“Allo specchio, 1907”. Un testo autobiografico di Thomas Mann

Traduzione a cura di Silvia Girotto

 

Abstract:

“In the mirror, 1907”. An Autobiographical Text by Thomas Mann

The short text Im Spiegel (“In the mirror”, 1907) is an autobiographical text that aims is to describe the early years of education of its author, Thomas Mann. This was Mann’s first attempt to influence the public representation of himself, as he always tried to be a representative of his generation and his idea of Germany, especially during the time of Hitler’s National Socialism. With both irony and elegance Thomas Mann describes the beginning and the development of his artistic life, from his early failures to his most recent successes. Im Spiegel has never been fully translated into Italian, but it has been published several times in Germany and it is now available thanks to the Fischer publisher house.


Thomas Mann, autore riconosciuto a livello nazionale e internazionale, si è sempre presentato come personaggio pubblico, esprimendosi su questioni di rilevanza politica e sociale ed esponendosi soprattutto negli ultimi decenni della sua vita come rappresentante dell’”altra Germania”, che si discostava dalla Germania nazionalsocialista. Intendendo definire lui stesso la descrizione di sé al pubblico, presentò pochi anni dopo il successo di Buddenbrooks (“I Buddenbrook”, 1901), un primo scritto autobiografico di poche pagine: Im Spiegel (“Allo specchio”, 1907). Il testo, mai tradotto interamente in italiano, ha ricevuto una certa attenzione in Germania, dove è stato ripubblicato in diverse occasioni ed è ora disponibile tra le pubblicazioni della casa editrice tedesca Fischer. In Im Spiegel Mann, in modo ironico ma elegante, descrive la prima parte della sua formazione, l’indecisione degli anni della sua giovinezza, la sua esperienza di artista e la sua trasformazione in personaggio pubblico.

L’originale del testo tradotto si trova in: Thomas Mann, Im Spiegel, Berlin, Fischer Verlag, 2009.


Onorevole redazione, ciò che io vedo riflesso nel vostro specchio è sconvolgente e indecente. Ammetto che, personalmente, quel che vedo non mi dispiace, ma è ben chiaro che in senso superiore non potrei approvarlo.

Ho un passato oscuro e vergognoso, a tal punto che mi risulta estremamente imbarazzante parlarne in vostra presenza. Innanzitutto, devo ammettere di essere stato un ginnasiale degenere. Non che io sia stato bocciato all’esame di maturità, sarebbe da presuntuosi affermarlo. In realtà non sono mai riuscito nemmeno a raggiungere la prima classe[1]; già quando frequentavo la seconda classe ero vecchio quanto il Westerwald. Ero pigro, testardo e pieno di supponenza nei confronti di tutto, odiato dagli insegnanti della vecchia istituzione, uomini eccellenti che – in modo del tutto ragionevole e in accordo con ogni esperienza e ogni probabilità – mi profetizzavano rovina certa. Al contrario, venivo stimato da alcuni compagni per una qualche superiorità difficile da definire. Così trascorsi quegli anni, finché, quasi diciannovenne, non mi venne rilasciato un certificato di idoneità per un anno di servizio militare, all’unico scopo di liberarsi di me.

Così me ne andai a Monaco, dove si era stabilita mia madre dopo la morte di mio padre, proprietario di un’azienda produttrice di grano e senatore a Lubecca. E siccome per lo meno mi preoccupavo di non concedermi subito e in maniera evidente all’ozio, decisi di entrare come apprendista negli uffici di una società di assicurazioni contro gli incendi, portando sempre nel cuore il concetto di “provvisorio”. Tuttavia, anziché impegnarmi per apprendere il mestiere, mi sembrò una buona idea accomodarmi sulla mia poltrona girevole per scrivere in segreto un racconto di finzione: una storia d’amore con dei versi, che più avanti feci pubblicare in un mensile di tendenza rivoluzionaria e dalla quale ho anche guadagnato qualcosa.[2]

Lasciai l’ufficio prima che mi licenziassero, decisi di diventare giornalista e così seguii per un paio di semestri, in modo infruttuoso e caotico, lezioni di storia, economia e belle arti presso le Università di Monaco. E di punto in bianco, come un vero vagabondo, abbandonai tutto e me ne andai all’estero, a Roma, dove vagai per un anno senza un piano o un’occupazione. Trascorrevo le mie giornate scrivendo e divorando quelle letture definite belletristica e al quale una persona rispettabile si dedica, al massimo, per svagarsi nei momenti di ozio. Passavo invece le mie serate tra punch e partite a domino. Avevo appena i mezzi per vivere e fumare un’infinità di quelle dolci sigarette marca Soldo che gli italiani fumavano e alle quali io all’epoca ero devoto fino all’eccesso.

