Silvia Girotto
Daniela Dröscher, classe 1977 e originaria di Monaco di Baviera, giunge per la prima volta sugli scaffali italiani lo scorso marzo. L’Orma editore si avvale della traduzione di Flavia Pantanella per rendere disponibile al pubblico italiano Bugie su mia madre – in lingua originale Lügen über meine Mutter. Si tratta dell’ultimo romanzo di Dröscher, uscito nel 2022 per la casa editrice tedesca Kiepenhauer & Witsch. L’opera è stata finalista nello stesso anno al Deutscher Buchpreis, il premio letterario annuale conferito a testi in lingua tedesca provenienti da Germania, Austria e Svizzera. Dröscher ha studiato germanistica, anglistica e filosofia a Treviri e Londra, ottenendo successivamente il dottorato presso l’Università di Potsdam in Scienze dei media.
Link al libro: https://www.lormaeditore.it/libro/9791254761120

Il romanzo Bugie su mia madre riprende l’infanzia della piccola Ela, proponendo a chi legge un’opera di autofiction relativa alla Germania degli anni Ottanta in una famiglia di classe intermedia della Renania-Palatinato, identificabile con la stessa famiglia di Dröscher per composizione ed esperienza. Partendo dal proprio vissuto personale, Dröscher racconta l’infanzia di Ela, che vive con i genitori e i nonni paterni Martha e Ludwig, mentre i nonni materni sono originariamente tedeschi di Slesia, trasferitisi in un’altra cittadina tedesca e osservati con diffidenza dai consuoceri. La stessa madre di Ela risente della condizione di alterità della propria famiglia d’origine, sforzandosi di inserirsi appieno nella società della piccola cittadina di Obach nonostante i pregiudizi e il suo accento con evidente inflessione polacca. Il principale motivo del senso di estraneità della madre è tuttavia il suo fisico: costantemente criticata dal marito per la sua stazza, fin dal primo capitolo mostra una volontà di autodeterminarsi che si scontra continuamente con i commenti e i suggerimenti dell’uomo, che reputa la moglie e il suo peso le cause della propria insoddisfazione. Sul lavoro ritiene infatti di non ottenere i risultati e i complimenti che si meriterebbe, mentre in società sente di non potersi mostrare con una moglie presentabile.
All’inizio della narrazione Ela frequenta ancora la scuola materna e già riconosce e interiorizza la problematica dell’eccessivo peso della madre e le conseguenze che questo ha sulla vita familiare. Spinta dal padre a non assomigliare alla genitrice e a considerare i chili in più un’evidente sconfitta, impara fin da piccola a riconoscere i cibi salutari da quelli che non lo sono, fino a provare lei stessa – ancora durante i primi anni di scuola – un regime alimentare che la faccia dimagrire. La bambina risente profondamente di quanto accade tra le mura domestiche, dove il padre, un uomo ingenuo, orgoglioso e perennemente insoddisfatto, costringe la donna a seguire diete sempre diverse, accusandola inoltre di dover comprare costantemente vestiti nuovi dentro cui poter stare. “Costantemente” è un avverbio che permea le descrizioni della vita della madre, la quale non trova un solo momento di pace durante la narrazione. Il pubblico si accorge infatti poco a poco di come la donna viva con un marito che non vede oltre il peso indicato dalla bilancia, due suoceri che non la supportano a meno di non averne un riscontro personale e una figlia di meno di dieci anni che ha interiorizzato lo sguardo del padre e si unisce, anche senza rendersene conto, alla critica verso la madre. La stessa Ela la confronta infatti con la longilinea amica di famiglia con cui trascorrono le vacanze e con le donne italiane che incontra in quella occasione, non lasciandole nemmeno nella sua mente il tempo di riposarsi da questa continua osservazione. Solo nel momento in cui per motivi medici la madre è costretta a rallentare, anche i personaggi si rendono davvero conto del suo lavoro ininterrotto all’interno della famiglia e lei può finalmente prendersi del tempo per sé. Si presenta così una madre costantemente al lavoro e costantemente giudicata: a rendere conto di queste impressioni contribuiscono i brevi testi che si trovano al termine di ogni capitolo, che la Ela/Daniela adulta scrive dal punto di vista di donna che analizza, in una conversazione in parte tra sé e sé e in parte con la stessa madre, quanto avvenuto nella sua infanzia.
“È raro che una ragazzina desideri assomigliare a sua madre. È un modo comprensibile di tracciare una linea di confine. Nel mio caso c’è dietro una presa di distanza più complessa. Fin da piccola ho fatto mio lo sguardo di mio padre. Che lo volessi o no, per molto tempo ho visto anche con i suoi occhi. Ho dovuto imparare a respingerlo in modo consapevole.” (p. 54)
In questi brevi testi posti a fine capitolo, che raramente occupano più di una facciata, i ricordi appena rievocati si scontrano con la consapevolezza dell’autrice. Pur ammettendo di aver modificato alcuni aspetti della storia, creando in tal modo appunto un romanzo di autoficion, le riflessioni rispecchiano le sensazioni e le situazioni che realmente sono o potrebbero essere state vissute in quello stesso contesto. Salta all’occhio in questa riflessione il fatto che i genitori di Ela non vengano mai indicati con un nome proprio, come anche la sorellina di Ela, al contrario delle altre delle altre figure che appaiono nel libro. In tal modo è possibile mostrare l’universalità di questi personaggi: un padre abituato ad un certo ideale di famiglia, insicuro e allo stesso tempo dispotico da una parte; una madre con desiderio di rivalsa ma rinchiusa nella propria condizione dall’altra. Centrale è anche il fatto che essi vengano definiti in relazione ad Ela, “padre” e “madre”, sottolineando così anche il ruolo della figlia, che subisce le conseguenze delle dinamiche familiari che si creano nella casa in cui vive.

