Jessica Alfieri
Krisztina Tóth, nata a Budapest nel 1967, è una delle voci più autorevoli della letteratura ungherese contemporanea. Poetessa, narratrice e traduttrice, ha ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui il Premio József Attila e il Premio Déry Tibor. Gli occhi della scimmia (in lingua originale A majom szeme) è stato pubblicato nel 2022 dalla casa editrice Magvető e rappresenta uno dei momenti più maturi della sua produzione narrativa. Nel 2025 il romanzo è giunto per la prima volta al pubblico italiano grazie alla traduzione per Voland Editore di Mariarosaria Sciglitano, che ne ha mantenuto l’intensità linguistica e la complessità tematica. L’opera conferma l’interesse costante di Tóth per le zone di confine tra corpo e linguaggio, memoria e colpa, realtà e rappresentazione, proponendo una riflessione di ampio respiro sulla fragilità della percezione e sulla responsabilità dello sguardo.
Link al libro: https://www.voland.it/libro/9788862436113

In Gli occhi della scimmia Krisztina Tóth affronta il tema dello sguardo come forma di potere e vulnerabilità. L’immagine iniziale di una scimmia da laboratorio prende le mosse da un reale esperimento del 1970 condotto dal neurochirurgo statunitense Robert White, che trapiantò la testa di una scimmia sul corpo di un’altra per studiare la possibilità di conservare la coscienza indipendentemente dal cervello originario. La fotografia dell’animale al risveglio dopo l’intervento è, secondo il Dr. Kreutzer del romanzo, diversa dalle immagini a cui si è abituati in casi simili: la scimmia, attraverso il proprio sguardo, sembra trasmettere una consapevolezza tipicamente umana. Per questo motivo, il Dr. Kreutzer l’ha fatta incorniciare da adolescente e la porta con sé anche in età adulta. Non è un semplice ricordo scientifico, ma l’immagine di un confine etico violato. La scimmia, infatti, sembra restituire un interrogativo sul significato stesso di “vedere” e porta a pensare che l’esperimento non riguardi solo la vita animale, ma l’intera condizione umana collettiva. L’applicabilità universale di tale considerazione è alimentata dal fatto che nel romanzo non è specificato né il luogo né l’anno preciso in cui ci si trova, rendendo così il discorso valido in ogni luogo o tempo.
Lo spazio scientifico in cui si muovono i personaggi si trasforma in un microcosmo politico e morale, dove la visione diventa controllo e l’osservazione una forma di dominio. Forse ne è complice anche il funzionamento dell’idioma ungherese, infatti Tóth costruisce la narrazione con estrema economia linguistica: la sua prosa, breve e cesellata, alterna precisione descrittiva e lirismo trattenuto. In questa lingua sorvegliata e musicale si riconosce la matrice poetica dell’autrice, che trasferisce nella narrativa attenzione al ritmo e alla densità semantica. Lo sguardo, nel testo, non è mai neutro: ogni atto di vedere implica una scelta, un rischio, una responsabilità.
La protagonista, Giselle, partecipa a un esperimento sulla percezione, ma ben presto il confine tra osservatrice e oggetto dell’osservazione si fa sempre più labile fino a dissolversi. I suoi ricordi sembrano provenire da un’altra vita, forse da un’altra coscienza. “Come se qualcun altro li avesse sognati, e lei li avesse soltanto ricevuti in dono: odori, bagliori, il movimento di una mano che un tempo le aveva accarezzato i capelli.” (p. 78)
In questa frase si concentra l’intera poetica del romanzo: la memoria come costruzione fragile, come eredità e come colpa. La traduzione italiana di Mariarosaria Sciglitano restituisce con equilibrio la tensione tra concretezza e astrattezza, mantenendo la precisione dell’originale ungherese. Ogni immagine, anche la più delicata, porta in sé un elemento di minaccia. La memoria diventa una forma di prigionia, ma anche l’unico spazio in cui sia possibile la resistenza.
Il laboratorio, metafora della società contemporanea, rappresenta un sistema che osserva e misura l’essere umano per comprenderlo, ma finisce per ridurlo a oggetto. Tóth suggerisce che la conoscenza, quando perde il legame con l’etica, genera violenza. In questo contesto, il corpo della scimmia e quello delle persone si sovrappongono, rivelando la fragilità di ogni confine fra umanità e alterità.
Il romanzo si distingue per l’uso di una lingua che oscilla fra la secchezza analitica e la visionarietà poetica. Questa è la bellezza dell’ungherese. Ogni parola è scelta con cura chirurgica, e le frasi, spesso brevi, assumono la funzione di strumenti di dissezione. Tuttavia, sotto questa precisione formale scorre un movimento emotivo profondo, che affiora attraverso immagini ricorrenti: l’acqua, la pelle, la luce.
La traduzione di Sciglitano mantiene il rigore sintattico dell’ungherese e rende con sensibilità il tono ambiguo del testo, dove la violenza convive con una compassione fragile. Non si tratta di una trasposizione letterale, ma di un atto interpretativo coerente con la poetica dell’autrice. L’italiano adotta una musicalità meno franta ma ugualmente tesa, e restituisce i livelli semantici dell’originale. In questo equilibrio risiede la riuscita più alta del testo, dal momento che il gioco linguistico viene conservato nella sua alterità, per diventare luogo di distanza e riflessione.

Gli occhi della scimmia è un romanzo politico non perché affronti direttamente questioni di potere, ma perché mostra come il potere abiti la percezione stessa e come tutto sia ideologia. Guardare significa stabilire una gerarchia, occupare una posizione. Chi osserva, nel testo, si illude di controllare ciò che vede, ma finisce inevitabilmente per essere osservatə a propria volta. L’occhio diventa specchio e ferita, e in questo doppio movimento si concentra la riflessione etica del romanzo.
Tóth non offre soluzioni, né tante speranze. Il suo è un linguaggio della consapevolezza, che accetta l’ambiguità come condizione della conoscenza. La scrittura si muove tra empatia e distacco, tra desiderio di capire e paura di vedere troppo. Alla fine, chi legge si scopre parte dell’esperimento, coinvolto nello stesso circuito di osservazione e giudizio che domina i personaggi.
L’autrice mostra che ogni visione è anche un atto politico: non si può guardare senza scegliere cosa mostrare e cosa nascondere. Il romanzo diventa così una riflessione sul rapporto fra sapere e responsabilità, fra verità e potere. L’abilità di Krisztina Tóth sta proprio qui: nel ricreare una realtà senza nome e senza tempo che oscilla fra lucidità e desiderio di ricerca. L’equilibrio precario in cui tale realtà si muove spinge al contempo verso la necessità di riappropriarsi del proprio sguardo, sia come individui, sia come società. Ma nella vita, come nella letteratura, che cosa significa vedere?
Sitografia:
“Intervista a Krisztina Tóth”, Index.hu, 4 luglio 2022 https://index.hu/kultur/2022/07/04/toth-krisztina-interju-a-majom-szeme-regeny-uvegpoharak-lomizas (ultima consultazione: 19/10/2025).
Apparato iconografico:
Immagine 2 e di copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:T%C3%B3th_Krisztina.jpg
