Il mausoleo decorato dalla memoria: “Il giardiniere e la morte” di Georgi Gospodinov

Marijana Puljić

 

Lasciatemi dire da subito che alla fine di questo libro l’eroe muore. Neppure alla fine, già a metà, ma poi è di nuovo vivo, in tutte le storie di prima che se ne andasse o anche dopo. Perché, come diceva Gaustìn, nel passato il tempo non va in un’unica direzione.” (p. 9)

 

Una delle voci più importanti della letteratura bulgara contemporanea, quella del poeta e prosatore Georgi Gospodinov, è tornata nelle librerie italiane con il romanzo Il giardiniere e la morte (“Градинарят и Смъртта”, 2001) nella traduzione di Giuseppe Dell’Agata per la casa editrice Voland. I 91 capitoli in cui è suddiviso il testo, caratterizzati da una propria indipendenza contenutistica e che pertanto possono essere letti sia come parti a sé stanti sia come un trittico narrativo del tutto coeso, delineano l’evolversi della vicenda che vede al centro il rapporto tra padre e figlio e la dinamica altalenante di macro-sentimenti quali la paura, la speranza, il dolore e la consolazione e un epilogo finale che racchiude in sé la nuova realtà del protagonista. Questo si ritrova a non sapere cosa fare di tutti i ricordi che si accavallano” o del passato e neanche dei giorni in arrivo (p. 185). L’anafora del nesso “non so cosa fare” che si ripete di paragrafo in paragrafo e che domina la chiusura del romanzo marca da un lato la graduale accettazione della nuova dimensione di vita nella quale si trova catapultato il protagonista, una realtà contraddistinta dall’assenza fisica della figura paterna, e dall’altro la confusa elaborazione emotiva composta da dubbi e domande che vanno affrontati.

Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862435697


Grazie a quest’opera, scritta nei mesi immediatamente successivi alla morte del padre, e definita da un andamento di tempo non lineare, tratto stilistico della penna di Gospodinov, viene mostrata l’amata figura del genitore, quell’uomo alto due metri, che amava indossare le giacche in pelle e al quale viene offerto di giocare a pallacanestro a livello agonistico, che aveva la capacità di trasformare ogni abitazione nella quale la famiglia si trasferiva in casa, e ogni luogo in un giardino, preoccupato di non vedere crescere i propri nipoti, e che chiamava il proprio figlio ad ogni suo viaggio per augurargli un in bocca al lupo, che parlava tramite il linguaggio di “mele, ciliegie, grossi pomodori rossi(p. 13). Questa figura diventa un intreccio di storie e racconti, di passaggi carichi di sofferenza che si mescolano ad aneddoti divertenti, e che sebbene non possano sostituire il padre, lo renderanno eterno nella memoria dei suoi cari. In questa chiave, l’opera diventa non solo un omaggio al racconto e al raccontare, ma si incentra sulla vita e importanza del ricordo.

Ecco che, tra questi macrotemi del romanzo, come viene anche ricordato dal traduttore nella sua postilla, il padre rievoca la figura di Sherazade e proprio come la futura sposa del sultano va raccontando storie che si incastrano le une nelle altre. Allo stesso tempo Gospodinov, attraverso l’evocazione della figura paterna e della sua funzione narrativa, omaggia uno dei suoi scrittori preferiti, ovvero Omero. Il padre giardiniere nel ruolo del cantastorie, infatti, richiama direttamente uno degli episodi centrali del poema greco che denotano il rapporto tra il padre e il figlio, reso anche qui con la metafora del giardino che riesce a fiorire. Verso la fine dell’Odissea, dopo essere finalmente sbarcato a Itaca, Ulisse va a trovare il suo ormai anziano padre, Laerte, e lo trova impegnato a curare il suo giardino. Vedendo Laerte schiacciato dalla vecchiaia e dal dolore, Ulisse si ritrova sopraffatto dalle emozioni, tanto da nascondersi dietro un albero frondoso e scoppiare in lacrime, e una volta avvicinatosi al padre, Ulisse gli dice che cura bene il giardino ma che non si prende cura di sé stesso, una frase che è l’archetipo di ciò che tutti i figli dicono ai loro padri.

Con una analessi, il lettore viene riportato indietro nel tempo, precisamente a diciassette anni prima, quando il padre della voce narrante arriva nella capitale bulgara per delle visite che porteranno alla diagnosi di un primo tumore e che segnerà l’inizio di un percorso clinico costellato di patologie che si allungano di anno in anno. La convivenza con le malattie del padre e le ore passate in ospedali e le sale di attesa, portano il protagonista alla realizzazione che la lingua latina non è solo una lingua morta, bensì è la lingua della morte. Inoltre, questi luoghi iniziano gradualmente a ricordargli la mortalità dei propri genitori: per quanto questo tipo di paura si sviluppi molto presto nella nostra vita e la nostra mente simuli e affronti la loro perdita ripetutamente prima che essa sopraggiunga realmente, alla loro morte non si è mai pronti. A questo proposito, il narratore ricorda in una confessione che fa ad un amico come da bambino si alzasse di notte per correre a controllare che la madre respirasse ancora.

