Enrico Davanzo
Abstract:
Fear in Ivo Andrić’s Writings
This article analyses the role of fear in Ivo Andrić’s writings, considering it as a central and transversal emotion in his biographical experiences and narrative works. In depicting his native Bosnia in different historical eras and social contexts, Andrić presents fear as a universal experience capable of erasing social, religious, and political differences. The ambiguous and transitory relationship with power – experienced by the author throughout his long career as a diplomat –emerges as a key thematic thread in his works, revealing the frailty of human beings in the face of violence and the uncertainties of history. This underscores the writer’s deep understanding of the human soul, universally recognised by his awarding of the Nobel Prize for Literature in 1961.
Introduzione
Non c’è dubbio che lo scrittore bosniaco Ivo Andrić (1892-1975) sia tuttora fra gli esponenti più noti e significativi delle letterature legate alla cosiddetta area “ex jugoslava”. Lo suggeriscono in particolare svariate opere letterarie e progetti multimediali incentrati sulle sue complesse vicende biografiche, che negli ultimi decenni sono state al centro di numerose polemiche e strumentalizzazioni politiche (dovute perlopiù ai movimenti nazionalisti che hanno monopolizzato la scena pubblica con la disgregazione della federazione socialista jugoslava e i conflitti degli anni Novanta). Tra questi contributi rientra anche un breve componimento poetico allegato al romanzo Psi na jezeru (“Cani al lago”, 2010) dello scrittore e poeta croato-bosniaco Miljenko Jergović, semplicemente intitolato Andrić e attribuito a uno dei protagonisti del libro, il poeta in coma Nano Mazuth. La poesia descrive il colloquio tra uno scrittore – probabile alter ego di Andrić – e un sovrano noto come “il padiscià” (titolo solitamente riservato ai sultani ottomani):
“Voi riflettete molto sulle persone, disse il padiscià
allo scrittore che temeva la sua stessa ombra, così v’ho chiamato
per chiedervi: chi, in questo cupo paese,
in questa sperduta kasaba1 alla fine del mondo, è degno di fede?”(Jergović 2013: 313)
La scena descritta sembra richiamare gli stretti e controversi rapporti che Andrić, nel corso della sua lunga carriera come scrittore e diplomatico, intrattenne con svariate figure di potere (simboleggiate dal padiscià) in Jugoslavia e non solo, sia durante la monarchia interbellica che sotto il regime socialista di Josip Broz Tito. In particolare, il fatto che l’alter ego di Andrić venga descritto come “impaurito dalla sua stessa ombra” pare ricollegarsi a quelle testimonianze che descrivono l’autore come estremamente riservato, cauto e introverso fino all’ossessività (Martens 2020: 111, 191). Questi atteggiamenti potrebbero essere ricondotti alla timorosa prudenza sviluppata da Andrić durante tali frequentazioni e a ridosso dei violenti rivolgimenti politici ed eventi storici di cui egli si trovò a essere testimone o, in certi casi, addirittura protagonista. Il breve componimento di Jergović si propone quindi di accostare certi episodi della biografia andriciana alla presenza ricorrente della paura nella sua produzione, dove tale sentimento sembra rappresentare da una parte le conseguenze del potere sull’esistenza dei singoli individui, e dall’altra la solidità delle credenze folkloriche bosniache che ispirarono costantemente la sua opera. Per maggior chiarezza, sarà ora necessario riassumere brevemente la vita e le paure – grandi e piccole – di Ivan “Ivo” Andrić, tuttora ricordato nell’area linguistica BCMS (bosniaca-croata-montenegrina-serba) semplicemente come il nobelovac, cioè il “vincitore del premio Nobel” (conferitogli nel 1961), come suggerisce il titolo dell’omonima serie biografica recentemente trasmessa dalla tv pubblica serba RTS (Ratković 2024).