Il ruolo di madre e moglie è ciò che rimane al centro della descrizione della donna, vera protagonista del libro, nonostante lei lavori anche in una fabbrica di pelletterie in cui si occupa di corrispondenza con l’estero. La sua professione contribuisce alle spese domestiche in parte certamente minore rispetto al marito, ma la necessità di autodeterminarsi anche in ambito lavorativo è una prerogativa della donna in tutto il libro: nonostante sia costretta in casa, cerca di realizzare i propri progetti al di là della maternità e del matrimonio. La sua voglia di lavorare, di creare e di autodeterminarsi si scontra tuttavia costantemente con la visione patriarcale che sopravvive nonostante le conquiste femminili. Anche i suoi stessi genitori tentano di frenare i suoi desideri di realizzazione, idealizzando l’idea tradizionale di nucleo famigliare in cui la madre rimane con la prole e sacrifica qualunque aspirazione per il bene della famiglia.
La costante pressione e la necessità di fuga spingono la donna a mentire per poter gestire almeno alcuni aspetti della propria vita, spiegando così – ma solo in maniera parziale – il titolo del testo. Non si parla difatti di bugie “di mia madre”, bensì “su mia madre”, a dimostrazione di come le vere menzogne siano quelle che si raccontano su di lei a causa di questa visione del femminile, dello sguardo di una società che vede solo ciò che le è comodo ed evidente – in questo caso il peso della donna –, ignorando invece l’immenso lavoro casalingo, di accudimento e lo sforzo di rendersi accettabile agli occhi della società stessa.
Il continuo passare da una dieta ad un’altra, le critiche pungenti e i commenti riguardanti la vergogna che causa sono solo alcune delle punizioni alla madre per l’esistenza di questo corpo grasso: a lei non è permesso andare in vacanza, alle feste aziendali o alle sagre di paese per non mettere in difficoltà il marito. A nulla valgono gli sforzi della donna per ottenere l’ammirazione e i ringraziamenti da parte della famiglia, né quando riesce ad accudire contemporaneamente più figlie e la vecchia madre malata di Alzheimer, né nel momento in cui lavora in casa e in fabbrica e contemporaneamente studia per ottenere un nuovo diploma. Le sue conquiste lavorative sono giudicate inutilmente impegnative e nocive alla vita famigliare, la promozione risulta un impedimento oltre ad un’onta per il marito, che non ottiene soddisfazioni sul lavoro e che vede invece colleghi più giovani e meno esperti di lui coperti di riconoscimenti. Tutto ciò viene infatti imputato alla presenza indecorosa della moglie, poiché secondo la sua logica nessuno darebbe mai una promozione ad un uomo con una moglie con tale aspetto.
Il periodo storico in cui si sviluppa il romanzo svolge un ruolo fondamentale dal punto di vista sociale. Infatti, se da una parte la Germania degli anni Ottanta offre finalmente alla donna la possibilità di un’emancipazione attraverso il diritto all’autodeterminazione lavorativa (nel 1977 una riforma del diritto di famiglia permetteva alle donne di determinare la propria condizione lavorativa), dall’altra il cambiamento sociale implica una nuova immagine, dal punto di vista puramente fisico, della donna. La donna moderna è longilinea, con un corpo flessuoso “come un giunco”, come dice il padre di Ela, e non ha niente a che vedere con le curve identificate un paio di decenni prima come segno di bellezza. L’unico momento in cui a una donna è permesso essere grassa è la gravidanza, ma non appena termina il parto la principale preoccupazione deve essere quella di tornare ad un peso forma accettabile secondo la società dell’epoca.
Si aggiunge dunque una nuova incombenza per la donna di questi decenni: la pressione psicologica non si limita più a spingerla a prendersi cura degli altri – marito, figli, genitori –, bensì allo stesso tempo a curare se stessa. L’emancipazione della donna non va necessariamente di pari passo con la liberazione di un corpo grasso e Daniela Dröscher mostra in maniera chiara questa contraddizione all’interno della sua opera. Il corpo, bandiera dell’autodeterminazione femminile anche oggigiorno, si dimostra per la madre una prigione. Il grasso che la circonda è un impedimento alla propria realizzazione e la affossa continuamente in un circolo vizioso per cui il cibo risulta essere l’unico piacere che si può concedere e che allo stesso tempo finisce per essere il motivo della sua disperazione.
“«Fammi la domanda che mi devi fare» mi incalza. Mi faccio coraggio. «Può essere che il cibo per te fosse un tipo di… remunerazione? Come per altri… il denaro?» Mi guarda dritto negli occhi. «Ma certo. Certo, che lo era.» Perché non gliel’ho mai chiesto prima?” (p. 326)
Bugie su mia madre è un romanzo di autofiction forte e ricco di stimoli emotivi e intellettuali, un testo in cui si possono riconoscere meccanismi tossici di una società performativa sotto ogni aspetto. Nonostante la vicenda sia ambientata quaranta anni fa, essa risulta attuale, in quanto esplicita le contraddizioni di un mondo definito civilizzato, ma che ancora rimane legato a dinamiche di potere, denaro e apparenza. Daniela Dröscher presenta e analizza il proprio vissuto contribuendo a denunciare i meccanismi di cui un numero troppo grande di famiglie ha fatto e fa ancora esperienza.
Apparato iconografico:
Immagine 2 e di copertina: https://de.wikipedia.org/wiki/Daniela_Dr%C3%B6scher
