“Ludwig” (1973) di Luchino Visconti

A cura di Sandra Innamorato

 

Genere: Storico

Minutaggio: 180-237’

Regia: Luchino Visconti

Sceneggiatura: Suso Cecchi d’Amico; Enrico Medioli; Luchino Visconti

Fotografia: Armando Nannuzzi

Musiche: Robert Schumann; Jacques Offenbach; Richard Wagner

Montaggio: Ruggero Mastroianni

Produttori: Robert Gordon Edwards; Dieter Geißler; Ugo Santalucia

Produzione: Mega Film (Roma); Cinétel (Parigi); Divina Film; Dieter Geißler Filmproduktion (Monaco di Baviera)

Distribuzione: PANTA – Fonit Cetra Video

Paese di produzione: Italia; Francia; Germania Ovest

Lingua: Inglese; italiano; francese; tedesco

 

Interpreti: Helmut Berger: Ludwig II di Baviera; Romy Schneider: Elisabetta “Sissi” di Baviera-d’Austria; Trevor Howard: Richard Wagner; Silvana Mangano: Cosima von Bülow.

 

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=Su4fx412g5I&ab_channel=Etoile

 


Biografia del regista: Luchino Visconti (1906-1976) è stato un regista e sceneggiatore cinematografico, teatrale e lirico, considerato uno dei massimi esponenti culturali italiani del primo trentennio postbellico. La sua vastissima attività artistica, intensa fino alla morte, comprende 96 titoli, 3 regie coreografiche, 18 cinematografiche, 21 liriche, 45 di prosa. Negli anni ‘40 aderì al Neorealismo con Ossessione (1943), ma la sua personale poetica neorealista prese ben presto tinte più decadenti, raccontando di quella “realtà” i confini più estremi, le idiosincrasie, la naturale tragicità, come in Senso (1954), Il Gattopardo (1963) e Morte a Venezia (1971). Visconti esplorò il declino dell’aristocrazia e le contraddizioni della società borghese con uno stile ricercatissimo, mantenendo viva quell’aporia – che è conditio ontologica della sua vita artistica – tra la ragione e l’irrinunciabile fermezza della lotta e del mutamento, e la sconfitta e l’impossibilità della rivoluzione.

 

Trama: A diciotto anni Ludwig sale al trono di Baviera. È un esteta e un romantico in un’epoca infausta e faticosa per le monarchie, e l’infatuazione wagneriana si accompagna all’amore verso sua cugina Elisabetta d’Austria, non corrisposto. La vita di Ludwig è un costante cul de sac, un mesto fallimento tra la vita estetica e la vita etica, l’otium e la politica, l’arte e la vita, ma soprattutto è il fallimento della sua mente nella convivenza col mondo esterno. Così la fuga, il rifugio in un fittizio mondo privato e l’alienazione della realtà in un altrove carico di disinteresse, diventa la parabola ludwigiana, fino al suo tragico finale.

 


Commento al film:

Eroe, mito, Ludwig di Baviera rappresenta nel bacino culturale del Primo Novecento una figura-limite, l’ultima folgore di un estetismo romantico giunto al suo canto del cigno, e quindi oggetto di quell’antiquariato simbolico fin de siècle che catalizzò, tra i tanti, anche Visconti. l’elezione di Ludwig a simbolo di una forma di resistenza estetica non stupisce se si riflette sulla galoppante era della riproducibilità tecnica, e quindi su quel breve momento di coabitazione tra il fatto estetico e la sua alienazione. Ma Ludwig è un paradosso nel suo essere un non-artista, la paradossale personificazione dell’ultimo intellettuale romantico, depositario di un immaginario evanescente. Cosa resta di quel passato? Visconti in Ludwig ci mostra il vuoto ma sfarzoso involucro di un’esperienza nostalgica e di un’operazione di riadattamento e ri-messinscena di un cadavere senza membra. In Ludwig coabitano tutte le grandi ossessioni dell’estetismo: la follia, il rapporto identitario tra arte e vita, il culto della morte e della notte e quello per l’aristocrazia. Visconti le risemantizza svuotandole, così, per esempio, lo sfarzo della vita di corte del Re Sole e della reggia di Versailles – mitologia pura per Ludwig – perdono l’intento politico nella copia bavarese che è puro culto formale. La scena dell’incoronazione non ha valore politico ma puro valore estetico: Visconti si sofferma sui dettagli, sul cerimoniale nella sua veste decorativa, sull’ascensione di un dolo votivo e non di un sovrano, ribaltando il kierkegaardiano logico scorrere della vita estetica alla vita etica nel retrocedere al Don Giovanni e restarvi imprigionati. I dialoghi del Caligola di Camus vengono in aiuto a Visconti per rendere palpabile la sofferenza che è, al contrario del culto, vera e concreta in Ludwig data la sua impotenza alla vita: la “libertà nell’impossibile”, una volontà estranea alle regole e alle consuetudini, e che quindi diventa sregolatezza, pazzia. Quella di Ludwig è “follia” in quanto aspirazione insoddisfatta, delirio, contrapposta all’ottundimento patito dal fratello Otto. È la paranoia, l’inseguimento di un sogno che è anche incubo nel suo essere inattingibile, l’idea che l’arte non sia di questo mondo una forma di espressione, ma un’alternativa meravigliosa alla realtà. La sconfitta che Ludwig subisce contro la vita lo conduce a una forma di eremitaggio di isolamento nell’illusione ben confezionata dei suoi castelli, delle sue regge dove egli ha cercato disperatamente di imprimere la sua idea estetica di mondo abitabile: un simulacro di casa. Ciò che ne deriva da questo folle tentativo di iscrivere nella realtà il proprio artificio è il kitsch: una forma di sregolatezza e perdita di baricentro estetica che si sovraespone a mo’ della mente di Ludwig. Il film ripercorre gli ambienti che subirono questa vestitura a festa: il castello di Nymphenburg, la Residenza di Monaco, la Kaiservilla di Bad Ischl, lo chalet di Roseinsel, il teatro di Monaco, la hunting-hut di Roseinsel, il castello di Berg, Herrenchiemsee, Neuschwanstein e Linderhof. Tutti i luoghi sono doppiamente mostrati da Visconti alla luce del giorno e della notte, per dare conto di quel binomio tra il mito lunare-materno e quello della ragione illuminata del sole. Ma se dunque nella mitologia ludwigiana la preferenza della luna al sole segue quella del sentimento alla ragione, Visconti capovolge anche qui la coppia concettuale svelando l’illusione, e mostra la triste e mortifera sembianza dei luoghi alla luce del sole, la loro inconsistenza, e la magia menzognera della loro veste notturna. Ludwig e Morte a Venezia potrebbero dunque concludersi con la medesima epigrafe tratta dai versi di Platen: “Chi ha contemplato coi propri occhi la bellezza/è già consacrato alla morte”. Ma qui la morte è assoluta, e Ludwig ne provava già la dolce morsa nel totale slegamento dalla realtà molto prima dell’effettiva morte del corpo. Con un fotogramma fisso sul corpo di Ludwig illuminato dalla luce della notte si chiude tutta la trilogia, nella sua pura e lirica degenerazione poetica, supino Ludwig guarda l’infinito che si eleva sulla realtà finita, ma ciò che ne resta, come nei versi di Apollinaire, è la sua miserabile finitudine: “Un jour le roi dans l’eau d’argent/Se noya puis la bouche ouverte/Il s’en revient en surnageant/Sur la rive dormir inerte/Face tourné au ciel changeant”.