Il “nobelovac” che temeva la sua stessa ombra
Innanzitutto, è significativo notare come Andrić abbia descritto in un appunto personale la sua infanzia, trascorsa nella cittadina bosniaca di Višegrad – dove in seguito ambientò il suo romanzo più noto, Il ponte sulla Drina (1945) – come dominata da un senso generale di paura:
“La paura mi tormentava. Paura di quello che raccontavano i vecchi, che io non capivo e dietro cui intuivo ostacoli ignoti, problemi irrisolti e irrisolvibili. Paura dell’ombra che la lampada a petrolio proiettava sul soffitto, paura del buio fitto e della luce fioca. E quella stessa paura m’incitava a sottrarmi al sonno e al letto, a vegliare, a temere, ma anche a vivere nella speranza che alla mia paura avrei trovato rimedio, e che ne avrei visto la fine […].” (Martens 2020: 31)
Queste sensazioni potrebbero essere ricondotte ai traumi infantili del futuro scrittore; già in tenera età egli aveva vissuto la morte del padre per tubercolosi e la separazione dalla madre che, non potendo tenerlo con sé mentre lavorava in una fabbrica di tappeti a Sarajevo, lo aveva affidato alle cure degli zii Ana e Antun Matković (Martens 2020: 27). Risulta rilevante il fatto che in questo appunto Andrić collegasse tale sentimento alla percezione di forze superiori e incontrastabili, alle quali sentiva di poter opporre soltanto una vaga speranza e l’attesa di tempi migliori; più precisamente, dei tempi in cui le cose che gli apparivano spaventose avrebbero smesso di sembrargli tali. Queste osservazioni sembrano preconizzare il complesso rapporto dell’autore con il potere e l’autorità in età adulta, oltre che l’influenza del racconto popolare sulla sua scrittura. La paura che Andrić descriverà nelle sue opere sembra infatti essere quella del debole verso il forte, del bambino verso l’adulto, dell’individuo verso il sistema e le sue norme, del singolo verso la moltitudine e le sue convinzioni, spesso radicate nella narrazione folklorica. Inoltre, alcuni protagonisti delle opere più mature dello scrittore appaiono spaventati dalla transitorietà del potere e dai rivolgimenti improvvisi che spesso caratterizzano la Storia umana; a tali paure si contrappongono proprio la durevolezza e il sincretismo delle credenze popolari bosniache, che nei secoli hanno permesso ai locali di conservare la propria identità sotto l’occupazione turca e austro-ungarica (Hawkesworth 1984: 38-39), indicando così ai personaggi un modello di stabilità, oltre che un rapporto più rassicurante con la realtà. Si può parzialmente identificare tale visione nel racconto Knjiga (“Il libro”, 1946) – incentrato sulle angosce di un ragazzino che danneggia un volume della biblioteca scolastica e teme la conseguente punizione da parte di un irascibile professore – dove Andrić individuò un legame indissolubile fra i timori dell’infanzia e le forze che governano la collettività:
“Si tratta della paura infantile, che – a seconda di come sia stato il primo contatto di un bambino con la società e le sue leggi – negli anni successivi, […] svanisce, oppure, al contrario, gli rimane dentro, cresce assieme a lui, gli riempie, gli schiaccia e gli distrugge l’anima.” (Andrić 2012: 73)
Questo sentimento, da adulto, lo avrebbe spinto istintivamente a riconoscere e ingraziarsi gli individui che di volta in volta sembravano incarnare tali forze, con l’ovvio proposito di favorire la propria carriera e – nei momenti più drammatici – di garantirsi la mera sopravvivenza. Di fatto, giunto nel 1919 a Belgrado – significativamente descritta come buia e spaventosa per via delle devastazioni causate dalla Grande Guerra (Martens 2020: 75) – Andrić intraprese la professione diplomatica con il sostegno del ministro Tugomir Alaupović (1870-1958), di cui era stato allievo al liceo di Sarajevo, venendo inviato in Vaticano e poi a Bucarest, Trieste, Marsiglia, Parigi, Madrid, Bruxelles; successivamente appoggiò la dittatura instaurata nel 1929 da re Alessandro I Karađorđević (1888-1934) col pretesto di aumentare la coesione fra le diverse etnie nel regno jugoslavo, e in seguito fu vicino all’autoritario primo ministro Milan Stojadinović (1888-1961), grazie alla cui influenza divenne ambasciatore a Berlino nel 1939 (Martens 