Quando il manicomio diventa Stato e specchio della Storia: “Lusitania” di Dejan Atanacković

Federica Florio

 

Nel leggere il nome Lusitania è pressoché impossibile non ricollegarlo alla nave che il 7 maggio 1915, a un anno dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, venne affondata da un U-boot tedesco al largo delle coste irlandesi. Il terribile episodio, che costò la vita a un migliaio di persone, contribuì a ridefinire gli equilibri politici e l’opinione pubblica internazionale, causando inoltre un notevole incremento del sentimento antitedesco nella popolazione americana e spingendo gli Stati Uniti a partecipare al conflitto bellico. Nonostante la potente risonanza simbolica, l’intento dell’autore va ben oltre la ricostruzione dell’affondamento del transatlantico.

Pubblicato in Serbia nel 2017, Lusitania (“Luzitanija”, 2017), primo romanzo di Dejan Atanacković che gli è valso il premio NIN, è approdato nelle librerie italiane grazie alla traduzione dal serbo di Valentina Marconi, traduttrice e ricercatrice presso la Zoological Society of London. L’opera è stata pubblicata lo scorso ottobre da Bottega Errante Edizioni e fa parte della collana Estensioni.

Link al libro: https://www.bottegaerranteedizioni.it/product-tag/lusitania/


Come l’autore fa presente nelle prime righe della postfazione, Lusitania inizialmente non era destinato a diventare un romanzo. Atanacković è innanzitutto artista visivo e curatore, e la genesi dell’opera risale a una serie di appunti in vista di una mostra dedicata alla Prima Guerra Mondiale in una galleria belgradese. Tale frammentarietà, resa ancor più evidente da un alternarsi di registri e documenti diversi, molti dei quali immaginari o derivanti da testimonianze rielaborate e manipolate, è ben visibile nella trama del romanzo, che segue le vicende di personaggi diversi che si intersecano e interagiscono tra di loro in un walzer di sparizioni e ritrovamenti, esperienze oniriche ed eventi storicamente accurati.

Colonna portante del romanzo è senz’altro l’ospedale psichiatrico di Belgrado diretto dal dottor Stojimirović, che esegue sui propri pazienti cure ben diverse da quelle comunemente adottate all’inizio del ventesimo secolo: nella “Casa del senno perduto” sono banditi i terribili metodi terapeutici adottati solitamente nei manicomi, come immersioni nell’acqua gelida e strategie varie di contenimento fisico. Al contrario, sia i medici che i centoventi pazienti danno il loro contributo al mantenimento dell’istituto, svolgendo con precisione i compiti a loro assegnati. Durante l’assedio della città di Belgrado, il manicomio riesce ad ottenere una certa autonomia. Si crea così un microcosmo perfettamente funzionante che prenderà il nome di Repubblica di Lusitania: uno Stato indipendente fondato sul desiderio utopico di accogliere gli scarti della Storia per metterli al riparo dall’assurdità del mondo esterno. In un mondo in decadimento, in cui si moltiplicano le frontiere e si radicalizzano i nazionalismi, la Repubblica di Lusitania funge da lente d’ingrandimento per sottolineare l’assurdità delle strutture politiche contemporanee, mostrando un passato deformato, caricaturale e a tratti grottesco. Il manicomio diventa una promessa di salvezza, pur ricordando costantemente ai lettori la tragica fine del transatlantico:

Forse anche la Lusitania, il nostro Stato, affonderà in un mare di insensatezza, ma fino a quel momento continuerà a perseverare e a progredire sulle fondamenta della sua inutilità. […] la Lusitania non si identifica con un territorio. Essa è nata dall’esclusione, dell’altrui paura della malattia.” (pp. 123-125)

