Marco Jakovljević
Abstract:
Andrić and Balkanism: A Postcolonial Perspective on Ivo Andrić’s Legacy
The aim of this article is to analyse Ivo Andrić’s legacy through postcolonial lens, with particular attention to Maria Todorova’s theory on Balkanism. According to Todorova, Balkanism is characterized by a distorted representation of the Balkans, which are characterized by violent, primitive stereotypes that still today shape the imaginary and the narratives about the Balkans and the former Yugoslav area. Here it is argued that Ivo Andrić’s prose (primarily, for example, Travnička hronika, “Travnik Chronicles”, or Na Drini ćuprija, “The Bridge on the Drina”) actually and explicitly opposes an ante litteram Balkanism throughout history. While acknowledging the liminal position of the Balkans in the European context and the negative aspects of his people, the author challenges the alleged Western-European superiority and often focuses on the Bosnian people’s resistance to Balkanist alienation. Today, Balkanist explanations of Yugoslav-area ethnic conflicts persist, despite Andrić’s insistence on the region’s ethnic and religious plurality as a positive element rather than a divisive or negative one.
“«Lei non può capirci’ rispondeva il frate alle osservazioni del ‘giovane console».
«Mi sembra invece» ribatteva des Fossés «di essere riuscito, durante il mio breve soggiorno, a conoscere bene il suo paese e, al contrario di altri miei colleghi, ad apprezzarne sempre i valori nascosti. Ho anche cercato di capire le arretratezze e i difetti, che uno straniero nota subito e condanna con troppa facilità. Ma mi permetta di dire che molto spesso la posizione di voi frati mi resta incomprensibile.»
«Glielo ripeto, lei non può capirci.»” (Andrić 2001: 329)
Introduzione
Ivo Andrić è stato e rimane lo scrittore in lingua serbo-croata più d’impatto nel Novecento e, probabilmente, in tutta la storia della letteratura in tale lingua. Opere come Travnička hronika (“La Cronaca di Travnik”, 1945) o, prima tra tutte, Na Drini ćuprija (“Il Ponte sulla Drina”, 1945) racchiudono la complessità della storia e delle varie identità culturali che definiscono la Bosnia, ma anche buona parte del resto dello spazio ex-jugoslavo. La narrazione di Andrić ha il grande pregio, infatti, di saper mostrare come l’eredità delle dominazioni straniere, ottomana e austroungarica in primis, abbiano plasmato – e continuino a plasmare – l’identità culturale della regione a cui, comunemente e spesso in maniera esageratamente idealizzata, ci si riferisce col termine “Balcani”. I suoi testi sono, giustamente, considerati necessari per coloro che si avviano allo studio dei campi di studio già citati, ma anche – non a torto – per la comprensione in generale dell’“area balcanica”. Invero, nella produzione andriciana viene fornita un’autentica rappresentazione della storia, dei costumi e, in generale, della vita dei popoli della Bosnia. Il contributo letterario di Andrić, inoltre, incarna in modo significativo la tensione tra oriente e occidente, sottolineando la complessità del contesto Bosniaco, a metà tra quei due “mondi” (Cfr. Predović 1998).

Andrić era ben conscio della posizione liminale della Bosnia e dei Balcani nel mondo delle conquiste coloniali e dei grandi imperi. La Bosnia di Andrić è un crocevia dove si incontrano eserciti, governatori lì inviati da Vienna o dal Gran Visir di Istanbul, imam e sacerdoti, in cui i suoi abitanti lottano con la propria collocazione nel flusso della storia, tentando di resistere ad esso e all’ambivalenza che le differenti dominazioni si portano dietro. Tale ambivalenza si manifesta in molteplici modi, come ad esempio con il ponte de Il Ponte sulla Drina: esso è simbolo di connessione tra ortodossi e musulmani, ma anche di divisione tra di essi. Un altro esempio è la rappresentazione del conflitto nell’area balcanica: Andrić non evita certo di mostrare la presenza di conflitti interetnici o interconfessionali, né manca di riconoscere la complessità delle ragioni di tali conflitti, ma allo stesso tempo vuole fornire un’immagine finale positiva, secondo la quale i Balcani possono anche essere un luogo in cui la coabitazione può avere successo.
