A cura di Sandra Innamorato
Genere: Drammatico
Minutaggio: 139’
Regia: Luchino Visconti
Sceneggiatura: Nicola Badalucco; Luchino Visconti
Fotografia: Pasquale De Santis
Musiche: Gustav Mahler; Franz Lehár; Modest Petrovič Musorgskij; Ludwig van Beethoven
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Produttore: Luchino Visconti
Produzione: Warner Bross
Distribuzione: Dear International – Warner Home Video
Paese di produzione: Italia; Francia; USA
Lingua: Inglese; italiano; polacco; francese; russo; tedesco
Interpreti: Dirk Bogarde: Gustav von Aschenbach; Björn Andrésen: Tadzio; Romolo Valli: direttore dell’albergo; Mark Burns: Alfred
Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=-pxn49yWVJk&ab_channel=RottenTomatoesClassicTrailers

Biografia del regista: Luchino Visconti (1906-1976) è stato un regista e sceneggiatore cinematografico, teatrale e lirico, considerato uno dei massimi esponenti culturali italiani del primo trentennio postbellico. La sua vastissima attività artistica, intensa fino alla morte, comprende 96 titoli, 3 regie coreografiche, 18 cinematografiche, 21 liriche, 45 di prosa. Negli anni ‘40 aderì al Neorealismo con Ossessione (1943), ma la sua personale poetica neorealista prese ben presto tinte più decadenti, raccontando di quella “realtà” i confini più estremi, le idiosincrasie, la naturale tragicità, come in Senso (1954), Il Gattopardo (1963) e Morte a Venezia (1971). Visconti esplorò il declino dell’aristocrazia e le contraddizioni della società borghese con uno stile ricercatissimo, mantenendo viva quell’aporia – che è conditio ontologica della sua vita artistica – tra la ragione e l’irrinunciabile fermezza della lotta e del mutamento, e la sconfitta e l’impossibilità della rivoluzione.
Trama: Venezia, 1911, il compositore Gustav von Aschenbach sotto consiglio medico si reca al Lido per trascorrere l’estate e la convalescenza dovuta a una crisi cardiaca. Nella splendida cornice vintage dell’Hotel des Bains, l’incontro-epifania tra il maturo protagonista e il giovane Tadzio, tra lo sguardo stanco di un uomo alle sue ultime fatiche fisiche ed emotive e la bellezza efebica di un giovane polacco dal futuro ancora virgineo. L’innamoramento porta con sé una crisi profondissima, tanto umana nella cocente tensione tra il desiderio di cedervi e il freno ai sentimenti, quanto quella parallela sulle teorie estetico-filosofiche che hanno scritto i secoli precedenti e il Primo Novecento.

Commento al film:
Per il secondo capitolo della sua “trilogia tedesca”, Visconti si sente pronto proprio negli anni della maturità, quasi come se la vicinanza all’età del suo protagonista rendesse più lucida agli occhi dello stesso autore la sua impresa e le sue fatiche. Fu costretto a viaggiare oltre confine per trovare l’appoggio produttivo necessario, così approdò a Hollywood alle porte della Warner Bross e mappò i Paesi Scandinavi e l’Europa Orientale alla ricerca del suo Tadzio, affinché la questione estetica fosse una concreta ricerca a tutto tondo in questa tragedia “sul Bello”. A testimoniarlo è lo speciale televisivo Alla ricerca di Tadzio. Le riprese iniziarono nella primavera del ‘70 e il titolo del romanzo venne privato del suo articolo nel definitivo titolo cinematografico: Morte a Venezia. Il legame autoriale con Mann qui è fortissimo per Visconti, che rivede nel suo alter-ego tedesco molte delle proprie passionali contraddizioni: la decadenza e il realismo, così come l’attaccamento alla borghesia e il bisogno di raccontare la crisi dei valori borghesi. Tutto il film si fonda su una grande e irrisolvibile contraddizione: il dualismo tra l’idea e la vita, tra l’ideale estetico dell’artista e la sua quotidianità fatta di contingenze, il suo status terreno e l’istinto tutto umano di elevarsi concettualmente al di sopra della temporalità. In più, il legame con la Laguna è intimo e personale per Visconti che al Lido da bambino trascorreva le sue estati, così immaginiamo la carrellata di somiglianze tra la famigliola polacca, la madre di Tadzio e quella di Visconti, l’immaginario espresso su pellicola con una raffinatezza pittorica sorolliana contaminato dalle memorie sfocate dell’autore. Il secondo referente indispensabile per leggere Morte a Venezia è la Recherche. La rilettura di Visconti dell’opera magna proustiana con la lente di Sodoma e Gomorra fa schiudere quell’anello di congiunzione tra i tempi che furono e quelli che saranno nell’amore omosessuale. Nella non accettazione del desiderio più istintivo e nella sua apparizione risiede il seme di quell’attitudine tutta novecentesca che è “il represso” come categoria morale borghese, e quel “tempo perduto” di cui il flâneur-represso primo novecentesco va in cerca è una forma di mancanza, di nostalgia per un tempo illusorio e la tetra visione di un orizzonte futuro infetto. L’epidemia che pian piano colpisce Venezia non è solo il richiamo al topos classico del Nosferatu, che in quanto mostro e piaga delle coscienze porta con sé la peste infettando tutto il genere umano, e non è solo, insieme a quella vampiresca, metafora del nazismo imminente, ma è anche puro simbolo di morte. Morte di un passato che è andato, morte di un futuro che verrà, ecco quella decadenza melliflua che Visconti racconta nel lento flusso vitale che condurrà Aschenbach alla morte in spiaggia. Visconti trasforma lo scrittore in musicista per creare una più stretta corrispondenza tra il suo protagonista e Gustav Mahler: la musica di Mahler diventa il concreto e ideale commento alle vicende, la sua biografia fonte di ispirazione per il passato tragico di Aschenbach. Ma di più, la partitura mahleriana diventa motore attivo dell’emotività del protagonista, di quella sorgente incandescente di emozioni celate e, per noi spettatori, genialmente orchestrate. E poeticamente orchestrato è il gioco di sguardi tra l’artista e l’oggetto della sua arte, tra il compositore e Tadzio, una lenta percorrenza di spazi, curve, profili e fermo immagini che permettono a Visconti di fare di Aschenbach non un voyeur ma un vero e proprio contemplatore. Si chiude poi, mentre il protagonista si spegne lentamente, il gioco di sguardi tra passato e il qui e ora, tra il trucco del protagonista e la bellezza irradiante di Tadzio controluce, tra la vita e l’impossibilità di vivere la propria idea di vita senza morirne.
