A cura di Martina Mecco
Sufian Massalema è un poeta e slamer ceco, conosciuto con il nome Sufján. Le poesie qui tradotte provengono dalla raccolta Le possibilità del trascurato pubblicata a Brno dalla casa editrice Větrné mlýny nel 2024. La raccolta è valsa a Massalema la nomina – e la selezione tra i tre finalisti – al Premio Jiří Orten, riconoscimento volto a promuovere le giovani voci poetiche sotto i trent’anni in Repubblica Ceca.
Le poesie Miti delle paludi, Ramadan, In periferia, Distributori e autogrill provengono dalla sezione “Il fluire”, Terminali petroliferi, Bassora, Vicino a cosa a est di cosa?, Lettere da Baghdad dalla sezione “Mysterium tremendum”, Uzbeki al kebabbaro di Žižkov, Sicurezza, Tribù nomadi da “Verso corrente”. Bilad al-Sham è una poesia non pubblicata nella raccolta.
Ringraziamo Sufian per averci concesso la traduzione delle sue poesie e, soprattutto, il suo tempo per la realizzazione dell’intervista che cerca, in qualche modo, di identificare i nuclei della sua poetica.

Miti delle paludi
in radure circolari
vagano insieme orsi e lupi
i meandri del ruscello
intagliano nelle torbiere
nuovi sentieri per i bracconieri
in radure circolari
arazzi dal mercato di Samarcanda
ricordi di pastori e del loro gregge
ucciso dall’inerzia della migrazione
Ramadan
finito il ramadan
ho smesso di capire le abitudini
dietro i banconi delle bettole e delle mense
gli orari ribelli dei pullman
sulle pianure oltre la città soffia un vento continentale
si rincorrono bambini scalzi
zigzagando tra caravan di cartone
e alla chiamata ritrottolano nei paneláky
questa parte del brownfield la chiamo disinsediamento
In periferia
appena respiri
la mezzaluna scivola nel semibuio
in una semisolitudine
resti ritto, sicuro, eppure
sembri un lotto vuoto
in un quartiere distrutto di periferia
le tue radici sono troppo in profondità
ci inciampi
raccogliendo certificati di nascita
per gente come noi
il tempo in Europa
non sembra dei migliori
Distributori e autogrill
il servizio notturno
svolta vicino alla colonia di villette
dietro i finestrini si allineano fasci di scintille
i neon del distributore brillano in lungo e in largo
i segreti pronunciati in un luogo così
non solo altro che parole
mi chiedo se il mio luogo infine non sia
che il respiro di un camionista
diretto in Polonia
Terminali petroliferi
il rombo dei terminali petroliferi
è il mio stato mentale di riposo
mi sembra di veder brillare sopra i camini
delle raffinerie arrugginite
il cespuglio ardente blu-verde
con cui parlò Mosè
vicino sta un ibis
che suona col flauto di canna
un poema epico sumero
Bassora
elicotteri su Bassora
come ventilatori sul soffitto
frequenza rotatrice
scandisce il tempo fino all’inizio
delle notizie del pomeriggio
facciamo a gara
a quanti fumetti infiliamo
in una scatola di banane
i pescatori che entrano nel porto
discutono di petroliere naufragate
le parole lasciano spazio all’interpretazione
il bagaglio della volvo famigliare non è mai stato più piccolo
Vicino a cosa a est di cosa?
