Erika Maria Sottile
Ci sono storie che sopravvivono soltanto come brevi note a margine di narrazioni più ingombranti. Storie che la critica, nel suo desiderio di monumentalizzare un autore, preferisce ridurre a funzioni secondarie, a figure utili solo per misurare il raggio d’azione del “genio”. Felice Bauer appartiene da sempre a questo territorio periferico della letteratura kafkiana: una presenza stabilissima nella biografia dello scrittore, e tuttavia trattata dalla tradizione come un’anomalia da spiegare, una deviazione, un incidente sentimentale. La vita dopo Kafka (“Život po Kafkovi”, 2022) di Magdaléna Platzová prende avvio precisamente da questa zona cieca della ricezione e tenta di restituire consistenza, profondità e verità a una figura che la mitologia kafkiana ha relegato all’opacità. L’opera è stata pubblicata nel 2025 da Voland Editore nella traduzione di Letizia Kostner ed è il primo testo di Platzová in Italia. L’autrice, originaria della Repubblica Ceca, ha studiato a Washington DC e in Inghilterra ed è autrice di prosa e testi teatrali, oltre ad aver lavorato come giornalista.
Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862435680

Il libro si apre con una scena rivelatrice: una lettera di Joachim, figlio di Felice, indirizzata a Elias Canetti. Non si tratta di un documento decorativo, ma di un atto di resistenza. Canetti, nella sua lettura feroce della corrispondenza tra Kafka e Felice, aveva ridotto la donna a un carattere “semplice”, privo di introspezione, sostanzialmente incurante delle complessità dello scrittore. Joachim ribalta questa narrazione, denunciando la sua distorsione: la madre non fu la donna ottusa che tanta critica ha voluto ricavare dalle Lettere a Felice, ma un soggetto dotato di una finezza spirituale e di una capacità di resilienza che Kafka – assorbito dal proprio universo interiore – non seppe comprendere né rappresentare. Già in questa prima pagina si manifesta il gesto politico del libro: sottrarre Felice al ruolo passivo che la storia le ha assegnato, restituirle parola proprio attraverso ciò che le è sempre mancato – una voce che la difendesse.
“Non mi soffermerò in questa sede sulla personalità di Franz Kafka. Sul suo conto non ho altro da aggiungere se non quello che Lei stesso nel libro ha descritto piuttosto fedelmente. Se sia stato un grande scrittore, questo proprio non posso giudicarlo, so però con certezza assoluta che è stato un nevrotico, un masochista e, per quel che riguarda il rapporto con le donne, anche un sadico.” (p. 7)
La dialettica tra Felice e Kafka emerge, nelle prime pagine, attraverso una contrapposizione quasi fenomenologica dei loro modi di stare nel mondo. Lei classifica, ordina, pianifica: la realtà quotidiana è per lei una successione di gesti coerenti, azioni propositive, tentativi di tenere insieme le contingenze della vita. Kafka, al contrario, percepisce ogni oggetto come potenziale rivelazione: un tubo di dentifricio che rischia di esplodergli in faccia non è un banale incidente, ma un’epifania da cui può sgorgare un frammento di verità. La domanda che attraversa l’intero romanzo – quei due potevano davvero vivere insieme? – non è retorica: è la premessa per comprendere la scissione profonda tra i loro mondi, una scissione che la critica ha spesso attribuito alla presunta incapacità di Felice di comprendere Kafka, quando forse è lo scrittore, con il suo rigore percettivo e la sua ipersensibilità, a non aver mai potuto abitare il territorio concreto e solido in cui Felice era radicata. Un passaggio emblematico del romanzo chiarisce con precisione chirurgica la struttura asimmetrica del loro legame:
“La questione figli, come la chiamava lui, era insolubile perché lui non ne voleva.
Doveva essere egoista, non per se stesso, ma per la propria scrittura. Per la scrittura le aveva chiesto questo sacrificio. E lei doveva tributarlo di sua sponte e in piena consapevolezza, e per di più sopportare insieme a lui la colpa che già a priori lo schiacciava, perché sapeva di ingannare le leggi della natura e degli uomini. In quell’inganno doveva essergli di aiuto, essere suo sostegno e sua complice. Era questa l’alleanza che le offriva.” (p. 146)
La citazione illumina una delle asimmetrie fondamentali del rapporto tra Kafka e Felice: la “questione figli”, apparentemente un dettaglio biografico, diventa il luogo in cui si cristallizza l’intera logica di potere che struttura la relazione. Kafka non rifiuta solo la paternità: rifiuta il mondo che la paternità implica. La rinuncia richiesta a Felice – una rinuncia che deve essere volontaria, consapevole, interiorizzata – non è un capriccio sentimentale, ma un corollario della sua poetica. Per Kafka, la scrittura non convive con la vita, ma la sostituisce; non ammette pari, non tollera deviazioni, non contempla il compromesso.
