“Il primo giorno nella città felice. (La lettera di un nostro amico dall’Italia)” di Ivo Andrić

Traduzione a cura di Marijana Puljić

Abstract:

“The First Day in the Happy City. (A Letter by our Friend from Italy)” by Ivo Andrić

Here translated into Italian the short story Prvi dan u radosnom gradu (Pismo našeg prijatelja iz Italije), published for the first time in 1926. Andrić’s stay in Italy during the 1920s left a clear and profound mark not only on writer’s personality but also, to a large extent, on his work, becoming part of his artistic prose. In this short story, an anonymous protagonist, who irresistibly resembles his author, experiences radiant days in the Italian capital. Characterised by an excited tone, made up of short, hymnal sentences, and written in the form of a letter to a friend from Italy, the story takes the form of a sort of travel essay on the peculiarities of the Italian mentality.


L’originale del testo tradotto si trova in: Ivo Andrić, Priče, Beograd, Laguna, 2017, pp. 141-143.

 

Amici miei, voi ricordate. E ricordate anche quella città, e la nostra vita in essa, voi soli la conoscete davvero; non avrebbe alcun senso parlarne a chiunque altro.

Non ho mai amato il Sud; ora lo odio. La natura stessa ha punito i paesi meridionali e i loro abitanti, condannandoli a un digiuno eterno, a mangiare per tutta la vita soltanto insalata e pesce, e per di più tutto nell’ olio, e ha assegnato loro paesaggi grigiastri di cipressi lugubri che portano un frutto amaro e minuto, oppure di arance pretenziose e fiori meridionali che non profumano e non rallegrano. È ovvio un mondo che vive a un regime così esile sia pieno di pregiudizi e cada facilmente in fraintendimenti: nell’ idea che alla vita, così com’è, si possa aggiungere o togliere qualcosa. Ed è per questo che molti di loro trascorrono l’intera esistenza in mansioni sterili e lotte amare, tutte con prospettive impossibili verso una qualche eternità e imperituro splendore.

E che cosa resta a me, che, tornato dal Nord, sono diventato straniero perfino nella mia terra natale? Ricordare, e scrivervi questa lunga lettera. (Le persone felici e soddisfatte non scrivono affatto, o scrivono pochissimo.)

Chiudo gli occhi e vedo la città felice. Sparsa nella pianura, sembrava infinita, lambiva le colline e respingeva lontano le foreste. Così, vista dall’alto, non somigliava nemmeno a una città, ma a una coltura incantata, a un campo allegro. Era la città felice. Cosparsa di energia, tutta fatta di linee che si spezzavano, si piegavano, volavano. Un’architettura lieta e calda, senza ridicole pretese di eternità, con finali inattesi, piena di arguzie e di bruschi passaggi che sembravano valanghe di risate fragorose, che non smettevano mai di riecheggiare. Tutto in lei parlava, cantava, rideva, oppure taceva sorridendo. Non so esattamente quando anche me avesse preso quell’ebbrezza, né credo che mi lascerà mai del tutto. Tutto risaliva a quel primo giorno d’inverno in cui arrivai.

Sessanta chilometri prima della città stessa, in una qualche stazione, ragazzi vestiti di bianco vendevano focaccine calde e unte, quasi le regalavano. E il respiro tiepido e fragrante che diffondevano nel mattino era tale che già faceva presagire l’abbondanza e la serena gioia della città. Poi l’entrata. Strade e botteghe piene di luci, ma nessuna ferma. Lo sguardo veniva abbagliato dallo scintillio. Automobili con un solo occhio ammiccavano e brontolavano. Sulle carrozze, cocchieri alti e sorridenti, imbottiti come bambole, in panno e pelliccia. Il ghiaccio fine, come scintille, schizzava sotto gli zoccoli e spruzzava, per gioco, sul viso.

“O-o-o-o-o!”

“Ma dove te ne vai?”

“Tieni la sinistra.”

“A sinistra, a sinistra, ti prego!”

“A sinistraaaa…”

Anche qui i cocchieri litigavano, come ovunque nel mondo, ma ridendo.

A sinistra e a destra, come a un’esposizione americana, scorrevano fulminei i negozi e le grandi vetrine sgargianti. Balenava una gioielleria, poi ondeggiava e si restringeva, si mescolavano brillanti, orologi, oro e cristalli, poi si trasformavano in delizie: sfrecciavano banane, formaggi nello stagnolo, pesci secchi di grandezza biblica e bottiglie sottili; poi tutto passava a una vetrina di stoffe dai colori accesi, piume e ninnoli luccicanti che acquistavano e perdevano senso sulla silhouette femminile, e poi a un’altra con libri e carte di tutto il mondo. E tutto questo in pochi secondi.

Appare l’hotel.

Una scalinata illuminata, ovattata, calda. Accorse il personale, cortese in modo sincere, un po’, piacevole, quasi familiarmente sorridente. I bagagli entrarono da soli. Un ampio ascensore rosso, come presagio di una stanza confortevole, stava già per chiudersi quando un ragazzo lo fermò di colpo. Entrò una giovane donna, stringendo al petto la sua pelliccia come se portasse il figlio prediletto.

L’ascensore arrivò senza rumore. I piani scorrevano come superfici di luce lattiginosa. La giovinezza e il suo desiderio irresistibile non hanno bisogno di un pretesto particolare per iniziare una conversazione. Il pretesto lo fornì il ragazzo dell’ascensore, dalle guance paffute e dal naso all’insù. (Che non fosse lui, pensai successivamente, quel dio dell’amore che gli antichi dipingevano così spesso nelle sembianze di un fanciullo.) Le nostre stanze erano sullo stesso piano. Separandoci nel corridoio, le dissi che la sua apparizione mi aveva tanto confuso che, da straniero quale ero, avrei potuto anche sbagliare numero di stanza.