sebbene sia spuntato lo zafferano
la vita appare desolata
stamattina gente che mi assomiglia
ha ucciso gente che mi assomiglia
un branco di cani ha mostrato le zanne
e l’intimità è divenuta indifferenza
al tatto
Lettere da Baghdad
un’esplosione nucleare
ha riacceso il sole spento
caduto nel delta dell’Eufrate
osservo il riflesso della pozzanghera
dentro il ricordo dei mujaheddin
il macellaio seziona l’agnello
persino i tendini più tenaci
un giorno
diventeranno ossa
Uzbeki in un kebabbaro di Žižkov
lampade verdi
producono macchioline nere nella retina
arriva un uomo
buongiorno salam alejkum
ordina dal menu
per ventiquattro anni ha servito nell’esercito ceco
non ha famiglia non ha nessuno
prende il cibo scompare nel buio
si avvicina un Uzbeko
ricevo tè zuccherato
mi offre del cibo fuori menu
il resto della notte siedo in silenzio
Sicurezza
la diga dopo il temporale
rilascia gommoni
carcasse rovesciate su un lato
appare un nuovo strato dell’intimamente noto
esiste follia e follia
vagabondare incessante girare in tondo
la parola ritorno suona forte e sgraziata
avvisi dagli altoparlanti della guardia costiera
si diffondono nella valle muta
quale specie di lichene
indica l’Est?
Tribù nomadi
peregrinare verso ciliegi che non appassiscono
è il percorso orbitale delle tribù nomadi
passiamo vicino a ruderi di case d’accoglienza
rifugi di fortuna delle zone industriali
temo di incontrare una persona
che conosco
il passato è diventato una gru
che si pulisce le piume nelle onde dell’Atlantico
gli escavatori della miniera di Turów coprono
le conversazioni chine verso l’alba
Bilad al-Sham
luci di ville moderne
disperse sui pendii delle montagne
lampeggiano come lucciole
preferisco una natura morta
lontano dal frastuono delle metropoli e della storia
ieri per strada ho visto me stesso
vendere caffè e melagrane
gli ho chiesto della sua famiglia
e lui della mia
avevamo così tanto in comune
Martina Mecco: Per iniziare vorrei farti due domande generali così che chi ci legge possa familiarizzare con la tua poesia. Come hai iniziato a scrivere poesia e quali temi senti più vicini?
Sufian Massalema: Il mio percorso verso la poesia è stato in generale tortuoso e ha avuto diverse deviazioni. Ma, per farla breve, grazie alla poesia ho potuto esprimere al meglio come mi sento e ciò che vivo. Ho avuto l’impressione che là dove tutti i canali di comunicazione falliscono la poesia sia in grado di apportare una tristezza e una felicità più profonde che io stesso sperimento.
Per quanto riguarda i temi che sento più vicini, mi interessano le periferie e la marginalizzazione. Mi piace portare davanti agli occhi di tutti ciò che ritengo trascurato e poi analizzarlo e osservarlo da diverse prospettive e angolazioni. Ho anche una debolezza per l’assurdo, l’umorismo, il kitsch.
MM: Ai fini di questa intervista-traduzione ti presento come un poeta e uno slamer. Vorrei chiederti che differenza percepisci, se la percepisci, tra una classica lettura poetica e una serata slam?
https://www.slampoetry.cz/sufjan
SM: La differenza più grande la percepisco nel fatto che un testo slam difficilmente fa a meno di un pubblico, mentre una poesia funziona sia in quanto scritta che recitata ad alta voce. Dal punto di vista strutturale i due formati sono molto diversi o, per lo meno, io mi ci pongo in questo modo. I miei testi slam sono diretti, a volte un po’ provocativi, mi piace giocare con fatto che mentre li declamo le persone mi seguono e posso giocare con le loro aspettative e la loro attenzioni. Le serate poetiche sono più disinvolte, rilassate, poche volte si arriva a qualcosa che può sembrare un conflitto. Nello slam è di fatto il contrario, mi piace tutto il drama che si crea, la competizione, la rabbia quando vince qualcuno che non supporti o la felicità quando a vincere è il tuo favorito.
MM: Nella prima domanda ti ho chiesto quali temi senti vicini. Nel leggere le tue poesie percepisco spesso una tendenza alla ricerca, sia in senso tematico, dove ricerchi delle stratificazioni temporali o geografiche, sia sul piano linguistico, in quanto la tua produzione è particolarmente raffinata sotto questo punto di vista. Spesso in questa ricerca ricopri il ruolo di spettatore, come in Uzbeki in un kebabbaro di Žižkov, dove alla fine, dopo aver descritto un ex-militare che se ne va “siedi in silenzio”. Per te l’osservazione è un elemento importante della scrittura? E che ruolo svolte il soggetto nei luoghi che descrivi?
SM: Sì, probabilmente nella mia poesia c’è questa tendenza, che si cela sotto a temi più generali, come quelli che ho descritto sopra. Non mi piace limitarmi ai confini della lingua ceca o dell’esperienza dell’Europa centrale, benché le ritenga uniche. Solo che io mi sento a casa nel mondo, non solo in Cechia. Al tempo stesso cerco di essere preciso e realistico nel mio eclettismo, non mi identifico con il postmodernismo, sebbene io impeghi alcuni espedienti.
Mi piace il ruolo di osservatore. Mi immagino come un osservatore silenzioso che prende parte a diversi drammi tra le persone e istanti. Al tempo stesso la maggior parte delle poesia che sono nella mia raccolta sono ispirate a qualcosa che mi è davvero successo. Voglio trovarmi all’interno della poesia, al centro degli avvenimenti, senza però intervenire in alcun modo e lasciare che scorrano liberamente.
MM: Questa ricerca la percepisco connessa sia al desiderio di indagare il mondo circostante che al tema dell’identità. So che questa domanda avrebbe bisogno di maggiore spazio di riflessione, ma vorrei chiederti di spiegarmi il tuo concetto di identità. In Vagabondi – qui non tradotta – scrivi “ generano un impulso alla fuga / di fronte a un’identità fluida”. Faccio un altro esempio da Essere ceco: “mi sono sentito / ceco / finché / non ho smesso / di sentirmi tale”.
SM: Penso che il tema dell’identità sia stato qualcosa con cui ho dovuto fare i conti durante la scrittura della raccolta e che ho vissuto intensamente. Il concetto di identità è sempre importante per me, ma al tempo stesso ho la sensazione di aver trovato in qualche modo il mio posto. Mi sento in primo luogo musulmano e da questo si dipana tutto il resto. Diciamo che è la mia bussola.
L’islam per me è qualcosa di semplice e accessibile, ma anche un colosso irraggiungibile. Lo prendo come una sfida da portarmi dietro per tutta la vita. Un tempo ho sofferto molto e non sapevo bene combinare la mia vita in Cechia con il mio legame con l’Islam. I cechi sono ok, ma la loro consapevolezza dei musulmani non è così ampia. D’altra parte, spesso sono il primo musulmano che incontrano, e anche questo ha il suo fascino! In realtà sento una grande responsabilità e gioia nel poter, insieme ai lettori, seguire le tracce della cultura islamica, dato che finora pochi in Cechia ci hanno provato.
MM: Nella poesia In periferia scrivi “le tue radici sono troppo in profondità / ci inciampi”. Il tema delle radici di manifesta anche nel reportage Una sera davanti al mausoleo, che hai da poco pubblicato su Host: “La mia famiglia si è trasferita dall’Iraq negli anni ottanta nel secolo scorso, in primo luogo come effetto della guerra con l’Iran […] Tuttavia, mi pongo una domanda, come dovrei concepire il luogo in cui mi trovo ora. Posso chiamarlo mio?” Nella raccolta poetica che presentiamo qui, le tue radici emergono spesso in un tono meditativo, talvolta attraverso immagini reali, talvolta crude, altre volte tramite immagini di natura spirituale.
SM: Ripartirei dalla mia risposta precedente. Sono consapevole che una parte della mia famiglia proviene da Siria/Iraq/Palestina e che questo mi permette di esprimermi su alcuni temi culturali o sociali legati a questi paesi più facilmente rispetto ai miei coetanei cechi. Resto però una persona cresciuta in Cechia e le mie possibilità di comprendere quella regione sono limitate. Sarò felice se, magari tra qualche anno, qualcuno dirà che la mia visione e il mio reportage sono superati e tenterà di proporre un’elaborazione diversa e nuova della regione, che sotto molti aspetti è molto vicina all’Europa.
L’Iraq e la Siria li percepisco attraverso luoghi concreti o ricordi dei miei parenti. A volte mi accorgo che mi avvicino a questi paesi tramite una sorta di fotografia o cartolina nella mia memoria, da cui poi costruisco un mio racconto. Tuttavia, a volte manca di continuità. Non è l’unica dimensione né il solo metodo per rappresentare il mondo che ci circonda. E certamente non è l’unico modo per trattare la poesia araba. La mia scrittura si avvicina maggiormente a ciò che potrei chiamare liberamente poesia civile urbana. Quasi mai, però, mi sono cimentato con la poesia d’amore araba, con la poesia del deserto, con quella bellica o eroica, né con la poesia religiosa o mistica. Credo che prosa e poesia possano essere strumenti validi per restituire a questi paesi una dimensione sociale che hanno perso a causa del cosiddetto junk food journalism.
MM: A luglio hai pubblicato su *Alarm l’articolo “Orientalismo alla ceca. Per una reciproca comprensione non basta mangiare un kebab”. Il tema dell’orientalismo è molto rilevante anche nel contesto italiano, e lo è anche tra alcuni intellettuali delle nuove generazioni. Si tratta di un orientalismo culturale che, però, non guarda al mondo arabo, ma a quello slavo. Trovo interessante il tuo modo di descrivere l’orientalismo (o forse più precisamente potremmo dire post-orientalismo) nel contesto ceco, con una prospettiva economica. Mostri anche come una conoscenza superficiale o artificiale dell’Islam possa portare a errori anche in ambito letterario, ad esempio nel caso di Patrik Ouředník. Nel testo sottolinei nuovamente l’importanza del dialogo, e vorrei quindi chiederti: cosa intendi esattamente quando parli di orientalismo nel contesto ceco, e come immagini possibili modalità di aggiornamento del dialogo? Pensi che una società che non riconosce il proprio sguardo orientalizzante possa superarlo facilmente?
SM: Questo dialogo avviene su più fronti e credo che sia piuttosto vivace. Si tratta di discussioni accademiche, dibattiti nei media, tentativi di costruire ponti culturali o dialoghi interreligiosi. Alla regione del Medio Oriente e del Nord Africa in Repubblica Ceca viene dedicata una discreta attenzione, ma ciò che ci manca sono esperti competenti e persone con un’esperienza diretta nei paesi interessati, attivi nello spazio pubblico. Sarò un po’ emotivo, ma è assolutamente folle quanto delle persone incompetenti vengano qui considerate degli opinion makers rilevanti. Oltre a questo, qualsiasi dialogo si scontra anche con un certo sciovinismo culturale o razzismo latente. Questo, peraltro, non è così diffuso tra la “gente comune”, quanto piuttosto tra quelli che potremmo definire intellettuali.
Inoltre, per quanto spesso in Cechia parliamo di “Vicino oriente”, il dibattito stesso riguardo all’orientalismo non è ancora iniziato, nemmeno lontanamente. Qui la scena è dominata da “arrampicatori sociali” che hanno un’opinione su tutto basandosi sul buon senso comune, non sanno nessuna delle lingua regionali [dei paesi arabi N.d.T] e rappresentano la principale fonte degli stereotipi orientalisti. In breve, alimentano un’immagine di quei paesi, quella che costruiscono da oltre vent’anni e non intendono cambiare approccio, perché ciò metterebbe in discussione il loro status di “esperti”, accuratamente costruito.
MM: Non ricordo, se abbiamo già parlato di questa cosa, ma leggendo la poesia ceca contemporanea, ho la sensazione che non esista una scena engagée, che si interessa di temi sociali. Nella tua poesia questa dimensione sociale emerge spesso, ad esempio quando descrivi il “microcosmo” dei panelák [tipica abitazione di epoca sovietica N.d.T]. Ti faccio un esempio legato all’urbanistica nella poesia Ramadan, che mi ha dato problemi durante la traduzione: il termine “disinsediamento”. Un altro esempio è la già citata In periferia. Pensi che la poesia possa ancora avere un ruolo come veicolo di impegno sociale?
SM: Hai probabilmente ragione, ma nel mio caso non si tratta di un mio calcolo o di un’intenzione diretta. Inoltre, vengo da una famiglia agiata e non abbiamo mai vissuto grandi difficoltà. Tuttavia, è un tema attorno al quale sono cresciuto nel nostro paese e che ho in qualche modo percepito. Mi è quindi parso naturale incorporarlo anche nei miei testi.
Non credo che, così come funziona oggi il mondo letterario, la poesia possa avere un ruolo sociale su larga scala come portatrice di impegno. Piuttosto, è un pezzo del puzzle, ed è un bene che non abbiamo rinunciato a questo aspetto. Se però volessi diffondere intenzionalmente certe mie riflessioni, credo che lo slam sarebbe più efficace.
MM: Vorrei chiederti di parlarmi delle tue esperienze in contesti poetici al di fuori della Repubblica Ceca. Tempo fa mi parlavi di un evento organizzato al Cairo e recentemente hai partecipato al festival MAČ (“Misjac’ avtor’skyh čytan’”, “Mese delle letture d’autore”) a L’viv…
SM: Ho già organizzato o partecipato diverse volte a eventi letterari, serate e trasferte. La prima volta è stato due anni fa in Vietnam, dove abbiamo fatto delle performance di slam a Hanoi e a Ho Chi Minh. È stata un’esperienza straordinaria: abbiamo esibito principalmente testi in ceco, sia per gli immigrati cechi in Vietnam, sia per studenti vietnamiti di boemistica. Improvvisamente, i miei testi non erano più solo parole su carta, ma riuscivano a superare i confini e vivere una propria vita. Non voglio cedere al sentimentalismo e non sono nemmeno sicuro di riuscire a descrivere bene quella sensazione, ma è stato proprio durante quel viaggio che ho avuto l’impressione di poter far parte di una letteratura viva e, allo stesso tempo, contribuire a crearla.
Nell’autunno del 2024 ho poi collaborato all’organizzazione di una mostra di slam al Cairo, con l’aiuto del Centro Ceco sotto la guida di Tereza Svášková. Durante il festival “Giornate delle lingue europee” ci siamo ritrovati sullo stesso palco con diversi coetanei egiziani, poeti con cui abbiamo organizzato una competizione di slam. Ma c’era anche spazio per visite guidate della città, passeggiate e scoperte. Il Cairo è una delle mie città preferite; cerco di tornarci ogni anno, e avere l’opportunità di esibirsi o leggere le proprie poesie lì ha significato molto per me. In breve, è uno dei principali centri culturali di tutto il mondo islamico.
Quest’estate, nell’ambito del festival Mese delle letture d’autore, siamo partiti con una delegazione ceca per L’viv, dove si svolgeva la sezione ucraina del festival. Ho scritto un reportage sul viaggio per Tvar. Per fortuna non ho dovuto assumere il ruolo di organizzatore, che è stato coperto da altri, e ho potuto dedicarmi a esplorare e conoscere luoghi che per molti aspetti erano nuovi, ma allo stesso tempo familiari. Il tema costante era la guerra in corso; il modo in cui essa si rifletteva nelle opere dei singoli scrittori ucraini variava enormemente. La capacità di mantenere distanza o uno sguardo lucido di fronte a una situazione del genere mi ha molto ispirato, soprattutto considerando i contesti in cui ci si informa sull’Ucraina in Repubblica Ceca. Abbiamo infatti ridotto quel paese a semplice vittima dell’aggressione russa, e tutto inizia e finisce con questo. Questo dimostra che, anche oggi, la letteratura può assolvere a determinate funzioni sociali e, seppur in maniera limitata, essere un motore di cambiamento del discorso pubblico.
Praga-Bruxelles, ottobre 2025
Apparato iconografico:
Immagine di copertina: © David Konečný
Immagini nell’articolo: © Sufian Massalema




