti della loro produzione verso l’Adriatico” (Šeatović 2018: 126). L’apertura verso l’Adriatico non va dunque letta come un ampliamento tematico, ma come una scelta ideologica e simbolica. È da questa posizione che diventa pensabile una figura come Dražeslav, il cui percorso non coincide con un semplice spostamento geografico, ma con una trasformazione dello sguardo e della coscienza.
Ad ogni modo, il contrasto tra opposti è una figura basilare nei racconti ragusei (Šimudvarac 2017: 303), come lo è, del resto, nell’intera produzione di Andrić, il quale “conceives of life as a constant struggle between the opposites in nature, especially in the human soul” (Mihailovich 1966: 176). Dopo il primo scritto, le differenze tra i due mondi che Dražeslav ha avuto modo di conoscere sono tali da far sembrare impossibile una loro conciliazione: “il ponte andriciano tra due entità e due spazi basati su stereotipi, pregiudizi, differenze e contrasti appare impossibile da costruire” (Šimudvarac 2017: 306). Dražeslav allora prende atto della sua nuova condizione, si rende conto di essere in bilico tra due mondi che riesce a comprendere entrambi ma rispetto ai quali si sente un estraneo; quella dello scriba diventa un’identità ibrida, di confine. Una personalità, insomma, tipicamente andriciana: basti pensare al personaggio di Mario Cologna in La cronaca di Travnik. Tale condizione trova una formulazione particolarmente densa in un celebre passo, che definisce l’uomo levantino come “nessuno e ognuno”, interprete eterno e mediatore sospeso tra mondi inconciliabili, abitante di una linea di confine spirituale e geografica condannata a un’inquietudine perpetua:
“[…] interpreti e mediatori eterni, che portano in sé tanta indeterminatezza e ambiguità; buoni conoscitori dell’Oriente e dell’Occidente e delle loro usanze e delle loro credenze […] Sono uomini di confine, spirituale e fisico, di quella linea nera e sanguinosa che, a causa di un grave e assurdo fraintendimento, è stata tracciata tra gli uomini, creature di Dio, tra le quali non dovrebbe e non deve esistere alcun confine. È il limite tra mare e terra, condannato a un movimento e a un’inquietudine eterni.” (Andrić 1982: 368-369)
Del resto, si trattava della condizione esistenziale dello stesso autore, “croato di origine e cattolico per fede, serbo per adozione e dimora, bosniaco per nascita e per la matrice stessa della sua opera, jugoslavo per sua propria determinazione e appartenenza” (Matvejević 2001: XVII).
Andrić, tuttavia, non si arrende all’apparente incompatibilità di due mondi che si presentano tra di loro contrapposti: per l’autore è sempre possibile costruire un ponte, come accade anche nei racconti del ciclo raguseo. Adottata la prospettiva dall’alto, lo scriba non solo si pone al di sopra del dualismo tra “noi” e “loro”, tra bosniaci e ragusei, tra terra e mare, ma, anzi, lo supera. Il ciclo raguseo mostra come l’opera di Andrić trovi proprio nella condizione di confine, e non nella sua risoluzione, uno dei suoi nuclei più fertili, facendo dell’instabilità identitaria non un limite, ma una chiave interpretativa decisiva. Dražeslav diventa egli stesso uno di quei ponti andriciani che uniscono l’Oriente e l’Occidente (Šimudvarac 2017: 308); un ponte che, come quello sulla Drina, non si lascia abbattere dalla vita che, “così, titubanti ed incoerenti, ci fuorvia, ci inebria e ci fa ricredere” (Andrić 2011: 105).
Il “ciclo raguseo”, che rappresenta una parte della produzione in prosa di Ivo Andrić spesso trascurata, riprende i temi classici dell’autore e li arricchisce con nuovi aspetti che risultano di particolare interesse se analizzati in relazione alla sua vita e alla sua opera. Il racconto Due scritti dello scrivano bosniaco Dražeslav ha un carattere lirico che lo avvicina ai versi e alle prose liriche della prima fase letteraria di Andrić e a un sostrato autobiografico rintracciabile a un livello più profondo della narrazione. Il motivo del viaggio, dell’abbandono del contesto nativo di appartenenza e la presentazione del tema del mare, inoltre, rendono il racconto Due scritti dello scrivano bosniaco Dražeslav molto attuale e capace di attirare l’attenzione di un pubblico moderno. I racconti del ciclo raguseo, così come le altre opere andriciane che trattano il tema del mare, ancora una volta confermano l’abilità di un autore dotato di una singolare sensibilità, oltre che artistica, umana.
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Apparato iconografico:
Immagine 1: https://www.nobelprize.org/prizes/literature/1961/andric/photo-gallery/.
Immagine 2: https://whc.unesco.org/en/list/95/gallery/.
[1] Si veda la sezione traduzioni del presente numero.