Andrić, balcanismo ed eredità
Quanto appena detto stona certamente con la tipica narrativa orientalizzante [perché dopo citi Todorova] che vuole i Balcani come una terra fondata sulla guerra, abitata da gente in perenne conflitto da secoli (Cfr. Todorova 2009). Andrić, infatti, non solo fornisce – pur non avendo la pretesa di risultare come uno storico – elementi interessanti per comprendere le sfaccettature che hanno caratterizzato (e caratterizzano) i conflitti, sanguinosi o meno, dello spazio ex-jugoslavo, permettendo al lettore di superare l’idea balcanista e orientalista espressa poc’anzi. Come sottolinea Todorova confrontandosi con Orientalismo di Said (1978), tali idee di origine occidentale rappresentano un modo per “dominare, ristrutturare e avere autorità [sull’oriente]” (Said 1978: 3, citato in Todorova 2009: 7). Tale discorso vale tanto per l’Oriente di Said, quanto per i Balcani di Todorova – e di Andrić. Inoltre, è necessario aggiungere come Todorova, a differenza di Said, che descrive un’immagine dell’Oriente plasmata dalla visione coloniale europeo-occidentale, parli dei Balcani come un luogo liminale all’interno del contesto europeo, come una periferia distorta, negativa e violenta. Il meccanismo di dominazione citato è allo stesso tempo causa e risultato di un mancato desiderio reale di comprensione della regione. È esattamente in questo caso che le opere di Andrić assumono il ruolo più importante. Oltre a quanto detto prima sul ruolo quasi didattico della narrativa dell’autore, in essa è da notare la resistenza dei personaggi al senso di alienazione, dovuta alle ingerenze o alle occupazioni straniere, ai discorsi e alla mentalità di stampo balcanista (nel caso delle opere di Andrić, si trattava di un balcanismo ante-litteram) dei personaggi europeo-occidentali.
Ne La Cronaca di Travnik non mancano riferimenti all’apparente selvaggeria della gente, soprattutto da parte dell’interprete D’Avenat (detto Davna):
“«E’ un popolo selvaggio, gente ignorante, odiano tutto quello che è straniero! Si comportano così con tutti. Meglio non prestarvi attenzione. È così che fa anche il visir. È il loro modo barbaro di fare. La prego, Eccellenza, prosegua!».” (Andrić 2001: 23)
Lo stesso console Daville, il protagonista principale del romanzo, pur trovando offensivo il linguaggio di Davna e pur dimostrando un desiderio di comprensione verso la gente di Travnik, esprime giudizi non diversi da quelli balcanisti criticati da Todorova:
“«Ho ascoltato questi uomini cantare e ho notato che nel loro canto si riflettono la stessa barbarie e la stessa rabbia insana che permea le espressioni del loro spirito e gli atteggiamenti e i movimenti del loro corpo. Ho letto, nei diari di viaggio di un francese, il quale più di cento anni fa ha attraversato queste regioni e questa gente, che il loro canto sembra più l’ululato di un cane che una melodia. Tuttavia, che il popolo bosniaco sia cambiato in peggio, o che quel buon vecchio francese abbia avuto una conoscenza non perfetta di queste terre, io trovo che nell’ululato dei cani ci sia molta meno perfidia e durezza d’animo che nel canto di questa gente quando è ubriaca o trascinata nel furore. Li ho visti, mentre cantavano, roteare gli occhi, digrignare i denti e battere i pugni sui muri, sia quando sono eccitati dalla grappa sia quando sono semplicemente spinti da un improvviso bisogno di urlare, offendere e distruggere. Sono così arrivato alla conclusione che ciò non ha nulla a che fare con la musica e col canto così come vengono intesi dagli altri popoli, ma rappresenta solo un modo di esprimere le proprie passioni nascoste e i propri desideri selvaggi che, nonostante tutta l’intemperanza del loro linguaggio e dei loro costumi, non possono manifestarsi compiutamente, perché la natura stessa non lo permette. […]».” (ibid.: 133-134)
Andrić non fa segreto delle impressioni “esterne” circa le genti di Bosnia, né, durante la narrazione, nega la presenza di una effettiva mancanza di fiducia da parte di esse verso gli europei, ma con l’andare avanti della storia è chiaro come la diffidenza degli autoctoni sia giustificata dall’atteggiamento di superiorità dei conquistatori di turno e dal percorso travagliato della storia locale. Inoltre, l’apparente superiorità degli europeo-occidentali viene meno quando questi si dimostrano incapaci di comprendere e di piegare realmente la popolazione del posto, la quale, come sottolinea la citazione che apre questo contributo, non manca di ricordare loro quanto sia complicato e sfaccettato il contesto bosniaco e balcanico.

