Due annotazioni dello scrivano bosniaco Dražeslav

Traduzione a cura di Giovanna La Gala

 

Abstract

Two Annotations of the Bosnian Scribe Dražeslav

This contribution presents the Italian translation of the short story Dva zapisa bosanskog pisara Dražeslava by Ivo Andrić, originally published in 1963. The short story, structured as two reflective notes written in the first person, explores the experience of displacement, the encounter between inland Bosnia and the Adriatic coast, and the symbolic power of the sea as a transformative force. Through the figure of the medieval Bosnian scribe Dražeslav, Andrić reflects on identity, estrangement, and the tension between belonging and detachment. The lyrical tone and introspective voice distinguish this text within Andrić’s prose production. The translation aims to preserve the rhythm, semantic nuances, and stylistic complexity of the original, while rendering its cultural and historical references accessible to an Italian readership.


L’ originale del testo tradotto si trova in: Ivo Andrić, Dva zapisa bosanskog pisara Dražeslava, in Andrićeva biblioteka, Knjiga 2, a cura di Aleksandra Vraneš, Andrićgrad, Andrićev institut, 2017, pp. 98-105.

 

I

Mi pare di conoscere bene questi ragusei, nobili e commercianti, monaci e naviganti, e persino la gente comune. In questi quindici anni, sono sceso sei volte nella loro città, come scrivano, con i nostri negoziatori, e vi ho trascorso periodi a volte brevi e a volte più lunghi. Li ascolto come parlano, li osservo come appaiono, come si muovono, cerco di insinuarmi nei loro pensieri, nell’origine delle loro leggi, abitudini e pregiudizi. E devo pensare ininterrottamente a loro, come se fossi pagato per questo e solo per questo fossi venuto qui. Ciò mi rovina molto piacere e amareggia molti momenti.

Sono una specie di anfibi. Vivendo di generazione in generazione sulla terraferma e sul mare, sia il loro modo di pensare, sia la loro parlata, sia tutto quello che creano e fanno per sé e intorno a sé, tutto è diventato duplice, con due sensi e due facce. Sanno fare di tutto. Nuotano e si immergono, corrono e si arrampicano sugli alberi; soltanto che non volano; respirano con i polmoni, ma anche con le branchie; quando serve, non respirano affatto; si trasformano in tutto e si chiamano con ogni nome, e tuttavia riescono a rimanere ciò che sono. Sanno far fronte a tutto. (I nostri signori fanno una bella sudata quando negoziano con loro!) In ogni occasione e in ogni situazione sanno cosa serve. Quando li guardi, ogni cosa in loro e intorno a loro è potente e forte, ordinata e bella, eppure in qualche modo vacillante, inafferrabile e incomprensibile. Si comportano secondo leggi ferree e regole consacrate, tutto per loro è previsto e fissato e, ciononostante, vivono come in un sogno. Si comportano come se dovessero durare in eterno e non conoscono la stabilità. La cosa più stabile di tutte che hanno è il valore oscillante del loro denaro. Così com’è, esso è più solido delle mura della città; per lui vivono, su di lui levitano, con lui soltanto non inganneranno mai e non possono essere ingannati. (Così richiedono le antiche leggi mercantili e finanziarie!) Anche il sole a volte si oscura, ma il perpero in tasca è sempre il perpero. Esso per loro è stabilità e unità di misura della stabilità di tutte le cose e le relazioni.

Tutto il resto da loro è tale da poter sia essere che non essere. Tutto a parole si può cambiare, cancellare dalla vita e riportare nuovamente in vita. La stabilità si consolida con le leggi e queste loro leggi sono costantemente al servizio dell’adattamento alla realtà mutevole. E la mutevolezza è il principio di questa vita su due elementi, sulla terra e sull’acqua. E mentre il tuo negoziatore raguseo cerca di persuaderti di qualcosa, non sai mai se parla dalla terraferma o dal mare. Non so se egli stesso lo sappia con certezza. Penso di no. Mentre siedi con lui su una panca di pietra, accanto al muro solido del suo palazzo, e stai negoziando, tutto a un tratto ti sembra che inavvertitamente vi siate messi in mare e che stiate già navigando, e ciò significa che tu stai remando e che egli sta timoneggiando verso una rotta che solo lui conosce. Ti porta dove vuole. E non appena ti sei imbarcato con lui, ti sei sentito subito perso e impotente. Ti è chiaro che siete giunti in un terreno infido, sul quale probabilmente tutto finirà bene e come si deve, ma sul quale, allo stesso modo, nulla è impossibile né escluso, e ogni danno può essere solo a carico tuo. E tutto questo senza violenza, con buone maniere e per legge.