“Non direi. Guardandola, mi sembra che lei non possa sbagliare in nessun caso.”

I complimenti reciproci e non eccessivi sono le ali di ogni azione amorosa; hanno sempre un loro senso, non hanno bisogno di contenuto.

Scomparve dietro la porta della sua stanza, stringendo intorno al viso la pelliccia, tutta sorridente.

Un’ora dopo, ero seduto in quella stessa stanza.

Era seduta su un divano scuro, in un abito color colomba, e sgranocchiando cioccolato, parlava. Figlia di un impiegato delle poste di provincia; quattro ore di regionale veloce. Veniva ogni tanto nella capitale dai parenti. Questa volta aveva deciso di alloggiare nell’albergo più grande, per vedere cosa ci si provasse, e se le capitava qualcosa. Che vuoi farci? Ecco, non parlava granché bene il francese, ma aveva talento per le lingue straniere. Moriva dalla voglia di viaggiare. Soprattutto le sarebbe piaciuto vedere l’Italia meridionale e l’Africa del Nord. Suo zio, che nella loro cittadina aveva una piccola banca, la amava moltissimo; e se certe azioni, di navigazione o qualcosa del genere, fossero salite, le aveva promesso di portarla a Parigi. Dio onnipotente, facessi solo che quelle azioni, di cui lei non conosceva nemmeno il nome, salissero presto e di molto. Perché per lei era terribile vivere così, senza conoscere il mondo foresto.

Era uno di quei tesori nascosti a cui, con ogni probabilità, pensano i sociologi quando scrivono delle possibilità latenti, dei beni, delle forze e delle bellezze che la provincia può offrire alle grandi città. Si trattava di quella bellezza rara di provincia e un po’ aspra che solo il caso ci concede e che poi ricordiamo a lungo. Era una donna che arrivava proprio da una piccola città e che aveva già oltrepassato la sua convenzione provinciale senza averne ancora appresa una nuova, metropolitana, e perciò si concedeva con più facilità e più in fretta di una provinciale, ma in misura maggiore e migliore di una donna del gran mondo.

Era un momento raro nella vita di una donna, e che dura pochissimo. Quel momento stava scorrendo davanti a me. Io sedevo su una piccola e scomoda sedia di velluto azzurro, e lei sul divano. Mi interrogava con quella particolare calma che ha ogni donna perfetta, fosse anche una bestia nel bosco.

Com’era nelle grandi città? Gioco? Suono? Canto? Tutti gli uomini del Sud cantano. Avevo visto sovrani e principi? Attrici e cantanti d’opera? Avevo assistito alla creazione di film? Qual era la differenza tra Roma e Parigi? E Londra? Aveva tirato le gambe sul divano e stava così, con le mani raccolte in grembo, guardandomi come un bambino rapito. Voleva che le parlassi solo di eventi solenni, di celebri personalità. Non appena nel discorso toccavo il lavoro, la lotta, la penuria o qualunque disarmonia, mi interrompeva.

“Che bisogno c’è di lottare? Anche da noi in città c’è un club così. Mio padre ci va con gli altri impiegati e commercianti; dice che si scambiano idee. Povera gente! E quando, una o due volte l’anno, ci organizzano il ballo, non riescono nemmeno a lucidare il parquet come si deve…”

E all’improvviso perdeva l’atteggiamento del bambino assorto e il suo volto assumeva un’espressione inattesa. I capelli si animavano in fruste irrequiete, gli occhi si stringevano un poco e prendevano una luce decisa, le mani si aprivano, il profilo si accentuava.

“Io sistemerei tutto in modo diverso…”

E guardandola così trasformata, ero davvero incline a credere che, almeno per un’ora, sarebbe stata capace di fermare e placare tutte le preoccupazioni e i conflitti del mondo e di instaurare un suo ordine.

E nel tempo che trascorsi nella sua stanza – impossibile da quantificare perché quel tempo non si misura con l’orologio – lei cambiò più volte, in modo prodigioso, atteggiamento e aspetto, mostrandomisi in espressioni e forme inattese. Era forse una donna saggia delle fiabe d’Oriente, o una povera ragazza che incontri al crepuscolo e che con voce tremante ti chiede dove sia una certa strada?

Non seppi fare differenza. Fu la prima lezione che mi diede la capitale felice di una terra felice. So soltanto che a un certo punto si alzò, come una regina che fa segno che l’udienza è terminata.

Quando il giorno dopo la cercai nella sua stanza, era già partita.

Ed ecco, ho riempito fino in fondo, fitto fitto, tutta questa enorme lettera, e non sono riuscito a descrivere nemmeno un solo giorno, e per giunta in modo scarno e pallido. E dov’è l’intero anno che ho passato con voi, amici miei, nella città felice? È in me. E mentre percorro queste strade strette, sempre un po’ umide e buie, costruite non per la vita, ma perché lungo di esse scorra un tempo torbido, io ricordo ogni giorno e ogni notte trascorsi nella città felice, perché di tutto al mondo è la gioia che più a lungo ci sostiene e meglio ci rinvigorisce».

Così ci scriveva, subito dopo la sua partenza, il nostro amico dall’Italia, e la lettera passò di mano in mano tra noi.

 

Apparato iconografico:

Immagine 1: https://www.ivoandric.org.rs/биографија