2020: 105, 113-116). In tale veste, incontrò di persona Hitler; anni dopo rievocò quel colloquio descrivendo l’angoscia che aveva sperimentato alla vigilia, e la strana impressione che gli avevano lasciato le manine fredde e umidicce del dittatore (Martens 2020: 124). In questa ricostruzione, accostando la paura instillata dal potere assoluto alla percezione della fragilità di chi lo esercita, Andrić pareva esprimere la propria consapevolezza del carattere finito e transitorio della gloria umana. Del resto, egli aveva già assistito alla caduta dei suoi vari benefattori – Alessandro I era stato assassinato nel 1934, Stojadinović era stato esautorato cinque anni più tardi – e nel 1941 fu testimone del crollo del regno jugoslavo, invaso e smembrato in una serie di protettorati dalle forze dell’Asse. Tornato a Belgrado, l’autore trascorse gran parte della guerra in un appartamento, dove si estraniò dall’atmosfera di terrore che regnava in città scrivendo i suoi tre grandi romanzi Travnička hronika (“La cronaca di Travnik”), Na Drini ćuprija (“Il ponte sulla Drina”) e Gospođica (“La signorina”), tutti pubblicati nel 1945; tale atteggiamento, unito al suo rifiuto di sostenere pubblicamente il governo collaborazionista serbo, fu interpretato positivamente dai partigiani di Tito e lo protesse dalle sanguinose rappresaglie postbelliche nei confronti di collaborazionisti (veri e presunti) ed esponenti del regime monarchico. La sua adesione al nuovo corso socialista gli permise di far passare in sordina i suoi trascorsi – grazie all’intercessione del potente ministro Milovan Đilas, poi caduto in disgrazia, fece sparire le foto ufficiali che lo ritraevano in compagnia di Hitler (Martens 2020: 147) – e di consolidare la propria posizione di prestigio fra gli scrittori jugoslavi, facilitando così la sua futura candidatura al Nobel. Contemporaneamente, ciò gli attirò accuse clandestine di opportunismo e la sincera antipatia di numerosi ex protettori e amici invisi al nuovo regime, che aveva accuratamente evitato di difendere (Martens 2020: 190). Perfino durante questa nuova e definitiva ascesa, alcuni conoscenti intimi continuavano a notare in Andrić un costante senso d’insicurezza e timore, al quale avrebbero attribuito anche la sua decisione di sposarsi tardi: convolò a nozze soltanto nel 1958, a sessantasei anni, con la costumista Milica Babić, vedova dell’amico diplomatico Nenad Jovanović (Hawkesworth 1984: 29). Sulle cause di questa paura si potrebbero avanzare diverse ipotesi. Forse Andrić temeva che il passato sarebbe tornato a perseguitarlo, nonostante le sue nuove amicizie; inoltre, era consapevole di trovarsi pur sempre in una posizione precaria, alla mercé della nomenklatura comunista, con le sue faide interne e le sue mutevoli ubbie ideologico-culturali. Magari a tormentarlo era il rimorso per i vecchi amici traditi, emarginati o costretti all’esilio, che ora diffondevano voci non proprio lusinghiere sulla sua levatura morale e le sue origini familiari (Martens 2020: 22-23); oppure, molto più semplicemente, quel timore non era che il lascito duraturo della sua infanzia cupa e solitaria.
Quali che fossero le ragioni biografiche di tale sentimento, esso influenzò senz’altro quella particolare Weltanschauung che egli espresse nella maggior parte delle sue opere, proiettandola sul microcosmo della storia locale. Il mondo descritto da Andrić risulta infatti plasmato da autorità brutali e impietose – identificabili con le diverse entità imperiali che assoggettarono la natìa Bosnia – spesso in conflitto fra loro, ai cui voleri il singolo individuo, terrorizzato e conscio della propria inferiorità, non può che sottomettersi. Tuttavia, il fatto che tali autorità siano a propria volta soggette alle leggi immutabili del tempo e della decadenza suggerisce la presenza di un equilibrio universale, nell’ambito del quale il singolo impara ad accettare con serenità i propri limiti e a trasformare la sua paura in speranza, anche guardando alla summenzionata stabilità del folklore locale. Di tale visione si possono trovare esempi diversi e assai eloquenti in due dei principali romanzi dello scrittore già menzionati, ovvero La cronaca di Travnik e Il ponte sulla Drina.