Le loro navi sono in legno e manovrabili, ma ognuna, anche la più piccola di esse, porta con sé nel mondo qualcosa della forza e della solidità dei palazzi e delle rocce nelle quali sono interrati. Così essi resistono e se la cavano nella vita. Con un piede sulla sua terraferma, con l’altro sulla sua nave, questa città con poco sforzo prende sempre di più il largo. Questo, all’inizio della sua storia, doveva sembrare pericoloso e incredibile, ma poi si è visto che si può vivere anche così, a lungo e bene. A lungo? Sì. Bene? No. Di bene, qui, a dire il vero, non ce n’è molto. In effetti, sono ricchi e famosi, a modo loro anche prestigiosi e fieri del loro prestigio, ma che vale se tutto questo lo hanno dovuto pagare troppo caro? Per resistere e per poter essere quello che sono, e che pensano di essere, hanno dovuto guadagnare, e questo velocemente e ininterrottamente, così come respiravano. Sanno di tutto e hanno di tutto, ma tutto questo, prima o poi, è dovuto servire a guadagnare. Quello è diventato la loro seconda natura. Pensare per loro vuol dire pensare al guadagno (o alla perdita, fa lo stesso). E questo pensiero col tempo si è insinuato nei loro desideri e modi più reconditi, nei loro amori e odi, nei loro sogni e nelle loro preghiere. E adesso non si raccapezzano bene loro stessi nei propri pensieri né nei sentimenti, non sanno quando sono astuti e avidi e quando no, e non possono essere più generosi né giusti nemmeno quando ne hanno bisogno e quando lo vorrebbero davvero.

A questo bisogna aggiungere un’eccessiva parsimonia che, lo ammetto, è inscindibile dal loro stile di vita e indispensabile, ma che si è trasformata velocemente in un’avarizia malsana. E qui già ora quasi non c’è una mente aperta, né una mano tesa, né una parola libera, se non per eccezione, e a breve non ci sarà più nemmeno un pensiero disinteressato.  A loro sta accadendo quello che è sempre accaduto in tali circostanze, in tutte le città e repubbliche costiere: che molti di loro ottengono ciò che desideravano e perdono sé stessi. Questa loro bramosia è cresciuta così tanto più di loro che, alla fine, il loro desiderio di guadagno ha guadagnato loro, insieme a tutto quello che hanno guadagnato a caro prezzo.

Così io li guardo e così li vedo, mentre vivo qui in mezzo a loro.

 

II

 

Lasciare le regioni montuose native e scendere sul mare ci appaiono, in un primo momento, cose eccezionali in effetti, perché non lo fanno in molti, ma tuttavia naturali e non particolarmente difficili né pericolose. La verità è che la maggior parte della nostra gente vive e muore qui dove è stata concepita e dove è nata, ma nemmeno viaggiare è un prodigio inaudito. Viaggiare non vuol dire essere un mostro, o peggio: essere perso o morto. No. E tuttavia, i pericoli sono maggiori e i cambiamenti più difficili di quanto prevediamo quando lasciamo la regione nativa e la cambiamo con un’altra, in cui è tutto diverso, e anche più di quanto ci sembri in un primo momento.

Chi resta a vivere e trascorre la vita nel paese natio e nel contesto di appartenenza, a quello si deposita una particolare pellicola protettiva sulla vita, la riveste e la ricopre di strati e del colore del tempo in cui vive insieme a coloro a cui è legato dal sangue. E la partenza per un altro paese, con contesti diversi, ci mette a nudo, ci riporta al disorientamento della giovinezza, al tempo delle prime esperienze: senza ringiovanirci davvero, allunga e arricchisce la nostra vita; accresce la nostra agilità fisica e spirituale e consuma più velocemente la nostra forza. In ognuno di questi cambiamenti c’è qualcosa di bello, ma di innaturale e rischioso.

