Ivo Andrić testimone dell’ascesa del fascismo

Giulio Scremin

Abstract:

Ivo Andrić as Wintess of the Rise of Fascism

This paper analyses Ivo Andrić’s early reflections on Italian fascism during the “second season” of his life, when he served as a diplomat of the Kingdom of Serbs, Croats and Slovenes. Focusing on his stays in Italy between 1920 and 1923, it examines how his direct observation of the postwar crisis informed his understanding of fascism as both a political and psychological phenomenon. Drawing on the essays later collected in Rađanje fašizma (“The Birth of Fascism, the study highlights Andrić’s interpretation of Benito Mussolini as a leader shaped by mass expectations, as well as his analysis of the regime’s consolidation after the Matteotti assassination. The paper also addresses Andrić’s critique of fascist anti-intellectualism and cultural rhetoric. Ultimately, Andrić’s writings are presented as a historically grounded and still relevant warning about authoritarianism emerging from social and political crisis.


Coloro i quali, durante il Congresso fascista del 1921 a Roma, hanno visto i loro cortei, con le camicie nere e i teschi, i capelli scomposti e il passo da parata, attraversare le tranquille vie romane, hanno potuto leggervi l’origine e il futuro del fascismo. Ad eccezione di qualche professore entusiasta e barbuto e di alcuni figli di papà e studenti con gli occhiali, il resto erano i volti brutali e rozzi di tipi vissuti in provincia. Rapati, pallidi e lividi per il freddo, in una sorta di estasi rabbiosa portavano le loro bandierine e gridavano i loro motti caratteristici (‘Me ne frego!’, ‘Disperata’) agitando nell’aria i loro bastoni o i rozzi pezzi di ferro e piombo non temprati, evidentemente santificati da una lunga tradizione di risse. Era una sporca massa di facinorosi, pronta a uccidere perfino il proprio fratello.” (Andrić 2011: 11)

Esistono uomini le cui storie personali risultano talmente intrecciate con la grande Storia da poter essere suddivise in vere e proprie “stagioni”, scandite non solo da passaggi biografici individuali, ma anche da fratture epocali collettive. Seguendo la scansione biografica di Ivo Andrić proposta da Božidar Stanišić (2011), la fine della Prima guerra mondiale segna la conclusione della “prima stagione” della vita del futuro Premio Nobel jugoslavo: quella del giovane studente, attivista e patriota, formatosi in un contesto politico e culturale dominato dalle aspirazioni nazionali e dalle tensioni dell’Europa centro-balcanica. Con il 1918 si apre invece una “seconda stagione”, destinata a influenzare profondamente sia la sua esperienza umana sia la sua produzione intellettuale: quella del diplomatico.

Come accadde a molti scrittori e poeti della sua generazione e di quella immediatamente precedente, tra cui, limitandosi ai nomi più noti, Miloš Crnjanski, Milan Rakić e Jovan Dučić, anche Andrić viene arruolato dal neonato Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni nel corpo diplomatico e inviato in missione presso diverse sedi europee. Nel 1920 giunge a Roma come rappresentante del Regno presso la Santa Sede, rimanendovi fino al 1921. Il soggiorno romano costituisce per Andrić un osservatorio privilegiato su una fase storica di profonda trasformazione, in cui la sua vicenda personale si intreccia inevitabilmente con quella di un Paese attraversato da conflitti sociali e da una drammatica riconfigurazione del potere politico.

Sono gli anni della cosiddetta “reazione nera” al biennio rosso: dopo due anni di scioperi, mobilitazioni di massa e occupazioni delle fabbriche da parte del movimento operaio, il capitalismo italiano passa al contrattacco, affidandosi progressivamente alle squadre paramilitari di una nuova forza politica in rapida ascesa, il fascismo guidato dall’ex socialista Benito Mussolini. La carriera diplomatica di Andrić lo riporterà ancora in Italia, seppur per un periodo brevissimo, tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, a Trieste, quando Mussolini ha ormai conquistato il potere e avviato il processo di consolidamento del regime.

Una volta rientrato in patria dalle sue missioni, tra il 1923 e il 1926 Andrić elabora una serie di appunti, riflessioni e analisi dedicate a questo nuovo fenomeno politico e sociale che stava trasformando radicalmente l’Italia. Tali materiali confluiscono in articoli pubblicati su riviste letterarie jugoslave e costituiscono oggi una testimonianza di straordinario valore sui primi anni del fascismo. Raccolti da Božidar Stanišić e resi accessibili al pubblico italiano grazie alla traduzione di Dunja Badnjević e Manuela Orazi, questi testi sono stati pubblicati nel volume Sul Fascismo.

In questi saggi si apprezza già il talento ritrattistico di Andrić, quello che lo porterà a tratteggiare i protagonisti dei suoi romanzi e racconti. Il suo ritratto di Benito Mussolini (Benito Musolini, “Benito Mussolini”, 1923), l’artefice della “rivoluzione” fascista, ne è un esempio interessante. Nel momento in cui viene composto, sulla scrivania dello scrittore si trovano tre biografie del dittatore, a testimonianza del fatto che in quei mesi si era compiuta per il capo del fascismo la metamorfosi da persona a personaggio:

Accade in tutto il mondo che i personaggi importanti e i fatti comuni vengano deformati e ingigantiti negli articoli dei giornali e nelle teste calde di una provincia tediosa, che tanto amano attribuire ad altri quel che loro stessi non possiedono. In Italia questa sembra essere la regola: qui le persone e gli eventi spesso diventano leggende, ancor prima di entrare nella storia.

Con il sig. Benito Mussolini, anche se non del tutto, è la stessa cosa. Davanti a me ci sono le tre sue biografie, con fotografie impressionanti e i simboli evidenti di un’immortalità anticipata. Finché il sig. Mussolini era solo un giornalista povero e ambizioso, su di lui non c’erano biografie. Quanto si scrive oggi non è più biografico. In tutti questi scritti Benito Mussolini è come le masse italiane lo desiderano e come serve all’Italia. Davanti ai nostri occhi si sviluppa un vivido esempio di come un uomo sprofondi nella propria opera, perda le autentiche caratteristiche personali e diventi quel personaggio e quel significato che la gente e gli eventi presto gli conferiscono e i tempi ancora più rapidamente modificano.” (Andrić 2011: 17)

Come emerge chiaramente da queste righe, l’interesse di Andrić per Mussolini non è soltanto storico, ma anche profondamente umano e psicologico. Egli coglie con lucidità la traiettoria che conduce il leader fascista dalla militanza socialista rivoluzionaria alla progressiva metamorfosi in uomo capace di “sentire il richiamo delle masse” e di adattarsi alle loro aspettative, diventando ciò che esse desiderano e richiedono (Stanišić 2011: 94). In questa analisi si manifesta una delle qualità più rilevanti dello sguardo di Andrić: la capacità di leggere i fenomeni politici come processi complessi, in cui psicologia individuale, dinamiche collettive e contingenze storiche si influenzano reciprocamente.

I saggi Kriza fašizma – kriza Italije (“Crisi del fascismo – crisi dell’Italia”, 1925) e Stanje u Italiji (“La situazione in Italia”, 1925), che occupano una posizione centrale nella raccolta, si concentrano sulla fase successiva all’omicidio di Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924, e sulla crisi politica che ne derivò. Andrić analizza con grande acutezza il modo in cui il fascismo e il suo capo riescono a superare quel momento critico attraverso una progressiva “normalizzazione” della violenza e una sempre più stretta identificazione tra il Paese e il suo leader, fino alla sistematica eliminazione di ogni forma di opposizione.

Non a caso, il capitolo immediatamente successivo assume la forma di un necrologio, scritto in concomitanza con la notizia della morte, a seguito di pestaggio, di Giovanni Amendola, definito da Andrić “la guida spirituale dell’intera opposizione parlamentare”. Il ritratto di Amendola, Đovani Amendola (“Giovanni Amendola”, 1936) diventa così non solo un omaggio a una figura chiave del liberalismo italiano, ma anche una denuncia implicita del clima di violenza e repressione che caratterizza ormai la vita politica del Paese.

Un’altra caratteristica fondamentale del fascismo su cui Andrić concentra la propria attenzione è il suo marcato antintellettualismo. Emblematico, in questo senso, è l’episodio da lui riportato relativo al congresso fascista del 21 giugno 1925 a Roma, durante il quale Mussolini avrebbe dichiarato, tra gli applausi del pubblico, di non aver “mai letto una pagina di Benedetto Croce”. Tale affermazione diventa per Andrić il simbolo di una cultura politica che rifiuta il pensiero critico e la tradizione intellettuale in favore dell’azione, del mito e della semplificazione ideologica.

Andrić non risparmia infine le sue critiche a due veri e propri “monumenti” della cultura di destra dell’epoca. Nella raccolta sono incluse due recensioni dedicate rispettivamente a un’opera di guerra di Filippo Tommaso Marinetti e a un libro di Gabriele D’Annunzio. Del primo denuncia l’ipocrisia e la presunzione di chi celebra la guerra prima ancora di averne fatto esperienza diretta; del secondo, pur riconoscendo la straordinaria bellezza stilistica delle pagine, mette in luce la sostanziale vacuità del contenuto.

Completano il volume due saggi di periodi successivi dedicati alla memoria degli ebrei sefarditi di Sarajevo, il cui sterminio rappresenta una delle conseguenze più tragiche dei totalitarismi europei, e al quale il fascismo italiano contribuì in modo determinante. In questo modo, la riflessione di Andrić sul fascismo si estende oltre il contesto italiano, assumendo una dimensione etica e memoriale di più ampio respiro.

Nella postfazione all’edizione critica da cui sono tratti gli originali degli articoli della raccolta, Rađanje fašizma (“Nascita del fascismo”, 1995), Miroslav Karaulac – uno dei più autorevoli studiosi dell’opera di Andrić – ammonisce il lettore con una riflessione di inquietante attualità, ripresa anche da Stanišić (2011): in un’epoca di mutamenti rapidi, segnata da tensioni sociali, violenza e anti-intellettualismo, il fascismo si è manifestato in Italia nella sua forma storicamente originale, ma nulla esclude che possa riemergere altrove, ogniqualvolta una crisi politica e sociale apra lo spazio a dinamiche analoghe, pur declinate secondo variabili locali di nascita, sviluppo, fallimento e possibile recidiva.

 

 

Bibliografia:

Ivo Andrić, Sul Fascismo, Portogruaro, Nuovadimensione, 2011. Traduzione a cura di Dunja Badnjević.

Sitografia:

Osservatorio Balcani-Caucaso: Božidar Stanišić – Il fascismo secondo Ivo Andrić (2011):

https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/il-fascismo-secondo-ivo-andric/ (ultima consultazione: 07/01/2026).

Apparato iconografico:

Immagine 1: Copertina di Ivo Andrić, Sul Fascismo.

Immagine 2: Targa a Trieste testimoniante la permanenza di Ivo Andrić in città (foto di Marco Jakovljević)