Il romanzo di Platzová, tuttavia, non si limita a descrivere una relazione sentimentale destinata al fallimento. Il suo vero fulcro emerge nel momento in cui la storia si apre sul 1935: l’anno in cui Felice, ormai sposata con un altro uomo, fugge da Berlino con la famiglia per scampare al nazismo. Abbandona una vita benestante, un appartamento stabile, una quotidianità costruita con fatica. Ma decide di portare con sé – tra i pochissimi oggetti salvati – le lettere di Kafka. In questo gesto, apparentemente sentimentale, si concentra l’intera ambivalenza del loro rapporto. Quelle lettere non sono soltanto ricordi di un amore giovanile: sono frammenti di un’identità che Felice sa di aver incarnato, e che sa di non aver mai potuto raccontare. Portarle con sé non significa conservare Kafka, ma conservare sé stessa contro la cancellazione violenta della storia.
Platzová analizza con rigore la questione della presunta vendita delle lettere. Per decenni Felice è stata accusata di averle cedute per denaro, come se il suo valore fosse proporzionale al mito postumo dello scrittore. Il libro smonta questa narrazione con la precisione di un’inchiesta: Felice vendette soltanto poche lettere, in condizioni di difficoltà estrema; la vendita più consistente, quella che rese quelle carte un oggetto di culto, avvenne dodici anni dopo la sua morte, per una cifra – 605 mila dollari – da cui lei ottenne solo una manciata di dollari. La narrazione dell’avidità femminile, così spesso proiettata su di lei, si rivela un mito funzionale, un modo per proteggere l’immagine dell’autore praghese e mantenere Felice nella posizione di antagonista irrilevante.
Uno dei punti più inquietanti del libro è la storia dell’uomo che, decenni più tardi, si presenta a Manhattan dichiarando di essere figlio di Kafka, nato da una relazione tra lo scrittore e Grete Bloch. Una vicenda quasi grottesca, che nella narrazione di Platzová assume la forma di un sintomo: l’attrazione centripeta esercitata dal mito di Kafka è talmente potente da generare genealogie immaginarie, discendenze fasulle, appropriazioni opportunistiche. L’uomo non cerca la verità, ma la legittimazione: l’essere “figlio di Kafka” come capitale simbolico. È un controcanto ironico e sinistro alle vicende di Felice, che ha custodito le lettere con pudore e sofferenza; è anche una dimostrazione ulteriore di come la memoria kafkiana sia diventata un luogo di speculazione identitaria, non solo editoriale.
“‘Lei probabilmente non è neanche il figlio di Kafka.’
‘Magari no. Ma non fa lo stesso? A me non interessa più. Sono quel che sono, punto. Polvere al cospetto dell’Onnipotente.’” (p. 248)
Platzová tiene insieme documento e immaginazione con una disciplina formale che ricorda la migliore tradizione del romanzo-saggio mitteleuropeo. La sua ricostruzione è puntuale, stratificata, rigorosa; eppure non si appiattisce mai sulla cronaca. Le figure reali – Ernst Weiss, Max Brod, Grete Bloch, l’editore Schocken – emergono nel testo come elementi di un coro spezzato, testimoni parziali di una storia che nessuno può più raccontare nella sua interezza. L’autrice imbocca la via più complessa: non ricostruisce ciò che non si può ricostruire, ma mostra il funzionamento delle omissioni, delle interpretazioni, delle manipolazioni. La biografia di Felice non viene mai completata; viene, più radicalmente, liberata dalle sue deformazioni.
Il punto decisivo del libro non sta nello svelare un segreto, ma nel ribaltare la domanda stessa: che cosa significa “sopravvivere” a Kafka? Non nel senso biografico, ma nel senso culturale. Dopo Kafka, Felice vive un’esistenza che viene continuamente misurata in relazione al grande assente. È giudicata, descritta, rappresentata sempre in funzione di lui. Platzová, invece, restituisce la possibilità di pensarla al di là di Kafka, pur consapevole che nessuna vita si sottrae completamente alle narrazioni che altri costruiscono su di noi.
Nel suo rigore e nella sua compostezza, La vita dopo Kafka è un libro che pratica un gesto critico di rara intelligenza: non demolisce Kafka, non santifica Felice, non indulge in revisionismi sentimentali. Dice, semplicemente, che ogni mito letterario ha un costo umano, e che quel costo è spesso pagato da figure come Felice Bauer: donne concrete, dotate di una vita propria, che la Storia preferisce ridurre a simboli funzionali. Platzová restituisce loro ciò che la letteratura non ha mai voluto offrire: la complessità.
Apparato iconografico:
Immagine di copertina: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/50/Magdalena_Platzov%C3%A1_%282022%29.jpg