Scendere sul mare è un’avventura più grande di quanto pensiamo nella nostra spensieratezza. In un primo momento ci sembra che non sia cambiato molto. Qualcosina intorno a noi, ma quasi nulla dentro di noi. La vegetazione della nostra regione ci ha accompagnati fino a poca distanza dalla costa del mare; lì, a dire il vero, essa cambia, ma la terra e la pietra restano le stesse. A questo bisogna soltanto aggiungere ancora il mare, una grande quantità di acqua salata, con pesci insoliti sotto la superficie liscia o agitata. E questo è tutto.

Ma non è così. Presto noi iniziamo a notare dei cambiamenti su di noi e dentro di noi. Il cerchio dei nostri interessi si fa più ampio, ma anche meno definito e certo. Faccia a faccia con quello specchio azzurro che è costantemente davanti a noi, noi iniziamo a comportarci sia con noi stessi che con gli altri in modo più solenne e meno distaccato. La vastità ci seduce. Sentiamo il bisogno di cambiare anche nel parlato qualche termine o la lunghezza di qualche sillaba, adeguandoci al nuovo ritmo del linguaggio intorno a noi. Molto probabilmente sia nella nostra andatura sia nei movimenti si può notare qualche novità. Nel nostro modo di pensare entra una certa chiarezza e serenità, gli affari li intraprendiamo con più calma e ci sembra di condurli in modo più facile e veloce. Ma anche quando li svolgiamo come si deve, resta in noi un disagio ad indicarci che la cosa non è stata conclusa fino in fondo, che il retroterra continentale che abbiamo lasciato dietro di noi vuole ancora qualcosa da noi. E questa sensazione di debito e obblighi, che si accumulano, nei confronti della terraferma tradita si deposita in noi e si trasforma, col tempo, in malinconia costante.

Nemmeno il nostro modo di riposare e dormire è più lo stesso, come neanche la natura dei nostri sogni. Gli elementi del mare, che introduciamo costantemente in noi con il cibo, le bevande e la respirazione, ci cambiano come una casa in cui dalla cantina alla soffitta si faccia una grande pulizia e una lenta trasformazione, incomprensibile, ma costante. Quando restiamo soli con noi stessi, ci pare strano e siamo confusi, come in compagnia di uno straniero indesiderato. Verso sera, quando per un istante ci giriamo verso le catene montuose che sono arrossate del sole occidentale e dietro le quali c’è la Bosnia, si fa sentire una lieve paura sotto forma di domande: Dove siamo capitati?  Dove ci porta tutto questo? Il timore che, forse anche inavvertitamente, ci siamo già imbarcati su queste loro navi che sono loro più care della terraferma, che con questa gente, che è come se non avesse radici, anche senza saperlo già stiamo navigando secondo leggi sconosciute verso destinazioni ignote. Rimprovero e pentimento. Il pensiero che ci siamo trattenuti troppo a lungo, che bisogna tornare lì da dove siamo venuti e che di tutte queste imprese e cambiamenti bisognerà rendere conto a qualcuno. A chi? In che modo? Questo, naturalmente, non lo sappiamo, ma sentiamo l’ansia. Ogni istante, ci chiediamo di nuovo se questo può davvero essere e rimanere così, tutto facile e semplice, bello e libero, e senza conseguenze, responsabilità e conti da rendere lassù, secondo qualche criterio e principio della terraferma nativa. L’assenza di preoccupazioni e difficoltà inizia a preoccuparci e a pesarci. Sempre più spesso pensiamo all’inevitabile ritorno e ci sembra sempre più difficile realizzarlo, e in lontananza già si intravede il giorno in cui il ritorno potrebbe diventare impossibile e rimanere per noi solo insopportabile e riprovevole a pensarci.

