A cura di Sandra Innamorato
Genere: Drammatico, guerra
Minutaggio: 155’
Regia: Luchino Visconti
Sceneggiatura: Nicola Badalucco; Enrico Medioli; Luchino Visconti
Fotografia: Pasquale De Santis; Armando Nannuzzi
Musiche: Maurice Jarre; Walter Kollo; Willy Kollo
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Produttori: Ever Haggiag; Alfred Levy
Produzione: Eichberg-film GmbH, Pegaso cinematografica
Distribuzione: United International Pictures
Paese di produzione: Italia;Germania Ovest
Lingua: Inglese; italiano; tedesco
Interpreti: Dirk Bogarde: Friedrich Bruckmann; Ingrid Thulin: Sophie von Essenbeck; Helmut Griem: Aschenbach; Helmut Berger: Martin von Essenbeck; Renaud Verley: Günther von Essenbeck; Umberto Orsini: Herbert Thallman; Reinhard Kolldehoff: Konstantin von Essenbeck; Albrecht Schönhals: Joachim von Essenbeck.
Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=8nJUvhhubZs&ab_channel=TrailerWorld

Biografia del regista: Luchino Visconti (1906-1976) è stato un regista e sceneggiatore cinematografico, teatrale e lirico, considerato uno dei massimi esponenti culturali italiani del primo trentennio postbellico. La sua vastissima attività artistica, intensa fino alla morte, comprende 96 titoli, 3 regie coreografiche, 18 cinematografiche, 21 liriche, 45 di prosa. Negli anni ‘40 aderì al Neorealismo con Ossessione (1943), ma la sua personale poetica neorealista prese ben presto tinte più decadenti, raccontando di quella “realtà” i confini più estremi, le idiosincrasie, la naturale tragicità, come in Senso (1954), Il Gattopardo (1963) e Morte a Venezia (1971). Visconti esplorò il declino dell’aristocrazia e le contraddizioni della società borghese con uno stile ricercatissimo, mantenendo viva quell’aporia – che è conditio ontologica della sua vita artistica – tra la ragione e l’irrinunciabile fermezza della lotta e del mutamento, e la sconfitta e l’impossibilità della rivoluzione.
Trama: Ambientato nella Germania del 1933, La caduta degli dèi narra il declino e la disfatta della famiglia di industriali von Essenbeck, seguendone le vicende parallele all’ascesa al potere del nazismo. Proprietari di una potente acciaieria, i membri della famiglia originano una violenta lotta intestina per il controllo dell’azienda. Dopo l’assassinio del patriarca Joachim von Essenbeck, si scatenano una lunga serie di tradimenti e omicidi, riflettendo la condizione decadente, corrotta e “senza Dio” della società borghese del tempo, copia carbone a sua volta del regime nazista.

Commento al film:
Ispirato degli echi del caso Profumo, da quella intima vicinanza tra vita politica e affare privato innescata dal gesto erotico come primissima postura dell’ambiguità (novecentesca), Visconti immagina il suo Macbeth cinematografico. Trasferisce però le vicende nelle mani dell’alta borghesia industriale tedesca. E all’affare Profumo si aggiunge il personalissimo “affare Mann”, così le suggestioni degli amati autori tedeschi e le letture sulla storia del Terzo Reich, concorrono a confezionare il soggetto che alla fine del ‘67 il regista stende con Medioli e poi con Nicola Badalucco: la storia di una famiglia di industriali dell’acciaio in Germania, tra il 1933 e il 1934 (dall’incendio del Reichstag alle premesse della guerra). Ecco che il moderno Macbeth viscontiano eredita la dimensione parentale come culla della cupa tragedia tout-court, “in un mondo, dove ogni creatura si nutre di un’altra e dove la vita del più forte implica la morte del debole” per usare le parole del Mein Kampf. Il melodramma wagneriano, che lo stesso sottotitolo del film richiama “Götterdämmerung”, diventa per Visconti leitmotiv narrativo e visivo della tragedia: le fiamme delle acciaierie che aprono e chiudono il film evocano le fiamme appiccate al Walhalla, preludio indelebile del crepuscolo degli dèi, così come quelle apocalittiche del Macbeth di Verdi (atto I, sc. 19): “Schiudi, inferno, la bocca e inghiotti/Nel tuo grembo l’intero creato, /Sull’ignoto assassino esecrato/Le tue fiamme discendano, o Ciel”. E mentre le fiamme appiccate al Reichstag e quelle che bruciano i libri di Thomas Mann “purificano” attraverso la riduzione in cenere la vecchia Germania, il germe della morte divampa all’interno delle mura degli Essembeck. Visconti qualifica simbolicamente la tragedia per potenziarne il volume, ma soprattutto perché i simboli – le fiamme, in questo caso – fungano da correlativi multiforme tra realtà e finzione, suggeriscano associazioni debite alla Storia e prestino il fianco alla risemantizzazione della Storia stessa. Tutti grandi attori della tragedia imminente, i personaggi di Visconti si identificano in due categorie antieroiche: in entrambi i casi non esiste redenzione, e se i carnefici sono mossi dal puro istinto irrazionale di auto-affermazione mortale, le vittime subiscono senza batter ciglio, così quel verdiano “Empio spirto d’averno/Parla e c’inganna, veraci detti/E ne abbandona poi maledetti/Su quell’abisso che ci scavò” (Macbeth, atto I, sc. 3). Ma nel raffinatissimo uso della metafora vita-teatro tanto cara al regista, i suoi sono personaggi finzionali pieni, pedine di un’Opera collettiva in fase di prova preserale, perché è così che Visconti smaschera il nonsenso del nazismo, mascherandolo nella sua veste di farsa, di falso, di (sperata) messinscena. Ogni personaggio è mostrato attraverso la sua immagine allo specchio, o nell’atto di indossare la sua personalissima maschera da esibire in società. Visconti alterna l’uso delle panoramiche e dello zoom per passare dal collettivo all’individuo con prossimità, e poi da volto a volto, da primo a primissimo piano come in una conversation piece danzante. La meta-esposizione dell’esplosione dei conflitti prendendo spunto dal melodramma famigliare in cui vengono appiccati, risponde alla stessa parabola simbolica adottata dal regista per parlare del tragico e del Novecento come progenie di una certa filosofia del mondo. Visconti usa la teatralità dei cerimoniali familiari come espressione della falsa coscienza, di un ordine sessuale e famigliare capovolto e irreversibile, e dunque la caduta degli Essenbeck (degli dèi, degli ideali) come simbolo estetico-morale di una tragedia mondiale priva di irresponsabili. L’ordine viene dato in pasto alle fiamme, non resta che la pura volontà di potenza del Caos.
