Erika Maria Sottile
È del 1839 Des Lebens Überfluss, titolo originale del racconto Il superfluo della vita dell’autore tedesco Johann Ludwig Tieck, originario di Berlino e tra i principali esponenti del Romanticismo tedesco. Conosciuto per opere quali Il biondo Eckbert, Tieck nasce nel 1773 per morire, a settatanove anni, nella sua città natale. A ottobre 2025 è di Carbonio Editore la pubblicazione in lingua italiana de Il superfluo della vita grazie alla traduzione di Paola Capriolo, che offre al pubblico della penisola la lettura di questo breve scritto.
Link al libro: https://carbonioeditore.it/homepage/il-superfluo-della-vita-ludwig-tieck/

Ne Il superfluo della vita Ludwig Tieck mette in scena non tanto un amore contrastato quanto un esperimento esistenziale: i protagonisti Clara e Heinrich scelgono deliberatamente di sottrarsi al mondo, rifugiandosi in uno spazio minimo dove la vita sembra ridursi a conversazione, presenza reciproca e sospensione del reale. È la costruzione di un idillio fragile, quasi domestico, dove l’idea romantica dell’essenziale si scontra con la materialità ostinata delle cose.
La coppia vive nascosta in una soffitta, lontana dagli obblighi sociali e dalle aspettative familiari. Lei, aristocratica; lui, borghese inquieto: una dissonanza già inscritta nella loro unione segreta. Le giornate scorrono in una sorta di tempo rallentato, scandite da un incessante dialogo che sembra voler sostituire la realtà stessa. Non c’è azione, ma parola; non progettualità concreta, ma una continua riflessione sul senso della libertà, della povertà scelta, dell’indipendenza dal superfluo. L’idillio della coppia assume così i tratti di un piccolo laboratorio romantico, dove vivere significa soprattutto pensare e dire insieme.
“Non è mai stato facile per gli esseri umani vivere in una solitudine e in un isolamento così completi come a questi due riusciva di stare qui, ai margini tumultuosi di una capitale sempre animata. Erano separati a tal punto dal resto del mondo che sembrava un avvenimento se a volte un gatto passeggiava guardingo sul tetto dell’altra casa e, oltrepassando il culmine aguzzo delle tegole, si infilava in un lucernario per far visita a un compare a una comare.” (p. 52)
Tieck costruisce questa condizione con un’ironia sottile, evitando tanto la celebrazione ingenua quanto la condanna morale. Heinrich, in particolare, trasforma la rinuncia materiale in una filosofia di vita: ciò che prima era necessità diventa presa di posizione, quasi un gesto polemico contro una società percepita come avara e conformista. Tuttavia, sotto la superficie del discorso anti-borghese si avverte una tensione ambigua. La povertà non è solo scelta etica; è anche teatralizzazione, un modo di reinterpretare la mancanza attraverso il linguaggio e l’immaginazione. Clara e Heinrich sembrano vivere in una bolla verbale, una sorta di flusso di coscienza condiviso dove letture, fantasie e progetti prendono il posto dell’azione.
“Così per quella coppia isolata, ridotta in miseria eppure felice, trascorsero giorni e settimane. Li sostentava il nutrimento più misero, ma consapevoli com’erano di amarsi nessuna privazione, neppure la penuria più opprimente, era in grado di turbare la loro letizia.” (p. 70)
L’inverno, con la sua concretezza implacabile, incrina però questa sospensione. Il freddo e la miseria rendono evidente quanto sia fragile la loro autonomia. Il gesto estremo di Heinrich – bruciare la scala che li collega al resto del mondo – appare allora come un atto simultaneamente romantico e paradossale: un tentativo di assolutizzare l’amore trasformandolo in isolamento definitivo. La loro è una fuga verso un altrove che esiste soltanto nella sfera simbolica.
‘Qui c’era una scala?’ domandò Heinrich. “Vede, amico mio, io esco così poco (o per la precisione non esco affatto) che non presto la minima attenzione a tutto ciò che si trova fuori della mia stanza. Studio, lavoro, e non mi curo di nient’altro” (p. 82)
Scritta nel 1839, la novella riflette il clima intellettuale del Romanticismo tedesco maturo, e in particolare l’eredità del circolo di Jena, con la sua tensione costante tra interiorità e critica sociale. Tieck sembra interrogarsi su una domanda che attraversa tutta la tradizione romantica: fino a che punto è possibile sottrarsi alle strutture collettive senza trasformare la libertà in clausura? Clara e Heinrich incarnano l’alterità dell’individuo che rifiuta il conformismo, ma allo stesso tempo mostrano la fragilità di un’esistenza fondata esclusivamente sull’intimità e sul rifiuto del mondo.

Il racconto non offre risposte univoche. Dietro il tono lieve e fiabesco si avverte una vena di amarezza, soprattutto nel finale, quando la filosofia della rinuncia appare improvvisamente reversibile e la coppia si mostra pronta a riaccogliere una vita più agiata. L’idillio, allora, si rivela meno assoluto di quanto sembrasse: non una rivoluzione etica, ma un’interruzione temporanea del reale, un sogno che può essere abbandonato senza troppi rimpianti.
Il superfluo della vita resta così una piccola parabola romantica sull’amore e sull’illusione di vivere fuori dal mondo. Tieck non celebra né smaschera del tutto i suoi protagonisti: li osserva mentre tentano di trasformare la conversazione in esistenza, la povertà in scelta poetica, la rinuncia in libertà. Ne emerge un racconto sospeso, delicato ma non ingenuo, che più che esaltare l’idillio borghese ne mostra la natura fragile e profondamente contraddittoria.
Apparato iconografico:
Immagine 2 e di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Ludwig_Tieck#/media/File:Ludwig_Tieck.jpg