Tuttavia, attraverso il ricordo della figura paterna che scompare, il narratore di Gospodinov torna anche al ricordo del passato bulgaro, che si va estendendo oltre la sua infanzia e che fanno si che egli senta la nostalgia di un tempo che non aveva vissuto sulla propria pelle. Il padre, oltre ad essere un grande narratore, è anche un grande fumatore che, come riportato nel romanzo, aveva imparato a farlo guardando i film degli anni Cinquanta e Sessanta. Ma egli era, soprattutto, un grande giardiniere. Uno dei suoi ultimi lavori prima della caduta del socialismo fu infatti quello di giardiniere e coordinatore di terapia occupazionale in una clinica psichiatrica isolata. Si occupava del giardino insieme ai pazienti: malati mentali, alcolisti, tossicodipendenti. Piantavano pomodori, cavoli, peperoni, fiori.” (p. 118) Il giardinaggio però era anche la terapia del padre stesso che, ovunque vivesse, trasformava il suo piccolo appezzamento di terra in un giardino. Diciassette anni prima era quasi morto di cancro, e il giardinaggio gli aveva salvato la vita. Questa volta però le giorgine e le dalie che erano cresciute lungo la siepe e che il padre mostrava con orgoglio, verranno poi in parte deposte sulla sua tomba.

Quando poi, rispetto alla narrazione che si colloca nel presente, al padre viene diagnosticato un cancro terminale che lo costringerà a letto in preda a dolori sempre più atroci e invalidanti, tutte le peculiarità di quest’uomo scompariranno, egli verrà ridotto a paziente e la sua cura consisterà in prescrizioni di pillole, cerotti di fentanil e pannolini per l’incontinenza. Il figlio che per due mesi assiste il padre e lo nutre con tre acini d’uva a pranzo” (p. 38), di fronte a una tale deumanizzazione della persona per mano della malattia arriva a concludere che mai riuscirà a perdonare a quest’ultima l’umiliazione avuta in serbo per il paziente, suo padre, in quanto, dice rivolgendosi alla malattia stessa: puoi prenderti una persona anche senza umiliarla (p. 35). Eppure, a sottolineare il rapporto di amore e ammirazione che univa i due, ricorda che finché ero accanto a lui, specie quando il dolore si attenuava, pensavo a quanto fosse bello stare insieme. Perfino in quella situazione.” (p. 49)

Il lettore viene poi reso partecipe in uno dei momenti più toccanti all’interno del romanzo e che riguarda la narrazione della notte in cui il padre della voce narrante viene a mancare. Circondato dal nucleo familiare più stretto e impossibilitato di parlare, prima di esalare l’ultimo respiro alle 5:17 del mattino, disegna con la mano un semicerchio. Le scene che seguono, raccontate per frasi brevi ma concise, fotografiche, rendono il lettore al contempo uno spettatore che in punta dei piedi osserva e un partecipante del procedimento emotivo della famiglia. La chiamata al fratello che ancora prima di alzare la cornetta intuisce che tipo di notizia contenga quel colloquio telefonico, la chiamata all’agenzia funebre, il funerale nel paese natale in campagna, il tentativo di ritorno alla vita che va avanti nonostante il lutto, nonostante il dolore.

Dopo la morte del padre, tra i suoi affetti personali, il narratore scopre l’esistenza dell’unico diario che suo padre abbia mai tenuto. Si tratta di un resoconto che interessa la cura del giardino, e che offre la possibilità di tracciare gli ultimi mesi di vita attraverso il lavoro e la dedizione nel luogo più amato – il giardino. I cicli di fioritura simboleggiano la metafora della trasformazione che si destreggia tra la vita e la morte, spiegando così anche il titolo dell’opera perché pianti di continuo qualcosa nel giardino e aspetti che dopo qualche tempo avvenga il miracolo e spunti qualcosa diverso dal seme che hai seminato, verde e cresciuto in alto, con foglie e fiori, con frutti, diverso ma che lo continua, lo stesso, carne della sua carne.(p. 116) I due fratelli useranno le annotazioni presenti nel diario per cercare di proseguire la passione botanica del genitore in un tentativo di sentire lo spirito del padre più vicino alla loro esistenza terrena.

Tra i temi centrali dell’opera rientra inoltre il senso di colpa che attanaglia chi assiste un proprio caro mentre vive gli ultimi momenti della propria vita. La narrazione si concentra sul dilemma morale inerente alla cura del padre morente, ponendo in primo piano l’interrogativo cruciale: si starà facendo la cosa migliore? L’autore espone senza filtri il conflitto tra l’insistenza terapeutica come il ricovero in clinica e le flebo per prolungare artificialmente la vita, e il desiderio di garantire al genitore una morte dignitosa tra le mura domestiche, come viene suggerito da un’infermiera che ha chiaro il quadro della cartella clinica. Tuttavia, questo contrasto non è solo medico, ma anche profondamente umano, amplificato dalla volontà categorica del padre di non subire ulteriori trattamenti invasivi.

Il giardiniere e la morte si rivela un’opera di una profondità emotiva e strutturale rara, un vero e proprio mausoleo della memoria in cui il figlio, attraverso la scrittura, innalza un monumento eterno al padre. La narrazione frammentata, coerente con lo stile non lineare di Gospodinov, trascende così il lutto, trasformando il dolore privato in una riflessione universale sull’amore paterno, il ricordo e la dignità del morire. Il romanzo inoltre sposa in un commovente intreccio il dilemma etico, dispiegato tra l’accanimento terapeutico e l’accettazione della fine, e l’umiliazione fisica che la malattia impone, mai perdonata dal narratore, come già sottolineato. Il giardinaggio, dunque, diviene il simbolo centrale di questa lotta e della speranza, ovvero un ciclo di vita, cura e rinascita che si oppone all’ineluttabilità della morte. Attraverso gli occhi del figlio, i ricordi del padre, da quelli più buffi a quelli più sofferti, diventano semi piantati che fioriscono nel testo, garantendo la sua presenza continua nonostante la sua assenza fisica.  

 

Apparato iconografico:

Immagine di copertina: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b0/GeorgiGospodinov.jpg