I timori di Daville ne “La cronaca di Travnik”
Concepito durante il soggiorno di Andrić nel 1926 a Parigi – dove ebbe modo di visionare i rapporti di Pierre David, console francese in Bosnia tra il 1806 e il 1814 (Martens 2020: 100) – il romanzo si concentra sulle vicende del personaggio fittizio Jean Daville, diplomatico inviato da Napoleone presso l’eponima città bosniaca (all’epoca capoluogo amministrativo della regione) per sondare le intenzioni ottomane in merito a una possibile alleanza antirussa. Daville, che in gioventù ha visto crollare la monarchia e la repubblica, vive nella segreta paura che la stella dell’imperatore possa offuscarsi e che le incessanti avventure militari bonapartiste finiranno per sfociare in una disgrazia collettiva, dalla quale nessuno uscirà indenne. Questi timori, incomprensibili al giovane collaboratore des Fossés, risultano amplificati dal suo arrivo nella periferica Bosnia, scossa dalle insurrezioni di inizio Ottocento nella vicina Serbia. Daville, descritto dai colleghi più anziani come “pauroso, introverso e terribilmente diffidente” (Andrić 2021: 64), si trova a patire la lontananza dalla famiglia e il sospetto dei locali, che nella sua comparsa vedono un elemento di disturbo nella vita di tutti i giorni e l’irruzione di tempi “nuovi” e sgraditi:
“Così, nascondendo anche a se stesso questi stati d’animo laceranti e complessi, Daville era giunto a Travnik per assumere le funzioni di console; e tutto quello che ora viveva qui non poteva né ridargli coraggio né tranquillizzarlo, ma solo renderlo più inquieto e turbato.” (Andrić 2021: 61-62)
A spaventare il console, in particolare, è l’atmosfera di minaccia e intrigo che circonda il konak, cioè la residenza dei governatori ottomani, i quali, durante la sua lunga permanenza, ottengono o perdono il loro incarico in base all’esito della spietata lotta fra le diverse fazioni che comandano l’impero a Istanbul. Ciò conferma al diplomatico che nessuna autorità è eterna e che gli imprevedibili rivolgimenti della sorte non risparmiano nessuno, neppure i potenti. A questo si aggiunge la consapevolezza del fatto che l’incedere della Storia è determinato dalla violenza cieca e spregiudicata – simboleggiata dalla macabra esposizione nel konak degli arti mozzati ai ribelli serbi giustiziati, e dai tumulti popolari che scuotono periodicamente Travnik – dinnanzi alla quale egli si sente inerme. Tuttavia, osservando l’atteggiamento placidamente fatalista e rassegnato dei bosniaci, nel corso degli anni Daville finisce per accettare passivamente gli eventi storici e il proprio ruolo marginale in essi, liberandosi così delle paure iniziali. Quando i suoi timori sulla sconfitta di Napoleone sembrano infine avverarsi nel 1814, egli si prepara con tranquillità e semplicità a tornare a Parigi, sentendosi inaspettatamente forte e sicuro di sé:
“Ma ora che, dopo la disfatta e la caduta dell’imperatore, si preparava a lasciare tutto […] sentiva tornare in sé una forza e una volontà che in quegli ultimi sette anni non aveva più conosciuto. Le preoccupazioni e le necessità erano più grandi di prima, ma stranamente non lo spaventavano com’era avvenuto sinora, anzi, […] si identificavano e si mescolavano con la corrente della vita.” (Andrić 2021: 446-447)
La Bosnia e i suoi abitanti, in qualche modo, trasformano Daville in una persona diversa, capace di accettare umilmente l’esistenza, senza più farsi opprimere dal potere e dalle inquietudini che lo accompagnano. In ciò si può ovviamente scorgere un riflesso delle esperienze biografiche di Andrić, che con Daville condivise le angosce del lavoro diplomatico e accettò con pari rassegnazione il crollo della monarchia jugoslava e la transizione al socialismo. Tuttavia, il fatto che La cronaca di Travnik contrapponga alle paure di Daville la serafica acquiescenza con cui i bosniaci – sicuri delle proprie inscalfibili tradizioni e convinzioni – si rapportano al flusso della Storia, suggerisce un collegamento con il successivo Il ponte sulla Drina, dove il sentimento della paura si ricollega sia al già discusso tema dell’autorità che alla saldezza delle tradizioni locali nel corso del tempo.