Andrić non nasconde nemmeno la ciclicità dei conflitti in area balcanica (Lamçja 2021), ma, come già detto, ne mostra le cause, evitando semplificazioni, e fornisce possibili risvolti positivi. La letteratura andriciana diventa quindi, possibilmente, un veicolo di resistenza all’idea della persona balcanica intrinsecamente selvaggia e dedita alla guerra, fornendo e incentivando spiegazioni razionali e storicamente fondate. Per fare un esempio, la rappresentazione letteraria della storia moderna e contemporanea della Bosnia e dei Balcani occidentali di Andrić sottolinea l’importanza della memoria storica nelle dinamiche riguardanti i conflitti interetnici, fornendo numerosi esempi riguardanti fatti storici e traumi collettivi nazionali che possono aver causato determinate mentalità o tensioni. L’opposizione binaria tipicamente coloniale tra le varie confessioni, inoltre, viene sfidata da Andrić, il quale fa delle differenze religiose o etniche un punto di forza dei Balcani, liberando, almeno sul piano letterario, la sua gente dalle imposizioni della retorica europeo-occidentale.
Ad oggi permangono, volontariamente o meno, visioni ed interpretazioni balcaniste del contesto ex-jugoslavo. L’immagine dei Balcani come luogo disordinato, talvolta selvaggio, deturpato da guerre e inimicizie non è del tutto scomparsa. Le idee di Daville e degli altri europei che Andrić descriveva ne La Cronaca di Travnik continuano ad essere proposte e a risultare attraenti per coloro che si approcciano senza impegno al contesto balcanico in generale. La stessa produzione andriciana viene fraintesa e usata per generalizzazioni o per romanticizzare quell’area e i conflitti che la caratterizzano, quando lo stesso Andrić criticava sottilmente simili approcci. Ad esempio, in Vento di terra – Istria e Fiume: viaggio tra i Balcani e il Mediterraneo (Il Piccolo, 1994) di Paolo Rumiz, il racconto Trup (“Il tronco”) di Ivo Andrić – in cui un visir turco, dopo aver sterminato un’intera famiglia, tranne una donna, viene mutilato da quest’ultima – viene definito “profetico” per quanto riguarda le guerre di Croazia e Bosnia negli anni Novanta (Rumiz 1994: 51). Come fa giustamente notare Nino Raspudić (2010), Rumiz nell’opera citata insiste particolarmente sul carattere violento e sulla “cultura bellica” (ibid.: 53) dei Balcani. Ivo Andrić, in tal caso, è una conferma della visione romanticizzata, generalizzata e assolutamente balcanista dell’autore sui Balcani guerrieri, esotici, quasi selvaggi. In altre parole, lo stesso Andrić diviene vittima, talvolta, di interpretazioni di stampo balcanista. È d’uopo, infine, ricordare come Andrić sottolinei l’importanza di comprendere veramente la Bosnia e i Balcani, evitando di immaginarli – per tornare al titolo dell’importante testo di Maria Todorova Imagining the Balkans (“Immaginando i Balcani”, prima edizione 1997) – e di alimentare i fraintendimenti e le strumentalizzazioni.
Bibliografia:
Dhurata Lamçja, “Cultural Balkanism: Ivo Andrić and Niko Kazanzakis Vis-à-Vis with Kadare”, in European Journal of Social Science Education and Research, Vol. 8, No. 2, 2021.
Ivo Andrić, La Cronaca di Travnik – Il tempo dei consoli, Milano, Einaudi, 2001. Traduzione di Dunja Badnjević.
Jelena Predović, “The interaction of different cultures in the literary works of Ivo Andrić”, in Balcanica, Vol. 29, 1998, pp. 339-353.
Maria Todorova, Imagining the Balkans, Oxford, Oxford University Press, 2009.
Nino Raspudić, “Orientalismo e dilettantismo nella saggistica italiana sulla guerra nella Ex-Jugoslavia”, in Le memorie difficili: ricordo e oblio dopo le guerre in Jugoslavia, a cura di Giuliana Parotto, Trieste, Beit, 2010.
Paolo Rumiz, Venti di terra – Istria e Fiume: viaggio tra i Balcani e il Mediterraneo, Trieste, Il Piccolo, 1994.
Apparato iconografico:
