Giulio Scremin
Abstract:
The Poet of Humanity and Liberty: Ivo Andrić on Adam Mickiewicz
In this paper, we propose a translation Ivo Andrić’s portrayal of Adam Mickiewicz contained in Prevodilačka sveska(“Translation notebook”), a collection of essays on translation, literature, and authors. The Polish bard is portrayed as a “poet of humanity and freedom,” a universal figure whose poetry transcends historical and political boundaries. The translation is introduced by a focus on the formative influence of Polish culture on the young Andrić during his studies at the Jagiellonian University in 1914.
Dopo essersi diplomato al liceo a Sarajevo nel 1912, essersi immatricolato nello stesso anno alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Zagabria e, nel 1913, essersi trasferito a Vienna per approfondire, nel terzo semestre dei suoi studi, la storia degli Stati e dei popoli dei Balcani, all’inizio del 1914, durante il quarto semestre universitario, il giovane Ivo Andrić si sposta a Cracovia. All’epoca Sarajevo, Zagabria, Vienna e Cracovia appartenevano alla stessa entità statale: non era dunque insolito iniziare gli studi in una città e proseguirli o concluderli in un’altra. A Cracovia Andrić si iscrive all’Università Jagiellonica, dove approfondisce gli studi storici ed entra in contatto con la lingua e la letteratura polacca.
A Cracovia e all’Università Jagiellonica Andrić scopre qualcosa di “indistruttibilmente bello, forte ed eccitante”: i suoi insegnanti sono tra i più illustri scrittori, linguisti e polonisti del periodo; i polacchi lo colpiscono a tal punto da definirli ”il popolo più acculturato del mondo” (Ajres 2011).
Uno dei polacchi che senza dubbio colpiscono maggiormente il giovane futuro premio Nobel jugoslavo è Adam Mickiewicz. Con ogni probabilità, durante la sua vita da “fuori sede”, Andrić avrà spesso rivolto lo sguardo verso il monumento in bronzo del poeta, eretto nel 1898 nel Rynek Główny, la piazza del mercato centrale di Cracovia; più volte avrà visitato la sua tomba nelle cripte della cattedrale del Wawel, dove Mickiewicz riposa accanto ai re e ad altri illustri protagonisti della storia polacca.
La fascinazione di Andrić per Mickiewicz non è difficile da comprendere: sebbene vissuti in secoli diversi e in condizioni storiche differenti, entrambi furono cantori di nazioni prive di Stato e occupate da potenze straniere; entrambi seppero raccontare al mondo la storia delle proprie nazioni attraverso versi e prose di straordinaria forza espressiva. Nel testo dedicato a Mickiewicz contenuto in Prevodilačka sveska (“Quaderno di traduzione”), probabilmente concepito come discorso per un evento pubblico in occasione del centesimo anniversario della morte del poeta, Andrić definisce il bardo polacco come appartenente a quel genere di poeti che «risplendono nei loro popoli come luce perenne e rappresentano il legame più bello tra il loro popolo e gli altri popoli del mondo».
Alla domanda sul perché Mickiewicz, poeta profondamente polacco, dovesse essere celebrato anche in Jugoslavia, Andrić avrebbe potuto offrire molte risposte, riassumibili nella definizione di “poeta della libertà e dell’umanità”. Proprio per la sua attenzione verso questi valori universali, la poesia di Mickiewicz rappresenterebbe, secondo Andrić, non solo la nazione polacca, ma anche quella jugoslava (o le nazioni jugoslave) e, più in generale, l’intera umanità. Nel testo si sottolinea come l’obiettivo comune, “programmatico”, il vero manifesto della poetica di Mickiewicz sin dalla giovinezza, sia stato «la felicità di tutte le persone».
Come ricorda nei suoi Scritti da Cracovia (“Pismo iz Krakova”, 1914), Andrić si sarebbe trattenuto volentieri all’Università Jagiellonica fino al termine dei suoi studi, se verso la fine di giugno del 1914, nella sua Sarajevo, l’azione di un altro bosniaco non avesse dato avvio alla catastrofe della storia. Andrić tornerà a calcare i corridoi e le aule dell’ateneo nel 1964, quando, in occasione del seicentesimo anniversario della fondazione dell’università, gli verrà conferito il dottorato honoris causa.
L’originale del testo tradotto si trova in: Ivo Andrić Prevodilačka Sveska (Quaderno di traduzione) ć, a cura di Jasmina Nešković, Novi Sad, Svetovi, 1994, pp.131-133.

Adam Mickiewicz
Esattamente cento anni fa, oggi, moriva a Costantinopoli il poeta Adam Mickiewicz. La sua morte, all’epoca, non riguardava soltanto la letteratura, il popolo e la nazione polacca, in patria e in esilio, ma l’intera vita spirituale dell’Europa. Ed ecco che, a distanza di cento anni, quella data conserva ancora un grande significato, non solo per i polacchi, ma per il mondo intero. Oggi, infatti, il nome di Mickiewicz, nel mondo colto, riunisce non solo poeti, scrittori e storici della letteratura, ma anche una moltitudine di persone che amano la poesia e sono in grado di apprezzare la lotta per la libertà.