È naturale che noi, conclusi gli affari, torniamo nel nostro paese, dai nostri cari. Ma lì non troviamo pace né soddisfazione. Al contrario. Dentro di noi inizia una nuova resa dei conti, solo nella direzione opposta. In realtà, essa è già iniziata nella prima locanda in mezzo alle montagne, al ritorno. E ora non ci resta che qui, a casa nostra, guarire, in modo invisibile ma vero, dal nostro lungo soggiorno nella regione dall’inverno mite e dalle grandi distese d’acqua salata, dalle abitudini più leggere e dalle forme più belle, come da un peccato inesplicabile. Qui ora abbiamo incessantemente davanti agli occhi l’altra faccia di quella frustrazione che ci tormentava mentre eravamo al mare. Adesso ci sembra costantemente di aver dimenticato qualcosa lì sulla costa calda, di aver avuto e poi perso un insolito regalo di una qualche felicità futura. Tutto ci dà l’impressione che saremmo potuti diventare qualcos’altro (e questo altro è più bello e più perfetto!), che, come in un sogno, per qualche istante lo siamo stati veramente, ma che ci siamo svegliati e, ecco, ritrovati di nuovo sotto il vecchio e austero cielo natio dal colore della quotidianità, con un sole fiacco che ha sempre fretta. E quando vediamo un piccolo pino nero tenace accanto ad una rupe grigia, ci ritorna sempre in mente che laggiù esso ha un fratello carnale più libero, più bello e più slanciato. Anche quando pronunciamo o sentiamo una parola, noi in quel momento pensiamo spesso che essa si pronuncia, anche lì, proprio così com’è, eppure più forbita e diversa, più lieta e facile per colui che la pronuncia e più chiara e piacevole per colui che l’ascolta. La differenza sta solo nel colore o nella lunghezza di una vocale, ma in quella vocale c’è tutta la bellezza delle regioni costiere viste una volta e lo sfarzo perduto del mondo costiero. Sia gli incontri sia i contatti con la nostra gente bosniaca suscitano in noi confronti imbarazzanti. Spesso ci sembra che dalle loro parole e movenze da montanari sgorghino l’oscurità dei boschi e il tedio delle montagne. Pesantezza e rigore in tutto, e non capisci a che scopo né perché, quando è evidente che si può vivere anche in modo più facile e più semplice e più spensierato. Inizi a giudicare in modo più mite e più giusto gli abitanti del litorale e il loro modo di vivere, e il prezzo che pagano per questa vita non ti sembra più troppo alto; più care e più faticose ti sembrano l’incapacità e la rigidità intorno a te. Le loro maniere adesso, nel ricordo, non ti sembrano più né mostruose né ripugnanti, e all’improvviso senti il desiderio di inspirare di nuovo l’alito delle acque salate e di vedere le regioni aperte e addomesticate senza segreti sinistri e minacce all’orizzonte, di vedere ancora una volta gli oggetti artistici piccoli e fragili che non servono a nulla fuorché al piacere degli occhi e che non sono così superflui e inutili come in un primo momento potrebbe sembrare al nostro occhio montanaro. E accade, sia in sogno o da sveglio, che quel mondo costiero che una volta ti parve un gioco ridicolo e peccaminoso, talvolta spunti davanti a te, e lo faccia all’improvviso, e ti spinga tutto di nascosto ma con forza perché anche tu giochi un po’ a quel gioco, dovessi pure dopo biasimare di nuovo loro e te stesso.

Così, mentre guardi la brughiera bosniaca grigia, estenuante, aneli il Sud e ti penti per i tuoi giudizi avventati e sbagliati sul mare e sugli abitanti del litorale. E, ecco, adesso sei un po’, e dolorosamente, straniero nella tua terra natia, a causa della quale, laggiù, nelle regioni sotto il cielo più mite, ti sentivi in egual misura un estraneo isolato.

Così la vita, titubanti ed incoerenti, ci fuorvia, ci inebria e ci fa ricredere. Così la terraferma e il mare ci consegnano l’una all’altro, e ci sgretolano e ci consumano e ci levigano, senza un fine e un senso visibile.

Apparato iconografico:

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