Abid-aga e il fantasma dell’arabo ne “Il ponte sulla Drina”
Il ponte sulla Drina ricostruisce la storia della cittadina di Višegrad a partire dal XVI secolo, quando il visir Mehmed-pascià Sokolović (1505-1579), originario del posto, ordinò di erigere un ponte di pietra a undici archi sul fiume Drina che attraversa l’abitato e segna il confine naturale tra Bosnia e Serbia. Sul ponte si svolge la vita quotidiana degli abitanti, che tramandano dicerie e leggende sulla sua costruzione, reinventando e trasformando la realtà storica in miti collettivi da tramandare alle nuove generazioni, nei quali la comunità cittadina trova i propri fondamenti morali. Ciò permette alla gente del posto di mantenersi unita nei momenti di crisi, rappresentati in particolare dalle periodiche alluvioni e dalla brutalità degli amministratori ottomani. Tra questi si distingue Abid-aga, incaricato di sovrintendere alla costruzione del ponte – che gli abitanti serbi, istigati dal contadino Radovan, si ostinano a sabotare per opporsi alla dominazione turca – e noto per la sua crudeltà, che egli sfoga in particolare sul capo delle guardie, originario della città montenegrina di Pljevlja: “Se entro tre giorni i sabotaggi ai lavori non cesseranno, se non acciufferai il colpevole […] ti impalerò vivo sull’impalcatura più alta, così che tutti possano vederti e, guardandoti, impazzire di paura” (Andrić 2016: 38). L’uomo di Pljevlja, terrorizzato e incattivito da queste minacce, risulta schiacciato e oppresso dallo stesso sistema di potere di cui fa parte, in maniera non dissimile da Daville nel romanzo precedente; quando infine riesce a catturare e far impalare Radisav, i suoi nervi cedono ed egli viene portato via mentre urla il nome di Abid-aga, che in seguito viene licenziato dal visir per essersi intascato buona parte dei soldi stanziati per il ponte (Andrić 2016: 66, 69). In questo episodio il tema della paura enfatizza gli effetti deleteri del potere sulla psiche di chi si trova a esercitarlo, ribadendo il carattere transitorio di ogni posizione d’autorità. Tuttavia, nel corso del romanzo tale sentimento viene impiegato soprattutto per descrivere la forza delle tradizioni a cui si aggrappano i bosniaci, e di cui sono simbolo le leggende che circolano sul ponte. Dopo l’esecuzione di Radisav la costruzione viene ultimata, ma verso la fine dei lavori l’aiutante del costruttore mastro Antonije, noto come l’Arabo, resta ucciso dal crollo di un masso di pietra. Da allora si vocifera che il suo spirito continui ad albergare nell’intercapedine sotto il pilastro centrale del ponte, e le varie generazioni dei bambini di Višegrad si sfidano a intravederlo per gioco, fingendo di spaventarsi, per poi rincontrarlo nei loro incubi notturni:
“Così fissano questa larga e tenebrosa cavità rabbrividendo per la paura e la curiosità, finché a qualche bambino un po’ fragile non sembra che l’apertura inizi a oscillare […] o finché qualcun altro, sfrontato e in vena di scherzi […], non si mette a gridare «L’Arabo!». […] Durante la notte, molti di loro lottano in sogno contro l’Arabo del ponte, […] finché le madri non li liberano dall’incubo.” (Andrić 2016: 8-9)
La concretezza che lo spauracchio dell’Arabo sembra assumere nei giochi e nei sogni dei bambini suggerisce dunque la persistenza delle credenze locali, impermeabili all’avvicendamento delle dominazioni straniere nei secoli. Tali paurose dicerie continuano infatti a essere tramandate anche quando nel 1878 l’impero asburgico occupa la Bosnia – per poi annetterla definitivamente nel 1908 – introducendo nuove consuetudini e usanze che inizialmente suscitano nella gente del posto una reazione di spavento e rifiuto. Il portavoce di tali sentimenti è il vecchio religioso Ali-hodža Mutevelić, restio ad accettare qualsiasi novità; in particolare, egli si oppone al fatto che gli austro-ungarici minino il ponte alla vigilia della Prima guerra mondiale, interpretando tale gesto come uno sfregio alla storia locale e un presagio di future disgrazie, legate al vuoto morale che egli avverte nel carattere freddo e calcolatore della civiltà asburgica. I suoi timori si avverano quando, durante il conflitto, il ponte viene fatto saltare in aria; assistere a tale evento gli procura un infarto letale. Tuttavia, gli ultimi istanti di vita di Ali-hodža sono parzialmente rasserenati dal pensiero che, anche se il ponte è stato distrutto, prima o poi si torneranno a costruire “opere destinate a durare e far sì che il mondo sia più bello e l’uomo vi possa vivere più facilmente e meglio” (Andrić 2001: 435).