La spiegazione di ciò non va cercata lontano, essa risiede nella forza poetica dell’opera di Mickiewicz, nella sua personalità e nella sua grandezza morale. Si tratta di un’opera poetica che può essere letta e interpretata da prospettive diverse in epoche differenti, ma che non può affievolirsi né scomparire. Essa vive, in Polonia come nel mondo.
Due anni fa un autore polacco scrisse che Mickiewicz non è rimasto rigido e pietrificato su un piedistallo di marmo e che “il tempo non ha raffreddato l’ardore delle sue parole né ha disarmato la verità della sua opera rivoluzionaria”. Un poeta francese, traduttore di Mickiewicz, ha recentemente scelto come motto delle sue traduzioni queste parole: “Non accetto il fatto che Mickiewicz sia morto cento anni fa. Negli ultimi mesi ho incontrato il poeta ovunque”.
Mickiewicz è stato, e rimane, l’incarnazione del grande poeta che ha dedicato la propria vita alla sua opera, e dunque agli altri. Ha reso un tributo sincero tanto alle grandi verità quanto alle illusioni effimere della sua epoca e, dopo aver combattuto contro tutte le correnti e le vicissitudini del suo tempo, ha dato vita a un’opera poetica pura e luminosa, destinata a risplendere nei secoli. Appartiene a quel genere di poeti che, in determinati periodi storici, sono stati capaci di mostrare al mondo il proprio popolo e la sua vita. Tali poeti risplendono nei loro popoli come luce perenne e rappresentano il legame più bello tra il loro popolo e gli altri popoli del mondo.
Questa è la spiegazione, se mai ce ne fosse bisogno, del perché il mondo continui ancora oggi a celebrare Mickiewicz non come un semplice nome storico, ma come una forza viva che perdura e opera tra le genti.
E c’è forse bisogno di spiegare perché noi jugoslavi lo celebriamo, non solo qui a Belgrado, ma in egual misura in tutto il Paese e in tutti i nostri centri culturali?
Tra le cento ragioni che potrebbero essere citate, vorrei sottolinearne soltanto una. Mickiewicz è, senza dubbio e in modo particolare, vicino al nostro popolo come poeta della libertà e dell’umanità.
Mickiewicz ha messo la parte migliore della sua opera, così come della sua vita e della sua morte, al servizio della libertà, e non solo di quella del suo popolo. Fu lui che, durante la rivoluzione del 1848, sentì battere i cuori «sotto i cappotti operai della folla parigina». Il grande Puškin, suo compagno di gioventù, scrisse su di lui questi versi:
“Spesso
parlava di tempi futuri
in cui le nazioni, dimenticate le loro dispute,
si sarebbero unite in un’unica grande famiglia”.
In tutta l’opera di Mickiewicz spira l’idea di umanità. Fin dalla prima giovinezza, i suoi versi insistono sul fatto che l’obiettivo comune debba essere «la felicità di tutte le persone».
Più o meno nello stesso periodo in cui il nostro più grande poeta, nella sua petrosa Cetinje, in circostanze diverse ma altrettanto difficili, cercava nella sua opera di risolvere la questione dell’uomo e delle relazioni umane (“Che cos’è l’uomo? Deve essere uomo”), Mickiewicz esprimeva il suo pensiero:
“Chi nella sua vita non è mai stato uomo,
nessun uomo potrà mai aiutare…”.
Mickiewicz ricercava questa idea di libertà e umanità in tutte le manifestazioni dello spirito umano, anche nella nostra poesia popolare.
Ma di tutto questo, di Mickiewicz e della sua opera, sentirete parlare meglio e più approfonditamente tra poco.
A nome del Comitato per la Celebrazione di Mickiewicz, dichiaro aperta questa accademia, con la quale rendiamo omaggio alla memoria del grande poeta del popolo polacco, un popolo al quale siamo, e dobbiamo essere, legati da molti vincoli, nel passato come nel presente.
Bibliografia:
Jasna Babac, Ivo Andrić scrittore e diplomatico umanista di nazionalità – Ivo Andrić, pisac i diplomata, umanista po nacionalnosti, in: AA.VV., Ivo Andrić scrittore e diplomatico europeo – Ivo Andrić evropski pisac i diplomata, Trieste, Comunicarte edizioni, 2010.
Alessandro Ajres, “Ivo Andrić a Cracovia”, Impossibilia, 2, 2011, p. 177-191.
Apparato iconografico:
Immagine 1: Il monumento ad Adam Mickiewicz nel Rynek Główny di Cracovia, fotografia di Giulio Scremin (29/11/2025)