Tornai a Monaco abbronzato, magro e abbastanza malridotto, ritrovandomi alla fine a dovermi avvalere del mio certificato di idoneità per il servizio militare volontario. Tuttavia, se qualcuno tra voi si aspettasse che nell’ambiente militare mi sia impegnato di più che in altre situazioni, allora rimarrete delusi. Dopo appena tre mesi, ancor prima che arrivasse Natale, venni velocemente congedato, perché i miei piedi si rifiutavano di abituarsi a quel passo ideale e virile definito “marcia da parata” ed ero continuamente costretto a letto da una tendinite. Tuttavia, il corpo è sottomesso solo in parte allo spirito: se la questione mi fosse stata a cuore anche solo in parte, allora avrei vinto la sofferenza.

Fu abbastanza, lasciai il servizio e proseguii in abiti civili la mia disordinata vita. Per un certo periodo fui redattore del “Simplizissimus”[3]. Come vedete, stavo cadendo sempre più in basso. Entrai nel quarto decennio della mia vita.

E ora? E oggi? Siedo forse in una birreria di anarchici con sguardo vitreo e una sciarpa di lana al collo con altri compagni smarriti? Giaccio forse nel fango, come meriterei?

No. Il lusso mi circonda. Nulla eguaglia la mia fortuna. Sono sposato, ho una giovane moglie di rara bellezza, una principessa – se mi si vuol credere – il cui padre è un ricco professore universitario[4] e la quale ha sostenuto gli esami di maturità, ma non per questo mi guarda dall’alto verso il basso. Ho anche due bambini in salute, che hanno davanti a sé le prospettive più rosee. Sono padrone di un grande appartamento in una bella zona, dotato di luce elettrica e di tutti i comfort della nuova epoca, arredato con sfarzosi mobili, tappeti e dipinti. La mia famiglia vive nel lusso, impartisco ordini a tre cameriere di bella presenza e a un pastore tedesco scozzese, mangio panini dolci bevendo il tè mattutino e indosso quasi unicamente stivali di vernice. Che altro? Intraprendo viaggi trionfali. Mi sposto di città in città, invitato da società letterarie. Mi presento in frac e la gente applaude non appena entro nella stanza. Sono stato anche nella mia città natale. La grande sala del Casinò era al completo, mi è stata consegnata una corona d’alloro e i miei concittadini mi hanno applaudito. Ovunque si levavano gli sguardi al sentire il mio nome, sottotenenti e giovani dame chiedevano con profonda deferenza un mio autografo. Qualora domani ricevessi una medaglia, non batterei ciglio.

Ma a cosa è dovuto tutto ciò? A quale motivo? A quale scopo? Non sono cambiato, non sono migliorato.

Ho semplicemente proseguito nel fare ciò che già facevo in quanto “ultimo”: sognare, leggere libri di poesia e scriverne io stesso. Per questo ora mi trovo nella gloria. È dunque questa la conseguente ricompensa del mio percorso? Se i custodi della mia giovinezza mi vedessero ora, in tale sfarzo, metterebbero in discussione tutto ciò a cui hanno sempre creduto.

Coloro che hanno sfogliato i miei scritti si ricorderanno che mi sono approcciato con estremo sospetto allo stile di vita dell’artista e del poeta. In effetti, non finirà mia il mio stupore per gli onori che la società porta a questa categoria di individui. So cos’è un poeta, perché ufficialmente lo sono io stesso. Un poeta è, in breve, un compagno di vita che non può essere di alcun aiuto in attività serie, interessato unicamente alle buffonate; egli non è solo inutile allo Stato, ma appare persino come un personaggio dalle tendenze ribelli, che non ha nemmeno bisogno di possedere particolari capacità cognitive ed è solito essere di spirito lento e confuso, come lo sono stato sempre io. È profondamente infantile, incline agli eccessi, e un ciarlatano di cattiva fama sotto ogni punto di vista, uno che non dovrebbe aspettarsi nulla dalla società – e in effetti non si aspetta nulla – a parte un tacito disprezzo. È un dato di fatto, tuttavia, che la società conceda a questo genere di persone la possibilità di farne parte e di godere di una vita più agiata possibile.

A me va bene così, ne ho approfittato. Ma non è così che dovrebbe andare. È un incoraggiamento al vizio e un’offesa alla virtù.

 

Monaco, Thomas Mann

 

 

Apparato iconografico:

Immagine 1 e immagine di copertina: https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEi-Bxos-cHOi5_3FgRGtawMGrzaLbLrQBoObjnTS_zeNJn0lWMc6mlq-2oi_CRQj6AWaLgBGhMNQD8r57DlQbtX10hISyzqIgS3MOeETL5lULXTuRX3_ZO-LWOW0EhZhMgPQ4kDLPVpfnQQfOVfHeBSO3EhXj1I6B6vw5K5TISPwNufXT-cyIKFc07lcUpf/s1920/Thomas%20Mann%20(I).jpg

[1] Prima classe secondo il conteggio dalla più alta alla più bassa, quindi l’ultimo anno.

[2] Potrebbe trattarsi di una prima bozza della novella Der kleine Herr Friedemann (“Il piccolo signor Friedemann”, 1897), scritto intorno al 1894 con il titolo Der kleine Professor (“Il piccolo professore”).

[3] Rivista satirica tedesca, in attività dal 1896 al 1967.

[4] Il padre di Katharina Pringsheim era figlio di un ricco imprenditore e professore tedesco.