La pazzia si trasforma, di conseguenza, da dato clinico a categoria politica. Ciò che accade nel manicomio riflette e ridicolizza ciò che accade negli stati nazionali, invasi dall’angoscia e dalle manie: La follia non è mai autentica, è sempre solo un riflesso delle paure e delle ossessioni degli altri, e il nostro costituirci come stato è il risultato del fatto che tutti hanno sempre visto in noi la parte peggiore di sé” (p. 125). Il manicomio diventa così il luogo in cui si materializza l’esclusione: i pazienti rappresentano le minoranze, gli indesiderati, i soggetti che non rientrano nelle identità nette imposte dalla guerra. La fondazione della Repubblica di Lusitania all’interno dell’istituto è un gesto illusorio e paradossale: un tentativo di sottrarsi alle logiche imperiali creando una comunità alternativa, il crocevia dei rinnegati, dei traditori, dei rivoluzionari e dei ribelli, di tutti coloro che, pensando con la propria testa, non si sono ritrovati né da una parte né dall’altra del conflitto” (p. 216). Nonostante l’ottimismo iniziale, il romanzo è attraversato dalla tragica consapevolezza che la salvezza collettiva è costantemente minacciata dall’assurdità del mondo esterno, risultando fragile e incapace di sottrarsi al corso degli eventi. Il romanzo, ad ogni modo, non rimanda solo al primo conflitto mondiale, ma anche ai Balcani contemporanei, segnati dalle guerre degli anni Novanta e dalla frammentazione della Jugoslavia. La follia istituzionalizzata e l’esclusione, difatti, non appartengono solo al passato e non sono un capitolo chiuso nella storia dell’umanità.

Se l’istituto psichiatrico del dottor Stojimirović è pilastro fondamentale del romanzo, diversi personaggi vi si muovono attorno, tessendo sottotrame che si incrociano e frammentano la narrazione. Dal manicomio ci si sposta fisicamente e temporalmente al 1903 presso il Museo di Storia Naturale di Belgrado, dove al naturalista e tassidermista Vasilij Arnot viene chiesto di costruire un diorama che celebri il Regno di Serbia. In seguito alla delusione per il proprio progetto, che verrà bocciato perché considerato troppo “occidentale” in una nazione che sta già guardando ad Est, Arnot si stabilirà a Firenze dove, guidato da uno strano personaggio, inizierà l’esplorazione di un mondo folle che sembra svilupparsi da La Specola, noto museo di scienze naturali fiorentino, e che entra in qualche modo in contatto con il mondo del Lusitania.

Infine, c’è Sir Thomas Lipton, famoso commerciante dell’omonima marca di tè, che aiuterà il dottor Stojimirović ad affrontare l’epidemia di tifo che colpirà il manicomio e la Serbia, entrambi già martoriati dal conflitto. Sarà Sir Lipton a collegarsi, tramite una sensitiva, all’ultimo tassello del puzzle: il signor Teofilović, cittadino serbo miracolosamente sopravvissuto all’affondamento del Lusitania che attraverserà l’Europa a piedi fino a raggiungere proprio l’istituto psichiatrico.


Lusitania non è un libro di facile lettura. Trame e sottotrame si intersecano in giravolte e rimandi simbolici che rendono la narrazione a tratti difficile da seguire, con una moltitudine di personaggi – alcuni a malapena citati – che interagiscono tra loro a distanza di numerosi capitoli. L’alternanza di registri, alcuni tragici e altri più comici e stravaganti, crea un effetto straniante, ampliato dalla presenza di testimonianze e documenti realistici ma spesso non reali. Atanacković fa leva sul paradosso e sull’ironia, che diventa il mezzo perfetto per acutizzare, invece di limitare, la drammaticità all’interno del romanzo. Sono evidenti, in questo, possibili affinità con il senso del grottesco più classico di Gogol’ e quello più surreale e all’avanguardia di Nabokov. Ciononostante, l’autore serbo mantiene una voce originale, capace di parlare a un pubblico internazionale.

In definitiva, Lusitania è un romanzo che interroga la linea sottile tra follia e normalità, tra Stato ed esclusione, tra utopia e naufragio ideologico. Come il transatlantico da cui prende il nome, la sua comunità immaginaria naviga tra speranza e catastrofe, ricordandoci che ogni costruzione politica può trasformarsi in una nave destinata ad affondare ma che, fino all’ultimo, continuerà ostinatamente a investigare sulle radici della violenza politica e dell’identità nazionale.

 

Apparato iconografico:

Immagine 2 e di copertina: https://www.bottegaerranteedizioni.it/wp-content/uploads/2025/09/ATANACKOVIC-dejan.jpg