Conclusione
Dunque, nel rappresentare la paura come sentimento costante e pervasivo, Ivo Andrić elabora una particolare prospettiva che trascende la dimensione del mero racconto storico. La paura diventa, nelle sue opere, una chiave interpretativa fondamentale per comprendere il comportamento umano di fronte alla violenza, al potere e all’incertezza del destino. Attraverso personaggi appartenenti a epoche e contesti diversi, Andrić mostra come tale sentimento annulli le distinzioni sociali, religiose e politiche, rivelando una fragilità condivisa che accomuna tutti gli uomini. Il potere, spesso percepito come assoluto e minaccioso, si rivela in realtà instabile e transitorio, incapace di sottrarsi alla stessa paura che domina coloro che ne sono soggetti. In questo intreccio tra Storia e interiorità, la Bosnia natìa di Andrić si configura come uno spazio simbolico, teatro di tensioni irrisolte e di continui rovesciamenti di forza. La lucidità con cui lo scrittore indaga tali dinamiche testimonia la sua profonda conoscenza dell’animo umano. In tal senso, risulta particolarmente significativa la conclusione della poesia dedicatagli da Miljenko Jergović e citata nell’introduzione a questo contributo:
“Tutti e nessuno, disse, dopo che il sovrano ebbe detto il suo […]
Come, chiese, preso dall’angoscia di non capire le parole di colui
Che tanto rifletteva sulle persone. Così, alzò le spalle lo scrittore
E la paura mortale da lui passò all’illustre padiscià.” (Jergović 2013: 313)
Bibliografia:
Abdulah Škaljić, Turcizmi u srpskohrvatskom jeziku, Sarajevo, Svjetlost, 1966.
Celia Hawkesworth, Ivo Andrić: Bridge Between Est and West, London and Dover N. H., London, The Athlone Press, 1984.
Ivo Andrić, La cronaca di Travnik. Il tempo dei consoli, Milano, Mondadori, 2021. Traduzione in italiano di Dunja Badnjević.
Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina, Milano, Mondadori, 2016. Traduzione in italiano di Dunja Badnjević.
Ivo Andrić, Litigando con il mondo, Rovereto, Zandonai, 2012. Traduzione in italiano di Alice Parmeggiani.
Miljenko Jergović, Psi na jezeru i izabrane pjesme Nane Mazutha, Beograd, Rende, 2013. [La traduzione in italiano dei brani tratti da quest’opera è stata realizzata per l’occasione da me, E. D.].
Michael Martens, U požaru svetova. Ivo Andrić – jedan evropski život, Beograd, Laguna, 2020. Traduzione in serbo di Valeria Fröhlich. [La traduzione in italiano dei brani tratti da quest’opera è stata realizzata per l’occasione da me, E. D.].
Sitografia:
Marija Ratković, “Počinje emitovanje serije „Nobelovac“: Autor scenarija Ivan Velisavljević za Journal otkriva sve detalje priče o Ivi Andriću”, in: Journal, 05/10/2024, https://www.journal.rs/kultura/film-pozoriste-i-tv/nobelovac-ivan-velisavljevic-za-journal/ (ultima consultazione: 07/01/2026).
Apparato iconografico
Immagine 1: Immagine realizzata dall’autore del testo.
